Capitolo 3

–Starà bene.
–Ne sei sicuro?…
Si stava sciacquando il viso dal sudore, e mani e bende dal sangue, nel piccolo bagno della camera. –Non sono un grandissimo infermiere… non certo bravo come te, comunque… ma senza portarlo in un ospedale, questo era il massimo che potessimo fare. Per fortuna non c'erano lesioni in punti vitali. Più che altro… lo hanno malmenato parecchio e ha perso molto sangue. La cosa migliore adesso è che riposi.– La guardò di sottecchi. –Quelle bruciature… sono state provocate da pistole come le nostre.
–Lo so.
–In cosa può essersi immischiato?… Per quale motivo?… Forse non è un caso che sia piombato proprio davanti a noi così all'improvviso. Comunque, adesso abbiamo accertato perlomeno… che le nostre vecchie conoscenze sono qui in città. E non credo sia una coincidenza.
Era ancora pallidissima. Si guardò le mani, scosse da un tremito che non riusciva a calmare. –Senza di te… non sarei neanche stata in grado di prendermi cura di lui da sola.
–No. Hai fatto un buon lavoro. Chiunque di noi… io… avrei reagito nello stesso modo, se si fosse trattato di una persona che…
–È… cambiato– mormorò lei quasi sorridendo, con le lacrime agli occhi. –L'hai visto? È diventato… un uomo maturo… mentre io…– Le sfuggì un singhiozzo. –Non avrei voluto che tu… lo conoscessi in questo modo… cosa… cosa gli è successo?…
Poi la tensione si allentò di colpo. Tutto il sollievo, la paura, la confusione eruppero insieme e pianse dirottamente nelle braccia di lui, che la tenne stretta più che poteva senza dir niente. Era vivo. Di questo poteva ringraziare, anche se non sapeva nient'altro. Era là, nel lettino della stanza accanto, profondamente addormentato e tutto fasciato. E ancora vivo. Il primo uomo più importante della sua vita.

L'uomo aveva aperto un occhio, faticosamente, tra il sangue. Un occhio annebbiato, di una sfumatura ben nota di celeste. Non aveva nemmeno dovuto chiedere chi fosse. Anche senza la reazione di lei… la somiglianza era più che evidente.
Petite…– aveva mormorato, a fatica. Anche lui l'aveva riconosciuta… Si era chinato accanto a loro, aiutandola a sorreggerlo.
–Sei… sei tu… lo sapevo… non mi ero sbagliato… finalmente… ti vedo… ti vedo…
–Ti prego… stai fermo! Non muoverti! Ti porteremo a un ospedale!
–No…– aveva esclamato l'uomo con tutto il vigore che era riuscito ancora a trovare nella sua condizione. –No… niente ospedale… loro… mi troverebbero di nuovo… pericolo… dovevo avvertirvi…
avvertirti… voi…
–Non morire!…
Il modo in cui l'aveva guardata. Il ragazzo non aveva mai visto quello sguardo in occhi che non fossero i
propri. E forse… di qualcuno dei compagni. L'uomo aveva cercato di sorridere, sollevando una mano per sfiorarla. –Ah ah… dopo tutto questo tempo, pensi… pensi davvero… che sarei il tipo da morire… proprio adesso?
Poi era svenuto. Non c'era molto tempo per interrogarsi. La prima cosa da fare era curarlo.
Non era stato troppo difficile introdurlo di nascosto nella pensione dove avevano preso alloggio. Anche se non era possibile correre
troppo velocemente portando un essere umano ferito. Di quale pericolo stava parlando? Adesso… potevano solo aspettare che si riprendesse.
–Starà bene. Non può aver aspettato tanto per lasciarsi andare ora. Non quando tu… lo ami così tanto.
Stretta al compagno, terminate le lacrime, lei annuì. –Vai pure a riposare– la esortò. –Lo veglierò io per primo. Se dovesse svegliarsi, ti chiamerò subito.
Con gratitudine, si avviò verso il letto rimasto, fissando la porta dell'altra camera mentre vi passava accanto. Sentendo lo specchio della sua vita passata riflettere quella presente.
Mon cher frére…

All'aeroporto…
–La cosa migliore sarebbe comunque che io facessi da sosia anche stavolta, eh? Per quanto non impazzisca all'idea di mettermi gonnelline corte e vestitini di scena sexy… devo essere scemo a proporlo da solo.
–Credevo ti piacesse. A ogni modo ci penseremo se sarà il caso. Zitto ora e fai l'uomo della sicurezza. Il volo sta atterrando.
Erano vestiti da guardie del corpo, con lasciapassare ufficiali e tanto di occhiali neri che davano ad uno di loro una gran tentazione di fare il Blues Brother, tenuta a bada solo dalle occhiatacce dell'altro. Una fiumana di ammiratori stava accalcandosi sulle scale, le ringhiere, contro le vetrate, in tutti i posti disponibili… anche quelli vietati, rischiando di ridurre molto male le strutture dell'aeroporto. Ragazzine vestite come la cantante, alcune sovrappeso e strizzate in costumini minuscoli… altre con un pesantissimo trucco a sua imitazione, nel tentativo di somigliarle… ragazzi e anche uomini fatti che urlavano dichiarazioni d'amore… casalinghe di mezz'età che sollevavano dischi da farsi autografare, ma anche diari, libri fotografici, gadget di tutti i tipi con l'immagine di Michelle. Neonati maschi e femmine con la faccia di lei sulla tutina. E grida ovunque… grida d'amore, d'eccitazione, di frenesia… che a tratti sembravano quasi grida di rabbia.
–Occhio, mi raccomando. Se c'è un attentatore nascosto da qualche parte, non sarà affatto facile notarlo in tutta questa calca, anche con le nostre capacità. Certo che la produzione è proprio imprudente a permettere l'accesso al pubblico dopo quello che è successo.
–Sarebbe più imprudente a non farlo, collega. Lo sanno tutti che per un artista la cosa più pericolosa a cui badare non sono gli eventuali attentatori… ma proprio i fan.
–Che?
–Si vede proprio che non sei dell'ambiente, eh? Lo sai da cosa deriva la parola fan? Da fanatico.
Alcune persone iniziavano a scendere dall'aereo. I bodyguard tenevano tutti a debita distanza allargandosi a ventaglio, con espressione impassibile. Gli occhi esperti da cecchino riconobbero una macchia colorata al centro del gruppo che doveva essere Michelle, con un braccio alzato a salutare. Numerosi flash fastidiosi scattavano.
–Chi è quello vicino a lei?
–Il suo fidanzato. Gerry Hunting. Fa parte dello staff. Si sono conosciuti sul lavoro e messi insieme l'estate scorsa. Pare vadano molto d'accordo. L'uomo più odiato dagli ammiratori… sia maschi che femmine.
–Odiato?
–Tu non sai proprio come funziona, eh, amico?
–Qualche idea me la sto facendo– mugugnò l'altro, guardando le facce fameliche della folla. –Ma… anche le femmine?
–Non sai proprio come funziona.
Un movimento improvviso tra la folla. Un urlo isterico. «COME HAI OSATO, MALEDETTA?!»
Si misero istintivamente in guardia. Ma era tutto già finito. Due gorilla con lo storditore avevano messo la colpevole in condizione di non nuocere. Era una donna sulla quarantina, con una vistosa parrucca viola e trucco fosforescente, in costumino attillato bianco e nero coi pizzi. Stringeva in mano una pistola giocattolo a pallini. Non avrebbe potuto uccidere forse, ma fare un bel po' male sì.
–E perché tutto questo?– chiese il pistolero, mentre portavano via la tizia semisvenuta e farneticante.
–Chi lo sa? Magari non voleva che Michelle si fidanzasse. O avrebbe preferito che scegliesse qualcun altro. Magari suo figlio. Forse lei non ha risposto alle sue lettere. O si è fatta fotografare in una posa che non le è piaciuta. Magari, semplicemente ha cambiato pettinatura.
–…Non è una delle tue solite battute, vero?
–Qualche volta l'ho dovuto verificare sulla mia pelle, ahimé… quand'ero più giovine e leggiadro, soprattutto… ma anche di recente… nella mente umana è labile assai il confine… tra sanità e pazzia… tra la propria identità e il proprio ideale… tra la realtà e la propria costruzione… e… tra l'amore e il desiderio di possesso.
–…Sai, qui lo dico e qui lo nego, ma comincio a considerare una fortuna che tu sia qui. Credi… che potremo trovarci ad affrontare qualcosa del genere?
–Chi può dirlo? Anche su quell'isola, dopotutto… era pieno di persone che non si accontentavano di amare e ammirare la bellezza. Volevano dominarla… possederla… e per questo alla fine si sono fatti distruggere dall'unica cosa che amavano davvero… la propria immagine riflessa.

Altrove…
–Molto bene, adesso bacialo.
La ragazza tremava vistosamente davanti alle telecamere. L'uomo che aveva davanti era una montagna di muscoli dalla larga faccia completamente inespressiva. Rivolse un'occhiata implorante al distinto signore dai capelli bianchi seduto tranquillamente sulla sedia del regista.
–V–vi prego… non…
–Va tutto bene. È un mio amico, Michelle. Un vero uomo. Proprio come piacciono a te.
–I–io non… non sono…
–Oh, via.– La voce gentile non aveva cambiato tono… ma si era sensibilmente irrigidita, così come le bianche mani curatissime. –Vuoi sapere cosa ti piace meglio di me, cara? Non dire sciocchezze. So tutto di te. Ti ho studiato per anni. Ti conosco in ogni centimetro. Coraggio. Bacialo. Cosa vuoi che sia? Potrei anche lasciarti andare, dopo.
Le telecamere stavano filmando.
La ragazzina terrorizzata deglutì. Chiuse gli occhi. E facendosi forza, eseguì l'ordine.
Un passo pesante. Uno schiaffo violentissimo in pieno volto, prima ancora che riuscisse a capire cosa stava succedendo.
–Quindi è così che mi tradisci, eh? E con un mio amico! Lo sapevo che eri una donnaccia! Un'altra donnaccia proprio come tutte
Il terrore si era se possibile raddoppiato. –Ma… ma… io… io ho solo…
–Non osare cercare di giustificarti.– L'espressione dell'uomo cambiò di nuovo. In una sorta di pregustazione amorosa. –Ma dopotutto ti amo… ti perdonerò, dopo… forse. Portatela via.
Fu afferrata per le braccia, trascinata chissà dove, troppo piangente e spaventata per fare resistenza. Il distinto signore si avvicinò all'uomo massiccio sotto gli occhi degli obiettivi, e gli sferrò un debole pugno alla mascella. Quello, senza scomporsi, andò giù lungo disteso come un ciocco, secondo il copione.
–Bene. Avete filmato tutto?… D'accordo, la prossima… ora cosa c'è?
Qualcuno si era avvicinato bisbigliando poche parole riservate nell'orecchio del regista.
–Che scocciatura. D'accordo, datemi solo un minuto per concludere. Non preoccupatevi, rispetterò la mia parte dell'accordo come voi avete rispettato la vostra. Cosa non si fa… per amore dell'arte.

–Avete eseguito il compito?
–Alla perfezione, eccellenza. Tutti coloro che potevano essere a conoscenza della chiave sono morti.
–Molto bene. E la chiave? Dov'è?
–…La chiave? Ehm… lei non ci aveva detto…
–COSA?!
–Ecco, lo sapevo… ti AVEVO avvertito che…
–Chiudi il becco. Ehm, eccellenza… tutto il piano dell'ospedale è bruciato… la chiave sarà certamente andata distrutta…
–Certamente? E cosa vi dà tanta certezza, idioti? Tornate là e cercate in ogni mucchietto di polvere finché non la trovate… o ne trovate i resti… altrimenti farete la stessa fine! Non possiamo permetterci che finisca nelle mani sbagliate… soprattutto non nelle LORO!
–Ehm… sissignore… agli ordini, eccellenza signore…
–Har har… certo, come se dovessimo imbatterci in loro tutte le volte! Sarebbe proprio il colmo della sfortuna…
–Taci, imbecille! Sarà fatto eccellenza, signore…
–E ti ho detto di NON chiamarmi così! Almeno… dello spione vi SIETE liberati?
–Eeeehm…
–ALLORA?
–…Signorsì, eccellenza! Certo! Liberati! Assolutamente liberati! Non aprirà più bocca con nessuno, eccellenza!
–Bene. Almeno questo. Quell'uomo era ancor più pericoloso della chiave. Lasciarlo a piede libero sarebbe potuta essere la nostra fine.
–Ehm…
–Che altro c'è?
–Niente, eccellenza! Assolutamente niente! Troveremo lo sp… cioè, la chiave… in men che non si dica… e niente più pasticci! Sul mio onore!
–Sarà meglio. Per voi. Passo e chiudo.
–Ehm.
–E ne ho abbastanza di tutti questi EHM. Cambia intercalare.
–Sissignore.– CLICK.
–Ehi, mi sa che l'abbiamo combinata bella a farcelo scappare, eh?
–Ma no?! Ti hanno arruolato per il tuo cervello, scommetto! Andiamo, muoviti! Dobbiamo risolvere questo disastro o siamo morti! Perlomeno abbiamo la fortuna che LORO non sono in città…