#3 Athena. Saori. O tutt'e due
Lama VI – L'Innamorato
Personaggi: Pisces Aphrodite

Quando lei gli porge la mano, lui non le chiede perché. Si limita ad osservare quelle cinque dita. Dita sottili. Da pianista. Con le unghie di un delicato rosa pesca e la lunetta appena accennata. Lei non parla. Athena. Saori. O tutt'e due. Lo guarda, come a dire: «Adesso sta a te, Aphrodite». E lui capisce. Che lei gli sta dando una possibilità. Un nuovo inizio. Una nuova vita. Una pagina bianca su cui scrivere un'altra storia. Una storia diversa, per un uomo diverso.
«Perché?», le chiedono i suoi occhi. Occhi chiari, di mare al mattino, quando il vento soffia e la nebbia arriva dal porto. Occhi in cui lei si specchia, occhi incastonati in due file di ciglia nerissime come acquemarine in una corona di spine. Non è forse questo il nobile Aphrodite dei Pesci, la rosa più bella del giardino di Athena? E ogni rosa che si rispetti non protegge il proprio fiore con spine acuminate?

Sì.

Ma adesso che questa ragazzina gli sta porgendo la mano, è Aphrodite a sentirsi un bruco davanti al gambo della rosa. Quella mano candida è irta di spine. Non si vedono, ma questo non le rende inesistenti. E lui sa che più sono piccole e più ti si conficcano bene sottopelle. Ed estrarle è difficilissimo.
Ma la mano è sempre lì, dritta davanti a lui. Bianca. Delicata. Calda. Invitante. Pericolosa, come una tagliola che brilla nel buio, come il sorriso di Giuda.
Lui non sa cosa faranno gli altri. La sua anima è sola, adesso; sola davanti a lei, Lei. Una ragazza, certo. Una ragazzina. Eppure… eppure è capace di congelargli le viscere con la sua sola presenza. Con il suo solo sguardo. Azzurro, come il cozzare dell'acciaio e il riverbero del sole sulle corazze.

«Perché?! Di' qualcosa, in nome del Cielo!»

Aphrodite vorrebbe gridare. Vorrebbe che la sua voce rimbalzasse per il soffitto dell'Ade. Per sentirsi meno fragile, meno vulnerabile davanti a lei. E provare ad atterrirla. Con un tono di voce aggressivo. Mostrando i denti, come fanno i lupi con le prede. Ma Aphrodite non ha più una voce, perché Aphrodite non ha più un corpo. E se anche le sue corde vocali potessero vibrare un'ultima volta, è certo che la sua voce sarebbe incrinata. Dalla paura. Il belato dell'agnello che prega il lupo di non mangiarlo. E si è mai sentito di un lupo che s'impietosisce davanti al collo caldo e soffice di una preda?

No.

Athena non si fermerà. Athena ha deciso. Athena lo rivuole al suo fianco. Athena. Saori. O tutt'e due. E allora perché glielo sta chiedendo?
Perché qualsiasi altra divinità lo avrebbe strappato da quel sacello senza tanti complimenti, e lei - e loro -invece no?
«Perché?», riesce a dire – a chiedere – con uno sforzo sovrumano. Il suo Cosmo risponde a quello della dea. Brilla, una fiammella dorata in quel buio; ben misera cosa rispetto allo sfolgorante scintillio del cosmo di Athena. Saori. O tutt'e due
Athena - Saori? - sorride.
«Perché voglio darti una nuova possibilità, Aphrodite.»
«Perché!», e stavolta il cosmo dorato brilla più disperato. «Perché io? Perché proprio me? Perché non Saga, perché non Aiolos, perché non Shura?»
«Perché adesso sto parlando con te.»
Le labbra della ragazza non si sono mosse, le labbra della ragazza sono sempre arcuate in un sorriso. Calmo. Atarassico. Accattivante. E Aphrodite trema.
«Se mi vuoi, Athena… se mi vuoi, ordinamelo
La sta sfidando. Non è mai stato un tipo facile, Aphrodite dei Pesci. Uno che cala la testa. Uno che obbedisce supino.
La ragazza scuote la testa. «No, Aphrodite.» Il suo cosmo è vasto e potente e smarginato. Caldo. Come l'abbraccio di una madre o una coperta sulle spalle. Come il fuoco nel camino o la fisksoppa nella zuppiera. «Voglio che tu mi segua per scelta, non per obbligo. Voglio che tu accetti la mia visione delle cose. Voglio che tu creda in me.»

Credere.

Certo. Ovvio. Con gli dei è sempre questa, la questione. Il motivo che li spinge a rivolgersi ai mortali. Vampiri, questo sono gli dei. Vampiri che si nutrono della fede degli umani, ma non concedono loro che un briciolo del loro potere. Della loro forza.
«Io sono un soldato, Athena. Cosa ne ricaverò, seguendoti? Cosa avrò in cambio, credendo in te?»
«Una nuova vita», risponde Athena, e nella maggioranza dei casi questo già basterebbe. Una nuova vita. Un'elettrizzante prospettiva. Una possibilità inaspettata e, proprio per questo, preziosissima. Ché quando sei morto – ed Aphrodite lo è da un pezzo, ormai – daresti qualsiasi cosa per altri cinque minuti di vita. Per vedere ancora una volta il sole. Il vento sull'erba. Un gatto che ronfa. La luce dei lampioni che si riflette sull'asfalto bagnato. Il mare che batte e leva contro gli scogli.
Ma per Aphrodite, no; per Aphrodite questo non basta. Perché Aphrodite è un soldato, e se togli la guerra ad un soldato, gli togli la vita. Perché Aphrodite è un'esteta, e se togli ad un esteta la bellezza – e la battaglia non è forse l'apoteosi della bellezza? – togli tutto. E Athena, questo, lo sa. Lo sa benissimo. Ecco perché aggiunge: «Una vita da soldato. Nuove battaglie. Nuovi scontri. Nuova bellezza.».
Un sorriso amaro incurva le belle labbra di Aphrodite. Scuote la testa e abbassa gli occhi. «I miei compagni… i miei compagni lo sanno?»
«Sto parlando con te, adesso, Yngve.»
«Perché sono l'unico a cogliere una rosa malata fra mille…»
Il sorriso di Athena si fa più comprensivo. Più caldo. Più complice.
«Lo sapevo. C'era la fregatura…», mormora Aphrodite, prima di rilasciare indietro la testa e liberare una risata di pancia, di cuore, di anima ed afferrare quelle cinque dita. Sono fredde. Ti ho fatto perdere tempo, Athena?
Lo sguardo azzurro non risponde.
«Farà male? Tornare indietro, dico…»
«È stato doloroso morire?»
Tu che dici?, dardeggiano gli occhi di mare al mattino di Aphrodite.
«Andiamo, Yngve. Torniamo a casa», gli dice Athena – gli dice Saori – prima che tutto diventi bianco e che lui torni indietro. Ancora una volta. Per servire lei. Athena. Saori. O tutt'e due