#9 – La ragazza col vestito a fiori
Lama VII – Il Carro
Personaggi: Taurus Aldebaran
La ragazza col vestito a fiori lo aspetta alla fine della strada, lì dove la sabbia si confonde col selciato sconnesso dell'asfalto spaccato dal sole di Gennaio. Sorride, un lampo di rossetto scuro sotto una montagna di riccioli bruni, la borsa a tracolla e le scarpette col tacco.
«Sei bellissima», le dice – le ripete – osservando la sua figura sottile nel cono di luce.
Lei ammicca, consapevole di essere uno schianto e degli sguardi degli altri uomini che le scivolano addosso.
«Ovvio. Esco con te, bellezza», gli dice ruotando su se stessa per farsi ammirare. «E poi, questo corpo è un tuo regalo. Il minimo che potessi fare era lasciarmi ammirare, non credi?»
«Sei stanca?», le chiede Adriano, una camicia di lino chiara che spicca sui pantaloni scuri. Torreggia su di lei, così piccola ed esile, con quelle spallucce da uccellino che profumano di cocco e agave. Le porge un braccio, forte e robusto, cui lei si aggrappa con grazia, come se fosse un monile, una decorazione da sfoggiare passeggiando per il corso.
«Non preoccuparti», gli dice, le unghie laccate che spiccano sul bianco delle maniche arrotolate. «Guardavo il mare.»
«Passeggiamo?»
Lei annuisce, e insieme si incamminano lungo la strada male illuminata dai lampioni e rischiarata dalle stelle.
Ha sempre avuto delle belle gambe, Zuleika.
Lisce e snelle, dai polpacci simili a mandorle appena spellate che la stoffa del vestito – una fantasia a fiori su fondo scuro – accarezza ad ogni passo, suggerendoti se, per puro caso, non ti andrebbe di sfiorare quella pelle morbida e serica che vedi di sfuggita, mentre attraversi i viali, la sera, in cerca di qualcosa. Come un gatto randagio che si fa ammirare, steso a prendere il sole, mentre il mondo va avanti senza fretta.
Zuleika lo sa. Ecco perché sorride sempre, le labbra rosse come una melograna matura e sincera. E si avvicina al finestrino abbassato, sporgendosi curiosa. Non ancheggia, lei, ché ancheggiano solo le persone insicure. Quelle che hanno bisogno di mostrare la mercanzia. Lei può concedersi il lusso di brillare sotto al lampione, la borsa che sbatte dolcemente contro il fianco magro. E nel guardarla ti chiedi se, per caso, lei non sia una qualche sacerdotessa di un culto ancestrale, quello del femminile, che con testarda convinzione cerca di far sopravvivere agli angoli delle strade, la sera, mentre il mondo corre frenetico incontro ad un futuro sempre più incerto e sempre meno seducente.
Adriano la spiava, da bambino, da dietro lo stripite sbeccato della camera da letto. Gli piaceva il suo profumo inebriante, i suoi capelli sempre pettinati, la sua pelle morbida. E sentiva che c'era qualcosa di unico in lei, nella sottoveste nera che spuntava sotto alla vestaglietta scura, nella retina rosa – che era vecchia prima ancora che lui nascesse – stretta attorno ai bigodini spaiati. Nello smalto sulle unghie, nell'andirivieni pigro del ventaglio nelle sere calde e umide di Gennaio, nel talco alla violetta che lei custodiva gelosamente sul canterano, accanto allo specchio e alla spazzola d'argento. Quando le chiedeva cos'avessero di così importante, lei sorrideva, gli sfiorava il naso e gli diceva che erano un regalo.
«Un regalo di Cesar», aggiungeva, quasi gli stesse sussurrando il più importante dei segreti. Come se quel nome fosse la chiave di tutti i misteri. Cesar. Quell'uomo che appariva ogni tanto, quando poteva, e di cui Zuleika aspettava il ritorno con lo stesso virginale ardore della sposa nel talamo nuziale. Quell'uomo che la gente delle case accanto chiamava Il Santo, come il protagonista della serie televisiva che Zuleika sbocconcellava a casa di Soraya, tra una chiacchiera e l'altra, prima di prepararsi per andare a lavorare, una sigaretta accesa per ammazzare il tempo, la noia e l'assenza di Cesar.
Come una rondine che torna al nido, Cesar appariva ad intervalli regolari di difficile interpretazione. Dopo due o tre mesi, a volte prima, a volte anche di più, a seconda di quanto forte la saudade stringesse i denti, di quanto sapesse essere dolorosa, di quanto sapesse avvelenargli l'animo e segnendo le belle giornate di sole quando le fronde degli ulivi cantavano la più triste delle canzoni, quel richiamo struggente che spinge a partire col cuore gonfio del gabbiano che prende il mare.
Cesar partiva; ma tornava sempre al nido. Da Zuleika. Che smetteva di lavorare, quando c'era lui. Che smetteva di fumare, quando c'era lui. E che sorrideva sempre, quando c'era lui – nascondendo la tristezza e i crucci e i problemi dietro ad una curva di rossetto scuro.
«Perché non gli dici mai quanto ti manca?», le chiedeva Adriano, una mano a tirarle la gonna, quando vedeva un luccicore triste riempirle gli occhi. Lei sobbalzava, nemmeno il vento dispettoso le avesse alzato la sottana, e si asciugava gli occhi con il dorso della mano.
«Perché quando lui è qui, sono felice», rispondeva. Come se Adriano potesse capire le complicazioni degli adulti. Ma lui non le capiva. Non capiva perché rientrasse a casa all'alba, stanca morta, le scarpe nelle mani e i piedi liberi di muoversi sulla strada. Se la giornata era stata proficua, Zuleika ballava, accennando dei piccoli passi di samba lungo le stradine sgangherate di Paraisopolis. Altrimenti, si concedeva il lusso di osservare il sole sorgere seduta su una panchina, prima di tornare a casa e crollare sulle lenzuola accanto a lui. E accarezzargli i capelli, sincronizzando il proprio respiro col suo, un braccio attorno alle spalle, come a volerlo stringere, trattenere, proteggere. Come se quel bambino grande e grosso potesse scivolarle via di mano, come una saponetta dispettosa.
Quando Adriano le chiedeva se dovesse proprio uscire – magari nelle sere in cui non stava bene, o in cui anche lui sentiva la nostalgia di Cesar stringergli la gola come una morsa d'acciaio – lei sorrideva. Ma non s'impietosiva.
«Servono soldi per campare, menino», diceva – sospirava – ciabattando pigra come una gatta che è sopravvissuta a stento ad un pomeriggio passato a sonnecchiare al sole. Si affacciava allo specchio sul canterano, dove faceva capolino una fotografia di Cesar, e prendeva le sue reliquie. Via la retina, via i bigodini, spazzola e rossetto. E Zuleika usciva, affidandolo alle cure di Adriana. «Torno appena possibile», le diceva, ignorando l'occhiataccia che lei le lanciava e salutando con la mano fino a quando non spariva dietro la curva, giù per la stradina stortignaccola, piena di case ammassate le une alle altre come colonie di funghi spuntati fuori dopo la pioggia.
«Ti sei divertita?», le chiede, il passo più lento per accordarsi al tac tac tac delle scarpette di lei.
Zuleika annuisce, i riccioli che gli accarezzano la stoffa leggera della camicia. Lei va matta per il Carnevale. Da bambina sognava di ballare sui carri, agitando anima e corpo al ritmo di samba, ma come diceva nonna Adriana ci sono sogni che si avverano, e sogni che non si possono avverare. E che restano lì, a scintillare nel buio come quelle pietre preziose che non avresti mai e poi mai il coraggio di indossare. Perché è una vita dura, quella della ballerina di samba, fatta di sacrifici e rinunce. E serve il fisico e la forza d'animo e la determinazione per ballare durante il Carnevale. E Zuleika avrebbe lavorato sodo, pur di realizzare quel sogno; ma Zuleika è diventata donna troppo tardi, quando il tempo ed il lavoro le avevano già rovinato la pelle, i muscoli, il cuore. Quando è diventato impensabile investire tempo e fatica e rinunce e sacrifici in un anno intero di lavoro che acquista un senso per una sola sera all'anno, quando la tua scuola può sfilare nel Sambodromo, e sulle tue spalle, sulle tue anche e sui tuoi piedi si rovesciano le speranze e la gioia di chi ti sta osservando, lassù, sugli Arquibancadas e dalle Camarotes, in quella macchia di colore pronta ad esplodere per bucare la luna ed andare oltre. Che il mondo veda che cos'è la vera allegria, che provi il gusto dolce amaro che accompagna e arrotonda la gioia e la festa. Ché domani è tutto finito. Ché domani è un altro giorno. Ma è questa certezza – questa consapevolezza –a rendere così speciale e così concreto il Carnevale. Così filosofico e superficiale allo stesso tempo.
«E tu?», gli chiede Zuleika. Guardandolo da sotto in su con i suoi grandi occhioni scuri.
Adriano annuisce. «Mi sono divertito da matti.»
«Bugiardo», gli dice lei. «So che ti sei annoiato a morte, invece…»
«No», le assicura, posandole una mano sulla sua, a proteggere quelle dita sottili e morbide. «Il Carnevale è il Carnevale, dopo tutto…»
Zuleika non sembra molto convinta delle sue parole, ma si fa bastare quella spiegazione.
«Grazie per avermi portata qui, stasera», gli sussurra, appoggiando dolcemente la testa sul suo braccio.
«Te l'avevo promesso, no? E io mantengo sempre le promesse», le dice lui, guardando davanti a sé. Il lungomare non è un posto dove passeggiare dopo il tramonto. Un posto da evitare, anche quando sei un Santo di Athena. Ma Adriano ha imparato che in quella terra ricca di contraddizioni che è casa sua – anche se Rio de Janeiro non è proprio casa sua – la bellezza si nasconde nei posti più impensabili. Nel ribollio della feijoada. Nella ninnananna della pioggia sul tetto di lamiera. Nell'azzurro dell'Oceano, che spunta fuori da dietro le curve accecandoti senza chiedere permesso. Nella risata di un bambino che rincorre i suoi amici. Nel mistero di una creatura che è donna, ma nel corpo sbagliato.
Le stelle brillano lontane, mentre il mare sciaborda a pochi passi da loro.
«Così questa è Ipanema», dice Zuleika fermandosi ad osservare la luna d'argento sulla superficie scura dell'Oceano. E slacciandosi i sandali. Adriano la guarda perplesso. «Dai, camminiamo sulla spiaggia. Devo dirti una cosa…»
E Adriano obbedisce. E Adriano si toglie scarpe e calze. E Adriano la segue sulla sabbia umida. E Adriano si siede a pochi metri dal bagnasciuga, dove Zuleika gioca con le onde che vanno e vengono e le baciano i piedi e le accarezzano la pelle. È bellissima, stasera. Così bella da sembrare una stella che è scesa sulla terra per passare una serata diversa. Per vedere coi suoi occhi scintillanti quella gran confusione di anime e luci e suoni e colori che è il Carnevale a Rio. Un'enorme fiammata coloratissima pronta a schizzare contro il cielo scurissimo, un'esplosione di balli e canti che accendono gli occhi di Zuleika di una gioia fanciullesca che le regala un delizioso rossore sulle gote. Adriano l'ha guardata sorridere accanto a sé, piccolina nel suo vestito rosso scuro con dei piccoli fiori bianchi. Una rosa selvatica, questo è per lui Zuleika, con le sue innocenti civetterie, i riccioli bruni e quel modo tutto suo di accavallare le gambe, un gesto fluido e naturale che raccoglie in sé tutta la sacralità dei misteri legati al pianeta donna. Quelli che lui cercava di capire, respirandoli nell'ombra della camera da letto, in quel microcosmo fatto di talco e lacca per capelli e profumo e silenzio in cui Zuleika dormiva, stesa sulle lenzuola nella sua sottoveste nera, la vestaglia a tenerle in caldo i piedi stanchi. Ma Zuleika è un mistero. E un mistero non lo puoi afferrare, come fosse un bicchiere, una spazzola o qualcosa di reale e tangibile, no. Un mistero è qualcosa in cui credere, in religioso silenzio e discreta solitudine. Qualcosa su cui meditare. Qualcosa da tenere celato nel cuore. Fin nei recessi dell'anima. Un mistero puoi solo capirlo. Comprenderlo. E a volte nemmeno questo.
«Mi sposo, Adriano», gli dice. Sedendosi accanto a lui ad osservare il vai e vieni dell'acqua, il vento che si diverte ad accarezzarle la testa e le guance, la rena sottile e bianchissima che le si affastella sulla pelle.
«Con chi?», vorrebbe chiederle lui; ma tace. Fissa la sabbia ai suoi piedi e pensa. Pensa che una parte del suo cuore è felice – è contento – per lei. Ché magari adesso la finirà con quella vita. La finirà di lavorare di notte, come le lucciole, e metterà su famiglia. In un modo o nell'altro. Ma un'altra parte di Adriano, quella che è rimasta un bambino grande e grosso dall'espressione timida e gentile, vorrebbe gridare. Vorrebbe dirle che no, non può. Che come farà quando –se – Cesar tornerà a casa? Che gli dirà, allora?«Scusa, mi ero stancata di aspettare?»
«E Cesar?», vorrebbe chiederle, affondandole quel pugnale dritto nel cuore con la meschina crudeltà che è propria di tutti i bambini. Ma è lei che lo precede.
«Sai perché Cesar ha scelto proprio me?»
Lui la guarda sbattendo le palpebre. Silenzio.
«Perché ero femmina, ha detto proprio così. Femmina. Non donna, no. Femmina.» Zuleika allunga i piedi sotto la sabbia. «È arrivato una mattina. Tu eri piccolissimo. Io avevo appena staccato. Sai com'è, i soldi non bastano mai, meninho, e allora la cifra che mi serviva era un'enormità sconsiderata.»
E Adriano sa che sì, è vero. Che i soldi servono prima di tutto per campare e poi per realizzare i sogni. E lui lo sa bene. Non le ha forse regalato – «Prestato», come ha messo bene in chiaro Zuleika. «Te li ridarò tutti. Dal primo all'ultimo», ha detto, e tutti e due hanno saputo che si trattava di una pietosa bugia – una parte di quella cifra astronomica per realizzare il suo sogno più grande?
Adriano tace. Lei riordina idee e pensieri, poi aggiunge: «Mi ha detto che ero l'unica di cui potesse fidarsi. L'unica adatta a crescere te.» Ride. «Gli avrei cavato gli occhi, ma da una parte potevo capirlo. Per quanto potessi essere femmina, io non potevo dargli un marmocchio… e a volte gli uomini sanno essere dei veri e propri stronzi, sai?»
«E mia madre?», vorrebbe chiederle Adriano, ma teme di fare anche lui la figura dello stronzo. Che non importa se sei un Santo di Athena che riveste una delle corazze più prestigiose; quando gli occhi di Zuleika dardeggiano di sdegno torni ad essere piccolo e nudo ed insignificante come un verme appena uscito dalla terra. Santo o non Santo. Corazza o non corazza.
«Non so chi fosse tua madre», gli dice lei, tagliando quel ramo del discorso con grazia e spietatezza. «So solo che Cesar mi stava chiedendo un favore. E tu eri così piccolo. Ed io non ho saputo dirgli di no.»
«Mi…»
«Non azzardarti a dire che ti dispiace», lo interrompe Zuleika.
Adriano alza le mani, come a dire: «Ok, mi arrendo.».
«Ma?», le chiede. Perché c'è un ma che galleggia nella voce di quella vecchia ragazza con qualche filo grigio nei capelli – uno o due appena – e quell'assurda predilezione per le stampe a fiori.
Zuleika sospira. «Ma Cesar è stato un sogno. O uno scherzo del saci, chi può dirlo? Solo che io non voglio vivere in un sogno o in uno scherzo, ma andare avanti. Sai come si dice. La giovane vive di speranze, la vecchia di memorie.»
Il tono è quello grave e profondo della Pizia, di chi vede le miserie e le gioie e le lordure delle vite umane, quelle che le persone si sforzano di tenere nascoste sotto al cappotto o nello stanzino delle scope.
«Quando?», le chiede.
Lei si stringe nelle spalle.
«Appena ottenuti i documenti», risponde Zuleika. «Sai, per il cambio del nome e tutte quelle cose lì.»
Adriano annuisce.
«Lui com'è?», le chiede. Con lo stesso tono di un figlio preoccupato. Lei ride, un suono argentino che le riempie la gola e le fa brillare gli occhi.
«Una brava persona», risponde. E nulla più. Non è come Cesar, ché di Cesar ce n'è stato uno solo e non sarebbe giusto per nessuno perdersi in simile e stupidi paragoni. E Adriano sa che dovrà farsi bastare quell'unica informazione. Per il momento, almeno.
«All'altare ti accompagno io.» Non è una richiesta. Lei gli si appoggia contro il braccio, sorridendo.
«Ovvio», risponde, accoccolando le gambe sotto di sé. «Restiamo ancora un po', vuoi?», gli chiede, con un tono da bambina che le esce dalla gola. «Non fumerò. Promesso.»
Lui le cinge le spalle con un braccio.
«D'accordo. Restiamo.»
La sabbia si sta facendo troppo umida per entrambi, e domani le ossa protesteranno con dolore, ma Zuleika vuole che quella serata duri ancora un po'. Qualche minuto. Una mezz'ora appena. Solo lei, il suo piccolo menino ed il fantasma di Cesar. Domani è un altro giorno. Domani andranno avanti, e chiuderanno Cesar in un cassetto dalla chiave spezzata. Ma stasera, no. Stasera madre e figlio – Zuleika ed Adriano – vogliono gustarsi quegli attimi di completa felicità e tenerli lì, al sicuro, nel palmo della mano. Anche a costo di scottarsi le dita.
«Ho realizzato il mio sogno. Grazie», gli sussurra con la testa poggiata sul suo petto.
«Adesso ti manca diventare una ballerina di samba», la rintuzza lui.
«È troppo tardi.»
«Non è mai troppo tardi», replica Adriano. «È troppo tardi solo se lo decidi tu.»
«L'ho deciso io.»
«O forse ti manca il fiato…»
«Mi stai provocando, menino?», gli chiede lei, guardandolo da sotto in su, gli occhi che brillano come due mezzelune pericolose.
«Balla per me», le chiede. Con quello sguardo tenero che scioglierebbe anche il ghiacciaio più vecchio e testardo dell'intero Polo Sud. «Balla con me,Mamãe.»
Il viso di Zuleika risplende. Le guance si colorano di una sfumatura rossa, come una mela matura. Gli occhi scintillano nel buio. Sorride. E si alza in piedi. E gli porge una mano. E gli dice:«D'accordo, Adri. Ma se mi richiami mamma, ti affogo.».
Adriano ride. Ride mentre si alza e le prende la mano e le dice: «Affare fatto.».
E la ragazza col vestito a fiori tira fuori le unghie. E balla, incerta sulla sabbia, affondando ad ogni passo, ma non le importa. Adriano è lì, con lei, e lui la segue, lì sulla sabbia bianchissima di Ipanema, canticchiando le parole di Aquarela do Brasil, lasciando scorrere via le tristezze, le preoccupazioni, gli affanni e la saudade, nascondendo la tristezza e i crucci e i problemi dietro ad una curva di rossetto scuro.
