#4 – Polsi di pietra e cuore alato
Lama I – Il Bagatto
Personaggi: Aries Mu
Lo chiamano Il Mago e puoi trovarlo nella sua torre in cima ad un cucuzzolo solitario che domina la vallata. È un artigiano che ripara armature, così si definisce lui stesso, ma in realtà nessuno sa cosa realmente faccia, lassù. Da solo. Con il vento e un piccolo apprendista dai capelli rossi a gironzolare per casa come unica compagnia.
Gli abitanti del villaggio evitano con attenzione di ficcare il naso nei suoi affari. Di calpestare la sua stessa ombra. Non ne hanno paura, no. Il Mago è gentile. Premuroso. Riflessivo. Non vogliono disturbarlo, dicono, ché i lavori di artigianato sono affari da portare avanti con calma, solitudine e concentrazione. Per questo gli recapitano un cesto di provviste ogni settimana, cosicché lui non scenda al villaggio – sì, ok. Un po' lo temono, ma lo temereste anche voi se sapeste cosa è davvero in grado di fare il Mago.
Lo lasciano all'inizio del ponte, ché non vogliono rischiare di cadere nel baratro sotto il peso delle ceste e restare infilzati nei pilastri di roccia sbozzata che si allungano verso il cielo come i chiodi del letto di un fachiro. Chiodi grandi. Enormi. Sbeccati. Arrugginiti. E che devono fare un male cane quando ti trapassano le carni senza chiedere permesso. Perché dovrebbero, poi? Sei tu che sei caduto su di loro, non il contrario. Ma non si muore subito, no. Anzi. Si crepa dopo un'agonia atroce. Dopo che hai riempito l'aria dei tuoi lamenti, delle tue bestemmie e delle tue lacrime.
Dopo che nessuno – mosso a pietà dal tuo dolore o estenuato dalle tue grida non importa – è apparso per aiutarti. Ficcandoti in testa una pallottola, o trapassandoti il cuore con una freccia, una lancia, qualcosa.
Lo sanno bene i poveri diavoli che hanno avuto la sfortuna di cadervi sopra, i cui cadaveri sono tuttora appesi, come macabri stendardi. È successo tanto, tanto tempo fa, quando quelle erano terre libere e fiere; eppure al villaggio, quando i bambini non vogliono andare a dormire, gli anziani raccontano ancora le storie su quei poveri disgraziati. Di quanto sia durato il loro tormento. La loro agonia. Di come il vento abbia raccolto le loro voci e le abbia portate in giro per quelle gole desolate e strette, gonfiandole, prolungandole, ghiacciandole. E facendo rizzare i capelli in testa agli sventurati che le sentivano rimbalzare di roccia in roccia nella notte senza stelle. Quando il Jamir fa ancora più paura.
Mu è solo un bambino raffreddato che si aggrappa alle sottane di sua madre per non cadere. E che la segue, ciabattandole dietro passo passo come un cagnolino premuroso. Non si può lasciare sola la mamma. Poi chi le tiene compagnia mentre il papà è in viaggio? E stamattina, mentre Mu mangiava il suo riso – ed un chicco dispettoso si ancorava alla sua guancia destra – è apparso un uomo alla porta di casa sua. Il Mago, come lo chiamano tutti al villaggio. Oppure Sion, come bisbiglia qualcuno di più coraggioso, per il puro gusto di scandalizzare le orecchie del prossimo e solo quando è certo che lui o un anziano non sia nei paraggi. Il Mago. Il Santo di Athena. Sion dell'Ariete. Che quella mattina si è presentato all'uscio di casa sua con un mantello bianco che gli danzava sulle spalle ed un elmo rosso lacca. E una maschera– blu cobalto – a coprirgli il viso. Ha parlato con sua madre, perché suo padre è in viaggio. Suo padre è un guaritore ed è andato a visitare gli ammalati nei villaggi vicini, dall'altra parte delle montagne. Ha parlato a lungo, il Mago. Poi sua madre ha annuito e si è alzata, portandoselo dietro. Gli ha detto che il destino gli ha concesso un grandissimo onore. Andare dal Mago. Diventare il suo apprendista. Oh, Mu deve accettare con cuore grato quella benedizione. Ma lui non capisce perché sua madre pianga mentre apre i cassetti e riempie una sacca da viaggio con le sue cose. Calze pesanti. Abiti estivi. Un amuleto. Un pettine d'osso. Una sciarpa rossa.
C'è una gigantesca nuvola scura che galleggia nella mente di sua madre. Mu non riesce a leggerle nel cuore. Ha troppa paura. C'è troppa confusione. Troppi sentimenti contrastanti. Troppo dolore. E a lui viene istintivo incupirsi. Stringersi a lei. Ma quando le abbraccia la gamba sotto la stoffa cucita a mano, la nuvola peggiora. Si ingrossa. Si riempie di lampi di luce. Come quella volta in cui si sono chiusi tutti in cantina ed hanno atteso che il cielo cambiasse colore. E tornasse azzurro, da nero che era diventato.
Le corazze sono in pessime condizioni. Una cosa morta. Inerte. Non le sente respirare. Kiki lo guarda da sotto in su, per capire se le sue impressioni sono giuste. Mu scuote la testa.
«Non posso fare nulla. Mi dispiace», ed è sincero, e Kiki lo sa, ma a volte la sincerità non basta. Non ripara i cuori. Anzi. È un affondare di lama in una ferita aperta e sanguinante.
«Non è possibile!»
Il ragazzo lo guarda con un'espressione disperata. Ha fatto tanta strada. Con due scrigni sulle spalle. Ha affrontato le montagne. Gli spettri. Se stesso. La fame e la sete. Mu lo sa perché gli è andato incontro. In silenzio. Senza che se ne accorgesse. Ha camminato con lui sui sentieri sdrucciolevoli del Jamir, tre passi alle sue spalle. Perché non si smarrisse. Per cortesia, nei confronti del Venerabile Libra. Eppure, non è bastato.
«Queste armature sono morte», gli spiega, voltando le spalle alle corazze e al suo ospite. Ha un lavoro da finire, Mu. Delle vestigia da riparare. Piccole scalfitture. Un colpo di scalpello, una spolverata di oricalco e via. Bagattelle in confronto a quello che gli sta chiedendo il giovane Drago. Lo chiameranno anche Il Mago, ma quello che sta dovrebbe compiere per il Drago è un miracolo, altroché!
«Morte?!»
È disperazione quella che sente galleggiare nella sua voce?
«Anche le armature hanno un'anima. Una vita. Non è possibile resuscitarle, quando sono passate oltre il velo. Capisci?», gli dice, ma il giovane Drago ha tutta l'aria di chi no, non ha capito, non vuole capire e si ostina a non provarci nemmeno.
«A me servono queste armature!», protesta. Come chiunque altro si affaccia da lui e pretende di risolvere le cose con uno schiocco di dita. «È una questione di vita o di morte!»
È sempre una questione di vita o di morte, ragazzino, pensa Mu, prima di voltarsi. E di leggere la verità negli occhi del Drago.
«Ho promesso ad un amico che gli avrei riportato l'armatura intatta.»
«Mi dispiace, ma non dovresti promettere cose che non sei in grado di mantenere…»
«Hai ragione. Ma io devo la vita a questo amico. E abbiamo un bisogno disperato delle nostre corazze. Dobbiamo combattere i cavalieri neri e…»
Mu alza la mano. Un gesto secco, che stride con la gentilezza del suo animo.
«Cosa sei disposto a fare, perché io salvi la tua armatura?», gli chiede. Fissando i suoi occhi verde smeraldo.
Il ragazzo serra pugni e mascella.
«È una questione di prezzo?»
«In un certo senso», ribatte Mu.
«Maestro…», prova ad intromettersi Kiki, ma basta che Mu abbassi lo sguardo sul suo allievo per farlo tacere.
«Ok. Cosa vuoi?»
«Quello che mi chiedi è un miracolo, ragazzo. Io, al massimo, faccio incantesimi. E gli incantesimi hanno un costo elevato. Per gli ingredienti che si utilizzano.»
«Devo raccogliere un'erba che cresce su uno strapiombo inaccessibile o roba simile?»
Mu sorride. Questo ragazzo lo diverte. E vuole vedere fino a dove è disposto a spingersi per salvare le due corazze.
«Niente di così teatrale», gli dice. Abbozzando un sorriso.
«E allora cosa vuoi?»
«La tua vita, ragazzo.»
La mano di Sion è enorme. Rugosa. Dura. Per un momento Mu è tentato di tirarla via. Di aggrapparsi alla gonna colorata di sua madre con tutta la forza e la testardaggine dei suoi quattro anni. Ma poi il vecchio fa qualcosa. Gli parla. Direttamente nel cervello. Con una voce fresca. Una voce giovane. Calda di luce dorata, quando il sole scende a colorare le rocce di ocra e oro. Gli dice: Vieni, Mu. E basta. E Mu è come attratto da quella voce. Da quella luce. Da quella magia. Com'è possibile che un uomo tanto vecchio – non ha visto, forse, le sue mani? Non ha sentito, forse, la sua voce mentre parlava con sua madre? – abbia un timbro così fresco? Adulto, certo. Ma più giovane di quello di suo padre. Lo stesso di Tokusa, che suo padre chiama ancora ragazzo, ma che il mese prossimo sposerà una coetanea di un villaggio vicino. Ora, come può il Venerabile Shion, che profuma di antico più della nonnina, avere una voce leggera come quella di Tokusa?
Tokusa… Conoscevo anche io un ragazzo di nome Tokusa…
Davvero?
Sion gli sta leggendo nella mente. Stanno parlando col pensiero. E a Mu non dispiace. Non si sente né fragile, né intimorito. Si sente capito. Compreso. Non c'è bisogna di dare fiato alle parole che pensa. La nonnina dice che è perché è pigro, perché no, non si parla con la mente. Non si fa. Non è educato. E noi non vogliamo essere scortesi, vero?
Mu percepisce Sion sorridere da sotto il cobalto della maschera.
Sì, Mu. Conoscevo un ragazzo di nome Tokusa, ma è stato tanto, tanto tempo fa…
E che tipo era?
Un tipetto… particolare.
Davvero?
Davvero!
E che faceva di tanto particolare?
Te lo racconterò, Mu. Quando sarai più grande. Prima, però, abbiamo altre cose di cui occuparci.
E Mu non si è accorto che si sono lasciati il Jamir, la mamma e la casa con le finestre tonde alle spalle e che la luce, adesso, è diversa. L'aria è diversa. Il cielo e la terra sono diversi. Hanno colori sgargianti. Sfacciati. Pieni di vita.
Questo è il Santuario di Athena, Mu. Qui è dove diventerai il mio discepolo.
Mi insegnerai ad essere un mago?
Il Sommo Sion ride, un rumore secco e rauco che gli sale dal cuore.
Sì, Mu. Diventerai un mago, in un certo senso…
Davvero?
Certo che sì. Ma prima devi imparare ad avere i polsi di pietra ed il cuore alato.
E come si fa?
Non preoccuparti. Te lo insegnerò io.
E Mu segue il vecchio Sion. Passo dopo Passo. Ascoltando le sue parole con le orecchie ben aperte e l'anima spalancata.
Ogni tanto qualcuno si avventura lungo quel ponte periglioso e affilato come una spada. I colleghi di Mu. I suoi pari. Altri maghi come lui. Gente che sa fendere in due le rocce. Spaccare il cielo. Rivoltare la terra. Stralunare la luna. Persino loro si recano dal sommo Mu solo quando è strettamente necessario. Quando non possono farne a meno. Nessuno sa cosa succeda quando gli stranieri, con i loro scrigni sulle spalle, varcano la soglia dell'abitazione del Sommo Mu. Il cielo resta azzurro e limpido, ma qualcosa increspa lo spirito di quel luogo. Qualcosa di poco piacevole, come morire e rinascere nello stesso tempo.
Il sangue è ovunque. Cola su Pegaso. Cola sul Drago. Caldo. Rosso. Viscoso. Vivo.
«Quanto sangue…», geme Kiki, pulendo i polsi del Drago con una pezzuola d'acqua fredda. Shiryu è bianco come un lenzuolo. Meglio che dorma, adesso. Meglio che non veda cosa sta per fare alla sua armatura.
Mu si siede sui talloni, davanti a quelle corazze, in cerca di concentrazione. È una pazzia, si dice, mentre sente l'energia fremere sotto la pelle dei polpastrelli. Eppure sa che è una pazzia che deve fare. Che ogni tanto, solo ogni tanto, è bello seguire il cuore. Volare sulle sue ali. Non è questo quello che Mu fa ogni qualvolta prende in mano il suo scalpello? Non lascia che il suo cuore entri in risonanza con l'armatura e che la mano cali lì dove ce n'è bisogno, dove la corazza gli chiede di colpire?
Oh, sì che lo fa. E le sente quasi cantare, queste corazze, sull'aria che lui suona colpendole, sfiorandole, smerigliandole, lucidandole. E lui s'accoda a loro, seguendo la melodia coi battiti del suo cuore. La sessione ritmica, direbbe qualcuno che di musica ne capisce, ce la mette lui. Il resto, è tutta magia. Pura e semplice polvere di stelle che brilla alla luce dell'infinito. E c'è voluto un ragazzino che ancora puzza di latte perché Mu ricordasse che le melodie più belle –così come gli incantesimi – sono quelle nuove. Quelle che non si conoscono ancora. Che si dipanano sotto le nostre dita, piano piano, nota dopo nota. Strada facendo. Che non leggiamo sullo spartito, ma che eseguiamo attraverso la bacchetta del direttore d'orchestra. O tramite il bastone del mago. O sotto un colpo di scalpello.
«Oricalco e polvere di stelle. Subito», dice. Come un chirurgo che chiede i ferri in sala operatoria. O uno stregone che segue per filo e per segno l'incantesimo trascritto sul suo grimorio. Mu si concede un sorriso. Poi inspira. Espira. E prende il mano i suoi attrezzi. Ed è adesso, che comincia la magia.
