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Nota dell'autrice: tutte le storie di questa raccolta sono lemon, e come tali contengono scene erotiche più o meno esplicite. Pertanto se tali argomenti vi disturbano o vi mettono a disagio, vi chiederei per favore di leggere altro

LEMONISH
#7. Don't be afraid

Timber era forse l'unica città che non era cambiata, dopo la guerra.

In quegli anni, c'era stato tante volte, prima per stare con lei e poi solamente per andarla a trovare, ogni tanto; ma non c'era mai stato nulla di diverso, la città era rimasta esattamente la stessa –nessun museo a ricordare la guerra della strega, nessun monumento sorto all'improvviso in posti impensabili, nulla di nulla.

Forse la amava per questo…forse lei aveva deciso di viverci per quel motivo.

Scese rapidamente le scale della stazione, portandosi in spalla il borsone in cui aveva infilato le cose per la notte e dicendosi che doveva sbrigarsi, se non voleva arrivare al bar in cui doveva incontrarla fradicio di pioggia; quei nuvoloni neri all'orizzonte non promettevano nulla di buono e l'aria fredda lo faceva sentire già in pieno autunno. Allungò il passo, per raggiungere il luogo del loro incontro –il localino che avevano sempre amato, con la sua saletta di vetro, illuminata da candele, che dava sulla piazza; era quasi contento del tempo incerto, perché avrebbe reso tutto ancora più fioco e…romantico quasi. Più adatto a quello che voleva dirle.

Per anni aveva vissuto al suo fianco, appoggiandola in ogni decisione, anche quando lei aveva deciso che quello che desiderava era fare la critica d'arte, e che Timber, la città in cui si riversavano tutti gli artisti, fosse il posto in cui vivere. L'aveva vista così entusiasta, così piena di energia e voglia di fare che non aveva avuto il cuore né di ostacolarla, né di farle capire che lui voleva averla accanto, stare con lei…ma che ancora non riusciva a lasciar perdere tutto quello che aveva costruito di punto in bianco, per gettarsi a capofitto in un futuro incerto. L'aveva aiutata, sostenuta nei momenti di sconforto e aveva gioito con lei dei suoi successi, sopportando la lontananza, la sua mancanza, fino a quando aveva iniziato a sentirsi un ostacolo, nella sua vita. Se lei aveva bisogno di viaggiare per lavoro, spesso rinunciava per vedere lui. Rimandava appuntamenti, spostava riunioni, scriveva di notte…e lui non voleva questo.

Lei doveva realizzarsi senza preoccuparsi di avere lui sempre appiccicato alla gonna.

E l'aveva lasciata andare, riservandosi il posto di caro amico e confidente che una volta era stato amante, guardandola spiegare le ali e farsi strada in un mondo che pareva appartenerle naturalmente. Lei amava il suo lavoro, lui la vedeva felice…e gli bastava vedere i sorrisi soddisfatti e orgogliosi di lei per rasserenarsi e dirsi che ne valeva la pena.

Adesso, soltanto adesso, aveva trovato il coraggio che gli era mancato anni prima. Aveva ventisette anni oramai ed era stufo della vita che aveva sempre condotto. Era stufo di cercare lei in ogni donna con cui aveva cercato di dimenticarla –oggettivamente poche, ma sempre troppe alla sua mente innamorata. Era stufo di convincersi che ce l'aveva fatta, che poteva stare senza di lei, ed innamorarsi di nuovo perdutamente, desiderarla di nuovo perdutamente ogni volta che la vedeva. Perché alla fine secondo lui era questo che succedeva, la vedeva e ci ricascava di nuovo, ci ricascava sempre. E poi si trovava a sedurla senza essere in grado di fermarsi, pur sapendo che era sbagliato; si trovava a fare l'amore con lei dimenticandosi di qualsiasi altra cosa e poi si svegliava di soprassalto, nel cuore della notte, solo per osservare un momento la sua sagoma nuda sotto alle coperte e lasciare la stanza il più velocemente possibile, senza svegliarla.

E odiava comportarsi così, perché lei non era una qualsiasi che poteva portarsi a letto e poi abbandonare quando gli pareva. Non voleva che lei pensasse di essere soltanto un ripiego, per lui, una che poteva scoparsi ogni tanto e lasciare a svegliarsi da sola chiedendosi dove era finito. Lei era…lei era tutto, ecco. Lei era tutto.

Era questo che doveva pensare.

Entrò con un profondo sospiro nel locale, trovandola nel solito tavolo all'angolo, accanto alle vetrate già inumidite dalla pioggia, avvolta nel suo soprabito nero e china su alcuni fogli a cui stava lavorando; gli era sempre piaciuta quell'espressione concentrata e assorta, su di lei, resa anche più graziosa dagli occhiali che doveva infilare per leggere. Gli era sempre piaciuto come togliesse sempre quegli occhiali il più velocemente possibile se c'era qualcuno con lei –era vanitosa, la sua piccolina. Di una vanità leggera, innocua e quasi innocente, capace di farlo sorridere e di portarlo da lei silenziosamente, per sorprenderla in quel gesto quando posò le mani sul tavolino.

"Sei arrivato!"

E poi se la trovò tra le braccia, che lo inondava del suo profumo dolce e fresco, e che si stringeva a lui come se nulla fosse accaduto prima. Come facesse, non sarebbe mai riuscito a capirlo. Perché volesse ancora rivederlo, parlargli…perché addirittura volesse abbracciarlo non l'avrebbe capito mai. Lui, che la feriva ogni volta sparendo la notte senza nessuna spiegazione, lui che, dal suo punto di vista, poteva anche essere soltanto un bastardo che tornava a Timber, ogni tanto, per infilarsi nel suo letto e uscirne quando non gli faceva più comodo…lui che, a ragion veduta, era quello che la usava.

Però trovarsela ancora contro il petto, sentire di nuovo la sua risata, il suo calore, il suo profumo e la sua voce, sentire che era contenta di vederlo…era così piacevole, era come se lei avesse sempre capito le sue paure e lo avesse aspettato proprio per quel motivo. Non era sicuro di quale sarebbe stato il momento migliore per parlarle della sua decisione, non era sicuro nemmeno che fosse una buona idea parlargliene. Non sarebbe stato forse l'ennesimo comportamento egoistico da parte sua?

"Che mi racconti di bello, come stanno tutti? Siediti qui con me…," diceva lei intanto, spostando le sue cose per fargli spazio.

"Stanno bene," iniziò lui sedendosi, mentre lei faceva cenno alla cameriera che volevano ordinare, "probabilmente nei prossimi mesi cederà anche Irvine…almeno, è quello che ci ha detto, sembra volersi sposare…"

"Oh, sono contenta! Oramai, dei nostri amici mancavano solo loro…"

E noi, si trovò a pensare lui senza rendersene conto, e l'avrebbe probabilmente detto ad alta voce se non fosse stato per la cameriera che era arrivata a prendere le loro ordinazioni. Si limitò a lasciar cadere il discorso, non voleva creare un casino come al suo solito e ritrovarsi poi senza il coraggio di dire o di fare qualsiasi cosa che potesse riavvicinarla a lui; preferiva godersi la sua compagnia, domandarle come stava e sentirla raccontare con entusiasmo del lavoro che aveva appena terminato proprio lì a Timber e che stava ricontrollando quando lui era arrivato. E poi gli piaceva guardarla mentre le luccicavano gli occhi e gli parlava della sua vita, e gli era consolatorio pensare che forse, le luccicassero gli occhi perché amava l'idea di renderlo un po' parte della sua vita. Sembrava di tornare ad anni prima, quando ancora stavano insieme e nell'intimità dell'appartamento che lei aveva trovato per sé gli confidava sogni, speranze e delusioni dopo aver fatto l'amore. Gli dava l'idea che qualcosa potesse ancora esserci, tra loro; che tutto non si riducesse agli incontri fugaci che avevano ogni due, tre mesi e che terminavano sempre con lui nel suo letto. Che forse, qualcosa poteva ancora essere ricostruito e recuperato, nonostante la patina degli anni che aveva sbiadito tutto quanto.

Passarono lunghi minuti a parlare del più e del meno, ridendo e scherzando con lei che lo prendeva in giro per il vizio di mangiare sempre paste alla crema, e lui per il suo tratto vagamente infantile di ordinare sempre il latte al cioccolato quando si incontravano. Fu solo quando calò la sera e la pioggia si era solo leggermente attenuata che si decisero ad alzarsi; sistemando tutte le sue carte, lei gli chiese, "sai già dove dormire?"

"Credo farò un salto all'hotel, a vedere se hanno una stanza libera…"

"Sapevo che avresti detto così," rise lei, "ma non ti conviene provarci. C'è un convegno in città e l'albergo è pieno…puoi dormire da me, se vuoi," aggiunse abbassando gli occhi, "non ho una stanza in cui ospitarti, ma posso farti dormire sul divano…"

Gli parve di scorgere un po' di vergogna sul suo viso, forse temeva di avergli richiamato alla memoria tutte le volte in cui lei lo aveva ospitato? Forse era più saggio far finta di nulla, accettare e basta, e cercare di metterla a suo agio per poi parlarle apertamente.

"Grazie," le sorrise, mentre si avviavano a pagare il loro conto e uscivano di corsa, cercando di arrivare il prima possibile a casa di lei senza bagnarsi troppo.


Aveva perso il conto di quante occasioni aveva già avuto di baciarla, occasioni che si era lasciato sfuggire per paura di rovinare tutto ancora una volta. Aveva a malapena notato che la strada per il suo appartamento era diversa, più lunga della solita; era troppo impegnato a non cacciarsi in situazioni di cui si sarebbe pentito e a cercare di tenere il suo soprabito teso il più possibile sopra alle loro teste.

Pareva che pure la pioggia avesse deciso di rendergli le cose più complicate. E persino la corsa dentro al portone di lei pareva avercela con lui, perché fermarsi all'improvviso per non caderle addosso lo aveva pericolosamente avvicinato alla sua bocca. E gli era parso di vedere, attraverso le ciocche di capelli umidi che gli cadevano sugli occhi, che lei fissasse le sue labbra, per poi distogliere velocemente lo sguardo e cinguettare con allegria forzata, "vieni, il mio appartamento è da questa parte…"

E ora che lo vedeva, capiva perché lei avesse cambiato casa.

Questa era molto più luminosa, molto più spaziosa, molto più…calda. Ecco, sì, calda. Forse perché aveva le travi in legno al soffitto, forse perché aveva il parquet al pavimento, forse perché rispecchiava fedelmente la sua padrona, per il semidisordine che vi regnava, con tutti quei libri e quei dischi sparsi, con la cucina in muratura che intravedeva dalla porta, con quelle grandi vetrate che dominavano tutta Timber e che regalavano una vista meravigliosa sull'ulivo secolare sotto alle sue finestre.. "E' molto carino qui," si decise a complimentarsi lui, mentre lei si levava il soprabito e gli faceva cenno di passarle il suo, "grazie. Dammi, li metto ad asciugare di là…mi faccio una doccia veloce," continuò allontanandosi, "poi puoi farla anche tu se vuoi, mentre preparo la cena…"

Era già sparita dietro ad una porta, e lui era rimasto solo in quelle stanze che parevano parlare di lei ad ogni centimetro. O forse era lui che la conosceva anche troppo bene, e sapeva che quei libri ammucchiati là sul tavolino erano quelli che le servivano per il suo lavoro, mentre quelli accanto alla tv erano quelli che le facevano compagnia la sera; sapeva che era logico trovare certi dischi in giro per casa, in modo che lei sapesse sempre esattamente dove fossero, e trovarne altri, quelli che lei amava di meno, al loro posto e in ordine. E sapeva che avrebbe trovato il mobiletto sotto alla sua tv pieno di film ancora non visti.

"Tieni, se vuoi asciugarti un po'…", diceva intanto lei, apparendo avvolta in un accappatoio da una porta semichiusa e gettandogli un asciugamano; "faccio in fretta…"

E spariva di nuovo.

E lui si passava l'asciugamano tra i capelli, stupendosi di come sembrasse anche a lui che non fosse accaduto nulla in quegli anni lontani. Quanti anni erano, a proposito? Quattro, forse quasi cinque. Lui gliene aveva rubati altrettanti con il suo egoismo, e la pretesa di starle accanto nonostante gli fosse sempre più chiaro che stava diventando un peso nella sua vita, che le impediva di realizzarsi completamente. Ed era quasi impossibile pensare che, dopo quasi dieci anni in cui era successo di tutto, ora gli bastasse andarla a trovare e fermarsi a dormire da lei in una serata di pioggia perché tutto quel tempo sembrasse annullarsi. A pensarci bene, non sapeva nemmeno cosa stava provando, era tutto un groviglio di cose che si accavallavano in lui, la gratitudine di non essere mai rifiutato, nonostante il suo comportamento, il desiderio di vederla e di parlarle al più presto, la spavalderia che aveva creduto coraggio e la paura di parlarle e rovinare quel rapporto strano che si era creato tra loro.

E quell'incertezza dubbiosa lo accompagnò anche sotto alla doccia, nell'acqua che scorreva, gli parve di sentirlo perfino nel profumo che proveniva dalla cucina; e per tutta la sera lottò con la sensazione contraddittoria di non essere al posto giusto e di non poter essere altrove. Era troppo strana quell'atmosfera così tranquilla, troppo strano il modo in cui, entrando in cucina, aveva iniziato a darle una mano dando il via a scherzi e risate che non avrebbe creduto possibili, era troppo strano poterla sfiorare senza sentirsi in imbarazzo quando semplicemente l'essere in quella casa lo aveva messo un po' a disagio. Cercò di capire se anche per lei le cose fossero così, ma vedeva solo un'espressione serena sul viso arrossato da tante risate, e aveva ricevuto un sorriso ogni volta che l'aveva toccata per sbaglio; non aveva notato nessun imbarazzo nemmeno quando aveva notato a voce alta, non senza stupore, che lei aveva preparato tutto quello che lui preferiva –la pasta al salmone, del pesce con i funghi, e a lei non piaceva molto il pesce…aveva persino comprato le paste alla crema che lui adorava per dolce. Non l'aveva vista a disagio nemmeno quando le aveva detto che era sempre bellissima, osservando la camicia bianca e aderente che lei si era messa, che gli mostrava tutte le forme che lui bramava accarezzare. Gli era parso anzi che dopo quell'apprezzamento da parte sua, lei cercasse di toccarlo almeno quanto lui evitava di farlo per non cadere nella tentazione di portarla in camera, come al solito. Persino quando si sedettero a tavola per la cena gli parve che lei cercasse un po' del contatto che lui voleva evitare; non poteva in nessun modo affrettare le cose, avrebbe significato trovarsi a flirtare con lei, sedurla, infilarsi nel suo letto…e quello che voleva dirle sarebbe sparito nel cuore della notte insieme a lui e alla vergogna di averla usata così.

Avevano appena finito di cenare e di scherzare su come lei lo avesse sempre preso per la gola, e su come lui stesse aspettando il dolce con l'acquolina in bocca, che lei lo invitò ad accomodarsi sul divano, perché voleva prendere una bottiglia di vino e berla con lui mentre chiacchieravano. Lui fece come gli era stato chiesto, e si sedette ammirando l'atmosfera che prendeva quella stanza con la luce soffusa della lampada in contrasto con il buio là fuori; aveva davvero scelto bene lei, e si era sbagliato a dirle che quel posto era carino, quel posto era perfetto.

Aveva quasi dimenticato il disagio, e aveva allungato lui stesso ogni tanto una mano ad accarezzarle il viso, quando lei chiese a bruciapelo, "nel messaggio dicevi di volermi parlare di una cosa importante…"

Fece una fatica immensa ad inghiottire l'ultimo boccone di dolce; cercando di non darle a vedere quanto fosse agitato, bevve il suo vino tutto d'un fiato, mentre rifletteva sulle parole da dirle. Con un profondo sospiro si voltò verso di lei, era il momento che aveva temuto e sperato per così tanto tempo…e all'improvviso sentiva le labbra di lei contro le proprie, la lingua che gli sfiorava la sua, la sua saliva che gli scendeva lungo la gola facendolo bruciare nuovamente di desiderio; e poi la sentiva muoversi, sedersi sopra di lui e mugolargli il piacere tra i baci.

Si rendeva conto, lei, di quanto divenisse irresistibile se si comportava così? Mosse le mani lentamente sulla sua schiena, rispondendo ad ogni bacio con più ardore, scendendo ad afferrarle i fianchi per rovesciarla sul divano e prenderla subito –non credeva di poter aspettare ancora. Ma lei lo fermava, puntandogli le mani sul petto nonostante il suo corpo si muovesse a provocarlo e le sue labbra non lo abbandonassero; "aspetta," ansimava, "aspetta, aspetta…", e a lui non riusciva di non ascoltarla, anche se separarsi da lei era complicato, gli pareva di aver bisogno di quelle labbra come un assetato ha bisogno d'acqua. Solo quando trovò la forza di guardarla senza abbassarsi a baciarla ancora, lei mormorò in un gemito, "voglio prepararmi per te…"

Lui rimase un secondo interdetto, senza capire veramente che cosa lei volesse dire; ma poi le si alzò, guidandolo per mano in camera e gettandolo sul letto, mentre si chinava con un sorriso suadente per un bacio veloce e sussurrava con il respiro ancora affrettato, "aspettami…"

E lui non si sarebbe mai mosso, sarebbe stato ad aspettarla fino a che lei non fosse tornata –avrebbe anche potuto metterci giorni. Era troppo il bisogno che aveva di lei, della vita libera che aveva finalmente avuto il coraggio di scegliere. Si levò soltanto la maglia, nell'attesa, ricordando quanto lei amasse spogliarlo accarezzandolo con le mani e con la bocca; e poi si sedette sul letto, appoggiandosi contro la testata, sorridendo dell'ironia dell'intera situazione –mentre lui aveva cercato in tutti i modi di non portarla in quel letto prima di averle parlato, lei non aveva resistito e lo aveva sedotto, e per di più con un solo bacio.

E poi continuò a sorridere di malizia quando la vide uscire dalla porta del bagno con la sua espressione seducente, rimanendo fermo ad osservarla mentre si sfilava la vestaglia in cui si era avvolta e gli mostrava quello che aveva voluto indossare per lui. E il suo sorriso scomparve, lasciando il posto ad un'espressione stupita –persino in quel frangente lei aveva scelto quello che lui amava di più. Aveva addosso un bustino pieno di lacci che avrebbe potuto sciogliere, e un paio di mutandine così piccole da coprirla appena…e lui non poteva far altro che allungare le mani a prenderla per i fianchi e trascinarla sul letto insieme a lui, per iniziare a baciarla e sciogliere uno alla volta i nodi che lo separavano dalla sua pelle.

Era ancora morbida come la ricordava. Morbida come era sempre stata, malleabile tra le sue braccia, sotto alle sue mani, contro alla sua bocca. Fresca come se tutto il calore di quell'eccitazione fosse soltanto addosso a lui. E sempre dolce, così infinitamente dolce, così instancabilmente dolce che lui a volte pensava fosse fatta di zucchero. Di latte e zucchero.

Ed era anche più sensuale di quanto la ricordasse; per lui, lei era sempre stata un po' bloccata, come se il pensiero che lui comunque se ne sarebbe andato mentre lei dormiva pacifica sognando d'amore le avesse sempre impedito di lasciarsi andare. Ma adesso non era così, si spingeva contro di lui, lasciava vagare le mani sul suo petto e sulla sua schiena, si infilava appena sotto ai suoi pantaloni stringendogli le natiche come per avvicinarlo a sé e poi lasciava scorrere una mano, invitante, leggera e irresistibile, ad accarezzare la sua erezione attraverso la stoffa che lo copriva, "prendimi…"

C'era qualcosa, in quel sussurro che sapeva un po' di gemito e un po' di sospiro, che seppe scioglierlo lì dov'era e le permise di slacciargli i pantaloni e sfilarglieli per farsi accarezzare dalle sue mani tremanti eppure così in grado di annichilirlo con il minimo tocco. Si ritrovò a spingere contro le dita che lo avvolgevano, sfiorandola appena attraverso la biancheria mentre con le mani cercava affannosamente di sciogliere anche gli ultimi lacci –Hyne, lui adorava quelle cose, sapevano fargli sentire che lei gli apparteneva fino in fondo…ma ora che era così impaziente di vederla, di toccarla, di baciarla e assaporarla, odiava ogni centimetro di stoffa che lo separavano da lei. E non era giusto che mentre lei poteva toccarlo e strappargli quei suoni sommessi che erano quanto di più vicino ad un gemito lui avrebbe mai emesso, lui non poteva nemmeno saziarsi gli occhi…

Finalmente però anche l'ultimo nodo cedeva alle sue dita tremanti, e lui poteva gettare bustino e mutandine da qualche parte, per terra. Si fermò un attimo a guardarla, incapace di tacerle che era sempre bellissima, prima di allungare le mani ad accarezzarla lentamente dai fianchi fino ai seni, osservando ogni reazione e sorridendo di come il passare il pollice all'improvviso sui suoi capezzoli l'avesse costretta ad inarcarsi con un gemito. Tornò a baciarla, mentre lasciava che fosse il suo corpo intero ad accarezzarla e avvolgerla, stringendole un seno mentre cercava, con l'altra mano, di tirare il lenzuolo sotto di loro. Ma lei sembrava avere altre idee, sembrava voler essere presa in quel preciso istante e lui, che pur voleva accontentarla come mai aveva fatto, voleva prendersi il tempo di giocare di lei.

Balle, voleva solo che lei implorasse di essere posseduta nella notte in cui non l'avrebbe mai lasciata.

E voleva anche assaporarle ogni centimetro di quella pelle così dolce e morbida, scendere a mordicchiarle il collo, riempirsi la bocca del suo seno e strusciare la lingua contro il turgore del suo capezzolo, seguire la linea della sua magrezza che pareva guidarlo ai suoi centri, sfiorarle l'ombelico e poi riempirsi ancora la bocca di lei, del suo piacere intenso, violento e tremante di passione. La sentiva gemere in mezzo al rumore della sua lingua che strusciava contro la sua eccitazione umida, gli parve che lo stesse implorando in frasi sconnesse interrotte dai mugolii di piacere; risalì comunque sul suo corpo il più lentamente possibile, per assaporare ogni secondo di piacere che le regalava e si prendeva, e si fermò un momento ad osservare quel viso arrossato di piacere. Lei aprì appena gli occhi, sorridendo maliziosamente prima di lasciar scorrere la mano su di lui per accarezzarlo ancora, ma lui la bloccò, portando le loro mani unite sopra alla sua testa; "non posso aspettare ancora…"

Lei si morse un labbro, come faceva sempre prima di farsi penetrare –era qualcosa che lui non avrebbe dimenticato, il modo cui gli occhi le luccicavano e si mordeva il labbro solo per non gemere il sì che lasciava esprimere al suo corpo. La osservò voltarsi su di un fianco, invitandolo silenziosamente a prenderla; e avvolgendola mentre le baciava il collo e la sentiva appoggiargli la testa contro la spalla, si lasciò scivolare lentamente dentro di lei.

Gli parve che non ci fosse nulla di più sensuale, erotico e dannatamente seducente del gemito con cui lei l'aveva accolto, e dei suoni che accompagnavano il suo sesso che scorreva in lei. Gli parve che fosse tutto perfetto per quel che voleva dirle dopo, perché glielo avrebbe detto, non poteva più tacerlo –Hyne, non era certo lì a fare l'amore con lei perché aveva bisogno di un po' di sesso. Non era questo che voleva, era di lei che aveva bisogno, delle dita che gli scivolavano tra i capelli e lo attiravano più vicino, dei baci impossibili tra i respiri affrettati e i mugolii che lui si lasciava sfuggire, delle contrazioni intorno a lui che sembravano non volerlo lasciare mai più. Gli sembrò di penetrarla solo ed esclusivamente per il piacere di lei, per sentirla gemere e farla gemere come gli piaceva di più, senza che lei potesse fare altro che assecondarlo e abbandonarsi a lui con tutta la potenza della sua voce. Non seppe mai come avesse fatto a resistere alla tentazione di lasciar andare il suo seme nel momento in cui lei gli si contrasse violentemente intorno con un grido; seppe soltanto di aver resistito e di essere ancora a scorrerle dentro quando lei si stese completamente sul letto, ancora esausta e pervasa di piacere, per permettergli di continuare a prenderla come preferiva.

Tornò a sussurrarle all'orecchio quanto la trovasse bella, mentre lasciava scivolare le mani sul suo corpo lucido di lussuria e d'orgasmo per stringerle i seni e poi ancora a stimolarle il clitoride penetrandola con più forza. E poi non gli riuscì più di mantenere il controllo, non se lei continuava a gemere a quella maniera e Hyne, sembrava che fosse la sua voce a guidargli le mani a prenderla per i fianchi, sollevarla e penetrarla sempre con più forza, mentre le sue orecchie si saziavano delle sue grida di piacere, e i suoi occhi si nutrivano della deliziosa immagine voluttuosa del suo sesso che spariva dentro di lei. Fu solo allora che cedette a lasciarsi sfuggire il gemito che aveva spesso trattenuto, e mentre la osservava stringere le lenzuola tra le mani e appoggiare la fronte sul cuscino nel delirio dell'orgasmo, si sentì esplodere dentro di lei.

Si lasciò cadere al suo fianco, ancora dentro di lei, cercando di attirarla il più vicina possibile; la sentì opporre un po' di resistenza, forse preferiva stargli lontana? Era il momento che lui iniziasse a rispettarla; e l'avrebbe fatto perché lei lo meritava, per tutte le notti in cui era scappato senza una parola o una spiegazione. Attese alcuni minuti, lunghi interminabili minuti di respiri affrettati che si facevano più regolari; e poi allungò la mano a sfiorarle il fianco, cingerla alla vita e attirarla a sé, incontrando ancora un po' di resistenza, "hey, girati…"

Lei rimase ancora ferma, mentre lui si avvicinava di più, "voglio parlarti…guardami…", e vedendo che lei ancora gli voltava le spalle e non pareva volersi muovere, la strinse di più alla vita costringendola a distendersi sul letto; scostandole appena delle ciocche di capelli umide di sudore dal viso, mormorò stupito, "ma stai piangendo…"

"No, io…", cercò di dire lei, ma sentirlo scendere a baciarla lievemente, e asciugarle gli occhi con un sorriso, la fece cedere del tutto e gli scoppiò a piangere tra le braccia. Per quanto tempo si era trattenuta…per quanto tempo aveva sperato che ogni notte fosse quella giusta, che si sarebbe addormentata e svegliata accanto a lui, e non avrebbe aperto gli occhi solo per scoprire che la sua mano non l'aveva ingannata, e il letto era vuoto. Per quanto tempo si era detta che non avrebbe ceduto più, e poi si trovava debole e quasi indifesa ad accarezzare biancheria intima che comprava solo per lui. Solo dopo si era resa conto che lei cedeva sempre, ancora prima di vederlo; cedeva quando sceglieva il bar che lui amava, quando comprava la biancheria da indossare per lui, quando gli preparava la cena che preferiva e quando si abbandonava tra le sue braccia a tremare di desiderio. E aveva sempre tentato di convincersi che era solo desiderio, solo attrazione fisica, solo la nostalgia dell'intesa sessuale che non aveva trovato, o cercato, con gli altri uomini della sua vita; ma alla fine era solo perché era lui, e perché lei non aveva mai accettato che lui volesse uscire dalla sua vita.

Finalmente lo scoppio di pianto sembrò chetarsi, e aprì gli occhi ad osservarlo, mentre era ancora lì, stretto a lei, che la avvolgeva di sé facendola sentire così…sciocca, infantile, e insieme protetta, desiderata e quasi amata. Lui le scostò di nuovo i capelli dal viso, si chinò ancora a baciarla, e le sfiorò le labbra con un dito quando lei cercò di scusarsi, "mi dispiace, non…."

"Sshh, lascia che ti dica qualcosa io, mh?" Attese che lei annuisse, mentre sentiva la sua mano che gli stringeva il braccio in una carezza; e poi trovò le uniche parole che potevano insieme placare lei e aiutare lui, "rimango qui stanotte…rimarrò qui sempre, se tu…"

"Ma," interruppe lei, senza capire e quasi incredula, "e il tuo lavoro, la tua vita, tutto…?"

"Abbandonati," sorrise lui, "anni fa non l'ho fatto. Avevo paura….adesso però…non lo so. Forse non ho più così paura, so che voglio stare qui, con te…"

"Io…io," sospirò lei profondamente, allontanandolo un po' da sé, "non lo so, non…non vorrei che tu cambiassi idea ancora, non…"

"Ssssh," interruppe lui; "non avere paura…."

Fu solo allora che lei sorrise, per la situazione che s'era invertita; perché lui aveva appena ripetuto le stesse parole che gli aveva sussurrato lei, anni prima, quando lui le aveva confidato di volerla lasciare. Non sapeva come avesse fatto, ma aveva intuito tutto –il suo sentirsi un peso, il suo desiderio di vederla felice, il suo credere di doversi allontanare da lei perché lei si realizzasse. Quanto si era sbagliato, allora, quanti 'non avere paura' aveva ripetuto lei, quante volte gli aveva ribadito che andava tutto bene così, che era insieme a lui che voleva realizzarsi ed essere felice, anche se voleva dire abbandonare tutto; e adesso che era lui a farlo, adesso che lui abbandonava ogni singolo traguardo raggiunto in quegli anni, e le chiedeva di non avere paura…lei non poteva rifiutarlo, Hyne, lei non voleva rifiutarlo. Lui era tutto, era sempre stato tutto…e quella casa era stata comprata, sistemata, arredata per quando lui avesse deciso di tornare con lei.

Si trovò a sorridere senza rendersene conto, mordendosi il labbro ancora una volta e osservandolo ricambiare il sorriso con un'espressione maliziosa, lui sapeva sempre benissimo a cosa corrispondeva quel gesto da parte sua. Lei si mordeva il labbro per il desiderio di lui, sempre e comunque, se ci pensava ricordava di averlo fatto soltanto quando era insieme a lui, anche quando il suo sesso pulsava ancora del piacere che lui le scatenava addosso. E adesso che lui era suo, di nuovo e per sempre, non poteva desiderare altro che quello, passare la notte a fare l'amore con lui e trovarlo ancora lì, la mattina dopo, come nei vividi sogni voluttuosi a cui si abbandonava spesso.

Lo rovesciò sul letto, salendo su di lui piano, mentre fissava gli occhi nei suoi per scoprire che gli anni non l'avevano cambiato, era soltanto invecchiato e maturato. Ma era sempre la stessa persona, insicura e bisognosa di rassicurazioni, bisognosa di risposte; e si stava già chinando a baciarlo, quando lui mormorò in un soffio fissandole le labbra, "posso, allora…?"

E lei sorrise, premendosi ancora contro di lui, mormorandogli suadente addosso, nell'ultima concessione al loro passato, "basta che non ti salti in mente di andartene nel cuore della notte…"

Lui sorrise, finalmente, sollevato e felice, e stringendola a sé rispose scherzosamente, "non avere paura…"


Nota dell'autrice: questa fanfiction, come tutte le sue compagne in questa raccolta, fa parte del mio progetto 5000x4, ed è ispirata alla Writing Community 10 passionate encounters. Come sempre ringrazio il mio beta-reader Tomislav, che mi corregge sempre e sopporta tutti i miei scleri, e vi lascio il link a cui trovare risposte ad eventuali commenti e critiche sul mio blog Wide Awake, per non occupare altro spazio qui.