Maria Renard tremò. Non per la paura, ma per il freddo e l'umidità. Quella caverna sotterranea era davvero tremenda - e non sembrava neppure la parte meno estesa del castello di Dracula. Sperava di dover passare il minor tempo possibile in quegli anfratti viscidi e bui, a contatto con esseri raccapriccianti affamati della sua carne. D'altronde, non poteva trascurare neppure un angolo di quel gomitolo di caos, se voleva essere sicura di ritrovare lui. Come già più volte aveva fatto, pregò con fervore che stesse bene. Quella sua scomparsa così improvvisa e innaturale inquietava più d'una morte. Soprattutto perché era coincisa con la riapparizione del castello di Dracula. Quel luogo era l'unico indizio sensato che lei avesse al momento. Si augurò che quel pericoloso vagare non fosse un errore, un'impresa senza senso. E se lui non si fosse trovato lì, dopotutto? Se non ci fosse mai stato? O se… lei fosse arrivata tardi? Ricacciò l'angoscia. Quale che fosse il risultato della sua esplorazione, perlomeno ne avrebbe ricavato una certezza.
Arrivò in un sotterraneo dalle pareti di pietra. Lì, l'umidità mordeva un po' meno. Balzò di sperone in sperone, finché non incontrò il pavimento. L'architettura di quel luogo era assurda, come in tutto il resto del castello. Si vedeva che non era fatto per gli umani - gli umani comuni. Lei era una maga potente e precoce. E l'accompagnava Selene, la sua impagabile gufa bianca.
Si guardò intorno. Per avanzare, non le restavano che due porte ai lati di quella cripta. Scelse la prima che le cadde sotto gli occhi.
Scoprì che portava in una di quelle molte stanze ad arcosolio sparse per l'edificio; erano elegantemente parate di porpora e con un tappeto adorno di nappe dorate. Al loro centro, galleggiava un dodecaedro luminoso; bastava toccarlo e compariva una bara un cui riposare e riprendere le forze. Doveva essere il modo in cui abitualmente Dracula si ristorava, mentre visitava le diramazioni della sua dimora. Maria l'aveva trovato inquietante e disgustoso; ma era anche l'unico disponibile per riacquistare le energie che la sua impresa richiedeva. Così, si era adattata.
In quella stanza, però, non c'era il solito dodecaedro. Era totalmente vuota. O così le pareva.
Un soffio glaciale le sferzò le spalle. Si voltò e fu investita da un turbine di petali di rosa, da cui usciva una risata gelida e sensuale allo stesso tempo. Il profumo dei petali le impregnò il cervello; sentì un umore strano percorrer le sue vene. La prese un misto di euforia e debolezza.
Devo resistere.
Con gli occhi, cercò la fonte del turbine.
In alto, davanti a lei, galleggiava una figura surreale. Aveva un volto delicato di donna e lunghi capelli rossi coronati di rose nere. Il suo corpo quasi offendeva col candore della pelle, pressoché tutta scoperta. Anche le sue forme erano d'una bellezza aggressiva - un'offerta ostentata allo sguardo. Grandi ali di pipistrello completavano il quadro. Su quelle, l'insolita donna si librava leggiadra, come su piume.
La demonessa distese le braccia - e lunghissime spine uscirono dalle coste delle sue ali. Maria urlò, evitandole per un pelo. Raccolse le sue forze ed evocò una palla di fuoco. Fu la nemica a urlare, stavolta, quando la palla la colse in pieno. Sotto gli occhi di Maria, la figura si moltiplicò allora in allucinanti copie di se stessa, tutte intente a lanciarle proiettili di fiamma. Decisamente, la creatura sapeva come contraccambiare un favore.
Selene spiccò il volo e si gettò contro uno di quei cloni. Un gemito soffocato avvisò che aveva colpito l'originale. Le copie svanirono d'un tratto.
«Chi sei?» gridò Maria, imperiosa.
«Chi sei tu, semmai?» fece l'altra, di rimando. «Hai fatto irruzione nella mia cripta senza nemmeno controllare se ci fosse qualcuno… e non sei di sicuro a casa tua. Tipica arroganza di voi cacciatori!» incalzò, beffarda.
Alle gote di Maria salì un rossore d'ira - ma una considerazione improvvisa la trattenne. La demonessa non aveva torto del tutto.
«Scusa…» tentò. «La tensione fa dimenticare le buone maniere. In un posto come questo… non ragiono certo da ospite. Non sono qui per cacciare, ma perché… nel castello dev'essere prigioniera una persona molto importante per me».
Le sopracciglia della demonessa ebbero un moto impercettibile. Maria lo colse al volo.
È… è dispiaciuta per me?
«Capisco…» aggiunse la donna alata. La sua voce sembrava in effetti un po' meno glaciale. «Immagino che tu voglia salvare questa persona».
«Esatto» fece Maria. Cercò di frenare il tremito nella propria voce.
La demonessa studiò la cacciatrice. Quanti anni poteva avere? Quegli occhi di bambola, quelle guance di maiolica la facevano parere poco più d'una bambina. Ma il suo corpo agile e temprato non era certo infantile. La donna alata scrutò senza pudore le forme della bionda ragazza, come se soppesasse il colore d'un frutto maturo. Ma, più ancora di quelle, era sorprendente la forza invisibile che irradiavano tutte le sue membra. Era qualcosa che non veniva dai muscoli, né dalle ossa. Quel poco della sua magia che lei aveva poco prima dispiegato doveva essere un infinitesimo dei suoi poteri.
«Molto nobile da parte tua!» bofonchiò la demonessa. «Ma stai attenta anche tu… Il sire Dracula è ghiotto di agnelline come te».
«Lo so» mormorò Maria, senza scomporsi. «Sono già stata prigioniera in questo castello».
Cercò di non ravvivare troppo il ricordo dell'incursione nel suo villaggio e del sacerdote corrotto Shaft, che aveva causato la morte dei suoi genitori. Era avvenuto cinque anni prima. Lei aveva dodici anni. Insieme ad altre ragazze, avrebbe dovuto essere offerta in sacrificio a Dracula. Aveva dalla propria parte il dono di un potere magico immenso e di un cuore indomabile. Ma era pur sempre poco più che bambina. A volte, si domandava se sarebbe sopravvissuta nel corpo e nello spirito, se non fosse stato per lei… per Annette.
Era una delle altre prigioniere; le aveva dimostrato fin da subito un'affezione protettiva e spontanea. Maria aveva cominciato a chiamarla "sorella maggiore" - e il titolo era rimasto. Era stata Annette a farle coraggio, parlandole di Richter Belmont.
"È il mio fidanzato. Il più forte cacciatore di vampiri vivente. Vedrai che arriverà ad aiutarci!"
Non era esattamente nelle corde di Maria l'idea di attendere il soccorso di un principe azzurro… ma, in una situazione del genere, non avrebbe potuto permettersi di sputare su una mano amica.
Richter era arrivato davvero e Maria si era imposta a lui come aiutante nell'impresa. Quando lui le aveva dato della "ragazzina" e le aveva chiesto di farsi da parte, la sua reazione non era stata esattamente da donzella in pericolo. Tanto peggio per lui, che aveva voluto quella lezione.
Più tardi, aveva avuto la bella sorpresa di scoprire che i Belmont avevano antenati in comune con i Renard. Questo, unito al prossimo matrimonio di Richter con la "sorella maggiore", le aveva dato la sensazione d'aver ritrovato una famiglia.
«Non ricordo di averti visto nel castello, la scorsa volta» aggiunse la cacciatrice. «Ma può essere che mi stia confondendo… Qui dentro, tutto sembra essere cambiato…»
«Il castello del sire Dracula non è mai uguale a se stesso» spiegò la demonessa. «A ogni modo, è già sorprendente il fatto che tu abbia avuto il fegato di ritornarci…»
Le sue ali la posarono a terra. Mosse qualche passo verso Maria. La scrutò con un interesse ancora più ardente. Non era abituata a incontrare un essere così bello, potente e pieno di cuore, in un'età ancora tanto giovane. I mortali, di solito, la annoiavano - quando non le erano di nutrimento. Ma costei… costei era diversa.
«Come ti chiami?» le chiese finalmente.
«Maria. E tu?»
La demonessa si accostò ancor più a lei. «Io sono il Succubus, lo spirito dei desideri notturni. E posso chiamarmi in tutti i modi che vuoi».
Tese una mano verso il volto di Maria e lo accarezzò. I deliziosi occhi celesti di lei si sgranarono - ma non si sottrasse al contatto.
«Prima, mi hai lanciato una palla di fiamme…» mormorò il Succubus. «Eppure, tu hai qualcosa che brucia più del fuoco».
Maria rimaneva ad ascoltarla, interdetta. Sentiva sul suo viso il respiro dell'altra, glaciale e profumato di rose. Anche la sua mano era liscia e fredda come il marmo - ma un marmo stranamente morbido. Anche il petto del Succubus fu morbido contro il suo, quando la demonessa chiuse finalmente la distanza fra loro.
«Prova a chiudere gli occhi e a pensare a ciò che desideri» Maria si sentì sussurrare all'orecchio.
Dietro le sue palpebre serrate, riemerse un'immagine recente. Quel giovane impossibilmente diafano, con chiome ed occhi dorati, tremendo e venerabile come l'arcangelo Michele sulla vetrata d'una chiesa… L'aveva incontrato prima, passando per quella stanza col grande orologio… Nel ricordo, i ticchettii delle sue lancette e dei pendoli nei corridoi vicini risuonarono vivi. Si confusero coi battiti del cuore di Maria. Un sudore sottile cominciò a gemmarle a fior di pelle, mentre il palmo di una mano fine e sicura s'insinuava oltre l'orlo della sua gonna. La carezza di una lingua fredda e gentile le dischiuse invece le labbra. La ragazza pensò a quelle del giovane: pallide, negate al sorriso, eppure d'una grazia sovrumana. Di riflesso, rispose al bacio. Il Succubus sorrise sulle labbra di Maria, con un intimo trionfo.
«Richter…» sfuggì alla cacciatrice, in un attimo di respiro.
«Chi è Richter?» indagò il Succubus, con malizia.
«Il mio futuro cognato» rispose mestamente l'altra. «È lui che sto cercando».
«Se ti riferisci a Richter Belmont… mi meraviglio che abbia bisogno di te» commentò la demonessa. «Ma non si può mai sapere, a questo mondo… La forza non è sempre quella che si vede».
Sebbene riluttante, si discostò da Maria. «Non posso farti da guida» si schermì, librandosi in un balzo. «Tradire il sire Dracula non è nelle mie corde… e avrebbe anche conseguenze molto serie. Ma ti lascerò andare illesa. Non è poco!» concluse con un sorriso.
«Grazie… lo apprezzo» mormorò la cacciatrice, arrossendo. Richiamò con un gesto Selene, che si era discretamente appollaiata un po' discosto.
«Di nulla!» ribatté il Succubus, con grazia. Poi, la fissò ardentemente negli occhi: «È stato un piacere».
