#8 – L'eternità, in un battito di ciglia
Lama VIII – La Giustizia
Personaggi: Capricornus Shura

«Portami via.»
Lei ti ha guardato con quei suoi occhi impossibili, il chitone come una nuvola di cotone bianchissimo su cui spiccavano i suoi lunghi capelli di seta, sciolti oltre le spalle.
«Portami via», ti ha detto – ti ha sussurrato – apparendo ai piedi del tuo letto questa mattina, mentre il cielo si faceva azzurro ed il sole saliva oltre l'orizzonte ad accarezzare il mondo coi suoi raggi dorati; e hai sentito le stelle ruggire dentro di te. Certo che l'avresti portata via. L'avresti portata lontano, fin dove lei avesse voluto. Anche in capo al mondo, o sulla luna. Non aveva che da chiedertelo.
«Dove?», infatti le hai domandato. Con quella tua voce un po' bassa, di chi è abituato a parlare poco e ad ascoltare molto.
«Non importa», ti ha detto lei, avvicinandosi al tuo capezzale e sedendosi sulle lenzuola accanto a te. Mirto selvatico e alloro e limone. Macchia mediterranea ed edera. «Voglio cambiare aria per una manciata di ore. Fino a stasera. Vuoi farmi compagnia, Shura?»
Non te la sei sentita di dirle di no, non mentre lei ti guardava con quell'espressione così fragile ed innocente e fiduciosa. E poi, cambiare aria poteva essere una buona idea anche per te. E lasciare i tuoi demoni in fondo all'armadio, per una giornata soltanto, non ti è sembrata una richiesta eccessiva.

Così hai annuito. Lei si è voltata e tu ti sei alzato. Hai indossato una camicia pulita ed un paio di pantaloni neri e ti sei fatto più vicino. L'hai presa in braccio, con un gesto fluido e delicato, come se fosse fatta di piume di cristallo. E specchiandoti nei suoi occhi del colore dell'acciaio, le hai detto – le hai sussurrato: «Si tenga stretta a me, Mia Signora…», prima di compiere il primo di una lunga serie di passi.

Dodici ore dopo, lei sta ancora giocando con l'acqua che le lambisce pigra le caviglie, mentre il sole al tramonto le bacia ancora la pelle e le incendia il vestito. Si tiene la gonna raccolta all'altezza delle ginocchia, per infilarci delle conchiglie da portare indietro, al Santuario.
«Come ricordo di questa bella giornata», ti ha detto, lasciandoti a riposare sulla battigia. E tu vorresti che il tempo si fermasse in quest'istante eterno. E ti viene voglia di restare fuori, per cena. In uno di quei ristorantini affacciati sull'acqua. Solo tu e lei. Ne hai visto un paio, lungo la strada. Costruzioni su palafitte, che non sono né sull'acqua, né sulla terra, ma su tutte e due assieme. Un po' come sei tu, in fondo. E ti chiedi, in un angolo della tua mente, se a lei andrebbe di farti compagnia per un'altra manciata di ore.

Si volta verso di te, come se avesse sentito il tuo pensiero. Ti sorride. Comprensiva. Materna, quasi, nonostante l'aspetto fragile. Da bambina. E se ne resta a pochi passi da te, sul bagnasciuga, la marea che torna e leva. Ed è a quel sorriso, a quell'attimo di eternità, che tu cedi e la maschera di serietà che ti contraddistingue si spezza. Esplode. Come una granata nel cuore.

«Io non so cosa fare, mia Signora…»
Le confessioni sono fatte così. Ti scappano dalle labbra senza che nemmeno tu te ne accorga. E prima che l'eco delle tue parole si disperda nell'aria che sa di sale, tu realizzi l'enormità di quello che hai appena detto. Che hai appena ammesso.
Lei ti osserva, con l'espressione di chi sa che qualcosa bolliva in pentola ma che, allo stesso tempo, attende che sia il coperchio a sollevarsi da sé e a far uscire fuori la schiuma. Quanto basta per infilarvi il mestolo e vedere quanto dell'arrosto sia rimasto attaccato sul fondo.
«Raccontami tutto», ti dice. Lasciando la gonna all'abbraccio dell'acqua e le conchiglie cadere a pioggia nel mare; e porgendoti una mano che, stavolta, non puoi permetterti di rifiutare. Lei non te lo concede.
E tu ti alzi, la rena che cade distratta dai pantaloni neri. Abbandoni scarpe e calze, ti arrotoli l'orlo dei calzoni e la raggiungi. E le tieni la mano, mentre il sole si inabissa oltre l'orizzonte. Ma non subito, no. Prima, si concede il lusso di osservarvi per benino, un cavaliere in nero e una damigella in bianco ritti come due statuine tra sabbia e mare.
Lei tace. La brezza spira dal mare, accarezzandoti la fronte ed i capelli, scivolando sulla tua camicia nera, soffiandoti nel cuore una nuova speranza.
Un sospiro, un alito di fiato che sa di sale e lacrime e dolore, e poi parli. Vuoti il sacco. Metti a nudo il tuo cuore – la tua anima – con Athena ed i gabbiani spettatori silenziosi del tuo monologo. Della tua confessione.

Certi pensieri – certe fissazioni, direbbe Jorge – sono come quelle canzonette estive che ti entrano in testa grazie ad un giro di basso azzeccato e ti restano dentro. Ti piantano le radici. E ti ritrovi a canticchiarle, improvvisando dei dun-dan-dan senza quasi accorgertene. Ti fanno compagnia. Per anni e anni e anni. Saltando fuori dai recessi dell'anima quando uno meno se l'aspetta. Oppure, no; oppure la verità è che saltano fuori quando abbassiamo la guardia, come fanno i mostri che si nascondono nel buio, in attesa del nostro passaggio. Perché la lingua batte dove il dente duole. Perché la mente è come una sirena capricciosa che si diverte a far girare i mulinelli dei pescatori per far credere loro che il pesce sta scappando via con la preda.
Allora il pescatore afferra la manovella e la ruota. In direzione contraria, sperando di non spezzare il braccio di supporto. È una questione di volontà, la pesca. Volontà e caparbietà. O testardaggine. A volte vince il pescatore, e porterà in tavola una bella orata oppure due lucci o un persico o una gustosa trota salmonata. Ma a volte vince anche il pesce. Che spezza la lenza e se ne va, sano e salvo, con un grosso verme nella pancia, lasciando a bocca asciutta il pescatore.
Ma altre volte, la battaglia tra pesce e pescatore dura a lungo. Molto a lungo. Così a lungo che l'altro non chiude la partita per non far dispetto all'avversario. Che oramai è quasi come un vecchio amico. Ci si conosce. Ci si saluta. E si comincia a giocare. Perché non è vero che un bel gioco dura poco. Anzi. Certi giochi sono così belli che a volte non ce la si fa proprio, a concluderli. Per abitudine, certo; ché quando entri in un pensiero circolare è come cadere in un gorgo schiumoso e rabbioso – o tra le braccia della sirena – dal quale non esci se non ti aggrappi a qualcosa. O al braccio di qualcuno che si sporge, dalla riva, e ti tende la mano perché tu l'afferri. E ti porti in salvo.
A volte, però, tu non vuoi essere tratto in salvo. Non la vuoi afferrare, quella mano che si sporge verso di te, col rischio che anche il tuo salvatore cada in acqua e ti faccia compagnia annaspando. Perché? Oh, per tutta una serie di ragioni. Perché credi di non meritarti la salvezza. Perché credi di essertela andata a cercare, quella situazione disperata, quell'impiccio, quel guaio. Avresti potuto prestare più attenzione ai tuoi passi e guardare il terreno prima di mettervi il piede sopra, invece di inseguire stelle cadenti o chissà quale castello in aria. Tutte sciocchezze, ché le disavventure capitano e capitano a tutti, in maniera democratica e, soprattutto, imprevista. Eppure ti dici che no, tu quella mano non la stringerai né l'afferrerai. Perché non te lo meriti. Perché uno stupido come te deve starsene nel gorgo ad affogare.

«Io non ti ho resuscitato perché tu soffrissi.»
Athena fissa le nuvole all'orizzonte, sbuffi di panna montata colo oro sopra un cielo tra il rosa ed il viola. Venere sta brillando sopra le vostre teste, ma tu non le badi. Fissi l'acqua ai tuoi piedi, la spuma bianca che sale a giocherellare con le tue caviglie e che ti fa il solletico quando si ritrae e trascina via della rena da sotto le dita dei piedi.
«Perché continui a punirti, Aigokeros
Il tono è quello di una madre delusa. Lo stesso che ha usato da Lupe quando ha scoperto cosa facevi tutto quel tempo chiuso in bagno. Nel bagno della sagrestia, per altro! Athena non ti dice – non ti promette – che diventerai cieco, se continui per quella strada. Athena ti dice – ti assicura – che lo sei già. Che non riesci a vedere. Cosa?, ti chiedi, ma lei – che sente i tuoi pensieri, che sa quale maelstrom attraversi la tua anima da quando Aiolos ti ha detto quel semplice «Non fa niente!» assieme al migliore dei suoi sorrisi, che ti conosce forse meglio di quanto tu possa solo sperare di conoscere te stesso – lei tace. E fissa l'orizzonte, come se vedesse qualcosa oltre quelle nuvole impalpabili.
«Perché devi essere sempre così severo con te stesso? Perché dovete essere così testardi?»
Dovete?, ti chiedi, e vinci l'impulso di girarti per controllare che vi sia qualcun altro, oltre a voi due.
Athena rilascia un sospiro e abbassa le ciglia. Raccoglie una conchiglia, un piccolo torciglione bianco dai riflessi di madreperla e se la porta all'orecchio.
«Tu sei fatto così», ti dice, avvicinandoti la conchiglia. Tu apri la mano e lei ve la lascia cadere. «Circonvoluto. Chiuso in te stesso. Riflessivo. Severo.»
E questo è un male?, le chiedono i tuoi occhi, incontrando il suo sguardo d'acciaio.
«No, non lo è. Non lo è fino a quando non diventa autocompiacimento.» Il vento le gonfia la gonna, che si allarga alle sue spalle come lo strascico di una sposa. «Crono sa essere un padre molto severo, Shura. Non lasciarti indurire il cuore.»
Scuoti la testa.
«Mia Signora… voi mi avete fatto dono di Excalibur», dici, osservandoti la mano destra. «Come posso non essere rigido quando nel mio stesso braccio riposa la vostra spada?!»
«Quella spada serve ad amministrare la giustizia, Ruy», e ti senti vibrare l'anima quando lei pronuncia il tuo nome, quello vero. «La giustizia non può essere cieca. La giustizia deve essere equa. Capisci?»
Equa. Ma tu ti chiedi come si faccia, come si possa essere equi, quando si è dalla parte dell'errore. E glielo dici. Glielo chiedi. Ti confidi con lei. Le palesi i tuoi dubbi, le tue perplessità. A cuore aperto. Mentre la marea monta e il cielo si tinge di indaco, blu, nero.
E le stelle vi guardano, curiose.
E il mondo stesso sembra trattenere il fiato, assieme a te mentre attendete la risposta di Athena.
«Come posso essere equo se io stesso sono in errore?!»

Puoi andartene lontano, i tuoi demoni te li porti dentro. Fanno parte di te, come i capelli, il sangue, la pelle e le ossa. Spuntano fuori dalle ombre, cogliendoti di sorpresa. Perché i demoni fanno paura, tanta, troppa, anche se sono i nostri, anche se siamo noi che li abbiamo generati. E allora, scegliamo di non guardare. Di non vedere i mostri. Perché dovremmo? Se volgiamo lo sguardo altrove – su qualcosa di più bello, ad esempio – forse i mostri se ne andranno. Si dissolveranno, come la nebbia quando incontra un raggio di sole.
Peccato che non funzioni così.
Peccato che i mostri non battano mai in ritirata, ma che ci concedano una tregua. Un attimo di requie, di respiro, prima di tornare alla carica, più forti di prima. I mostri, i demoni, i fantasmi del passato fanno parte di noi. Siamo noi. Che questo ci piaccia oppure no. Noi fingiamo di non avere nulla a che fare con loro. Siamo bravissimi, in questo. Dei maestri. Ma la verità sa essere paziente, come e più dei ragni. Perché prima o poi, avremo finito i nascondigli in cui rifugiarci, saremo stanchi di correre, e non potremo fare altro che fermarci. E guardare l'abisso faccia a faccia. Il demone che ci portiamo nel cuore. E che, drammaticamente, è la nostra ombra riflessa sul volto d'argento della luna. O sulla lama affilata di una spada.
C'è stato un momento in cui avresti dato qualsiasi cosa per poter parlare con Aiolos. Per poterti chiarire con lui. Per dirgli che ti dispiaceva, oh se ti dispiaceva!, di aver levato Excalibur contro un amico. Un amico innocente, per di più.
Ma quando Aiolos ti ha detto che non nutriva alcun rancore nei tuoi confronti, che capiva la tua posizione, che per lui c'era nessun problema, che era acqua passata e che bisognava guardare avanti e non lasciarsi piombare i piedi dagli errori del passato, qualcosa dentro di te ha iniziato a girare a vuoto, con lo stesso suono del meccanismo di riavvolgimento della pellicola fotografica quando il rullino ha esaurito tutte le pose. Perché tu non te l'aspettavi quel «Non fa niente!» - a dir la verità, sì te l'aspettavi, ché stiamo pur sempre parlando di Aiolos e tu sai bene quanto sappia essere grande e comprensivo il cuore del Sagittario. Non ti aspettavi che facesse così male. Che il suo perdono ti lasciasse insoddisfatto.
Questo è quello che ti fa male. Che non ti lascia requie. Tu speravi, con tutto te stesso, che quel «Ti perdono» così sospirato potesse ricucire insieme i pezzi della tua anima. Non volevi sentire che quelle parole dall'istante in cui il Drago ti ha mostrato la verità. Ti ha dimostrato che sì, Aiolos era nel giusto. E tu non gli hai creduto.
Ma è davvero il perdono di Aiolos, quello che volevi, Ruy? Sì? E allora perché adesso che l'hai ottenuto – e che anche Aiolia ti ha proposto di metterci una pietra sopra – non sei soddisfatto? Perché senti che manca comunque qualcosa al puzzle della tua anima spezzata, la tessera che chiude il disegno?

«Riconoscere di essere in errore è il primo passo, Ruy», e la sua voce ti arriva come un balsamo alle orecchie. Come l'olio tiepido che Lupe versava su un batuffolo d'ovatta prima di infilartelo nelle orecchie quando l'otite non ti faceva dormire.
«Tu non sei in pena perché in passato hai commesso uno sbaglio verso Aiolos. Lo sbaglio lo hai commesso verso te stesso. È questo il tuo problema, Ruy. Tu non hai tradito la fiducia di Aiolos, quella di Aiolia o la mia. Tu hai tradito te stesso. È questo a non darti pace.»
La sua mano si posa sulla tua camicia. All'altezza del cuore. Senti il suo cosmo inondarti l'anima, piano piano. Con dolcezza. Come la marea. O l'affetto di una madre.
«Devi imparare a perdonare te stesso, Ruy. Nessun altro potrà farlo al posto tuo. E non hai bisogno di altro perdono, se non del tuo. Smetti di soffrire. Smetti di macerarti in questo modo. Ti stai uccidendo, Ruy. Stai soffrendo per delle catene che tu stesso ti sei messo al collo.»
«La giustizia deve essere imparziale…», insisti.
Niente, non molli la presa. Forse Aiolia aveva ragione. Forse ti trovi bene a recitare la parte dell'eroe da tragedia greca consumato dal rimorso. Ti sei cucito addosso quella parte come un costume così aderente da essere diventato una seconda pelle. E adesso non riesci più a cavartelo via. E adesso hai quasi paura a togliertelo, ché le coperte di Linus ci aiutano e ci danno sicurezza, anche quando ci spacchiamo il cuore con le nostre stesse mani.
«La giustizia, Ruy, la giustizia. Tu sei solo un uomo.»
La tua mano sinistra sale ad abbracciare la sua. A stringertela contro il petto, la testa china e lo sguardo perso nell'acqua che oramai si sta facendo fredda. Sai che dovreste uscire. Sai che dovresti portarla fuori dall'acqua, prima che le prenda un raffreddore. Ma non vuoi. I tuoi piedi sembrano radici lunghe e profonde e ramificate, che si insinuano sotto la sabbia, sotto l'acqua, sotto la crosta terrestre. Muoversi è impossibile.
«Niente è impossibile, per un Santo di Athena, Ruy.»
Lei sorride. Lo sai, senza bisogno di alzare la testa. Lo senti. Nel cuore, nell'anima, nel sangue che ti romba nelle vene. Athena sorride, con la stessa pazienza che si dimostra verso un figlio testardo e caparbio e sì, anche un po' cocciuto. Lei sa di starti chiedendo molto. Perdonare se stessi. Una bella montagna da scalare. A mani nude. Senza chiodi, né ganci né compagni di cordata. Senza scorciatoie. Senza astuzie. Com'è che diceva sempre Jorge? Per aspera ad astra. E il Capricorno non guarda forse alle stelle, mentre si allontana dall'acqua del mare?
«Gnothi sautòn, Ruy.»
«Giusto…», le dici, soffiando via quella parola come se fossero una liberazione. E strappandole un sorriso divertito, che le colora le guance di rosso. «Mēdèn ágān. Grazie, mia Signora…»
«Grazie a te della magnifica giornata», ti risponde, mentre la sua pelle s'increspa al passaggio del vento. «Peccato sia finita.»
«E chi l'ha detto che deve finire?»
Lei ti guarda come se ti fosse spuntata una seconda testa.
«Il santuario non scappa. Potremmo mangiare un boccone, prima di tornare indietro.» Assomiglia più ad una richiesta, che ad un invito, ma pazienza. Athena non sembra farci molto caso. Ti sorride, la sua testa va su e giù un paio di volte e dice: «Affare fatto. Ma adesso usciamo. Qui inizia a fare freddo.».

Il cameriere se ne è andato a guardare la partita in televisione lasciandovi un piatto di moscardini con delle patate arrosto. Qualche fetta di limone, la feta fritta in pastella e una melitzano salata che non chiede che di essere spalmata sulle fette di pita ancora calde. Il mare, sotto la balconata di legno bianco, batte e leva contro le palizzate che sostengono il ristorantino affacciato sul mare. Il torciglione bianco vi fa compagnia sulla tovaglia fresca di bucato.
«Posso chiedervi una cosa?», le dici, prima di attaccare la moussakà fumante che hai davanti.
«Prego», ti risponde lei, guardandoti con curiosità.
«Prima… prima avete detto che siamo così testardi. E io mi chiedevo a chi vi steste riferendo.» Il suo sguardo si fa attento. Serio. «Parlavate di noi uomini oppure…»
«Oppure», risponde lei, interrompendoli. «Oppure, Shura. Se c'è una certezza, vita dopo vita, è il ritrovarci sempre tutti insieme. Diversi. Diversissimi. Eppure uguali.»
Annuisci, ma non riesci ad impedirti di domandarle: «Che tipo ero… l'ultima volta?».
«Te stesso», risponde, con una semplicità che ti spiazza. «Tu sei tu, Aigokeros. Puoi sceglierti nomi diversi, di volta in volta. Ma sei, e sempre sarai, tu. Tu, e nessun altro.»
Il cameriere ritorna, lascia due bottiglie di acqua minerale e ciabatta in cucina indaffaratissimo, come se il Panathinakos non potesse segnare senza di lui a vegliare sulla partita. Il vento sembra quasi ridacchiare mentre increspa le onde. O è il mare a ridacchiare per il solletico?
Guardi il riflesso della luna sull'acqua scura, e giocherelli distratto con un pezzo di melanzana.
«Avete freddo, mia Signora?»
«No», risponde lei. «Sto benissimo», aggiunge. E sorride. Ha visto qualcosa in te, Athena. Qualcosa di familiare. Un riflesso, un fantasma, un'ombra di un altro dove e di un altro quando. La tua. Quando ti facevi chiamare El Cid, e Santiago prima ancora, e...
Voci, facce e storie che si affastellano l'una sull'altra, come pagine di un diario. Come fotografie saltate fuori da un cassetto, che profumano di lavanda e talco e di zucchero e vaniglia. O come il suono dell'estate nascosta nella pancia di un piccolo torciglione bianco.
L'eternità, in un battito di ciglia.