Capitolo 2

–Allora, arrivi domani?

–Sì. Nella mattinata. Finalmente dopo tanti mesi…

–Verrò a prenderti, allora!

–Non serve che tu…

–Sì che serve! Ricordi che l'ultima volta ti sei PERSO cercando di arrivare alla mia pensione?

–…Non c'è bisogno di rigirare il coltello nella piaga.

–Ah ah!

–Di', te la stai cavando bene… da sola, in città?

–Oh, perché devi chiederlo tutte le volte? Ti preoccupi sempre troppo. Te l'ho detto. Ho delle amiche, so tenere in ordine la casa e so muovermi per strada…

–È che ho sempre paura che qualche malintenzionato…

–Sei più apprensivo tu della mamma, lo sai? Comunque sei sicuro di voler passare la licenza con me? Sei già venuto a controllarmi altre volte… lo sai che è tutto a posto… se no, credi che non ve lo direi? Tu piuttosto… non preferiresti passare il tuo tempo libero con una ragazza?

–Ehm. Non ho ancora…

–Così la farai preoccupare tu la mamma. Dice sempre che non vede l'ora che ti sistemi.

–È che non ho ancora trovato nessuna carina quanto TE.

–…

–Ti ho zittito, eh, pettegolina? E tu che mi dici invece? Non c'è nessun bellimbusto che dovrei prendere per il bavero?

–…No. Io… ecco… è come…

–Anche tu non ne hai trovato uno migliore di me, eh?

–No. O almeno… nessuno che… che mi abbia fatto battere il cuore…


In albergo

–Bene… se io fossi un pazzo criminale, che me ne farei di venti ragazzine tutte uguali a una famosa cantante?

–Vuoi dire che non sei già un pazzo criminale?– Lo spiritosone accennò a fare civetta mentre l'amico faceva il gesto di lanciargli in testa il libro che aveva in mano. Una scenetta di qualche secondo giusto per strappare un sorriso. –Scherzi a parte… la cosa più ovvia che mi viene in mente è usarle come pedine. Per compiere qualche azione terroristica… e magari dare la colpa alla vera Michelle… oppure, ehm, far loro portare degli esplosivi. Scusa. So che sentir parlare di certe cose ti dà ancora fastidio.

Infatti l'albino aveva storto la bocca verso il basso. Ma evitò di rispondere. –Allora, come ci muoviamo? Avevo pensato che visto che siamo in quattro, due di noi possono fare da guardie del corpo a distanza e gli altri due andare a investigare sul luogo del rapimento. E siccome la signorina conosce il posto…

Precisamente quel che si erano aspettati. Il ragazzo girò lo sguardo sulla compagna al suo fianco che rimaneva in silenzio. –…Anch'io ci sono stato alcune volte– azzardò. –Un po' so muovermi. Potrei anche…

–Che stai proponendo, di farti andare da solo? Avete per caso litigato?

A quelle parole lei si riscosse. Lo guardò stupita. Poi, comprendendo, scosse la testa. –No. Non c'è bisogno che tu faccia questo. Se è necessario, è ovvio che vengo anch'io. O per meglio dire…– Sorrise, un po' forzatamente. –Non ti permetto di lasciarmi qui.

Non cercò di replicare, per quanto si sentisse ancora inquieto. –Che indizi ci sono? Qualcosa in particolare a cui dovremmo fare attenzione? Da dove dovremmo iniziare a cercare?

–Naturalmente abbiamo soltanto informazioni per sentito dire, fino adesso. Però…– Una grande mappa di Parigi fu stesa sul tavolino davanti a loro. –Ecco. Le ragazze sono arrivate all'aeroporto regolarmente. Sono salite su delle auto messe a disposizione dalla produzione, dopo aver posato per qualche foto ufficiale dell'evento. Sono partite come previsto, davanti a una discreta folla… ma non sono mai arrivate all'albergo, qui.– Segnarono due punti in rosso sulla cartina, e poi li unirono in una circonferenza. –Perciò in quest'area… è accaduto qualcosa. Ma nessuno sembra sapere cosa. Non è stato notato niente d'insolito. Niente strani rumori o persone sospette. Niente di niente. È come se le macchine fossero semplicemente scomparse nel nulla da un momento all'altro. Con i guidatori, gli addetti stampa, gli uomini della sicurezza e tutto il resto.

–Ci sarà pure qualcuno che le ha viste passare… o che al contrario non le ha viste. Magari chiedendo ai passanti possiamo circoscrivere la zona sospetta.

–Credo che la polizia si stia già muovendo in quella direzione. Comunque…– Il pistolero distribuì in giro alcuni cartellini plastificati con fotografia e cordoncino attaccato, come se stesse dando le carte in una mano di poker. Li esaminarono. –Ci siamo già procurati falsi documenti d'identità come giornalisti… poliziotti… o membri dello staff, se necessario… per poterci muovere e fare domande senza destare sospetti. Abbiamo anche dell'altro equipaggiamento da passarvi… vi faccio vedere. Stasera noi saremo all'aeroporto ad accogliere Michelle. Voi in quanto potete essere sul posto?

–Se ci muoviamo in treno, già nel pomeriggio. Possiamo partire anche subito.

–Bene, quindi siamo d'accordo. Mancano sei giorni alla data del concerto… bisogna scoprire cosa è successo prima di allora… e se c'è un loro piano sotto, riuscire a sventarlo.


–Dottore! È scappato! Il paziente… è sparito!

–COSA? Ma non c'erano dei poliziotti di guardia alla camera?

–Non… non sappiamo come abbia fatto…

–Maledizione. Nelle condizioni in cui era… potrebbe avere un collasso e morire per strada! Ispettore, sono mortificato…

–Anche in quello stato, dev'essere un bell'osso duro per riuscire a sfuggire tanto facilmente ai miei uomini. Oppure… potrebbe essere stato rapito. Forse dalla stessa gente che l'ha ridotto così.

–Ma… nonostante le guardie?

–A questo punto, non me ne meraviglierei affatto. Dobbiamo assolutamente ritrovarlo. Quella chiave…

–…Avete scoperto qualcosa a riguardo?

–È un'informazione confidenziale… ma le dirò, non mi sono mai trovato di fronte a qualcosa del genere prima.– Il poliziotto si asciugò il sudore con un fazzoletto tratto di tasca. –Se non l'avessi visto con i miei occhi, direi che è pura fantascienza. Dobbiamo farci dire dove l'ha trovata… e qual è la fonte di…

–Sicché l'avete voi, vero?

Il medico e l'ispettore si voltarono all'unisono. Verso il punto in cui uno degli infermieri stava tranquillamente in piedi appoggiato a un carrello delle vivande che si era fermato a metà del suo tragitto. Con uno sguardo decisamente strano negli occhi.

–Che…?

–Temo che questo sia precisamente ciò che non possiamo permettervi di sapere. Abbiamo cercato la chiave dappertutto. Ma pareva proprio che lui non l'avesse più. E a quanto pare era sincero quando ha detto di non sapere dove fosse. Molto bene… grazie di averci fatto il favore di radunarvi qui tutti insieme. Così sarà molto più facile impedire ulteriori fughe di notizie. Au revoir, gentili signori.

L'istante dopo, l'esplosione. L'intero piano dell'ospedale fu avvolto da un'ondata di fuoco.


Altrove…

Buio. Come il terrore.

Tagliato da spiragli di luce lancinante dalla porta come da lame di panico.

Respiravano tremando, strette tra loro nel buio. Cos'avevano fatto di male? Cosa volevano da loro? E da quando l'ultima di loro era stata portata via? Quelle portate via… non erano più tornate…

Erano ragazzine, alcune a malapena donne, vestite di fascianti abitini a lustrini e paillettes, truccate vistosamente, qualcuna dagli assistenti di scena, qualcuna dalla sua stessa mamma. Si erano aspettate di divertirsi… erano precipitate in un incubo, sole, affamate, infreddolite, senza poter nemmeno andare in bagno. Avevano paura…

E il loro numero continuava a diminuire…

La porta si aprì di nuovo. Si ritrassero dalla luce…

Perché nella luce compariva sempre quello che sceglieva. Non lo vedevano in faccia. La sagoma scura fece di nuovo un cenno mezzo interessato e due omaccioni con braccia da gorilla mossero un passo dentro, afferrando una delle più piccole che piagnucolò disperata.

–Oh, ma come sei carina. Vieni con me, mia cara Michelle. Non sei contenta che tocchi a te? Vediamo che ruolo posso farti interpretare…

–P–per favore… non fatemi del male…

–No, no, no– fece l'uomo annoiato, agitando la mano. –La battuta è Ti amo immensamente. Come la tua ultima canzone. Perché continui a dimenticartela, Michelle? Eppure io ti voglio tanto bene…– La bambina venne trascinata fuori, la porta prese a richiudersi mentre la voce si allontanava. –Ti voglio bene più di chiunque altro al mondo.


Parigi.

La stessa, vecchia musica per fisarmonica suonava. Lo stesso profumo e lo stesso scintillio erano nell'aria.

O forse era solo a lui che sembrava così. Perché anche un'indaffarata metropoli piena d'inquinamento e automobili sarebbe parsa scintillante e musicale, con quel passo leggero accanto…

Erano arrivati senza soste con il treno della sera. Si erano sistemati in albergo. E ora stavano camminando per le linde stradine in pietra del Lungosenna, proprio come allora. La cosa diversa… era lo sguardo pensieroso di lei, che continuava ad abbassarsi sul selciato. Le lanciava ogni tanto un'occhiata in tralice. Aveva provato una o due volte a parlar d'altro, ma… non era mai stato un gran conversatore.

–Domani per prima cosa andremo a fare un sopralluogo nella zona dove le auto sono scomparse. Se c'è qualcosa di anomalo… sono certo che sei in grado di notarlo.

–Sì.

–E sarà meglio controllare i registri degli alberghi qui intorno…

Avevano raggiunto il fiume. Mille riflessi argentei e azzurrini tremolavano nei vetri delle finestre. I lampioni si stavano accendendo… la sera era dolce. Nonostante fossero di nuovo là per il loro dovere. Nonostante un pericolo fosse nascosto chissà dove.

Infine si arrese. –Se non vuoi dirmelo…– sospirò, –non importa. Quello che ti fa star male. Se preferisci così, aspetterò. Finché vorrai.

Lei si fermò di colpo. Un paio di passi avanti, si girò a guardarla. Con la mano sulla tracolla della borsetta, a metà di un passo, lo fissava con espressione di scusa.

–Mi dispiace.

Lo raggiunse, posandogli la mano sul braccio. –Erano… pensieri solo miei, e invece ho finito per rattristarti. Ed era proprio quello che non volevo. Non avrei dovuto.

Proseguirono pian piano per qualche decina di passi, accostati in modo familiare… raggiungendo quel punto, ascoltando il lieve sciacquio delle onde. –Ricordi?

–Certo. Lo sai. Ricordo… tutto.

–Anch'io. Ogni volta. Tante immagini felici… ma anche tristi… eppure perfino la tristezza ha mutato sapore, ora che tra quelle immagini ci sei anche tu. Sai che abitavo proprio in questa zona… tanto tempo fa. Prima… di conoscerti.

Percepì il suo cenno d'assenso. –Sono passati vent'anni. E io… non sono per niente cambiata, apparentemente… ma in realtà… chissà quanto.

Guardò il fiume. Lui seguì il suo sguardo. Giovani uomini e donne su entrambe le sponde si stringevano mormorandosi nell'orecchio, o scambiandosi timidi baci, senza preoccuparsi di essere visti.

–Allora non ero capace di difendermi… ora sono molto più forte… ma alla fine è bastato poco, anche stavolta, perché mi catturassero. E quasi perché facessero di me ciò che volevano. Su quell'isola…

Lui comprese all'improvviso e si sentì rabbrividire. –Ero sotto il loro controllo– proseguì la voce dolce, sommessamente. –Non potevo oppormi… e se foste arrivati solo poco più tardi, io… quell'uomo… quel viscido ometto bavoso

–Lo avrei ucciso.– Si sorprese lui stesso di tremare così forte, e di sentirsi la voce così roca e distante. –Ma tu…– cercò di consolarla. –Sei più forte di quanto credi. Sei riuscita da sola a liberarti dall'ipnosi.

–Forse perché il mio cervello è diverso da quello di una donna normale… o forse… perché ho percepito la tua vicinanza. Però continuo a pensarci. Sono stata debole… ancora una volta… e per questo, quasi…

Sospirò, chiudendo gli occhi. –Non avrei mai potuto… se… quando accadrà… io vorrei che tu…

La fermò portandole una mano alle labbra. –Sì. Non… non hai bisogno di dirlo. Io…

–Sì.

Esitarono per lunghi istanti, fissandosi a vicenda.

–Per questo ce l'ho con me stessa. Per aver permesso che accadesse… di nuovo… come se questi anni non fossero passati. È successo perché… una parte di me vuole ancora restare attaccata a quel periodo. E in questo modo, non posso davvero crescere. Non posso essere davvero utile a te… agli altri… ed anche a me.

–È normale tenersi cari i ricordi del passato. Avere nostalgia. Non devi vergognarti per questo. Succede a tutti… a me, forse, soprattutto. Non c'è niente di male.

–Sì, se lasci che ti frenino. Che offuschino quel che c'è di bello nel presente. Dopo che mi hanno strappata da qui, ho vissuto tantissimo dolore. Ma anche dei momenti di gioia. Se un giorno potessimo tornare normali, non chiederei altro. Eppure… i ricordi più importanti, i più felici della mia vita… sono quelli di adesso.

Il calore della sua voce. E del suo sguardo.

Erano al centro di una corrente invisibile. Un nucleo di quiete, dentro un turbine di vento…

–Io… lo sai…

–Sì.

–Quando… se vorrai, io farò tutto ciò che vuoi.

Erano vicinissimi, separati non più che dalla distanza di un respiro.

E poi, il mondo precipitò.

Lei si irrigidì dilatando le pupille. Scostandosi. Tremando.

Un attimo dopo, i suoni esterni tornarono ad investirli con tutta la violenza del motore di un'auto lanciata a tremila giri, che si avvicinava con la rapidità di un fulmine sbandando sulla strada. Una strada dove non doveva essere permesso il transito ai veicoli.

–Attenta!

La vettura completamente nera salì su un marciapiede schiantandosi contro la parete di un palazzo. Rinculò tagliando il viale in diagonale e sbatté sul parapetto del lungofiume dalla parte opposta, facendo schizzare ovunque schegge di pietra. Neanche questo la fermò. Saettò attraverso l'angolo mancandoli di poco soltanto per la loro prontezza a scansarsi, e proseguì sollevando al suo passaggio grida di paura e fughe. Ma lo sportello posteriore si era aperto per un attimo. E un corpo era rotolato fuori, avvolto in un lucido impermeabile nero macchiato di sangue.

–Un'auto delle loro?… Ma non è possibile che cercassero noi… non dovrebbero sapere che siamo qui… e non sembrano aver fatto caso alla nostra presenza…

Lei non lo stava ascoltando. Si era precipitata sull'uomo svenuto. E con mani febbrili, lo stava girando sulla schiena ispezionando le ferite, scoprendogli il volto. Fu il suo grido soffocato a richiamarlo.

–C'est lui!

Tremava tutta violentemente. La voce le si era spezzata. Non l'aveva mai vista così. Era talmente sconvolta che non si accorgeva neanche di parlare nella sua lingua nativa.

–C'est lui… non… mon cher… mon aimè… ne meurs pas!…

Sollevò gli occhi disperatamente, così annebbiati dalle lacrime e dalla paura che sembravano ancora più chiari. –Aiutalo! Ti prego, aiutalo! C'est lui… c'est mon…

Allora anche lui posò lo sguardo sul volto dell'uomo pallidissimo abbandonato a terra.

E… sebbene non l'avesse mai visto prima… lo riconobbe.


Erano passati vent'anni…

Il giorno che ci ritrovammo.