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"Non ci voglio più andare, a scuola".
Jane si inginocchiò di fronte a sua figlia, sollevandole il mento per poterla guardare in viso. Per quanto gli occhi di Mary fossero azzurri come i suoi, trovava che assomigliassero in modo impressionante a quelli di Teresa – specialmente quando erano tristi, come in quel momento.
"Mary, a volte capita di non andare d'accordo con i propri compagni di scuola. Non è poi così grave".
"Ma Amanda non mi lascia mai in pace! E la maestra dà sempre la colpa a me".
"Ho già parlato con la tua maestra. Vedrai che adesso andrà meglio".
A voler essere sinceri, più che parlare con la maestra le aveva detto chiaro e tondo cosa ne pensava di un'insegnante – per di più senza figli – che si preoccupava solamente di mantenere la disciplina, senza fare il benché minimo sforzo per capire quali potessero essere le motivazioni dietro al comportamento dei suoi alunni. Ad ogni modo, non era certo necessario che sua figlia sapesse tutto questo.
"Qual è Amanda? Quella bambina con i capelli biondi e l'aria imbronciata che se ne stava in un angolo del giardino?"
"Sì, è proprio lei", intervenne Michael, che fino a quel momento aveva finto di essere completamente assorto nel suo puzzle. "Nessun bambino vuole giocare con lei. È talmente insopportabile..."
Jane sorrise. "Credo che in realtà tu le sia simpatica".
Mary spalancò gli occhi. "Ma se non fa altro che tormentarmi!"
"È il suo modo per attirare l'attenzione. Dev'essere una bambina trascurata dai genitori – magari le regalano giochi costosi, ma non hanno mai tempo per lei".
Entrambi i gemelli fissarono il padre, affascinati. In effetti era raro che i genitori di Amanda venissero a prenderla a scuola – e la bambina non si premurava certo di nascondere il proprio disappunto quando si trovava di fronte alla baby-sitter di turno, per quanto questa tentasse di comprare i suoi favori con qualche giocattolo nuovo fiammante.
"Tu come fai a saperlo?", domandò infine Mary.
"Le persone sono come libri. Con un po' di pratica si può imparare a leggere tra le righe e a capire cosa si nasconde dietro alle loro parole o al loro comportamento".
Si interruppe, sentendo la porta d'ingresso chiudersi e la voce di Teresa chiamare seccamente: "Jane!"
Un sorriso divertito gli illuminò il volto. "Ecco, ad esempio, quando vostra madre usa il mio cognome significa che è arrabbiata con me – o meglio, preferisce credere di esserlo, per quanto in realtà sappia perfettamente che non è così. Ora, Mary, perché non aiuti tuo fratello a finire il suo puzzle?"
Scese le scale, ignorando a bella posta lo sguardo furioso di Teresa.
"Bentornata! Tutto bene in ufficio?"
"Jane, mi ha telefonato la direttrice della scuola. Dice che hai insultato una delle maestre".
"Solo un pochino", ammise lui. "Ma l'ho fatto a fin di bene: è tempo che la signorina Johnston riveda i propri metodi di insegnamento, oppure si decida a cambiare professione".
"Che donna insopportabile", sbuffò Teresa, gettando la borsa sul tavolino.
"Comunque non avresti dovuto farlo", mormorò mentre Jane la avvolgeva in un abbraccio.
"Ne prendo nota. Se la direttrice dovesse telefonare di nuovo, puoi dirle di avermi richiamato all'ordine".
Teresa rise, affondando il viso nella sua giacca. "Dubito che qualcuno sia davvero in grado di farlo".
"Non sottovalutare te stessa, Teresa", replicò lui tra serio e scherzoso, prima di posarle un bacio tra i capelli profumati.
