In breve tempo le era stata fornita una divisa da paramedico e si era cambiata.
Aveva anche ricevuto le istruzioni di base su come trattare il paziente.
Sarebbe andato tutto bene, doveva solo entrare, studiare la disposizione interna delle persone nella banca e tornare fuori con l'ostaggio. Nel mentre, il suo primo obiettivo sarebbe stato controllare che Castle e Martha fossero illesi, pur se prigionieri.
Quando fu tutto pronto si avviò, munita di barella, verso l'ingresso.
Per un lungo istante, ferma davanti alle porte in vetro satinato della banca, pensò che nessuno le avrebbe aperto.
Poi vide le ombre di due persone che si affacendavano sulla serratura e le porte vennero socchiuse quel tanto che bastava per farla passare.
Abbandonò i pensieri irrazionali di poco prima e fece un primo deciso passo verso il suo obiettivo.
Uno dei due rapinatori che erano venuti a sbloccare la porta rimase a controllare le sue azioni, mentre l'altro tornava in posizione qualche metro più in la. Erano vestiti con camici da ospedale e non erano identificabili a causa delle mascherine sul volto.
Appena ebbe varcato la soglia iniziarono i flashback. Forse avrebbe dovuto aspettarselo ma non aveva considerato la cosa prima di offrirsi volontaria per l'incarico.
Era bastato mettere piede all'interno dell'edificio per causare l'attacco di panico. Vedersi puntare contro un arma a così breve distanza l'aveva trasportata di nuovo in una sorta di allucinazione.
Era consapevole di non essere più in quel cimitero ma era inconsciamente convinta di essere in pericolo di vita, era come se avesse la certezza che le stessero per sparare. Ancora pochi secondi di vita e poi avrebbe accusato il colpo.
Stava per succedere tutto di nuovo, prima ci sarebbe stato lo sparo, poi avrebbe sentito il proiettile lacerarle il corpo lasciando una bruciante scia di dolore.
L'aveva scampata una volta, ora la morte avrebbe reclamato il debito che le doveva. Non le si poteva fuggire per sempre.
Iniziò a sudare freddo e sentì le gambe farsi deboli. Tutto si fece confuso e si chiese come mai si trovava in una stanza sconosciuta con così tante armi puntate contro di lei. Per di più completamente disarmata. Aveva con sè una barella e faticava a ricordarne il motivo, in aggiunta era vestita da paramedico e non ne capiva la ragione. Lo shock, unito al disorientamento che provava, la fecero barcollare sul posto e si ressè alla lettiga per mantenere l'equilibrio. Anche respirare stava diventando sempre più difficile e la vista andava appannandosi.
Non ne ricordava bene il motivo ma sentiva che aveva qualcosa da fare, una missione da compiere. Era in quel luogo per un motivo molto importante ma non riusciva a delineare quale fosse.
Oltre al danno, la beffa: sarebbe morta senza neanche rammentarne la causa.
Prima di lasciarsi prendere completamente dal panico alzò lo sguardo da terra e vide Castle giusto davanti a lei. Era a pochi metri dall'ingresso e stava evidentemente soccorrendo un uomo sulla quarantina.
Vedere Rick le infuse una immediata sensazione di tranquillità, fu come un'iniezione di pace. Il respirò tornò regolare nel giro di poco e, grazie all'ossigeno che le tornava ora a fluire nel sangue, la vista le si fece più chiara.
Riuscì a ricomporsi e a ricordare cosa stava facendo e il perchè, analizzando il tutto con più calma di quella che credeva di avere.
Era stata lei stessa a decidere di entrare lì. Era una sua scelta ed era perfettamente addestrata per affrontare quello che stava succedendo. Era esattamente dove voleva essere, si ripetè.
L'ostaggio che aveva subito il malore giaceva svenuto a terra, il colorito terreo e della schiuma che gli usciva dalla bocca. I medici del pronto soccorso le avevano assicurato che dopo l'attacco epilettico il soggetto non correva pericolo di vita immediato e che probabilmente non ci sarebbero state conseguenze a lungo termine. Era comunque necessario portarlo il prima possibile in ospedale per tenerlo sotto osservazione, ma non avrebbe dovuto aver problemi a trasportarlo fuori.
Concentrò quindi la sua attenzione su Rick, inginocchiato accanto all'uomo. Trovarselo davanti dava vita a tante sensazioni che non provava da tempo.
Le era mancato così tanto...
Sentì un piacevole calore diffondersi nel petto.
Era ancora vivo. E sembrava stesse bene.
Poteva farcela anche lei.
Nei mesi precedenti aveva sognato così tante volte i suoi occhi, il suo viso, che alcune mattine usciva dal dormiveglia convinta che se lo sarebbe trovata a fianco appena avesse aperto gli occhi. La delusione, quando si svegliava e si accorgeva di essere sola, era terribile. Paragonabile forse solo agli incubi che di sovente aveva e in cui riviveva il funerale di Montgomery.
Altre volte, invece, iniziava la giornata credendo di essersi immaginata tutto. Il loro incontro, i segnali che si mandavano, l'evidente chimica tra loro, tutti gli attimi felici passati insieme, perfino la sua dichiarazione d'amore. Si svegliava convinta di aver solo sognato o di aver magari frainteso le sue intenzioni e doveva fare mente locale per convincersi che, invece, la loro vita si era incrociata davvero e aveva proseguito in modo parallelo negli ultimi 3 anni.
Era successo tutto. Era tutto vero.
Il suo ultimo timore, poi, era che quando si fossero reincontrati, sempre che questo succedesse, lui le sarebbe parso diverso. Forse nella sua immaginazione aveva ingigantito tutto e in realtà vederlo sarebbe stata una delusione.
Ora lui era esattamente davanti a lei e, nel breve momento in cui i loro occhi si incontrarono, si accorse che non era cambiato nulla. Almeno non per lei.
Lui era sempre lui.
Esattamente come lo ricordava
Sempre con quella sua innata capacità di farle stare bene. Si rendeva perfettamente conto di essere stata sull'orlo di un attacco di panico quando era entrata ma le era bastato vederlo per riacquistare la calma e tornare in sè.
Averlo vicino la faceva sentire completa, un'ammissione su cui lavorava da mesi e che era ora in grado di fare abbastanza tranquillamente.
Quando lui l'aveva vista entrare la prima espressione era stata di sorpresa. Probabilmente aveva creduto di avere le allucinazioni. Era di certo una delle ultime persone che si aspettava di veder varcare quella soglia.
Ma lo stupore aveva subito lasciato il posto ad una sorta di tristezza.
Forse addirittura di rabbia.
L'aveva fulminata con lo sguardo, quasi a volerle chiedere cosa diavolo ci facesse lì.
Erano passati quattro mesi da quando lei aveva tagliato tutti i loro contatti e Kate immaginò che dovesse essere parecchio arrabbiato. Le aveva lasciato lo spazio che aveva chiesto e lei non aveva mai chiamato.
Si rendeva conto che l'impressione che doveva avergli trasmesso era che non gliene fregasse nulla di lui. Erano abituati a vedersi quasi quotidianamente e da un giorno all'altro lei lo aveva messo alla porta facendogli oltretutto promettere di non disturbarla.
Di certo lei non si aspettava di sistemare le cose in quel momento e cercò di comunicarglielo con uno sguardo carico di scuse. Ci sarebbe stato il tempo di chiarirsi più tardi. Si era offerta volontaria per andare in avanscoperta come paramedico proprio per creare quella possibilità e sperava vivamente che lui le avrebbe lasciato l'occasione per riallacciare i rapporti.
Pregava solo di avere una seconda possibilità e non le sembrava di chiedere troppo. Lei gli aveva perdonato molte cose, prima fra tutte il suo immischiarsi nel caso della madre.
Avrebbe dovuto lasciarle almeno la chance di sistemare le cose tra loro, glielo doveva.
Si rese conto che da quando era entrata era rimasta bloccata per qualche secondo di troppo davanti alle porte. Non era proprio il momento di perdersi nei suoi pensieri, pensò, cercando di darsi un contegno.
Si affrettò a raggiungere il punto dove si trovavano Castle e l'altro ostaggio e abbassò il carrello d'emergenza come le avevano insegnato poco prima.
Nel farlo ebbe il tempo di perlustrare con lo sguardo l'intera sala. Gli ostaggi erano raccolti in cerchio al centro della stanza. Individuò subito Martha e anche la cassiera incinta per la quale il capitano Peterson aveva cercato di negoziare il rilascio.
In tutto riuscì a contare una quindicina di persone.
C'erano quattro banditi, tre maschi ed una donna, tutti ben armati e tatticamente ben disposti. Trapper John doveva essere quello che era venuto ad aprire le porte poc'anzi e che stava ora dando indicazioni alla complice donna per far uscire il il più velocemente possibile lei e l'ostaggio.
Si inginocchiò a fianco dello sconosciuto e finse di misurargli le funzioni vitali.
Lui era giusto di fianco a lei e, con la rapinatrice alle spalle, allungò la sua mano fino a stringere quella di lei.
Forse non era poi così arrabbiato, sperò Kate. O forse, vista la gravità della situazione, aveva solo bisogno di scambiare un gesto di conforto e lo avrebbe fatto con chiunque. Si augurava vivamente si trattasse del primo caso per poter mantenere almeno la speranza di sistemare le cose tra loro.
Pregava solo che Castle, in quei mesi, non l'avesse già dimenticata per passare oltre.
In quel lieve contatto era come se scorresse elettricità. Non si era mai pienamente resa conto di quanto fossero forti le sensazioni che il corpo di lui le trasmetteva ma d'altronde non si erano neanche mai permessi un grande contatto fisico. Tranne quando, sotto copertura, si erano scambiati quel bacio. Ma prima per dei motivi e ora per altri, aveva sempre cercato di non pensare a quell'episodio.
Il ricordo la fece arrossire, riacquistando un po' del colorito che aveva perso impallidendo poco prima.
-Come sta?- chiese, rivolta a Castle ma evitando di guardarlo.
-Non bene.- Le rispose Rick, guardandola corrucciato quasi a volerla esaminare. -Si chiama Sal Martino ed è affetto da epilessia. L'attacco è stato probabilmente causato dallo stress-.
-Ehy, Sal, forza! Ascoltami, voglio che tu pensi a tutte le persone che tengono a te e che continui a respirare. Così, bravissimo!- Disse Kate incoraggiando il paziente e cercando di sfuggire lo sguardo di Castle, che non riusciva a comprendere.
Sembrava allarmato per il fatto che lei fosse lì quando in realtà avrebbe dovuto preoccuparsi del fatto che lei stava per uscire mentre lui e Martha avrebbero dovuto rimanere in balia dei rapinatori ancora per un po'.
-Ti tirerò fuori di qui.- continuò Kate, guardando Sal ma parlando in realtà direttamente a Castle. E poi parleremo, aggiunse con il pensiero.
Alzò solo un momento lo sguardo a fargli un cenno e gli riprese la mano nella sua stringendogliela. Era il suo modo di promettergli che sarebbe andato tutto per il meglio e, per quanto strano, Kate fu certa che lui avesse capito.
-Meno chiacchiere e muovetevi!- Li esortò da dietro la rapinatrice.
-Sal, sei pronto? Ti carichiamo sulla barella. Uno, due, tre!- Disse Beckett coordinando gli sforzi suoi e di Castle per issare Sal sul carrello del pronto soccorso.
Castle la aiutò a rialzare la barella per poterlo trasportare fuori. Quando stava per riavviarsi fu stupita di sentire di nuovo, con la mano sinistra, il contatto con quella di Castle.
Le stava facendo avere un biglietto di carta e rilassò quindi i muscoli della mano per riceverlo.
Pochi attimi dopo era di nuovo fuori e si dirigeva verso le ambulanze.
