Capitolo 4

Dove non arrivano le parole
Dove la luce del giorno non ha luce
Nel momento più lontano da te
Sarà allora che torneremo insieme
E sarà allora che se mi chiamerai
Sarò al tuo fianco sempre
Non dubitare non temere
Di' il mio nome
E sarò al tuo fianco sempre
Ti amo
Immensamente…

(dall'ultimo disco di Michelle Amandette)

La mamma aveva pianto tutte le sue lacrime.
Papà fremeva di rabbia impotente.
Ferito, ammaccato, con lo sguardo distrutto… aveva chiesto loro perdono, senza poterli guardare negli occhi. Aveva FALLITO. Aveva creduto di essere abbastanza forte da proteggerla da tutto… aveva garantito per questo… e invece non era vero.
Sembravano tutti e tre invecchiati di anni in pochi giorni. Ogni ricerca… ogni tentativo… tutto era stato vano. Perfino la polizia per qualche motivo sembrava essersi disinteressata al caso. Avevano consigliato loro di tornarsene a casa quasi con un sogghigno. Sono tante le ragazze che scappano via con l'innamorato, avevano detto. E forse era sottinteso qualche termine più pesante. Le sue proteste non erano servite.
–Cosa… cosa può esserle successo…– La mamma… povera mamma… era sempre stata così fragile… sembrava che il cuore le si dovesse spezzare da un momento all'altro, uccidendola.
–Io… non lo so. Ma vi prometto…– Aveva serrato i pugni sulle lenzuola. –Vi prometto… che non lascerò che finisca così. Anche se dovessi setacciare tutto il mondo da solo… io… non smetterò MAI di cercarla.

Non lasciarmi… non andartene…
Non abbandonarmi di nuovo…
Non POSSO perderti di nuovo…
Io…

Aprì gli occhi.
Non riconosceva la stanza. Accanto al suo letto, un giovane sconosciuto e benvestito stava sfogliando un taccuino. Alzò la testa al rumore del suo movimento e gli occhi gli si illuminarono quando vide che era sveglio.
–Come…– esclamò, alzandosi. Parve esitare, come se non sapesse in che modo doveva rivolgerglisi. –Come ti senti?– terminò infine, optando per il tu. –Sai chi sei?
–Mi pare… che dovrei saperlo– bofonchiò lui in tono non del tutto serio, portandosi la mano alla testa fasciata. –Dove…? Non in un ospedale?…
–No. Non preoccuparti. Qui sei al sicuro. Potrai spiegarci tutto con comodo. Ora l'importante è che ti riprenda. Io sono…
–So… chi siete voi– rispose. –Ho… indagato.– Lo scrutava in volto con sguardo inquisitivo. –So cosa è successo allora… e anche… altre cose.
Il ragazzo si rilassò leggermente. –Bene… quindi forse non ci sarà bisogno di… Vorrai vedere lei. Vado a chiamarla.– Fece per uscire, ma venne richiamato da un gesto del ferito. Apriva e chiudeva la bocca come in cerca di parole che non gli venivano.
–Stai tranquillo– rispose alla domanda inespressa. –Non ti ha dimenticato.
L'uomo lo guardò varcare la porta e rimase con lo sguardo fisso in attesa e stupito.
Di lì a pochi attimi… lo stupore perse importanza come tutto il resto.

All'Aja…
–Stai visionando le prove?
–Hmmm.– L'albino era chino sullo schermo di un computer portatile poggiato sul tavolinetto, con le sottili sopracciglia aggrottate. –Queste nuove diavolerie che ci hanno fornito fanno il loro dovere, non c'è che dire. Mi sono introdotto nei computer della polizia. Il brutto è che se ci riusciamo noi, potrebbero riuscirci anche altri.– Alzò lo sguardo verso il collega, appena entrato nella stanza, che stava sfilandosi la giacca. –All'albergo della star nessun movimento?
–Nessuno che definiresti interessante. In compenso diverse centinaia di ammiratori lo presidiano giorno e notte. Le squadre di sicurezza stanno davvero lavorando a tempo pieno. E…
–Dai un'occhiata– lo interruppe l'altro. –Queste sono le registrazioni dell'interrogatorio alla pazza di ieri. Secondo i referti medici non era drogata o altro, ma di certo si comporta come se lo fosse.
Voltò il terminale dall'altra parte. La grassona aveva il viso striato di lacrime e mascara, simile a un mascherone d'odio, nell'immagine un po' confusa ricavata dalla telecamera interna. Continuava solo a stringersi convulsamente le mani tra di loro, e l'unica sua risposta a tutte le domande che le rivolgevano era, con voce stridula: «Non doveva! Non doveva! Come ha potuto tradirci in quel modo? La colpa è solo sua!»
–Nonostante tutto quello che mi hai detto… forse non ho la testa abbastanza bacata per comprendere.
L'attore guardò la schermata sgranata storcendo la larga bocca in giù. –E non è neanche tutto qui. Non mi hai lasciato finire di parlare.
La voce si rompeva a tratti, assumendo un tono disperato. «Vorrei… vorrei non aver mai sentito parlare di lei… non averla mai ammirata… così non dovrei soffrire TANTO ora…»
–Gli ammiratori che stanno giorno e notte intorno all'hotel… per lo più vociano e imprecano contro Michelle. Hanno portato ogni sorta di striscioni di protesta. La chiamano con nomi irripetibili. Altri due hanno cercato di lanciare oggetti contro i vetri, o di superare il cordone… Dal lato opposto invece ci sono gruppi diversi con cartelli che dicono «Noi ti capiamo», «Forza Michelle», «Non è colpa tua», e via dicendo. Le due fazioni sono già arrivate ad azzuffarsi causando qualche ferito. La polizia ha mandato un paio di pattuglie fisse. Si teme che la situazione degeneri.
–Cosa?… E tutto questo per quale motivo?! Per quanto siano esaltati…
–Per via di questo oserei dire, o mio sodale.
Il pelato gettò sul tavolo un fascio di carte spiegazzate a colori. Una volta lisciate, si rivelarono manifesti… recanti diverse gigantografie di Michelle Amandette che baciava uomini muscolosi vestita con abitini succinti, o che strizzava l'occhio in pose provocanti, o… be', peggio. Lei, o qualcuno che le somigliava molto.
–Questa roba è appesa da ieri in tutta la città. Non si può voltare l'angolo senza vederne uno. Ti ho detto cosa succede quando un personaggio pubblico osa fare qualcosa che non corrisponda al sogno che di lui hanno i suoi fan?
L'altro rigirò i fogli fruscianti tra le mani con un mugugno. –Immagino che non siano fotomontaggi. Semplicemente perché non avevano bisogno che lo fossero. Quella di queste foto non è Michelle, si vede benissimo. Non è nemmeno sempre la stessa donna. E così ora sappiamo perché sono state rapite le sue sosia.
–Evidentemente.
–E… oltre alle foto… non c'è altro? Sui manifesti non c'è scritto niente?
–Così pare. Del resto, non serviva per raggiungere l'effetto che volevano. O forse gli slogan cominceranno ad apparire in seguito, una volta ottenuta abbastanza attenzione.
–Una campagna per screditarla, eh? A causa della sua attività politica. Così la gente non le darà più ascolto. Più… squallido e meno cruento di quello che mi aspettavo. Ma c'è qualcosa che non mi torna.– Strinse un occhio. –Non dovrebbe essere facile accorgersi che non si tratta di lei? Se ci riesco io che non la conosco nemmeno… E poi, così non rischiano di darle ancora maggiore popolarità? A quanto ne so, ci sono tizi famosi che se la costruiscono su scandali come questi.
–Tu sottovaluti il potere dei mass–media, amico mio.– L'esperto sospirò lucidandosi la testa con la mano, con aria vissuta e stranamente più seria del solito. –Se tante persone vedono queste immagini sentendo dire che si tratta di Michelle, per loro è Michelle. Non crederanno a nessuno che faccia notare le differenze. Né crederanno a chi dica che lei non farebbe cose simili. Lo chiameranno ingenuo. Anche se in seguito dovesse arrivare una smentita ufficiale, una volta montato lo scandalo ci sarà sempre chi crederà che sia vero. Oh, certo, non tutti gli ammiratori sono pecore senza cervello. Solo che quelli con il buon senso di usare la propria testa hanno anche il buon senso di starsene a casa, invece di andare a manifestare sotto un hotel. E a loro basta convincerne un numero sufficiente.– Nuovo sospiro. –Dipende tutto dall'immagine che si vuol dare. Per questo tante celebrità investono tempo e denaro con gli esperti di pubbliche relazioni. Ti costruisci un'immagine, quale che sia, e poi devi restarvi fedele, perché è questo che la gente vedrà di te, e non sopporterà se un giorno dovessi mostrarti o rivelarti differente da essa. Immaginati se da un momento all'altro una cantante trasgressiva si facesse suora. O se un gran latin–lover decidesse di sposarsi. Cosa otterresti? Una sollevazione popolare esattamente come questa. L'immagine di Michelle è quella della brava ragazza impegnata a cui piace giocare ma anche mandare messaggi seri. Magari potrebbe esserci molta gente intrigata da un cambiamento del genere. Ma ce ne sarà anche tanta che reagirà con odio e rabbia, proprio come quella donna… ed altri simili a lei.
Il bianco grugnì. –Non l'avevo mai vista in questi termini. A sentire te… sembrerebbe quasi che le celebrità non siano considerate esseri umani.
–Per questo li chiamano divi, o fedele scudiero. E chi crede di essere comune… non perdona facilmente a chi considera superiore a sé. O lo adora o lo odia, o entrambe le cose contemporaneamente. Ma non gli perdona.
Un silenzio pieno di significato cadde per qualche istante. Come se il pistolero stesse per la prima volta considerando di poter avere qualcosa in comune con una ragazzina milionaria dall'ugola d'oro.
–Ma ad ogni modo… perché rapire le sosia per questa campagna? Avrebbero potuto benissimo usare dei fotomontaggi con molto minor fatica. Mi riesce difficile credere che non avrebbero potuto ottenere lo stesso effetto. Specialmente se gli ammiratori sono creduloni come dici tu.
–Già. L'ho pensato anch'io. Potrebbe esserci qualcos'altro sotto che non immaginiamo.
–E può anche darsi che il vero obiettivo non sia tanto screditarla quanto suscitare abbastanza confusione da poter compiere qualche altra mossa senza farsi notare. Dov'è il giornale?– La pesante mano guantata smosse le carte gettate alla rinfusa sul tavolo. –Avevo letto qualcosa stamattina che… ah, ecco!
Scorse rapidamente le pagine con gli occhi finché questi non gli lampeggiarono di cupa soddisfazione. Afferrò la giacca, dirigendosi a gran passi alla porta. –Meglio che ci muoviamo, socio. Potrebbe essere solo una coincidenza. Ma se il mio intuito non sbaglia… forse potremmo aver trovato una pista.

–Ma soeur…
Quell'abbraccio. Il più forte che avesse conosciuto nella sua adolescenza. Che avesse conosciuto per tanto tempo. Non avrebbe mai sperato di ritrovarlo. Ora sembrava in qualche modo più debole… ma non aveva perso nulla del suo calore.
Le braccia tremavano, per la perdita di sangue e per l'emozione. Per un attimo temette che sarebbe svenuto di nuovo. E anche lei trovava difficile trattenere le lacrime. Sentiva quasi di essere tornata indietro, alla ragazzina che era stata un tempo. Il suo compagno osservava la scena, da qualche passo più indietro, con un sorriso accennato.
Finalmente riuscì a staccarsi, per percorrerle il viso con lo sguardo. –Non… non sei cambiata per niente– sorrise, con sforzo. –Per te è come se il tempo non fosse passato… ma del resto, me lo aspettavo.
–Cosa… ci facevi qui? Come ti sei ridotto in questo modo?… Io… tu vorrai…
–Cos'altro?– L'uomo si passò una mano tra i corti capelli bruciacchiati. Poi la allungò in una lieve carezza incredula sui suoi. Quasi lo stesso colore. –Stavo cercando te. Come ho fatto negli ultimi vent'anni. Quando ti ho visto camminare in strada, non riuscivo a crederci. Ho usato le mie ultime forze per gettarmi fuori dall'auto. Per fortuna li ho colti di sorpresa… non credo che sarei riuscito a salvarmi, altrimenti.– Rivolse di nuovo lo sguardo all'altro uomo, con le sopracciglia leggermente aggrottate. –Spero che non vi abbiano notati anche loro… o potrebbero tornare per attaccarvi.
–Loro?… Ma allora erano davvero… e tu come sai…?
Lo sguardo chiaro e quello scuro si incrociarono con una decisione poco dissimile. –Già. Mi ha detto… che sa tutto. Di noi. Non so come l'abbia scoperto… ma dati gli eventi, forse posso immaginarlo.
–Di noi?…– Lei sbatté le palpebre. Poi una triste amarezza prese il posto dello stupore, e parve di nuovo tanto più adulta in viso. Si voltò a metà, come vergognandosi di guardare il fratello negli occhi. –Allora tu… tu sai che io sono…
–Sì.– Una semplice parola ferma. Poi una lunga pausa. –Non preoccuparti. Non dovrai trovare le parole per spiegarmi niente. Piuttosto… sono io che devo spiegare.

–Quando ti persi di vista, mi morì il cuore. Non riuscivo a perdonarmi di non averti protetta. Ho abbandonato tutto allora… soldi, carriera, amici… tutto, per continuare quell'inseguimento interrotto. Ero pronto a metterci l'intera vita, se fosse servito.
Ho indagato con tutti i mezzi… aggrappandomi ad ogni pista… pagando, spiando… mi sono fatto dare del pazzo, e ha volte ho pensato di esserlo anch'io. Sono stato tentato molte volte di arrendermi. Ma non l'ho mai fatto. Ogni tanto, sentivo dire da qualcuno che conoscevamo di averti vista di nuovo in città… che ti avevano riconosciuta in un viale, o in un locale, o sul palco… ma quando accorrevo, tutte le volte, eri sparita di nuovo.
Lei si morse le labbra. Tutte quelle volte… durante una missione, un'emergenza, oppure in vacanza tra un combattimento e l'altro, o quando aveva sperato di rifarsi una vita… e sempre aveva avuto la tentazione di chiamarli, di far loro sapere che stava bene. E sempre, infantilmente, non c'era riuscita. Come avrebbe potuto spiegare loro? E se avessero rifiutato di riconoscerla? Se l'avessero scacciata? O se… il dolore fosse stato troppo perché potessero sopportarlo?
Eppure, ora… lui era là… i nodi erano venuti al pettine… conosceva la verità… e forse la accettava anche.
–Mi misi a cercare tue tracce in tutto il mondo. E a volte sembrava che riuscissi a trovarne… c'erano rapporti, foto, testimonianze… di qualcuno che poteva somigliare a te… un po' ovunque… esempre in momenti di crisi, combattimenti, guerre… o eventi inspiegabili… ma continuavo a restare un passo indietro. Ad arrivare quando ormai era finito tutto. Cominciai a credere che ti avessero presa dei mercenari, o qualcosa del genere… e passai ad indagare in quell'ambiente…
E dopo anni, finalmente, sono riuscito per puro caso a trovare le loro tracce. E quindi… anche le tue.
All'inizio mi sembrava una brutta storia di fantascienza. Una leggenda, o uno di quei complotti immaginari a cui crede tanta gente. Non c'erano prove. Soltanto indizi vaghi. Come si fa a credere a una cosa del genere… come si fa a credere che…– Contrasse le mani. –Quello che mi raccontavano al riguardo… su di loro… su di voi, su di te… eppure tutto sembrava coincidere. Le testimonianze combaciavano. A quel punto però ormai mi ero avvicinato troppo per non farmi notare. Si accorsero che qualcuno esagerava con le domande. E allora rischiai il tutto per tutto… quando mandarono qualcuno ad avvicinarmi, mi infiltrai. Diventai uno di loro.
Si accorse dello sguardo di lei. –No… non temere. Non mi hanno fatto niente. Per i loro agenti normali, la conversione è volontaria. Anche se incoraggiata. Ma non è stata certo la pressione più forte con cui ho dovuto vivere, là dentro. In quella tana di serpi disgustose… sempre con il terrore di essere smascherato. Eppure… non accadde… fino a che non riuscii a trovare le prove che mi servivano. Io… quando ho saputo cosa ti era successo davvero… mi sono sentito morire.
Le mani gli tremarono di nuovo. Lei gliele prese comprensiva. Lui strinse grato le sue. –Non… non posso fare a meno di pensare che sia stata tutta colpa mia… se solo fossi riuscito a raggiungerti allora… perdonami, petite.– Entrambi avevano le lacrime agli occhi. –Se penso a quello che hai… che avrai dovuto sopportare…
Lei scosse la testa, cercando di sorridere.
–Ma ovviamente… poco dopo… sono stato scoperto. Sono fuggito per mezzo mondo. Mi hanno inseguito… quasi ripreso, torturato, parecchie volte. Ma una volta saputo dov'eri, niente mi avrebbe impedito di venire da te.
–Io…
–Non preoccuparti. Non ho intenzione di dirti «adesso te ne torni a casa con me» come in un qualunque romanzetto. È passato tanto tempo. Sono successe cose che non si possono cancellare. So… che non sei stata sola. So anche qual era il tuo motivo per non voler farti viva. Volevo solo poterti rivedere… che mamma e papà potessero… anche se loro non capirebbero tante cose. Volevo farti sapere che ti amiamo. Che non abbiamo mai rinunciato a te… E… avevo bisogno di avvisarti
Il giovane, alle spalle di lei, prese con calma la parola. –L'hai detto anche prima… avvisarci. Di che cosa? È… solo una coincidenza che ci siamo incontrati? O in qualche modo sapevi che eravamo qui? Forse lo sanno anche… loro?
Entrambi si voltarono stupiti a guardarlo. –Io…– riprese il ferito. Impallidì. Si strinse la testa fra le mani. –Io… non ricordo più. Non riesco… fino a un attimo fa lo sapevo… era una cosa importante… ma… adesso…
–…Non sforzarti. Hai picchiato la testa. Forse la tua memoria non funziona a dovere. E ti sei già affaticato a parlare così tanto. È meglio che tu riposi ancora un po'. Forse quando ti sarai ripreso ricorderai meglio.
–Ma… ma…– mormorò lui. Si lasciò spingere dolcemente a distendersi di nuovo, senza opporre resistenza, ma sempre con quello sguardo sconvolto negli occhi spalancati. –È importante… questo lo so… è urgente… non c'è molto tempo… se solo riuscissi a ricordare… la chiave… la chiave è…
Non appena la sua testa toccò il cuscino, nonostante la confusione e l'ansia, si addormentò di colpo.
I due lo guardarono in silenzio, poi scivolarono fuori dalla stanza.
–Credi… che sia veramente solo in stato confusionale?
–Non lo so. Non ne sono sicuro. Può darsi… oppure potrebbero aver giocato con la sua mente per impedirgli di rivelare quello che sa. Sarebbe da loro. In questo caso…
Lei gli dava le spalle, stringendosi nelle braccia, col viso rivolto verso un angolo del muro. –In questo caso… è probabile anche che gli abbiano danneggiato il cervello in qualche modo… o che abbia subito qualche comando postipnotico. È questo che vuoi dire? Che dovremmo… tenerlo d'occhio e non fidarci del tutto?
Riluttante, lui annuì con un sospiro. –Non… vorrei dirti questo. Mi dispiace. Ma…
–No. Hai ragione. L'ho pensato anch'io.– La sua voce era controllata, ma con una vibrazione leggera di sottofondo. –Che cosa terribile… che la vita che facciamo… debba spingerci a ragionare in questo modo freddo, anche quando si tratta delle persone che ci sono più care.
–Non è detto che sia così. Ad ogni modo, la prima cosa da fare è cercare di aiutarlo a ricordare. Mi è difficile credere che la cosa non possa essere collegata al caso che stiamo seguendo. Forse quellachiave che ha nominato può essere importante. Mi informerò sugli eventi recenti in città. E chiamerò via radio la base. Se loro sanno della nostra presenza, potremmo non essere al sicuro neanche qui. Dobbiamo escogitare un piano in caso d'emergenza.
–Sì.– Lei non si muoveva. Anche lui non si mosse. –Io…– mormorò infine. –Avrei bisogno di una cosa da te… prima di andare avanti.
–Tutto quello che vuoi.
–Ho…– Si voltò. Con un sorriso lieve e timido in viso, nonostante gli occhi umidi. –Ho bisogno di un bacio.
Cadde un silenzio di velluto mentre si guardavano l'un l'altro, per il tempo di tre battiti del cuore.
–Sì– rispose lui, piano. E mosse un passo in avanti, tendendo un braccio.