Capitolo 7

La giovane donna lentigginosa, il volto nascosto dietro gli occhiali da sole, attese silenziosamente la consegna dei bagagli, sbrigò le formalità alla dogana e si avviò all'uscita dell'aeroporto internazionale senza che nessuna testa si girasse a guardarla, e ne sorrise tra sé. Indossava abiti alla buona, forse perfino sciatti, e i lunghi capelli erano raccolti in un foulard un po' da zingara. L'unica cosa per cui avrebbe potuto essere notata facilmente in mezzo alla folla era la statura, ancor più sottolineata dai tacchi altissimi, e il portamento degno di una principessa al ballo… o di un'indossatrice sul palco.
Riconobbe la sua amica in mezzo alle persone che aspettavano parenti e conoscenti, vedendola sorridere e salutare col braccio, e si affrettò ad andarle incontro. Le due si presero entrambe le mani.
–Ebbene, eccomi qui. Spero che potrò esserti d'aiuto.
–Serina…
–Oh, non chiamarmi così, per favore… non ci sono più abituata ormai. Il mio nome d'arte andrà benissimo.– Scoccò uno sguardo al giovane a pochi passi di distanza. –Se è lui quello che ti ispira tutta la sicurezza che possiedi… lasciamelo dire, hai fatto un ottimo affare, cara.
–Direi che sia più il contrario– esclamò lui in risposta, porgendo la mano. –Benvenuta, mademoiselle. Mi è stato… molto parlato di lei.
–E a me di te. Dammi del tu senza problemi.– La donna atteggiò il volto espressivo ad un sorriso ironico. –Forse dovrei risentirmi che tu non mi conoscessi già dai manifesti… ma a giudicare dalla faccia, devi essere uno dei pochi che non li guardano. Un'altra fortuna che la mia amica può dire di avere.
–Grazie per aver accettato di venire.
–Nulla. Se somiglio a questa vostra cantante come dite, per me non sarà un problema dare una mano. Comunque credo che con il trucco giusto tutti si somiglino, non è vero? Quand'è acqua e sapone, scommetto che Michelle sarà diversissima da quand'è sul palco.– Sogghignò, esibendosi in una mezza giravolta. –Guardatemi qua. Anch'io non somiglio per niente alla mia immagine. Mi basta lavarmi la faccia e cambiarmi d'abito per passare inosservata come una qualunque. E di recente la cosa comincia a piacermi davvero. Sto prendendo gusto a risentirmi normale. Del resto, la mia carriera non durerà per molti anni ancora… e dovrò pur fare qualcosa dopo. Sono tornata all'università. E prendo lezioni di recitazione teatrale. Potrei diventare un'attrice… o chissà, una regista. Ma qualunque cosa scelga, voglio essere certa di potercela fare per la mia grinta e capacità, e non solo per il mio bel faccino.
–Sei… davvero cambiata.– Lui aveva preso la valigia e camminava poco dietro le due donne che chiacchieravano, mentre si avviavano verso l'auto.
Rinnovata, cara, direi rinnovata. Ed è merito tuo. Dopotutto, ho scoperto che esiste un intero mondo di qualità dentro di me che non si logoreranno col tempo. È per questo che mi sento in debito. Quindi… chiedimi pure qualunque cosa ti serva. Sarà sempre meno di quanto hai fatto tu per me. E comunque, potrò approfittarne per partecipare alla Royal Parade che è prevista in questi giorni… e questo farà molto bene alla mia immagine e al mio portafoglio! Dunque… spiegatemi cosa dovrei fare esattamente.

A notte fonda…
Nella zona c'erano solo una quantità di magazzini. Vi venivano tenute in deposito le merci da caricare sulle navi e quelle appena scaricate e non ancora prese in consegna. Alcuni di essi includevano speciali armadietti di sicurezza per la custodia dei valori, dotati di serratura a lucchetto o, anche meglio, a tempo o a combinazione. Diversi erano stati sgomberati come misura di sicurezza dopo la recente esplosione, della quale ancora non si conoscevano gli autori, e allo stesso tempo erano aumentate le guardie private armate di pattuglia, per scongiurare nuovi attentati. Per la maggior parte si trattava di uomini robusti dalla mascella squadrata e con ben poca voglia di scherzare se avessero dovuto incontrare eventuali intrusi. Nonché uno scherzo da superare per chiunque fosse dotato dei… mezzi giusti.
Gli armadietti occupavano un'intera parete dello stanzone interno. Solo pochi erano rimasti danneggiati gravemente. E comunque nessuno aveva una serratura che potesse essere aperta dalla chiave misteriosa. Ma il poliziotto che aveva indagato a riguardo aveva scoperto che non era quello il punto. Ogni armadietto aveva un numero di codice seriale. E i passi si fermarono proprio davanti allo sportello che recava il numero corrispondente a quello impresso sul metallo lucido.
L'armadietto era esattamente nel punto da cui era partito lo scoppio. Come se gli attentatori non fossero stati contenti dell'indizio già lasciato. Tutto intorno, gli altri erano completamente sventrati e accartocciati. Quello… non era neanche graffiato. Una patina di vernice grigiastra, intesa a farlo sembrare identico agli altri, era stata grattata via dall'esplosione. Sotto, la struttura metallica mostrava l'identica lucentezza della chiave. Probabilmente neanche una bomba nucleare sarebbe riuscita a danneggiare quel metallo. Era questo che aveva tanto sconcertato l'ispettore di polizia, quando era giunto lì spinto dallo stesso ragionamento.
Qualunque cosa ci fosse dentro… sempre se c'era qualcosa dentro… se l'intenzione era stata di sottrarlo, quelle persone non dovevano esserci riuscite. Avevano soltanto ottenuto l'effetto d'indicarlo molto più chiaramente ai nuovi visitatori notturni del magazzino. Che d'altra parte, dopo averlo attentamente osservato, non cercarono neanche di aprirlo.
Un flash lampeggiò. Come una criptica opera d'arte moderna, l'armadietto venne più volte accuratamente immortalato da diverse angolazioni. Il lieve suono degli scatti echeggiava amplificato nell'ambiente vuoto.
–Ce l'hai?
–Fatto.
–Bene. Prossima fermata, la stazione di polizia. Dobbiamo sapere quanto avevano scoperto gli investigatori… fino a che punto avevano dedotto la verità… prima di essere eliminati.
Voci allarmate esplosero alle loro spalle, accompagnate da suoni di corsa. –Ehi! Cosa ci fate qui? Chi siete? Fermi…
Quando i guardiani –o quello che erano– ebbero raggiunto il posto con le armi spianate, i misteriosi intrusi erano già spariti nel nulla. Ma non prima che avessero potuto vederli in faccia per un attimo.
E restare sgomenti…

Sì… il mio sogno…
Un'altra faccia di rospo. Pronta a prendere per sé, a trasformare la compassione e la comprensione in voglie sporche…
…appena liberata dalla sembianza dell'animale.
L'innocenza, o la corruzione.
Ce lo ripetono fin dai tempi antichi. Sembra che per l'essere umano non esista altra scelta.
Emergere dall'inconsapevolezza… avere coscienza di sé… evolversi da semplici animali in qualcosa di più…
crescere… sembra che i nostri antenati l'abbiano sempre vissuto come una colpa.
Una colpa verso un qualche genitore primordiale…
Forse perché per loro… ha voluto dire rendersi anche conto della propria fragilità… della propria mortalità… e
solitudine.
Gli animali non sanno che dovranno morire. Hanno paura quando si trovano in pericolo, per istinto… ma non portano con sé quella consapevolezza in ogni momento, non ci riflettono sopra, chiedendosi cosa ci sarà al di là.
Se attaccano, se uccidono, lo fanno per difendersi o per mangiare. E comunque seguono un istinto codificato, senza metterlo in discussione.
Obbediscono alla propria voce interiore. E basta. Magari alcuni di loro possono provare dispiacere, per un attimo, per le loro vittime… ma non conoscono il rimorso. Né si chiedono se le loro azioni siano moralmente giuste. Non provano tormento.
Perfettamente
innocenti… perfettamente felici. Come i bambini.
O così sembra a noi. Loro non possono parlare. Non possono dirci cosa provano davvero. O cosa desidererebbero se avessero le parole per esprimerlo.
Né… anche se ne fossero coscienti… anche se potessero comunicarlo… avrebbero i mezzi per affrontarlo e risolverlo…
Proprio come i bambini…
Io… ero sempre stata tanto amata, tanto protetta, da bambina. I miei genitori avevano sofferto tanto prima che nascessi, a causa della guerra. Per questo mi avevano coccolata forse troppo… loro, e anche il mio amatissimo fratello… mi avevano fatto crescere nella bambagia, ignara del male… perché non volevano che io conoscessi quello stesso dolore.
L'hanno fatto perché mi volevano bene… ma in questo modo mi hanno resa troppo spavalda… troppo incauta… convinta di avere il diritto di vivere per sempre in una favola… convinta che tutti fossero amici, che non potesse esistere alcun pericolo. Per questo, alla fine, fui rapita. Senza neanche poter opporre resistenza.
Non è la corruzione… ad essere il contrario dell'innocenza. È qualcosa che io allora non avevo.
È l'ESPERIENZA…

Entrò nella stanza spoglia del nuovo nascondiglio e lo vide in piedi, ancora barcollante, finire d'indossare gli abiti nuovi che avevano comprato per lui il giorno prima. Era molto pallido e ogni tanto si portava una mano alla testa fasciata, ma sembrava risoluto a non starsene più a letto.
Niisan!…
–Cosa?…– esclamò l'uomo stupito alzando la testa, e accorgendosi della sua presenza.
Lei si rese conto di quel che aveva detto e si portò una mano alle labbra nascondendo una risatina. –Scusami… ormai sono così abituata a parlare in questa lingua che lo faccio senza neanche rendermene conto…
–La lingua di…– Lui ebbe un guizzo negli occhi. Si controllò con un respiro. –Del posto dove vivi ora, vero?
–Sì– annuì. Il momento d'esitazione non le era sfuggito.
–Immagino avrete… avrai avuto… un buon motivo per stabilirti là.– Si sforzava di sorridere. –Ascolta, so cosa stai per dire… conosco quella faccia, ma…
–Allora mi risparmi di farti la predica. Cosa stai facendo? Sei ancora debole e le tue ferite potrebbero peggiorare se ti sforzi. Non voglio doverti ancora trattare come quando eravamo bambini… Giuro, non so chi tra tutti e due…
–Tutti e due chi?…– sorrise il fratello, stavolta genuinamente. Accennò con la testa vedendo il suo leggero rossore. –Bene. Così almeno una cosa l'ho saputa. Sarà un vantaggio, per quando affronteremo l'argomento.
–Ascolta…
–No, lascia stare. So benissimo che adesso non è il momento. Certo, voglio sapere tante cose di quanto ti è successo… voglio cercare di recuperare un po' del tempo perduto… quando potremo. Ma non è per questo che mi sono alzato. È importantissimo che io riesca a ricordare. Anche se non so perché. E stando lì sdraiato non ci riesco. Perciò… forse se vengo in giro con voi e partecipo alle vostre indagini mi si smuoverà qualcosa.
–Ma tu…
Lui si sedette sul bordo del letto e le prese le mani. –So che sei preoccupata. Ti è sempre piaciuto più di tutto fare la mamma… perfino con me… e questo non è cambiato, vero? Però… questo è più importante di me o di te… nonostante tutto. Per quanto mi faccia male dirlo.
Lei tacque. –Immagino cos'avete pensato– proseguì. –Che potrei essere stato ipnotizzato… manipolato… credimi, l'ho pensato anch'io. Ero un soldato, dopotutto. E onestamente, non posso essere certo che non sia vero. Ma ti assicuro… ti assicuro, fisicamente sono ancora quello che sono sempre stato. Non mi sono lasciato toccare da loro.
–Lo so– sorrise lei. –L'ho visto. Non porti segni di interventi chirurgici, né fuori né dentro.
Lui ammutolì. Lo vide abbassare gli occhi sulle mani che le stringeva, sfiorandole con le dita quasi a volerne saggiare la consistenza. Entrambi i loro sorrisi si erano spenti.
–Tante cose… sono cambiate, non è vero?…
–Sì.– Non seppe dir altro, sedendosi sul letto accanto a lui.
–È… difficile. Da una parte, mi viene spontaneo comportarmi come allora… come se non fossero passati degli anni. Come se non fosse accaduto nulla. Dall'altra…– Lui respirò profondamente. –È così anche per te… vero?
–Sì.
–Capisco… quasi… quasi mi verrebbe da chiederti scusa. Devi essere anche più confusa di me. Posso capire perché non sei mai voluta tornare in questi anni.– Un nuovo sospiro. –Pensi… pensi che sia solo un'illusione la mia? Pensi che ci siamo talmente allontanati che non riusciremo più davvero a ritrovarci?– Nuovamente, i suoi larghi pugni pallidi tremavano d'improvvisa fragilità.
–Io…– Esitò. Anche lei aveva provato gli stessi sentimenti… si era fatta le stesse domande. Era tanto più robusto di come lo aveva lasciato… aveva tante cicatrici di cui lei non conosceva la storia. E per lei valeva lo stesso… forse non in apparenza, ma dentro. Almeno però aveva qualcuno a sostenerla in quell'incertezza. Suo fratello no. Si sentì molto egoista.
Non era forse stato così per tutti quelli di loro che avevano cercato in qualche modo di tornare indietro?… Non si erano ritrovati estranei nella propria casa, troppo alieni ormai all modo di pensare dei loro vecchi amici… troppo diversi? Non era accaduta la stessa cosa anche a lei? Non era proprio questo ciò di cui aveva avuto paura?
Qualunque fosse la realtà, però… non poteva negare una cosa…
…il suo profondissimo amore per l'uomo provato che aveva davanti.
Lo abbracciò con tutto il cuore. Adesso era lui il più debole, e non solo fisicamente. Aveva sofferto per lei, in tutti questi anni. Adesso era lei a doverlo proteggere. –No. No, non andrà così. Ne sono sicura. Te lo prometto. Non siamo forse rimasti legati… finora… anche senza poterci vedere?… Se abbiamo resistito a tanto… come può finire male?…
Aveva le lacrime agli occhi. Si accorse che le aveva anche lui.
Ciò che unisce… non è sempre, infinitamente, più importante di ciò che separa? La verità non conta molto, molto più della realtà? Non era stata proprio lei a dirlo?
Alla fine, era questa la cosa di cui aveva bisogno.
Ringraziò la vita, che le aveva già dato tanto… e ora la costringeva a cogliere quell'occasione.
–Parliamone– mormorò, staccandosi. –Ti racconterò… tutto quello che posso. Adesso. Solo… temo che dovrò fare piuttosto in fretta. Perché ci attaccheranno da un momento all'altro.
–Come?…
Sorrise di nuovo. Stavolta, con una sfumatura diversa. –Abbiamo fatto in modo che lo facciano. Se volevi partecipare all'azione… penso che sarai accontentato per forza di cose. E poi, ho una persona da presentarti… e ti spiegherò cosa stiamo organizzando.

–Ne siete SICURI? DAVVERO sicuri?
I due omoni in divisa parvero perfino un po' risentiti restituendo ai figuri in nero la loro fotografia. –Ci vediamo bene– bofonchiò uno di loro, sgarbato. –Non c'è mica bisogno di strillare.– Si rivolse con ben altra deferenza al suo datore di lavoro. –Erano proprio quelli della foto, capo. Non c'è da sbagliare. Un momento c'erano… e poi non c'erano più.
I due scagnozzi si misero improvvisamente a battere i denti così forte da triturarsi le unghie che si erano ficcati in bocca insieme a tutte le dita. –S-sono LORO… proprio LORO… sono ARRIVATI… e sanno TUTTO!… Perché… COME…? Sua eccellenza vorrà le nostre TESTE per questo!…
–Piantatela di piagnucolare! Non lo sopporto!– esclamò reciso l'uomo elegante. Poi, ai suoi dipendenti: –E non siete riusciti a vedere da che parte sono andati?
–Uh, veramente sì, capo. Avevano un'auto. Abbiamo sentito il motore e visto le tracce delle gomme sulla strada. Li abbiamo seguiti fino alla periferia dall'altra parte della città. Sono entrati in…
–Non importa.– Un gesto fiorito della mano. –Prendete tutti gli uomini che ritenete necessari. Prendete le armi. Portatemeli qui.
–Uh…– mormorò il più magro degli uomini in nero. –Non è… non è da loro farsi seguire così facilmente… mi sa di
trappola.
–E credete che non ci abbia pensato? Ma non può importarmene di meno. Le conseguenze per
voi sono affar vostro… io so solo che non posso permettere a chiunque di ritardare il progetto. Michelle è in pericolo. E se mi sarà impedito di aiutarla per causa vostra, allora sì che delle teste inizieranno a rotolare… senza che dobbiate aspettare il vostro capo!

All'Aja…
–Beauty is truth
, eh? È il tema che avete deciso di abbinare al concerto? Nonché l'ultimo album della signorina, se non sbaglio.– L'esperto di sicurezza convocato dallo staff ghignava con la sua espressione ironica fissa in volto, osservando i progetti del palcoscenico, le coreografie e tutto il resto. A Gerry Hunting e Madame Eva sembrava quasi che ogni parola pronunciata da quell'uomo fosse uno scherno. –Una citazione di Keats… molto culturale. Anche se io personalmente avrei preferito Truth is beauty. Ma sono gusti.
–Non credo di averla fatta venire qui per chiacchierare– esclamò la madre di Michelle, algida. –Ora, pensa di poterci essere d'aiuto, oppure no?– Si rivolse al direttore della sicurezza. –Lei è certo che questo signore sia il professionista che dice? A me sembra che prenda tutto fin troppo sottogamba.
Per una volta, Gerry sentiva quasi di doversi trovare d'accordo con la futura suocera, malgrado la cosa non gli facesse piacere. Il direttore però sorrise. –Non si preoccupi, madame. Mi sento di poterle assicurare che siete in una botte di ferro. Ora, se permettete, vado… a prendere il collega del signore.– Si affrettò a picchiettare col dito sull'auricolare che aveva infilato all'orecchio. –Mi dicono che è arrivato in questo momento. Dopodiché, avrò altri compiti a cui badare lungo il perimetro.
–Non sarebbe meglio che rimanesse qui?– chiese Gerry. –Dopotutto, lei conosce queste persone molto meglio di noi. Non che io voglia intendere…
–Spiacente, signori. Nemmeno io posso essere in due posti allo stesso tempo. L'impossibile si cerca di farlo, per i miracoli ci stiamo attrezzando.– L'uomo si esibì in un sorrisetto.
Mentre usciva dalla stanza con un lieve ammicco al professionista, si fermò per un attimo ad osservare Michelle con sincera compassione. Gli altri avevano già ripreso a battibeccare.
La ragazza non li sentiva. Teneva la testa tra le mani e gli occhi fissi su un pugno di lettere appena arrivate. Insulti terribili frammisti a teschietti, cuoricini e porporina rosa. Gli occhi erano cerchiati, il viso segnato. Quel mattino, complice anche l'annullamento della prevista conferenza stampa, non si era nemmeno fatta il trucco. E forse era perfino più carina così. Povera stella, pensò il falso direttore. Non si merita tutto questo stress.
Michelle leggeva. Parole sottolineate tre volte col pastello fucsia. Puntini a forma di cerchietto sulle i. Frasi zeppe di abbreviazioni, cioè, praticamente, fico e mitico. A ogni rigo era come essere scaraventata in un mondo che finora non aveva conosciuto affatto. Un mondo carino, infiocchettato e crudele. Prima, sua madre… e anche lei… avevano sempre ritenuto più opportuno che dei rapporti con gli ammiratori si occupassero delle segretarie. Ora si rendeva conto di quanto fosse stata ignorante.
E queste erano le lettere d'incoraggiamento.
Se possibile, erano perfino peggio delle minacce di morte.
Coraggio, cara Michelle… io sono sempre stata dalla tua parte… fai benissimo a volerti prendere la rivincita…
La rivincita su chi? Dalla mia parte in che cosa?
Se lo merita quel brutto antipatico! Lo dicevo dall'inizio che non era alla tua altezza… dopo che l'hanno fotografato con tante sciacquette… era ora che gliela facessi vedere…
Alla mia altezza? Quale altezza? Parla proprio come mia madre… Da quando stiamo insieme Gerry ha dovuto sopportare i fotografi ogni momento della sua vita. Perfino quando è andato a trovare le sue cugine che hanno il papà in ospedale. E adesso queste ragazzine pensano che io mi svenda a dei maniaci per vendicarmi di una cosa del genere? Lo pensano davvero?
Non curarti delle critiche… in fondo è la tua vita e puoi viverla come più ti piace… lo sappiamo bene che per amore si fa qualunque cosa!

E io per amore starei facendo questo? E siccome è per amore… sarei giustificata? E per amore di chi?
Capisco benissimo i tuoi sentimenti! Una donna forte ed emancipata ha il diritto di fare quel che vuole del proprio corpo e nessuno può rimproverarle nulla!

Io non l'ho fatto! Non l'ho fatto! Mi stanno calunniando e voi pensate addirittura che sia una rivendicazione femminista!
Rispettosamente… credo che dovresti fare un passo indietro… è ovvio, il fascino dell'uomo più maturo, il fascino del bello e dannato… ma ti voglio bene e mi preoccupo per te!
Mi vuoi bene?! Non mi conosci nemmeno! Tutto quel che conosci è un'immagine che viene per metà dai giornali e per l'altra dalla tua immaginazione! Se sapeste chi sono… non credereste neanche per un attimo a tutta questa montatura!
Un uomo che ti fa soffrire non ti merita… se posso consigliarti, mi metterei con Bob Montana al tuo posto… lui sì che è un vero duro… vi vedo molto bene insieme, ti allego un mio disegno di voi due…
Bob Montana ha vent'anni più di me, è stato sposato tre volte e ha avuto più amanti di un intero reggimento di soldati. Gerry non ha mai avuto una fidanzata prima di me… e voi lo considerate menofedele? E dovrei preferirgli quello? Il disegnino attorniato da cuori le fece venire il voltastomaco. Mostrava una profusione di lingue e parti anatomiche acrobaticamente assortite. Lo sbatté sul tavolo capovolto.
Chiuse gli occhi sentendo la testa che girava e le orecchie che ronzavano, col sottofondo insignificante degli alterchi che andava avanti a qualche metro.
Cosa sono io per questa gente? Gli importa anche solo un po' di chi sono io?
Aveva la nausea. Aveva voglia di ridere. Desiderava non aver mai avuto a che fare con quelle farneticazioni di piccole pazze…
…eppure, allo stesso tempo, era contenta di esserne venuta a conoscenza. Ora capiva… molte cose.
No, a loro non importava niente di lei. Della vera lei. Tutto quel che volevano era un manichino vuoto su cui proiettare i propri sogni, sani o malati… le proprie manie di grandezza e frustrazioni… se stesse, come avrebbero voluto essere, e chi odiavano e amavano, per poterlo distruggere e adorare. Lei era soltanto un'altra bambola da vestire e svestire a piacimento, come quando erano bambine.
In fondo… non era come se fosse una persona vera e potesse offendersi…
Ma io SONO reale…

No. Non per loro. Per quanto riguardava i fan, nonostante fosse di carne ed ossa lei non era più reale di un qualsiasi personaggio inventato, né più vicina, ad esempio, della Luna.
Da questo punto di vista, non c'era poi tanta differenza tra lei e le povere ragazze costrette a posare per quelle foto interpretando la sua parte. Come l'avrebbero interpretata sul palco durante il concerto se tutto fosse andato bene, del resto. Per la prima volta si distrasse dalla propria sofferenza provando compassione e preoccupazione per loro. Dovevano trovarle… liberarle… sperò che stessero bene.
In qualche modo si sentì molto meglio per questo. Più tranquilla. Alzò gli occhi verso le figure che discutevano, passandosi la mano sulla fronte sudata come dopo uno sforzo. Sua madre, ovviamente, stava esprimendosi proprio in quel momento all'opposto.
–…Non è affar nostro cosa capita a quelle ragazzine! Per questo c'è la polizia! Non siamo mica agenti segreti! La cosa importante è che la mia bambina sia…
–A me sembra che dovreste riconoscere di avere qualche responsabilità nei loro confronti– diceva con calma l'esperto. –In fin dei conti, tanto per cominciare non sarebbero state rapite se non somigliassero a Michelle. E se non aveste avuto l'idea della gara di sosia. Che è stata sua se non erro, madame.
Madame Eva ammutolì per un istante. Michelle e Gerry ammirarono l'uomo silenziosamente. Non era da tutti riuscire a zittirla. Lui proseguì sfruttando il vantaggio. –Chiunque le abbia prese, mira chiaramente a usarle contro di lei… quindi proprio lei ha il maggior potere di aiutarle. La polizia finora non è giunta a nulla. E non abbiamo garanzie che i rapitori non abbiano già fatto loro del male, oltre a scattare quelle fotografie. Ma se Michelle stessa facesse un appello per loro dal palco del concerto… potrebbe smuovere le acque di parecchio. E ci sarebbe anche un forte ritorno d'opinione pubblica in suo favore. Cosa che, se non sbaglio, vi farebbe gioco in questa situazione. Senza contare che sarebbe un ulteriore modo per ribadire che sono loro e non lei quelle delle fotografie.
E che io sono una persona vera, completò Michelle nella sua testa. Quell'uomo cominciava stranamente ad ispirarle fiducia. Si sollevò sulla sedia. Si sentiva appesantita, sudata, ma allo stesso tempo molto lucida. Notò improvvisamente con l'angolo dell'occhio un foglio o due in disparte dal mucchio di cui non si era accorta finora…
La prego di farsi coraggio, signorina. Qualunque cosa possano dire gli altri… ci sono alcuni di noi che le credono. So che la mia opinione non conta più di quella di chiunque, e che non ho migliori informazioni sui fatti…
Tornò a sedersi.
…ma io l'ho sempre apprezzata come essere umano, oltre che per la sua arte. E continuerò ad avere fiducia in lei. Con molta umiltà…
Mi dà del lei. Non pretende di conoscermi alla perfezione, o di leggermi come un libro aperto. Niente infiorettature, né fronzoli, né proteste d'amore col punto esclamativo…
Questa persona, e forse anche molte altre…
Sono responsabile anche verso di loro.
Ed anche…
Madame Eva stava titubando. Da una parte le ragioni della popolarità e i suoi stessi motivi per tenere il concerto, dall'altra il risentimento per essere stata contraddetta. E per l'evidente fondatezza delle ragioni dello sconosciuto. Infine aprì la bocca prendendo un gran fiato. –Non mi interessa. Erano adulte… o comunque lo erano i loro genitori che hanno firmato la liberatoria. Tutti questi proclami umanitari vanno benissimo, ma quando si tratta della propria
–Lo facciamo– esclamò Michelle alzandosi. La madre rimase a bocca aperta per un attimo mentre tutte le teste si voltavano dalla sua parte. –Ne sei certa?– chiese Gerry. –Capisco benissimo tutto, ma…
–Ho sempre dato l'immagine… mi avete sempre fatto dare l'immagine di una persona altruista– replicò lei. –Non la solita ragazzina ricca ed egoista interessata soltanto al suo guardaroba e alla popolarità. Se adesso pensassi soltanto a me stessa, tradirei ancor più i miei fan.– Quelli che non voglio tradire, almeno, pensò. –Non darò questo concerto per salvare il salvabile e ridurre l'astio nei miei confronti. Lo farò per quelle poverette che hanno dovuto passare l'inferno a causa mia. E anche per i soldati e le donne del Rubutur. Chi ha organizzato questa montatura non l'ha fatto soltanto per screditare una stellina del pop insignificante come me. L'ha fatto per impedire che venga detta la verità su quel paese. Gente che muore. Donne maltrattate. Sono o no un'ambasciatrice di pace? O lo sono solo finché la cosa mi fa comodo e non mi tocca personalmente? Posso solo dire due paroline dal palco. Posso farmi fotografare con qualche bambino. In realtà non ho affatto tutto il potere che crede la gente. Ma quello che posso fare per aiutare qualcun altro… chiunque… lo farò, senza risparmiarmi. Altrimenti dopo non potrei più guardarmi allo specchio. Al diavolo quel che pensa il pubblico di me.
Tutti rimasero in silenzio per qualche istante. Poi la madre agitò le manone inanellate facendo per protestare. Ma l'applauso dell'uomo dai capelli bianchi la prevenne. –I miei complimenti, signorina. A quanto pare è molto più matura di quanto avrei creduto. Nonostante tutti quei costumini con i pizzi.
–Come si PERMETTE lei! Michelle, tesoro… tu non stai ragionando bene! Non…
–Invece sì– interruppe Gerry dall'altra parte della stanza, reciso, senza distogliere lo sguardo dalla sua fidanzata. –Brava, amore. Se è uscito qualcosa di buono da questa brutta storia… è che seicresciuta. Sono d'accordo con te. Signore, ero perplesso… e sono ancora preoccupato… ma ora le do tutto il mio appoggio. Ci spieghi cosa pensa di fare.
Fu gratificato di un altro ampio sorriso compiaciuto. –Molto bene. Devo dire che mi piacete. Dunque, naturalmente quello che vogliamo ottenere è risolvere questa faccenda… senza che nessun altro si faccia male o corra rischi inutili. Inclusa la signorina Michelle. Non siamo stupidi. Quindi, per prima cosa… per allontanarci dai più scalmanati, ed anche per altri motivi… sposteremo il luogo del concerto.
–Il palco è già praticamente allestito! Le luci… gli apparecchi… il trasporto per tante persone… lei ha la minima idea di quanto…?
–Ce lo possiamo permettere– tagliò corto Michelle. –Sono un bel po' ricca dopotutto, a quanto mi risulta. Tanto che non so che farmene di tutti questi soldi. La prego, vada avanti.
Un grugnito d'assenso. –Certo. Ma forse mi sono espresso male. Ci avvicineremo a dove le ragazze sono probabilmente tenute prigioniere, per mandare un forte messaggio e proteggere meglio la signorina. Mi sono preso la libertà di dare già disposizioni e chiamare alcune persone fidate per questo.– Una nuova protesta venne stroncata sul nascere da un coro di gesti. –Con i nostri mezzi… non costerà neanche tanto quanto potete pensare. Ci incarichiamo noi di tutto, se vi fidate. Ma ciò non vuol dire che lasceremo inutilizzato il palco già allestito qui. Sarebbe un imperdonabile spreco, non è vero?– Il sorriso sottile si allargò ulteriormente. –Si può dire che rivolgeremo contro quei signori le loro stesse armi. Ma vi spiegherà meglio… il mio collega che ho fatto venire qui. Capirete subito.
Accennò alla figura in disparte, che era entrata inosservata durante la discussione, di avanzare.
E tutti i presenti trattennero il respiro.
Eh, sì. Dopotutto, i vecchi metodi tendono ad essere sempre migliori. Anche aggiungendoci a volte un po' di fantasia.

A Parigi…
–Correggetemi se sbaglio… ma non ci eravamo spostati qui proprio perché non ci trovassero?
–Infatti. Ma poi abbiamo fatto delle scoperte… trovato nuove informazioni… e abbiamo modificato il piano in corso d'opera. Non è la prima volta che ci tocca improvvisare. Anche per questo abbiamo scelto una posizione dove ci fosse facile attaccare e difenderci.
–Ci preoccupava metterti in pericolo– mormorò la sorella rassicurante. –Ma proprio per questo, paradossalmente era più sicuro attirarli allo scoperto e neutralizzarli subito che continuare a nasconderci col rischio che attaccassero quando non eravamo pronti.
–Fidati di noi.– Il ragazzo gli porse un'arma dalla forma strana, mostrandogli come si adoperava. –Resta alle nostre spalle e usala solo per difenderti, se dovesse essercene bisogno. Sei ancora debole, e possiamo proteggerti meglio standoti vicino. Ieri notte li abbiamo provocati deliberatamente per rivelare la nostra presenza e portarli dove li volevamo. E adesso…
Un debole stridio di gomme si fece strada all'orecchio nel silenzio notturno. I due si scambiarono un cenno col capo. –Arrivano.