"Detective, posso parlarle?" La voce di Peterson le arrivò da dietro le spalle e postpose il confronto con Castle. Si fece quindi aggiornare sugli ultimi sviluppi.
Dopo pochi minuti era di nuovo libera, ma con più dubbi che mai su quel maledetto caso.
Si girò e vide che Castle le stava venendo incontro.
"Allora, Beckett… Che intendi fare ora? Ci vediamo tra un paio di mesi per un caffè?" Le chiese sarcasticamente Castle dopo averla raggiunta, ma mantenendo le distanze. Sia in senso fisico che emotivo.
Non avrebbe voluto essere così velenoso ma avere di nuovo la sua attenzione concentrata su di lui lo aveva spinto ad osare un approccio un po' più combattivo.
Sperava solo che il fatto di essere stata lì quando lui ne aveva bisogno significasse che aveva preso la decisione di riavvicinarsi, anche perchè sarebbe stato davvero troppo crudele perderla di nuovo dopo averla rivista. In ogni caso lei gli doveva dei chiarimenti, visto il loro trascorso.
Non accettava più il muro di silenzio che aveva voluto creare.
Se anche avesse voluto provare di nuovo a tagliare i ponti glielo doveva quantomeno dire in faccia. Poi, che lei lo volesse o no, lui avrebbe proseguito comunque nei suoi intenti.
Fortunatamente per lui, Kate aveva maturato il suo stesso bisogno di affrontare la situazione.
"Credo che dovremmo parlare, Castle." Gli rispose, tenendo gli occhi bassi e cercando di non cogliere la sua provocazione. Era ferito, lo capiva.
Era colpa sua, stava a lei cercare un rimedio, si disse. Anche se non sapeva ancora quale fosse.
"Si, credo tu mi debba più di qualche spiegazione" Affermò con quel suo sguardo ferito.
"Iniziamo scegliendo un posto, allora." Gli propose. "Da me o da te? Non credo sia il caso di affrontare la questione qui." Per quanto poco, era felice che lui avesse accettato almeno l'idea di confrontarsi.
"Da te. Che fine hanno fatto i rapinatori?" Si informò quindi Castle cambiando argomento e spiegandole cosa aveva visto mentre era in ostaggio.
"Tutti morti, sembra avessero sbagliato ad impostare il timer dell'esplosione." Gli rispose, mettendolo poi al corrente di quanto scoperto durante l'indagine. Le informazioni ricevute da Peterson le avevano mosso diversi interrogativi e aveva appena ricevuto un messaggio dai Bro che la informavano che a breve sarebbero stati lì.
Doveva ammettere che era parecchio piacevole aggiornarlo sul caso, come ai vecchi tempi. Con il vantaggio aggiunto che facendolo ripassava mentalmente anche lei tutti i vari dettagli.
"Ryan ed Esposito stanno per arrivare, poi faremo il punto della situazione. Rimani con noi?" Chiese Kate con un filo di speranza, concludendo la sua spiegazione.
"Io… Credo sia meglio se vado ad accompagnare a casa mia madre ed Alexis. Ti raggiungo più tardi, ok?"
Capì che aveva bisogno di riflettere e di stare solo, o meglio, senza di lei. Altrimenti non avrebbe mai perso la possibilità di seguire un caso in cui era coinvolto di persona.
Lo salutò con un certo imbarazzo, in fondo lo aveva evitato per mesi e ora era piombata lì dal nulla dichiarandogli che avevano bisogno di parlare. Non poteva fargliene una colpa se cercava qualche momento per riassettare le idee. In più aveva un caso da risolvere.
Quando arrivarono i ragazzi e le mostrarono una copia del documento di identità del genero della vittima, Beckett fu sorpresa di scoprire che si trattava di Sal Martino. Fu questione di poco, poi, capire che la rapina era stata inscenata per coprire il furto di informazioni della cassetta di sicurezza 120. L'ex moglie di Sal, nonchè figlia di Agnes Fields, era viva e vegeta e probabilmente in pericolo, visto che si nascondeva assieme al figlio tramite la protezione testimoni dell'FBI proprio dal precedente compagno. Una volta allertate le pattuglie locali, spedì Ryan ed Esposito ad arrestare Martino.
Appena i colleghi lasciarono la scena si rese conto della gioia che aveva provato nell'agire di nuovo normalmente, come quando lavorare sul campo era la norma. Non tanto durante la rapina, in quei momenti era solo la preoccupazione ad averla da padrone, quanto nel rapporto con i colleghi e nella gestione del caso.
Era come se un piccolo fuoco le si fosse riacceso nel petto. Certo, la fiamma era ancora debole, ma la voglia e il bisogno di superare la situazione di stallo in cui si trovava l'avrebbero tenuta accesa.
Quel giorno era finalmente tornata ad avere il controllo che non esercitava da mesi. Aveva coordinato le indagini e gestito le risorse nel miglior modo possibile. Entrata nella banca aveva superato gli ostacoli ed affrontato la paura che le aveva attanagliato le viscere. Si rendeva conto che era stata la presenza di una certa persona a darle forza, ma questo non toglieva il fatto che era riuscita a portare a termine il suo compito. Aveva chiuso il caso.
Era fiera di lei, una sensazione che non provava da tanto, tantissimo tempo.
Era rinfrescante tornare ad avere fiducia in sé stessi.
Si avviò verso il distretto con una grinta che non aveva da mesi. Era pronta per tornare ad essere anche l'indiscussa regina della sala interrogatori, non appena le avessero fornito la feccia da torchiare.
Riuscí ad avviarsi verso casa solo nel tardo pomeriggio, dopo aver concluso gli interrogatori e finito di sbrigare le pratiche relative al caso. Si rese presto conto che il suo appartamento era un disastro, i contenitori dei take away si erano accumulati a fianco del lavello e il disordine regnava sovrano.
Che fine aveva fatto la Kate ordinata e metodica? Quasi non riconosceva il suo spazio vitale.
Erano settimane che nessuno oltre a lei entrava là dentro. L'ultimo, in ordine cronologico, era stato suo padre, venuto a verificare che lei fosse ancora viva visto che durante la riabilitazione non si era fatta quasi più sentire.
Il suo stile di vita era tornato ad essere quello che si poteva definire come un "pre-Castle", di rado decideva di cucinare qualcosa e ordinava quasi tutti i giorni la cena da locali che offrivano la consegna a domicilio. Si era detta che, visto che aveva vissuto così per anni, poteva permettersi di farlo ancora. Non era assolutamente dovuto al fatto che non c'era più lui a convincerla dei benefici di una sana alimentazione. Era solo più comodo fare cosí.
Si accorgeva solo in quel momento che forse nell'ultimo periodo si era un po' trascurata, non era mai stata una persona disordinata, prima. Si vergognò di sé stessa quando iniziò a riassettare e si trovò con due sacchi pieni di cose da buttare, raccolte quà e là per l'appartamento.
Aveva scritto a Castle invitandolo da lei verso le 7pm, quindi ebbe tutto il tempo di far arieggiare e di sistemare quello che le sembrava fuori posto. L'indomani si promise anche di tornare ad una alimentazione un po' più corretta.
Volendo fare un paragone, fu un po' come se avesse riordinato le sue stesse scelte di vita, quel giorno.
Il tempo di una doccia e di rivestirsi in velocità e sentì bussare alla porta.
Quando aprì, trovò Castle sulla soglia, vestito in modo più sportivo rispetto alla mattina ma comunque sempre molto distinto. Anche lei si era messa abbastanza comoda e indossava un paio di jeans attillati e una maglietta, i capelli ancora leggermente umidi.
Si guardarono senza dir nulla e gli fece cennò di entrare spalancandogli poi la porta.
"Quattro mesi, Beckett. Per quattro mesi ho aspettato che mi chiamassi." Iniziò lui la conversazione, dopo essersi piazzato al centro del suo salotto senza nemmeno girarsi, dandole le spalle.
"Castle, capisco che tu sia arrabbiato ma-" Non riuscí a concludere la frase, lui si voltò ad affrontarla con il fuoco negli occhi. Era la prima volta che lo vedeva cosí e non sapeva bene come gestire la cosa. Si appoggiò con le spalle alla porta, dopo averla richiusa dietrò di sé, quasi a cercare un appoggio.
"Puoi scommetterci che sono arrabbiato, Kate. Sai che ti ho vista morire in quel cimitero? E poi di nuovo in ambulanza. Hai la più pallida idea di cosa si provi nel vedere scivolare via la vita da-" si interruppe un solo istante per cercare la definizione corretta "da una delle persone a cui tieni?"
Sembrava aver momentaneamente concluso l'arringa e quindi provò a iniziare con le scuse.
"Te l'ho detto, avevo bisogno di un po' di tempo…" Tentò.
"Avevi parlato di alcuni giorni!" Ribattè immediato.
"Me ne è servito di più, Castle." Per l'ennesima volta, quel giorno, puntò gli occhi a terra sentendosi la coscenza troppo sporca per affrontare il suo sguardo.
"Allora avresti dovuto dirlo prima. Ho aspettato per settimane prima di capire che non ti saresti più fatta sentire. Prima di capire che stavi meglio senza di me. Con Josh." Ok, l'ultima parte era un'uscita infelice e Castle se ne rese conto subito. Ci fu un momento di gelato silenzio.
Maledetta gelosia, si rimproverò mentalmente. Non aveva nessun diritto di rimproverarla per quello. Stare con il fidanzato era stata di certo la cosa più naturale e sensata da fare, nella sua situazione. Con una sola affermazione le aveva probabilmente fatto capire quanto fosse ferito dal suo rapporto con l'altro uomo, e l'ultima cosa che voleva era che Kate Beckett provasse pena per lui.
"Non stiamo più insieme. Ci siamo lasciati poco dopo… Beh, poco dopo il fatto." Affrontare le parole sparo o cecchino era ancora una cosa abbastanza dura.
"Ti ha lasciata sola dopo quello che è successo?" Il millesimo di secondo in cui aveva gioito alla notizia della rottura tra loro era stato presto sostituito dalla rabbia pensando a quanto doveva esser stata costretta ad affrontare. Non le serviva certo che dottor motocicletta la lasciasse sola! "Ma che razza di-"
"L'ho lasciato io, Castle" Lo rappacificò lei. "Non è stata una sua scelta".
Fu tentato di non farlo, ma la curiosità lo obbligò a chiederglielo: "Perchè? Perchè lo avresti lasciato proprio nel momento in cui avevi bisogno di cure?" Sapere che il ragazzo era un medico era uno dei pochi pensieri positivi, forse l'unico, che lo avevano accompagnato nei mesi precedenti quando pensava a Josh.
Alla sua domanda, Beckett ricordò le sensazioni di quel periodo. Quanto Josh fosse sbagliato al suo fianco, quanto aveva voluto gridare al mondo che Rick Castle la amava e che probabilmente lei provava lo stesso. E poi era stata colpita dall'amara verità, era un relitto su due gambe, in quel momento, una nave destinata ad andare a fondo. Non voleva portare giù con lei anche Castle.
"Josh era un bravo ragazzo, ma non era la persona giusta per me. Avevi ragione… Non lo amavo, per quanto mi sforzassi. Non potevo più continuare a fingere, dopo quel che era successo".
Per un solo momento, Castle si chiese se si riferisse a quanto era successo tra loro dopo che era stata colpita, poi comprese che doveva trattarsi dell'attentato stesso. Per quel che ne sapeva lei, lui non aveva mai messo le carte in tavola.
"Immagino sia stata dura da affrontare." Castle provò a continuare il discorso senza sbilanciarsi. Avevano già avuto una precedente discussione sul suo modo di affrontare le relazioni e non ci teneva a fare il saputello, ora che lei gli aveva dato ragione. "Kate, perchè non mi hai richiamato?"
Bene, sembrava fosse giunto il momento della verità. In fondo, come si suol dire, tutti i nodi vengono al pettine.
"L'ultima volta che ci siamo visti ti ho detto che non ricordavo nulla. Ma non era la verità…" Aveva deciso di spiegargli tutto partendo dall'inizio. Era pronta ad affrontare le conseguenze del suo comportamento, in fondo se lui avesse deciso di lasciarla perdere avrebbe ottenuto di saperlo di nuovo al sicuro e decisamente lontano dal suo mondo. Non era forse quello che voleva?
"Rick, ricordavo tutto. Comprese le tue parole."
Quello che gli leggeva negli occhi in quel momento era doloroso.
Lo aveva sorpreso.
E ferito.
Di nuovo.
Doveva cercare di porre rimedio, di fargli almeno capire quanto lui fosse stato importante per lei. Quanto lo era ancora.
"Ho sbagliato, Castle. Lo so. Ma in quel momento ero un disastro, tutto quello che riuscivo a sentire erano la paura e il dolore. Non ero pronta ad affrontare questa… cosa, tra noi.
Dalla morte di mia madre era come se avessi eretto un muro attorno a me, per proteggermi dalle persone, da quello che provavo. E oltre a questo non potevo coinvolgerti nella mia vita mentre un pazzo armato di fucile di precisione mi dava la caccia. Io… Avrei voluto chiamarti, davvero. Ma non potevo farlo. Non sarebbe stato giusto." Disse le ultime parole ricacciando indietro le lacrime che rischiavano di affiorarle dagli occhi. Poi alzò lo sguardo quasi a sfidarlo a contraddirla.
Aveva avuto un sacco di buone ragioni per tenerlo lontano. Era stata talmente assennata che lui si sarebbe presto dato alla fuga, appena avesse avuto il tempo di pensarci sù. Non vedeva come un ricco scrittore di successo potesse decidere di perdere il suo tempo con lei.
Un conto era il lavoro al distretto ma, ora che anche quello era diventato troppo pericoloso, non credeva ci potessero essere altre ragioni per continuare a vedersi.
Certo, aveva detto di amarla ma sembrava fosse successo in un'epoca differente. Troppo tempo prima. Ora che lo rivedeva era convinta di aver distrutto quel poco che poteva esserci, nonostante avesse affrontato le sedute dal dottor Burke lavorando proprio per migliorarsi per lui. Per loro.
