Capitolo 5
–Roba da matti, eh? Tutte le prime pagine dei giornali occupate dalle notizie del concerto… o dallo scandalo in atto. Mentre questo finisce in un trafiletto seminascosto e passa inosservato.
–Stavamo per lasciarlo passare inosservato anche noi. Ma è appunto quello di cui parlavamo, no? Il potere dei mass–media. Dopotutto, avevamo detto fin dall'inizio che a molte persone fa comodo se certe cose non vengono alla ribalta.
L'ambasciatore e i delegati del Rubutur stavano entrando nella saletta, nelle loro vivaci vesti tradizionali. Qualcuno applaudì, ma discretamente. Non potevano essere presenti più di cento persone, oltre ai giornalisti e ai reporter di alcuni canali televisivi. I diplomatici africani erano giunti in visita in Francia apposta per partecipare a questa conferenza sui diritti delle donne, e la loro presenza aveva un significato profondo.
–Il Rubutur è un paese ancora molto all'antica sotto diversi aspetti… e legato ad una cultura tradizionale profondamente maschilista. Alle donne non è permesso avere proprietà, né viaggiare senza il consenso del marito. Non possono divorziare, ma possono essere ripudiate anche solo per sospetto d'infedeltà da parte dell'uomo, o se questo vuol prendersi una moglie più giovane… ed altre cosette del genere, tra cui le pratiche di scarificazione rituale.
–Per niente piacevole.
–Già. In effetti, quest'argomento è uno dei principali punti di divergenza tra le due fazioni in lotta. Ovviamente, la parte al governo è quella maggiormente conservatrice.
–Per cui… il fatto che dei loro parlamentari siano qui si può interpretare come un segno di distensione? Vogliono fare qualche concessione ai progressisti e giungere a un compromesso?
–Abbastanza probabile. Da quel che so, il conflitto sta dissanguando lo stato. Troppe perdite umane, troppa distruzione a cui porre rimedio… e si stanno rovinando anche economicamente. Il presidente e i suoi sostenitori possono essere arretrati, ma non sono stupidi. Se continua così non solo rischiano le loro poltrone, ma addirittura di non avere più un paese da governare prima delle prossime elezioni. Vorranno almeno dare l'apparenza di essere disposti a discutere. Infatti…
Dall'ingresso all'estremità opposta provennero altri applausi. In via informale, il più importante fuoriuscito politico del Rubutur, Meenge M'Keda, stava facendo la sua entrata, e calmava con modestia le esclamazioni d'approvazione mentre passava tenendo la mano levata.
–Lui è l'ispiratore principale del movimento dei ribelli. Scrittore, filosofo e attivista umanitario internazionale convinto, allontanato per le sue idee aperte e cosmopolite. Anche se lo nega, si sospetta che li sostenga anche strategicamente e finanziariamente. Questa serata è in pratica un incontro al vertice ufficioso.
–E a qualcuno di nostra conoscenza potrebbe non piacere troppo che andasse bene. Giusto?
–Già. Oppure… potrebbero avere infiltrati e simpatizzanti tra gli stessi presenti stasera, da una o entrambe le parti. Di certo non è un caso che la data del concerto sia tanto vicina a quest'evento. Tieni gli occhi aperti e una mano sulla pistola. A me non serve.– Le dita della destra gli ticchettavano mentre le apriva e richiudeva nervoso, come un cowboy avrebbe potuto far girare soprappensiero la sua Colt.
M'Keda aveva appena visto, o finto di vedere, i delegati della sua patria. Loro ricambiarono il suo moto di piacevole sorpresa, che non poteva essere altro che preparato, se ognuna delle parti aveva saputo di trovare l'altra qui. Si mossero incontro tra le file di poltrone scavalcando la folla, col sorriso sul volto e preparandosi a tendersi la mano. Qualche mormorio passò nella platea tra coloro che conoscevano il significato del gesto. Un paio di applausi fecero timidamente per partire in anticipo, e i fotografi prepararono lo scatto.
Poi, quando ancora le mani non si erano toccate, in mezzo a loro sibilò qualcosa che andò a spaccarsi con un rumore umido contro la parete di fronte, separandole.
–Vergogna! Vergogna!
Era una specie di palloncino… o di vescica… piena di acqua tinta di rosso con un colorante, che doveva dare un'impressione molto sgradevole nell'intenzione dell'autore dello scherzo. O meglio, dell'autrice.
Si trattava di una donna prosperosa in vesti popolari del Rubutur, che per contrasto stringeva una costosa borsetta moderna sottobraccio da cui aveva estratto l'arma impropria. Era stata seduta in una delle ultime file ed ora fissava i diplomatici in piedi, fremente di rabbia, alla testa di un gruppetto di altre signore e signorine altrettanto furiose che facevano ala dietro di lei. Subito le macchine fotografiche e i registratori cambiarono bersaglio.
–Vergognatevi! Traditori del popolo! State rovinando il nostro paese! State disonorando le vostre madri… le vostre sorelle… e tutte le donne della vostra patria!
–Viva l'Atto Nazionale!
–Abbasso i blasfemi! Viva la Salvaguardia!
–Siate maledetti da…
Le guardie intervennero ad afferrarle con tutta la prontezza possibile e ad allontanarle dal posto mentre continuavano ad intonare canti e slogan. Passarono accanto ai due amici che non potevano evitare di provare un senso bizzarro di dejà vu. Una reporter televisiva cantilenò nel suo microfono, seguendo la processione: –Avete udito le parole di protesta delle Figlie della Salvaguardia…
–Be', è ovvio che ci siano donne che protestano se la situazione è quella. Ma perché questo gesto in un momento simile? Non dovrebbero essere contente che il governo dia segnali d'apertura? O forse non tollerano che il loro ispiratore scenda a compromessi?
–Mi spiace deluderti, amico, ma a quanto pare su quest'argomento sono io quello che ne sa di più. Le Figlie della Salvaguardia sono un gruppo conservatore di emigrate del Rubutur che si rifanno a una legge tradizionalista risalente a cinquant'anni fa. L'Atto Nazionale per la Salvaguardia delle Donne elenca le misure per la «protezione del gentil sesso» secondo le antiche usanze tribali: segregazione, punizioni corporali ed esclusione dalla vita pubblica. Quelle gentili signore sono appunto esponenti di un movimento che si oppone alla modernizzazione e alla parità dei sessi, in nome della dignità della donna.
–Cosa? Chiamerebbero dignità continuare ad essere ferite ed oppresse? Codesta è pazzia senza neanche una logica!
–È successa la stessa cosa anche quando il femminismo si è diffuso nei cosiddetti paesi civilizzati. Secoli d'indottrinamento producono un certo effetto. Quando ti inculcano fin dall'infanzia che la dignità è sottometterti e conformarti alle usanze stabilite… e capisci che avrai una certa sicurezza e rispetto solo in questo modo… non ti ci vuole molto per adeguarti e considerarlo l'unico modo morale di vivere, anche senza rendertene conto.
–Maledetti da Dio!– si alzò stridula dall'esterno della sala la voce di una delle donne. Molto imbarazzati, i diplomatici ripresero il loro colloquio mentre gli spettatori tornavano lentamente ai propri posti, e gli inservienti si affrettavano a ripulire perché la conferenza potesse cominciare.
–E come vedi, la musica è sempre la stessa… la religione è sempre la spada e lo scudo più usato dai fanatici di ogni forma e colore. Se vogliamo, per i tuoi amici fan esaltati la cosa è poco diversa. Solo che sul piedistallo hanno messo una persona di carne ed ossa… anche se alla fine, qualunque sia l'idolo venerato, basta strappargli il mantello per trovare solo l'ennesima proiezione del nostro piccolo io.
Un attimo dopo, la bomba esplose.
Era nascosta nel posto più imprevedibile per chiunque… tra i resti della zucchetta d'acqua gettata sul muro. Nel momento preciso della stretta di mano tra M'Keda e l'ambasciatore, detonò a pochi centimetri dalla mano di un volontario che si era tesa a raccoglierla. Si gettarono istintivamente a terra. Le schegge volarono ferendo i diplomatici, diversi spettatori delle prime file e una relatrice dietro le quinte, mentre il povero malcapitato si rotolava a terra con una mano praticamente spazzata via e gli occhi chiusi e insanguinati. Nella sala scoppiò un trambusto maggiore di prima… urla, gente che fuggiva, grida concitate di chiamare il pronto soccorso e di cercare altri complici di quelle donne.
–Vergogna a voi!– tornò a farsi sentire la voce stridula al di sopra di tutto… stavolta con una sfumatura di trionfante soddisfazione. –Ti meriti solo l'inferno, M'Keda… tu e tutti quelli come te… così come quella donnaccia con cui avete fatto lega! Non potrete nascondervi per sempre! I giornali sanno tutto ormai… e ha i giorni contati proprio come voi!
Altrove…
–Basta! Non farò più niente del genere!
Una Michelle Amandette fasulla dai capelli pesantemente cotonati e pieni di luccichini gettò a terra il frustino, tremante di paura ma ancor più di rabbia, fissando negli occhi il suo aguzzino. Questo contrasse solo leggermente il volto e ben più le dita intrecciate delle mani, che sbiancarono ulteriormente.
–Credevo di averti detto di seguire il copione, Michelle. Non ti stai comportando come un'artista. E non stai certo facendo bella figura col pubblico. Non è da te.
–Io non sono Michelle!– gridò la ragazza, vergognosamente esposta in un costume di pessimo gusto, con lacrime oltraggiate negli occhi. –Mi chiamo Lizzie… Elizabeth! E di certo Michelle non si comporterebbe in questo modo! Era tutto un gioco… solo un gioco… che diavolo hai nella testa, stupido vecchio pazzo?
A un cenno dell'uomo elegante, i gorilla in attesa ai margini del set tornarono a passo pesante ad afferrare la ragazza, torcendole le braccia e facendola gridare. Il regista era pallido di rabbia contenuta, ma la sua voce continuava ad essere assurdamente cortese. –Che arroganza. Non mi dirai che pretendi di essere tu a poter dire chi sei? E cosa sei? A questo hai già rinunciato quando sei diventata un personaggio pubblico. Non fare finta di non saperlo. Una celebrità non appartiene a se stessa… appartiene ai fan. Siamo noi a dirvi cosa dovete essere. Cosa dovete fare. Hai voluto giocare… avete tutte voluto giocare ad essere qualcosa che non eravate… ebbene, adesso vi trovate di fronte alle estreme conseguenze del vostro gioco. È stato divertente partecipare a quel concorso, vero? È stato emozionante essere trattate come delle dive? Volevate essere qualcun altro perché era troppo noioso essere le solite stupide voi stesse. Volevate essere migliori… essere lei… Bene, ora non potete dire di non esservela cercata. Signori, questa non ci serve. È difettosa. Mettetela da parte per dopo e andatemene a prendere un'altra.
Dopodiché dimenticò completamente la ragazza, divisa tra rabbia e terrore, che veniva trascinata via e si voltò dall'altra parte, fregandosi le mani come se qualcosa d'immondo gli avesse sporcato i guanti. –Comunque, perché sareste venuti da me, gentiluomini?– domandò, rivolto alle due figure in abito scuro che lo guardavano con ansia impaziente. –Non so nulla di questi vostri problemi, e non è affar mio. Io faccio la mia parte, voi fate la vostra. Già è stato abbastanza sgradevole dovervi fornire materiale di qualità così bassa. Io sono un artista, sapete. Sto mettendoci tutto me stesso in quest'opera. Non vedo perché dovrei assumermi la responsabilità anche delle vostre incompetenze.
Il più grasso degli uomini si leccò nervosamente le labbra. –Ehm, certo, milord… ma deve capire… sfortunatamente, questi piccolissimi inconvenienti potrebbero mettere tutto il piano in condizione di fallire. E in questo caso, anche la possibilità di realizzare la sua opera d'arte potrebbe purtroppo scomparire. Se ci venissimo incontro, sono certo…
–Scomparire? Non vi ho forse pagato fior di quattrini? Vi assicuro che ho tutti i mezzi per farvelo rimpiangere, se non doveste mantenere i vostri impegni. E non sto parlando di cause legali.– Uno schiocco di dita aristocratico e tutti i gorilla drizzarono testa ed orecchie, facendo sudare ancor più i due malcapitati. –A ogni modo… per me il mio lavoro conta più di ogni altra cosa. Non si tratta di un semplice capriccio da riccone eccentrico. Sto facendo tutto questo per amore, vorrei che fosse chiaro. Per amore della mia cara Michelle. Per salvarla.
–Ma certo, milord. Non… non lo avevamo mai messo in dubbio.
A un altro gesto della mano, gli omaccioni allertati fecero finta di ritornare ai loro compiti, ma tenendo l'orecchio teso per il resto della conversazione. –Perciò… esattamente in che modo le vostre difficoltà potrebbero ostacolare la realizzazione del mio sogno? Non ho nessun obbligo verso di voi, beninteso. Ma questo ha la priorità su tutto. Questo e la sicurezza di Michelle. Se le viene torto un capello prima che io…
–No, no… le assicuriamo… non si tratta in alcun modo di una cosa del genere… ma, ehm… ecco, se la persona di cui le abbiamo parlato restasse a piede libero e dovesse riuscire a mettersi in comunicazione con certi suoi contatti… o se l'oggetto in questione venisse deplorevolmente ritrovato da qualcuno che fosse in grado di collegarlo a noi, allora… ehm… nel caso intuissero le nostre intenzioni, potrebbero annullare tutto… prendere delle contromisure… e l'ultima parte del progetto sarebbe vanificata. E dopo che lei ha investito tanto tempo e sforzo in questo set, sarebbe… sarebbe un vero peccato.
L'uomo considerò la cosa ruminando con la mascella squadrata. La lingua gli si agitò tra le guance come un pescecane sott'acqua. –Vi renderete conto che non voglio avere niente a che fare coi vostri sporchi maneggi. E che non accetterò nessuna scusa da parte vostra se le cose andassero male.
–Ehm, eccellenza…
–Ciò detto… parlatemene. Chi esattamente e in che modo vorrebbe frapporsi tra me e la donna che amo?
I due ebbero lo stesso guizzo di naufraghi ai quali viene gettata una corda da un elicottero mentre già si chiedono come sarà guardare da dentro un branco di squali. Una serie di fotografie venne prontamente estratta da una tasca interna. –Vostra eccellenza è troppo buono!… Dunque, ecco… questo è il fuggiasco… queste sono le persone che potrebbero giungere ad intralciarci… ed è veramente di enorme importanza che se mai dovessero venire qui, non lo incontrino e non ci mettano i bastoni tra le ruote!… Ma altrettanto importante al momento è l'oggetto di questa foto… la chiave…
…la stessa chiave che occhieggiava luccicante tra le ceneri di un intero piano d'ospedale.
L'esplosione era stata di una violenza inaudita. Aveva bruciato vivi diversi uomini sul colpo. Tuttavia, anche un calore così forte non era nemmeno riuscito ad ossidarla.
L'edificio era stato completamente evacuato, i pazienti trasferiti altrove, in attesa che arrivasse la polizia scientifica. Che comunque si faceva attendere. Nessuno poteva udire quindi i passi leggerissimi, ben attenti a non sollevare neanche un granello della cenere che ricopriva tutto. Qua e là, brandelli di quello che era stato l'abito di qualche vittima –dei medici, forse, o dell'ispettore, o di un altro dei poliziotti– volteggiavano a un minimo refolo di vento che filtrava nonostante le finestre fossero state sigillate. Al passaggio di qualcuno che camminava là dentro nonostante anche la porta lo fosse stata. E che l'avrebbe sigillata di nuovo prima di andarsene.
Uno sguardo esperto fermò il suo vagare sul luccichio sospetto. E una mano guantata si chinò con cautela a raccogliere il piccolo oggetto.
–Bene. E con questo… direi che probabilmente passiamo noi in vantaggio.
Devi perdonarmi.
Per la mia debolezza. So che tutti noi possiamo avere un momento di debolezza… che non dobbiamo colpevolizzarci per questo… perché significa che siamo umani. E non vorremmo essere altro. Ce lo ripetiamo sempre.
Anche se… commettere errori umani ci può mettere in pericolo di vita… anche se può far correre rischi terribili a quelli che amiamo…
Siamo sempre in bilico. Fra la nostra natura e… e… quello che siamo in grado di fare, quello che dobbiamo fare. Non è giusto. Ma è così…
Anche se non so quanto una qualsiasi persona possa resistere a una simile contraddizione senza spezzarsi…
So che tutti noi prima o poi abbiamo desiderato di poter tornare indietro. Anche tu… tante volte…
Ma non è per questo che mi sento in colpa.
È perché con quella nostalgia… con quelle lacrime…
In qualche modo stavo desiderando che quello che è accaduto non fosse mai accaduto. Anche se questo voleva dire non averti conosciuto… non aver conosciuto tutti gli altri.
Questa è stata la mia vera debolezza…
Oppure, forse, no. L'ho capito nel momento in cui mi sono rifugiata tra le tue braccia… e tu non mi hai allontanato. Mi hai accolta, stretta a te, in silenzio.
Quello che volevo davvero non era tornare indietro. Era qualcosa di ancor più impossibile. Desideravo essere ancora normale… ma con te. Nella mia città, con i miei amici di un tempo, ma con te. Volevo l'una e l'altra cosa… la mia vecchia vita e la nuova.
Che infantile. Che egoista.
Tutte le cose buone di entrambe, e le brutte di nessuna…
Sì… le brutte… perché se mi riguardo indietro adesso, se ripenso ad allora… o a quei periodi in cui ci eravamo divisi, e quasi credevo di esser riuscita a dimenticare… era tutto molto brioso… allegro, scintillante…
E VUOTO.
Mancava qualcosa di essenziale. Ora lo so. Mancavi tu.
Che vita sarebbe stata la mia se non ti avessi incontrato?
Che vita sarebbe la mia se ti perdessi adesso?
Una vita senza centro… indegna di questo nome…
Non potrei pensare di separarmi da te più di quanto potrei sopportare di strapparmi un braccio o una gamba con le mie stesse mani.
Anzi… più il tempo passa e più… sento di volere…
Per questo devo cambiare. Per questo devo CRESCERE. Per meritare quello che ho… per meritare quello che desidero…
Se mai un giorno…
–A che stai pensando?– Una domanda gentile.
–Io… ecco… niente.– Un rossore improvviso. –Solo… i momenti sono preziosi. Anche i momenti più brevi. Bisogna farne tesoro.
–Sì.
E un suono rintoccante, lontanissimo, ci segue mentre camminiamo…
«Sì. Ho capito. Se le cose stanno come pensiamo, a questo punto… sarà meglio non perdere più un attimo. Dobbiamo fare in modo di riunirci entro la data del concerto. Anche noi abbiamo già cominciato a muoverci. Partite con i preparativi e date l'allerta agli altri».
L'uomo ferito sentì la voce arrivare attraverso un muro, nel dormiveglia. Cercò di scuotersi del tutto dal suo torpore. Con cautela, esaminò la propria mente come si passa un dito su una cicatrice. Non si sentiva diverso da se stesso… ma era stato così anche prima… mentre quella spiacevole sensazione di confusione persisteva nel velargli alcune zone della memoria. La cosa importante… l'informazione che aveva rischiato la vita per proteggere… era lì, ma qual era?… Una sagoma sfocata gli ondeggiava davanti all'occhio della mente.
E non era neanche tutto…
Il giovane che lui non conosceva aprì cautamente la porta. Vedendolo sveglio, si affrettò ad entrare con premura nella stanza.
–Ah, bene. Come stai? Hai dormito per ventiquattr'ore. Ti senti un po' meglio?
–Era appunto quello che stavo cercando di scoprire– disse, cercando di sollevarsi. –Lei… tu… stavi parlando con i vostri compagni, non è vero? Al telefono, o in qualche specie di trasmettitore.
Il ragazzo lo guardò con qualche incertezza, come chiedendosi cosa precisamente gli dovesse dire. –Sì. Se sono stato io a svegliarti, mi spiace… Non ci hai detto quanto precisamente hai scoperto su di noi. Parecchio, presumo.– Rispose al suo cenno d'assenso con uno identico. –Comunque, abbiamo deciso che… se quelli da cui sei scappato ti stanno cercando, non è prudente rimanere a lungo fermi nello stesso posto. Soprattutto se hanno visto che anche noi siamo qui. Prima o poi qualcuno s'insospettirà vedendoci andare e venire dalla stanza con cibo e medicine. E poi… crediamo che un certo problema di cui ci stiamo occupando possa essere collegato alla tua fuga in qualche modo. Ho già organizzato tutto per spostarci in un nascondiglio più sicuro. Con un po' di fortuna avremo anche un sistema per aiutarti a ricordare. Appena ti senti pronto a muoverti un po', possiamo…
–Tu…– lo interruppe l'uomo. Problemi, certo. Qualcosa di urgente per molte persone, che rifiutava di tornargli in mente. Ma al di sopra di questo… scoprì qualcosa di più antico riaffiorargli inaspettatamente dal fondo dello stomaco, come se tanti anni fossero stati annullati in un lampo. Era stupido, pensò. Era fuori luogo, in quel momento. Eppure… –Tu… in che rapporti sei con lei?
–Come?…– L'altro sgranò gli occhi e lo fissò stupito.
No, non un ragazzo. Doveva tenerlo presente. Come lei non era più una ragazzina. Nonostante l'aspetto, doveva avere quasi la sua stessa età. E una notevole esperienza. Per quanto fosse difficile crederci, vedendolo…
Doveva chiedere. O la cosa avrebbe continuato a tormentarlo.
–Ho visto come ti guardava. Una volta, guardava solo me in quel modo… e nostro padre. Che cosa… è precisamente lei per te?
Che… idiota.
Parlare in quel modo all'uomo che gli aveva salvato la vita… che lo stava proteggendo…
L'aveva persa da vent'anni, la sua sorellina. Non faceva più parte della sua vita. Ritrovarla improvvisamente identica ad allora non gli dava il diritto…
…di essere geloso. Non poteva permettersi di fare domande simili… come se lui fosse stato soltanto l'adolescente sprovveduto a cui aveva immaginato di tenere prima o poi quel discorsetto…
Che intenzioni hai… sei serio… non permetterti di farla soffrire…
E che sarebbe arrossito e intimidito sotto il suo sguardo, che avrebbe capito chi comandava e che con un soldato non si scherza… e avrebbe promesso e promesso, o avrebbe fatto marcia indietro…
L'adolescente a cui questo soldato somigliava tanto, mentre sembrava a sua volta sul punto di arrossire…
E che non lo fece. Si limitò a guardarlo molto seriamente, senza distogliere gli occhi. –Di questo– disse tranquillamente –dovresti parlare con lei, prima che con me.
Si voltò per uscire. –Quando sei pronto, chiamaci. Un'auto sarà pronta qui fuori.
Quegli occhi scuri…
Quella voce, quello sguardo.
Un ragazzino… e contemporaneamente un uomo adulto. La stessa, strana impressione che aveva avuto nel parlare nuovamente, dopo tanti anni, con lei.
Misteriosamente, se ne sentì come sollevato.
Fece soltanto due passi nel corridoio prima di vederla. Ritta in un angolo, che gli sorrideva dolcemente in silenzio. –È tutto a posto– disse, senza aspettare la domanda.
–Hai sentito?…
Annuì. –Ti ringrazio… di come ti sei comportato.
Lui rispose all'assenso, concedendosi adesso brevemente l'imbarazzo che prima non aveva mostrato… alla sua vista, e al ricordo.
–E per il resto?…
–Ho organizzato tutto secondo il piano. Tu sei sicura di…?
–Certo. L'avrei fatto io stessa, se non fossi troppo diversa da Michelle. Ma quando ho visto la sua fotografia… mi sono accorta subito di conoscere una persona adatta a darci una mano. La chiamerò oggi stesso.
