#2 Come lacrime, la pioggia
Lama XIII
Personaggi: Scorpio Milo
Il mare è una chiazza nera all'orizzonte. La sabbia è umida sotto le scarpe. Il vento è una ninna nanna gentile che si diverte ad accarezzargli i capelli. Milo non lo sente. È alla ricerca di risposte che forse potrà dargli quell'incessante vai e vieni di acqua che lambisce la riva e torna indietro, qualcosa che non è riuscito a trovare altrove, né nella bottiglia stretta tra le dita, né conversando con Athena.
Ha delle ferite aperte, Milo. Ferite che sanguinano lente, ruscellando lungo il suo corpo, formando chiazze al suo passaggio, indurendogli il cuore. Ha i polsi fasciati. Serve del sangue per riparare un'armatura, e quella di Hyoga era ridotta ad un ammasso di scaglie bianche.
«Togli quella dannata paperetta dal diadema», avrebbe voluto chiedere a Mu, ma le sue labbra si sono serrate in una linea dura. «Buon lavoro», gli ha detto, invece, scendendo ad Atene ed entrando dritto di filato nel locale di suo zio.
Il vino fa sangue, giusto? Così si è scolato una, due, tre, quattro bottiglie. Non da solo, ché il vino da solo mette in cuore pensieri tristi e cupi. Ha offerto da bere a tutte le belle ragazze che gli sono capitate a tiro – due: Dorcas e Kalomira, ed ha quasi scalato il loro balcone per convincerle a scendere – ma adesso, che tutti sono rientrati a casa e che le bottiglie sono vuote, Milo è di nuovo da solo. Con se stesso. E non avendo ancora sonno – ché nel sonno i brutti pensieri arrivano come una marea impetuosa – Milo s'è fatto una passeggiata.
«Vado a smaltire la sbornia», ha bofonchiato, scendendo per la stradina tortuosa sotto lo sguardo preoccupato di suo zio Kostas; ma non l'hanno fermato. Non gli hanno detto: «Dove vai, non vedi che non ti reggi in piedi?!» e l'hanno spedito nella stanzetta che occupava da bambino, nossignore. Lo hanno lasciato andare. Perché ci sono sentieri più tortuosi di quelli che calpestiamo coi nostri passi, e sono quelli che si annidano nel cuore, ammassandosi come rovi intricati da cui possiamo uscire solo con gran fatica. Versando un po' di lacrime. E qualche stilla di sangue.
«Vuoi sapere perché non ho salvato Camus?»
Athena osserva la lapide dell'Acquario. I capelli sciolti oltre le spalle, lo sguardo perso sulle lettere del nome di Camus, le braccia raccolte dietro le ginocchia. Gliel'ha chiesto in un sospiro. Congelandolo sul posto. Affondando un pugnale ancora più in profondità, per poi estrarlo in un gesto fluido.
«Sì…», soffia fuori lui, il possente Scorpione, l'Assassino del Grande Tempio. «Sì, vorrei saperlo. Vorreicapire. Perché io… perché io, mia Signora, non riesco a spiegarmelo. E…»
Athena gli posa lo sguardo addosso. E nei suoi occhi di stella Milo vede. Tutti loro sono stati toccati dalla mano del destino. Uno ad uno. La verità costa cara, ma a volte non siamo davvero disposti a pagare il prezzo richiesto. L'innocenza. La libertà. Un amico. Un fratello. Un sogno. Tutti loro hanno perso qualcosa, quel giorno maledetto. Tutti loro. Anche lui. Anche Athena.
«Non so se tu possa accettarlo», mormora lei. Come parlando con se stessa, seguendo il filo di un ragionamento già avviato.
«Mia Signora…», le dice, il cuore pesante del naufrago che vede il relitto allontanarsi per un capriccio della corrente, «mia Signora, io vi seguirò. Non vi abbandonerò. Ma ho bisogno di sapere. Di capire.»
«Ma tra sapere, capire ed accettare c'è un abisso, Milo. Sei sicuro di volerti sporgere ad osservare?»
Lui annuisce. E lei, con un sospiro, fa cadere il velo davanti ai suoi occhi.
«Ho bevuto troppo», si dice Milo, prima di crollare seduto sulla spiaggia. È umida. Umidissima. Gli risale lungo la spina dorsale. La rena sotto le dita assomiglia a cenere. Abbandona la bottiglia accanto a sé, la lancia del guerriero conficcata a terra. In attesa. Che questo momento di scoramento passi, e lui riprenda a bere. Scolandosi il vino fino in fondo. Milo tira sul col naso, lo iodio che gli riempie i polmoni e la salsedine che gli si attacca alle lacrime. Il mare chiama, ma lui non lo vede. C'è solo una macchia scura, davanti a lui, una macchia scura in movimento. Che sembra sussurrare il suo nome. E volerlo cullare, come faceva sua nonna quando aveva quattro anni e si svegliava piangendo nel cuore della notte.
Ma Milo ha vent'anni. Milo è un uomo. Ed un uomo non dovrebbe lasciarsi andare così. Non dovrebbe commuoversi fino a farsi sfocare la vista dalle lacrime. Dovrebbe reagire. Sopportare. Capire. Ma l'unica cosa che Milo vede, adesso, è quella chiazza scura e densa che lo accetta per quello che è. Un essere umano ferito, tradito e deluso dal suo migliore amico.
«Io ti seguirò!»
Il viso di Camus ha un'espressione serissima mentre il sole tramonta alle sue spalle e gli riempie i capelli di un riflesso di fuoco.
«Sembri un fiammifero ambulante», gli dice, le mani in tasca e l'aria imperturbabile che stride con i graffi sul viso e il fondo dei calzoni bagnato. Zuppo. Un bagno fuori programma non è mai piacevole. Anche a Maggio. Specie quando sei vestito.
«Io ti seguirò», gli ripete Camus. Convinto che lui non abbia capito. Che non l'abbia sentito. Che non l'abbia voluto sentire.
«Non è colpa tua se la missiva è caduta in acqua», gli dice Milo, tagliando corto.
«No», ribatte l'Acquario. Serio. Serissimo. Milo vorrebbe tenergli la testa sott'acqua fino a quando non… «Non è colpa mia. Ma sono corresponsabile di quello che è successo.»
Lo Scorpione lo fissa basito. Camus lo guarda, aspettando una sua risposta. Corresponsabilità. È così che parla un adulto. E lui non può certo dimostrarsi infantile e ribattere che sì, se la missiva del Sacerdote è caduta in acqua è stata perché stavano litigando, e che se stavano litigando è per colpa sua, dell'Acquario, che con quell'espressione imperturbabile gli tira via gli schiaffi dalle mani.
«Fai come ti pare», gli dice, stringendosi nelle spalle. E mostrandogli il rotolo di pergamena zuppo.
L'acqua è fredda.
Gli lambisce le dita dei piedi, delicatamente, come le mani di una donna. E poi gli incatena le caviglie, come un'amante possessiva e gelosa. Com'era Vasilikê, che ad entrambi lasciava i segni delle unghie sulla schiena e aloni rossastri sulle vene del collo. Che li voleva tutti per sé. Tutti e due, mentre lei apparteneva solo a se stessa e al vento. Anche le mani di Vasilikê erano sempre fredde, di questa stagione. Fredde, morbide e delicate. Si sono presi a pugni, per le sue mani. Si sono saltati al collo, alla gola, per il suo sorriso. Ma poi, quando le spalle si sono fatte stanche e le dita hanno protestato per tutti quei pugni rabbiosi e ciechi, si sono guardati. Hanno sorriso. Ed hanno entrambi rovesciato la testa all'indietro, a riempire il silenzio della notte e lo stupore di Vasilikê con una risata. E se ne sono andati fianco a fianco, un braccio sulle spalle e gli occhi pesti e lividi, ma il cuore leggero.
Quello di Milo è un blocco di metallo pesantissimo mentre avanza nel mare. L'acqua gli è arrivata a metà polpaccio. Fa freddo, adesso, ma non importa. Nuoterà, alla luce della luna. Per questo ha lasciato i vestiti sulla rena, accanto alla bottiglia vuota. Nuoterà, si scalderà e si chiarirà le idee. O forse anche no. Ma adesso Milo ha bisogno di eliminare tutto l'alcol che ha in corpo. Pisciare sulla sabbia non l'ha aiutato.
«I brutti pensieri si eliminano facendo qualcos'altro», diceva Aristoteles, il suo maestro – suo padre. E un bagno a mezzanotte non si rifiuta mai. Nemmeno ad Ottobre.
Così Milo avanza. Un passo dopo l'altro, l'acqua che gli abbraccia le cosce, il pube, i fianchi ed il busto.
Coraggio, si dice. Prendendo fiato. Ed immergendosi.
«A Camus non interssava più vivere.»
La voce di Athena è carta affilata che gli strazia il cuore.
«Lui era già andato oltre, quando sono arrivata all'Undicesima Casa. Non era più lì, capisci?»
Milo annuisce, ma no, non capisce. La sua testa va su e giù, ma non è sicuro di quello che Athena gli sta dicendo.
«Camus era un maestro. E un maestro può dirsi soddisfatto quando il suo allievo si spinge un passo oltre. Prosegue. Cammina sulle proprie gambe. I maestri tracciano la via. Gli allievi la seguono. Arrivando lì dove i loro maestri non hanno saputo giungere. Colmando i loro vuoti. Capisci?»
Ma no, Milo non lo capisce. Non lo capisce perché lui non è stato un maestro, certo; ma lo Scorpione sente che la soluzione ai suoi crucci non è solo questo.
«E?», le chiede. Incalzandola. Non sono più Athena e un suo Santo, adesso. Sono un ragazzo ed una ragazzina che conversano davanti ad una lapide, alla luce delle stelle.
«Camus era felice. Soddisfatto. Appagato. Si è avvicinato al confine della vita con l'animo sereno.» Silenzio. Il vento gioca con i lunghissimi capelli di Saori – di Athena – e le increspa la pelle di velluto. «Non me la sono sentita di richiamarlo indietro, Milo. Non odiare Hyoga, non odiare Camus. Se devi odiare qualcuno, odia me.»
L'acqua è freddissima.
Le sue gambe si muovono in automatico, spingendo via la massa liquida, creandosi un varco, incuneandosi nel mare. Con bracciate via via più forti. Più rabbiose. Più disperate. Milo avanza verso l'orizzonte, dritto davanti a sé. Non pensa più ad Athena, ai vestiti abbandonati, alle scarpe lasciate sulla rena, a suo zio che lo starà aspettando mentre rigoverna la cucina, ad Antares che brilla rossa, ad Athena che starà riposando nelle sue stanze al Tredicesimo Tempio.
Odiare lei. Non si può. Non ce la fa. Perché la verità, quella che lo Scorpione non è riuscito a rivelare davanti ad Athena è che lei, in questa storia maledetta, non c'entra. Non c'entra così come non c'entrava Vasilikê allora. La questione non riguarda nessuno oltre lui e Camus. Nemmeno Hyoga. Ma Milo. E Camus. Che se n'è andato via. Che l'ha lasciato solo. Che ha rotto una promessa.
Io ti seguirò un cazzo!, pensa lo Scorpione, mentre nuota e piange e batte le gambe e quasi grida il suo dolore, la sua rabbia, la sua impotenza. Bracciata dopo bracciata. Metro dopo metro. Fino a non sentire più le spalle. Fino a non avere più fiato in corpo. Fino a lasciarsi andare. A farsi inghiottire da tutto quel dolore. A lasciar morire la sua amicizia nel ventre scuro del mare di Ottobre.
Il cielo si è annuvolato.
Le barche dei pescatori non usciranno nemmeno oggi.
Il mare è una distesa d'acciaio liquido che va e viene, che viene e che va lasciando sulla riva conchiglie, piccoli granchi, relitti, pezzi di legno. A volte l'uomo, nella sua infinita follia, lascia cadere qualcosa in acqua, convinto che il mare lo farà sparire. Che ci penserà lui. Ma l'acqua, no, non nasconde. L'acqua ricorda. Rammenta. Rivive. Con dolorosa precisione, come quella profonda e sotterranea che guida lo Scorpione. Che lo ributta a riva, delle alghe incollate ai capelli e la rena sotto le unghie. Stanco. Mezzo morto. Svuotato. Come una bottiglia scolata fino in fondo. Come chi ha perso qualcosa, in mare – un braccio, una gamba, un dito – e che deve imparare a farne a meno. Riaprire gli occhi alla luce che li ferisce impietosa, ed andare avanti. Passo dopo passo. Metro dopo metro. Bracciata dopo bracciata. Nascondendo le lacrime tra le gocce della pioggia.
