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Nota dell'autrice: tutte le storie di questa raccolta sono lemon, e come tali contengono scene erotiche più o meno esplicite. Pertanto se tali argomenti vi disturbano o vi mettono a disagio, vi chiederei per favore di leggere altro

LEMONISH
#3. The Sexuality of Terror, or, "Help, I'm Out of Control, Thank God!"

Doveva calmarsi, era davvero troppo infuriato e sapeva benissimo che non sapeva controllarsi quando era così preso dalla rabbia.

Si passò una mano tra i capelli, chiudendo gli occhi e tirando un profondo sospiro; lei era ancora di fronte a lui, con le mani sui fianchi, il viso contratto e aveva tutta l'aria di non voler ammettere di aver sbagliato. Ma Hyne, come faceva a non rendersi conto di quello che aveva fatto? Avrebbe anche potuto lasciar passare tutto, se lei gli avesse raccontato cosa intendeva fare, ma adesso che l'aveva scoperto, e per di più per puro caso, non poteva far finta di nulla.

Era infuriato, e lei lo sapeva bene…eppure continuava a dire di non aver fatto nulla di male.

E pensare che mentre era ad Esthar non aveva smesso di pensare a lei un secondo, e pensare che non vedeva l'ora di tornare al Garden proprio per rivedere lei, conscio che non amava stargli lontano per così tanto tempo e che anche se i loro amici erano rimasti con lei, non avevano certo potuto sostituirlo. E pensare che le avrebbe detto di sì, se solo lei glielo avesse detto, se solo non avesse pensato che forse era meglio tacergli ogni cosa per non farlo arrabbiare. E ora invece era talmente furioso da sopportare a malapena la sua presenza, e qualsiasi cosa lei avrebbe detto, non l'avrebbe calmato per nulla –soprattutto se continuava a sostenere di non aver fatto nulla di male.

"Squall, non ho fatto altro che uscire con un amico. Mi dispiace se ti scoccia tanto se si tratta di Seifer, ma non vedo perché avrei dovuto dirgli di no quando mi ha chiesto di potersi spiegare…"

"Perché," sibilò lui, contenendosi a malapena, "il tuo amico è anche la persona che ti ha quasi ucciso e che ha quasi ucciso me."

"Ma non l'ha fatto," replicò lei tranquilla, "e mi ha soltanto chiamato per chiedermi di vederlo per potersi spiegare e scusare. E' stata una persona importante per me prima che ti incontrassi, credevo che potessi capirlo!"

"Lo avrei capito se tu me lo avessi detto prima!", si ritrovò ad urlare, incapace di trattenersi oltre. Ma perché non riusciva a capire che era stato il segreto in cui aveva fatto tutto quanto che lo aveva ferito di più?

"Per avere questa reazione?", domandò provocatoriamente lei.

"No, Hyne! Ti avrei detto che potevi andare…"

"E ho bisogno del tuo permesso?", lo interruppe lei sbarrando gli occhi incredula, "sei forse impazzito, Squall? Sei il mio ragazzo, non il mio carceriere. Se voglio vedere un amico, ho tutto il diritto di…"

"Non se questo amico è Seifer!", le urlò praticamente in faccia, alzando un dito a puntarle contro minaccioso. "Ma perché non capisci che avrebbe potuto farti del male?"

"Ma non lo ha fatto!", interruppe lei, alzando per la prima volta la voce da quando quella discussione assurda era iniziata. Non capiva affatto dove volesse arrivare Squall –era vero, aveva taciuto tutto, ma Hyne, lo aveva fatto proprio per non farlo arrabbiare e preoccupare più del dovuto!

"Ascoltami bene, Rinoa," continuò lui, avvicinandosi pericolosamente a lei, "quel ragazzo ti ha preso e buttata in braccio ad una strega che ti ha quasi ammazzata. Ti ha colpito ogni volta che ce lo siamo trovati in mezzo. Vuole spiegarsi, vuole scusarsi con te? Mi – sta – bene, non è questo il punto! Il punto è che voglio sapere quando sei in pericolo, chiaro?"

"Ma eravamo in un dannatissimo bar affollatissimo!"

"Smettila!", urlò infine, sfibrato da una discussione che durava da più di un'ora e di cui lei non sembrava cogliere il punto fondamentale, "non mi interessa dove e quando tu l'abbia visto! Mi interessa che tu abbia accettato e che ti sia messa in pericolo, e che io l'abbia scoperto per caso!"

Lei aprì la bocca, come per dire qualcosa, e poi i suoi occhi luccicarono e un sorriso si fece strada sul suo volto; "sei geloso…"

Si sarebbe infuriato ancora di più, se non avesse oramai saputo che era totalmente inutile. Si passò semplicemente una mano fra i capelli, e rispose, "io non sono geloso, sono solo preoccupato per te…"

"Sì, ma non ce n'era bisogno, Squall!"

Non disse nulla, voltandole le spalle e aprendo la custodia del suo gunblade per pulirlo, come faceva sempre quando doveva calmarsi. E adesso ne aveva parecchio bisogno; perché lei aveva deciso di continuare a spiegargli le sue ragioni, e lui non avrebbe potuto fare nulla per fermarla, se non baciarla. Hyne, a volte Rinoa sapeva essere davvero insopportabile…

"Vorrei solo che tu capissi che non voglio essere così controllata. Che non voglio essere protetta in questo modo…a volte mi sento come se vivessi ancora con mio padre!"

Un sospiro. Sì, sarebbe bastato; un bel sospiro profondo, e poi avrebbe potuto smontare la pistola della sua arma e pulirla per bene…

"E vorrei che tu…ti fidassi di me, ecco."

Gettò l'arma per terra, voltandosi di scatto verso di lei e avvicinandosi puntandole un dito contro, come poco prima; "adesso basta. Non vuoi capire cosa voglio dirti? Perfetto! Ma non ti azzardare mai più a dirmi che somiglio a tuo padre o che non mi fido di te."

Lei lo fronteggiò tranquillamente, con le mani di nuovo sui fianchi e lo sguardo fiero, ribelle, lo stesso sguardo che l'aveva spesso riempito di ammirazione e di orgoglio; ora che se lo sentiva addosso gli sembrava quasi fastidioso, come se riuscisse a scrutarlo fino in fondo e a scoprire che era vero, era geloso fino nel midollo, impaurito dall'idea che lei avesse visto il suo acerrimo nemico a sua insaputa e non avesse ritenuto opportuno dirglielo, foss'anche solo per rassicurarlo che era lui la persona che amava e con cui voleva stare. Ma invece lei teneva più alla sua indipendenza, e con il viso ancora contratto per la rabbia che cercava in tutti modi di reprimere, e con un po' di paura perché non lo aveva visto mai così infuriato con lei, ribatteva per l'ultima volta, "bene…allora smetti di comportarti come mio padre!"

In quel momento la odiò così tanto che voleva soltanto baciarla.

E non si diede nemmeno il tempo di pensare che era una pessima idea, perché poco dopo la stava premendo contro di sé forzando le sue labbra con la lingua. Intuì che per quanto lei cercasse di allontanarlo e non rispondere al suo bacio, non avrebbe resistito a lungo e gli bastò spingerla contro il muro perché anche lei iniziasse ad accarezzargli la lingua con la sua, nel modo particolare che sapeva scioglierlo, che gli faceva tremare le viscere e gli induriva il sesso fino a renderla consapevole della sua erezione.

Era una follia fare l'amore con lei in quel momento, in cui era furioso con lei e lei era infuriata con lui, ma non riusciva a tenere le mani al loro posto, non riusciva a non strusciare il bacino contro quello di lei per farla sciogliere di desiderio quanto lui, non riusciva a non sbottonarle il suo vestito azzurro e a levarle ogni indumento nonostante le sue rimostranze e i suoi tentativi di resistere al piacere che si faceva strada nel suo corpo e la rendeva schiava di quella passione improvvisa.

"Squall, basta," cercò di dire tra un bacio e l'altro, ma lui non sembrava intenzionato a smettere e nemmeno lei era del tutto convinta di quello che diceva. Si sentiva già bagnata e desiderava solo che le sue mani non fossero così impegnate a spogliarla perché voleva essere toccata, e si rendeva conto di quanto dovesse suonargli strano che gli chiedesse di fermarsi mentre gli sfilava la giacca e i pantaloni e lo guardava levarsi la maglia il più velocemente possibile.

Aveva paura di lui, in quel momento; aveva paura della furia che aveva scatenato in lui con qualcosa che aveva considerato innocente e innocuo, mentre invece si era rivelato in grado di farlo arrabbiare come lei non aveva mai visto. E per quanto avesse resistito, avesse retto il suo sguardo e risposto alle sue accuse, dentro di lei aveva tremato all'idea di cosa potesse fare un ragazzo tranquillo come Squall quando era seriamente infuriato.

Aveva paura di lui eppure lo desiderava come non lo aveva mai desiderato; tremava e non sapeva se era per il terrore, per il piacere, per la voglia di allontanarlo e la voglia di stringergli le gambe intorno ai fianchi per spingerlo dentro di sé, tremava e continuava a ripetergli di smetterla mentre il suo corpo la tradiva e continuava a provocarlo a fare di più, a fare sempre di più. Fremeva di desiderio e tremava di paura, si vergognava di quella voglia nata dal terrore e avrebbe voluto che lui non potesse vedere la sua espressione beata, ma sapeva anche che per quanto lei cercasse di nasconderlo, il modo in cui si strusciava contro di lui era più che eloquente, e i modi in cui gemeva erano inequivocabili, e tutti i no che continuava a ripetere sapevano di sì anche alle sue stesse orecchie.

"Squall, ti prego, non…mmmh…….."

Mordersi il labbro era stato l'unico modo che aveva trovato per non gemere, quando aveva sentito la sua bocca chiudersi intorno al capezzolo e le dita scivolare nell'umidità che lo reclamava. Ora veramente non le sarebbe riuscito più di controllarsi; ora avrebbe smesso di mormorare inutili no e tentare vane resistenze, ora avrebbe continuato a gemere di piacere e chiedere di più, avvolta dal completo silenzio di lui che la accarezzava e baciava con rabbia –sapeva che nel prenderla lui avrebbe sfogato la furia che lei gli aveva scatenato dentro. Eppure anche l'idea che fosse geloso la stuzzicava, l'idea che lui volesse farla sua in quel momento per un istinto primordiale di possesso che aveva poco a che fare con la rabbia e la preoccupazione che aveva cercato di esprimerle per un'ora intera.

Voleva aggrapparsi a qualsiasi cosa, perché tremava come una foglia tra le sue braccia, che fosse di paura, di piacere o di desiderio oramai non le interessava più; stava completamente perdendo il controllo su se stessa e sapeva benissimo di reggersi in piedi solo perché il suo corpo muscoloso la teneva premuta contro il muro, e non sapeva nemmeno più cosa bisbigliava tra un gemito roco e l'altro, le sembrava di desiderare solamente che lui continuasse a toccarla e prenderla fino a farla implorare di non smettere, e che poi continuasse di nuovo fino a farle implorare il contrario. Aprì gli occhi, gettando uno sguardo sfocato intorno, notando di essere troppo lontana da qualsiasi cosa e che poteva soltanto aggrapparsi a lui; ironico che dovesse reggersi su una persona che in quel momento le ispirava terrore e desiderio, e che mugolava contro la sua pelle al tocco delle sue dita tra i capelli, e che scivolava giù, come sfuggendo alla sua ricerca di sicurezza e stabilità, a sfiorarle con la bocca le parti del suo sesso che le sue mani non riuscivano a toccare.

Non poteva fare altro che lasciarsi andare contro il muro e lasciarsi sorreggere, per quanto poteva essere possibile; le sembrava che la sua volontà si fosse azzerata e che lui stesse prendendo piano piano possesso di ogni parte del suo corpo, fino alle corde vocali da cui faceva sgorgare gemiti e sì sconnessi, nonostante lei volesse fermarlo e chiarire le cose prima di perdersi tra le sue braccia. Ma a poco a poco anche la sua parte razionale si offuscava, risucchiata dalle labbra che le stuzzicavano il sesso e dalle mani che le stringevano le natiche, rendendola ogni secondo più arrendevole e morbida. Quando finalmente si abbandonò all'orgasmo che la attraversava, le parve di sentirlo mugolare un sorriso quasi beffardo, mentre risaliva su di lei, premendosi contro al suo corpo il più forte possibile, togliendole il respiro tanto era schiacciata contro al muro ed eccitata dalla pelle che sfiorava appena i suoi centri già in fibrillazione. Le sue labbra tornarono ad accarezzare violentemente le sue, la sua lingua a sfiorarle la bocca in ogni punto che le dava più piacere, e lei non poté fare a meno di sollevare le gambe a stringergli i fianchi.

Fu solo quando la sentì in suo completo controllo che si allontanò da lei, sorridendo di nuovo la sua smorfia di malizia, e le domandò, "non vuoi, allora…?"

Lei rimase ferma, ad ansimare premuta contro il muro e combattuta tra il desiderio di implorarlo di continuare e di smettere. Non avrebbe voluto fare l'amore con lui se si trattava solo di un puro sfogo di rabbia; ma allo stesso tempo, c'era qualcosa nella sua furia d'amore, qualcosa in quel terrore che si instillava in lei che le crepitava ovunque e riusciva ad eccitarla come mai prima. Si morse il labbro, guadagnandosi un altro mugolio soddisfatto di lui, rendendolo sempre più sicuro della sua vittoria; lui sapeva che si sarebbe arresa totalmente, ma se avesse avuto qualche minuto, se solo non avesse aperto gli occhi per guardarlo, così seducente ed eccitante nel suo desiderio cieco e nella sua smania di possesso, allora forse…

"Guardami."

Cercò di resistere il più possibile senza aprire gli occhi, ma lui prese a strusciarsi contro il suo sesso e le divenne impossibile non guardarlo attraverso i veli del piacere. Lui aveva ancora quel sorriso malizioso dipinto sul volto, e chiese di nuovo, "allora…sicura che non vuoi…?"

Non avrebbe potuto dirgli di no –non mentre gemeva e si spingeva contro di lui sotto al suo sguardo languido. Non avrebbe potuto dirgli di no e lui lo sapeva bene; ma prima che lei potesse anche solo tentare di mentire, lui si spinse con forza dentro di lei, strappandole un gemito a metà tra il dolore e il piacere, costringendola a sbarrare gli occhi anche se le sue labbra erano di nuovo premute contro le sue. La sentì sciogliersi poco a poco, tra le sue braccia, assecondare i suoi movimenti carichi di rabbia, rispondere con i gemiti ai suoi sussurri sconclusionati che continuavano ad affermare quanto lei fosse sua, implorarlo di non smettere anche dopo che il suo seme si era rilasciato dentro di lei e si stupiva di quell'eccitazione persistente che continuava a darle piacere, fino a farle davvero implorare di smettere.

Si lasciò cadere, esausto, sul pavimento, trascinandola giù con sé e stringendola un po' in un abbraccio tenero che contrastava con la furia di poco prima; si stese sul tappeto, continuando a sentire il suo respiro affrettato che gli solleticava il petto, mentre lei era completamente immobile. Attese qualche minuto, invano, che lei dicesse qualcosa, qualsiasi cosa; ma lei sembrava ancora dover riprendere un po' di fiato e solo quando lui le chiese se fosse tutto a posto, rispose con la voce arrochita dagli orgasmi, "sì, tutto a posto…"

Lui alzò una mano, quasi timidamente, ad accarezzarle la testa, sentendola che si rannicchiava un po' di più contro al suo petto; voleva scusarsi, spiegarle, ma un po' il suo orgoglio e un po' la sua incapacità di spiegare perfino a se stesso perché si fosse comportato così gli tappavano la bocca. Solo dopo lunghi minuti e parecchie carezze sulla testa, lei si rialzò un pochino, scostandogli i capelli del viso per mormorargli, sorridendo, "hey…grazie…"

"Grazie…?", chiese lui, aggrottando le sopracciglia senza capire, "perché…?"

"Perché è stato….mmmh, intenso," gli sorrise di nuovo, "e perché mi lusinga sapere che sei geloso…"

Stava per ribattere nuovamente che non era geloso, ma si rese conto che lei avrebbe continuato a pensarlo comunque e che in effetti era vero, era geloso. Era geloso che lei fosse stata, e fosse ancora, amica della persona che più gli dava sui nervi e che più lo detestava, senza contare che era anche qualcuno che aveva fatto di tutto per prendersi ciò che lui aveva. Era geloso che ci fosse qualcuno, nella vita di lei, che fosse importante non quanto lui, ma poco meno. Era geloso che lei avesse qualcuno perché lui aveva soltanto lei e se solo l'avesse persa –se solo Seifer avesse deciso di farle del male, se solo qualcosa, in lei, fosse scattato e l'avesse fatta tornare indietro nel tempo, se solo…

…ma lei tornava a scostargli i capelli dal viso, guardandolo con un sorriso tenero, stanco di piacere e languido d'amore; "e se ti dico che non ne hai bisogno, mmmh?"

E poi si abbassava, lo baciava, lo accarezzava di nuovo come a volerlo risvegliare dal torpore di quell'incontro furioso, si sistemava sopra di lui lentamente e lo riempiva di piccoli baci che si riprendevano tutta la sua ragione e la allontanavano da pensieri stupidi e sconclusionati. Non c'erano 'se' che potessero tenere, la verità era che per realizzare le sue paure lei non avrebbe dovuto amarlo. Puro e semplice. Ma la verità era anche che lei lo amava, altrimenti non gli avrebbe taciuto un incontro che lo avrebbe fatto stare sulle spine per tutto il tempo, non avrebbe avuto le mille attenzioni che invece gli riservava, non gli avrebbe permesso di fare l'amore con lei solo per rassicurare il suo orgoglio maschile che voleva affermare prepotentemente che lei era sua.

Era vero, non ce n'era bisogno, lei era sua comunque.

Però era bello sentirselo dire, fare in modo che lei glielo ripetesse, coccolarla anche dopo una sfuriata come quella, coccolarla anche se aveva avuto il terrore di perderla –coccolarla proprio perché aveva avuto il terrore di perderla. E sapeva che non ce n'era bisogno, ma non poteva non essere geloso di una ragazza che si accoccolava sempre sul suo petto, che allungava un mano ad afferrare una coperta dal letto, in cui avvolgersi anche senza muoversi da dove erano, che continuava a riservargli qualche tenerezza che si faceva sempre più eccitante e a sussurrargli parole che lui non comprendeva –gli bastava la sensazione. Gli bastava l'idea che se avesse seguito la sua ragione, sarebbe stato seduto alla sua scrivania a pulire il suo gunblade, ribollendo di rabbia mentre lei afferrava una rivista qualunque e sfogliava con forza le pagine per fargli sentire quanto fosse contrariata. E poi avrebbe aspettato qualche ora e sarebbe esploso di nuovo, dicendo cose che non pensava, che lei era incosciente e che non avrebbe mai dovuto anche solo pensare di accettare l'invito di Seifer.

E invece era lì, steso sul pavimento a coccolarsela, esausto dopo averla presa per rabbia, per orgoglio, per la voglia di rivendicare il possesso del suo corpo anche se non riusciva del tutto ad avere la sua mente. E Hyne sapeva quanto lui desiderasse avere la sua mente, essere in ogni suo pensiero, in ogni suo desiderio, ossessionarla con la sua assenza e deliziarla con la sua presenza, essere l'unica ragione per cui si sarebbe comportata in un modo o in un altro, come era per lui.

Lei era sempre dentro di lui, e forse era di questo che era geloso, che lei avesse un potere su di lui che gli era sconosciuto e inafferrabile.

Si voltò quanto bastava per stenderla di fianco, e osservarla dopo lunghi minuti in cui aveva solo cercato i segni della sua incapacità di resistere, sul suo volto; guardò il suo sorriso, i suoi occhi velati, le guance arrossate e il corpo che gli si stringeva addosso cercando di risvegliarlo e strappandogli un'espressione interrogativa, a cui lei rispose immediatamente, "non penserai di cavartela così, mmh?"

Per un momento pensò che lei volesse tornare a discutere, e aprì la bocca per interromperla, trovandosi però impossibilitato a parlare dalle sue labbra che si premevano contro le sue e reclamavano la sua lingua; la osservò mentre si allontanava appena da lui, e avrebbe sorriso di come si era fatta sensuale e languida se non fosse stato per quello che stava dicendo, "prima ho sbagliato, avrei dovuto che era stato…mmmh, troppo intenso…"

Affogò il suo mugolio soddisfatto tra le sue labbra, mentre lei afferrava la coperta per stenderla meglio sopra di loro e scivolava su di lui lentamente per tornare ad accarezzarlo e provocarlo; fu solo dopo svariati minuti che la sua mente tornò ad avere un minimo di potere sul suo corpo, e lo costrinse a separarsi da lei per dirle, "promettimi che se capiterà di nuovo me ne parlerai…"

"Sì…", gemette lei, e lui non seppe mai se fosse un gemito di piacere o la sua implicita promessa; mugolando di frustrazione, chiese di nuovo, "promettilo…"

"Prometto," gli sospirò Rinoa all'orecchio, tracciandogli lunghi sentieri di baci sul viso, in quella maniera che sapeva farlo sentire unico, speciale, che sapeva farlo sentire adorato da lei, come se non potesse restargli lontano troppo a lungo. Eppure era ancora poco, troppo poco; non voleva solo che lei gli parlasse di quello che poteva fare Seifer, voleva che lei potesse parlargli di qualunque cosa, che avesse fiducia in lui, che non lo avrebbe mai più tradito e ferito, anche con una stupidaggine come quella.

"E mi parlerai di tutto…?", gli riuscì di sussurrare tra un bacio e l'altro.

Forse era stato il tono in cui l'aveva detto, la posizione di totale debolezza in cui si trovava, le parole che aveva pronunciato o semplicemente tutto quello che l'aveva portato lì sotto di lei, dopo aver fatto l'amore con lei per un puro sfogo di rabbia; il punto era che si era sentita quasi costretta ad allontanarsi da lui –ironico che lui, proprio lui, che aveva rifiutato le parole per anni, dovesse ora sentirsi dire qualcosa per essere rassicurato. Evidentemente la sua resa non gli era bastata, possederla nel corpo non era come averla nell'anima.

Si sollevò da lui quanto bastava per sorridere della sua espressione sperduta; e poi, abbassandosi appena per solleticargli il petto con il seno, mormorò accarezzandogli i capelli, "io mi fido di te, Squall. Ti dirò tutto, se è questo che vuoi, ma se ti ho taciuto questa cosa non è stato per mancanza di fiducia, è stato solo perché avevo paura di ferirti. E io non voglio ferirti…mi fido di te," ripeté, posandogli un dito sulle labbra che lui aveva cercato di avvicinare alle sue, "e sono tua. Tua, e basta, mmmh?"

Lui sorrise, finalmente, la smorfia sensuale e seducente che lei aveva imparato ad amare; si lasciò baciare, rovesciare, accarezzare, mozzare il fiato da lui fino a quando fu lui a separarsi da lei, per mormorarle, "grazie…"

Oramai impaziente, Rinoa gli lasciò scivolare le mani sulla schiena, graffiandolo appena, spingendosi contro di lui; e in un contrasto che gli parve estremamente conturbante, domandò innocente mentre si faceva sensualità, "facciamo pace, adesso…?"

Tutto quello che udirono dopo furono i loro gemiti.