Capitolo 11

Anche le fiabe sono miti. Miti dell'infanzia.
L'armonia con la natura… il mostro causa di tutto il male, che la spezza… l'eroe o l'eroina che distrugge il mostro e la ricompone.
Solo che non è così semplice…
Nella vita… non puoi aspettarti che un principe venga a salvarti… che sia perfetto, fantastico, esattamente come lo volevi… e ti liberi da tutte le tue contraddizioni, senza che tu debba fare il minimo sforzo.
Non è giusto verso te stessa, che ti rinchiudi nel ruolo di un essere debole da salvare… di una principessa viziata, che non vuol fare sforzi.
E non è giusto verso il principe…
Cosa farai se non sarà esattamente come tu lo vuoi? Ti risentirai con lui per questo? Gli imporrai di conformarti al tuo sogno? Lo odierai, altrimenti? Proprio come quelle persone odiano il loro idolo per il fatto stesso di amarlo…
E se SARÀ esattamente come vuoi… se si sforzerà di esserlo?
Finirai per odiarlo lo stesso perché lo è…
Per averti ridotta a fanciulla in pericolo… quando invece sei stata tu a farlo, e lui ti ha solo assecondata. È imprigionato nel proprio ruolo, esattamente come te… e forse, proprio a causa tua.
Ognuno di noi è solo se stesso… ed è responsabile di salvare se stesso… e non può delegare questo ruolo a nessun altro, e nessun altro è responsabile se non ci riesce.
E un amico… un compagno…
Non deve essere quello che VOGLIAMO… ma quello di cui ABBIAMO BISOGNO.
E va amato per le qualità che possiede, anziché per le qualità e i DIFETTI che proiettiamo su di lui…
…che sono poi i nostri. Nei nostri idoli amiamo e odiamo in realtà solo noi stessi. È questo ad essere inumano.
L'altro dovrebbe essere visto… essere amato… per quello che è…
…come essere indipendente da noi, non come idolo dal quale dipendere. Capro espiatorio delle nostre ansie. Mezzo per procurarci il piacere o la sofferenza che desideriamo.
E solo così… potremo vedere anche quanti pregi abbia… che persona meravigliosa in realtà sia. Perché tutti sono meravigliosi…
Essere UMANI è meraviglioso… nonostante tutti gli errori che possiamo commettere…
…nonostante sembri la scelta sbagliata… che onore ci sarebbe, che merito ci sarebbe… nel gettar via la nostra capacità di ragionare e di decidere, e lasciarci comandare da altri… come bambini o animali?
Le fiabe sono anche metafore della crescita… il mostro che viene ucciso… è anche quello che vuole trattenerci indietro, in un paradiso stereotipato… nel terrore, ma anche nella sicurezza che non ci accadrà niente finché il sacrificio sarà offerto in modo adeguato.
Il mostro… e il padrone amorevole… sono spesso la stessa cosa…
Ed è di questo che dobbiamo liberarci. Della sicurezza. Della paura.
Bisogna andare avanti, non tornare indietro… non farci salvare da un tiranno o da un eroe, ma conquistarci la nostra salvezza per quello che siamo. Con le nostre forze… con fiducia in noi stessi.
Bisogna… uscire dall'Eden… entrare nella storia… e combattere…
…crescere…
…insieme. Senza voltarsi indietro. Credendo di farcela.
È questo… che io farò…

«It's I AM ME, baby…
It's UBIQUITY!»

Una pioggia di scintille colorate cadde sul palco.
Scesero piano, volteggiando, come petali. Quando ormai quasi sfioravano il pavimento, risalirono di colpo inaspettatamente, come se ognuna fosse telecomandata, per andare a perdersi altissime nel cielo.
E lì esplosero in giganteschi fuochi d'artificio.
Il pubblico andò in delirio.

–Pronta?
–Non potrei essere più pronta di così.
L'urlo della folla e l'esplosione di colori arrivarono violentissimi riverberandosi sui volti come un segnale, all'imbocco del tunnel stradale– quello che avevano controllato già il giorno dopo il loro arrivo a Parigi. Anche a quella distanza, luci e suoni erano così forti da far rischiare un infarto per il soprassalto a chiunque non sapesse del concerto.
Prepararono le pistole. Si guardarono annuendo. Avevano aspettato quel momento, concordandolo con gli altri. Ora scattava il piano.
–Lui…
–Sarà al sicuro. Lo so. Ho la massima fiducia in te… e in tutti. Ora… andiamo.

Le porte nascoste nel fondale dipinto di nero si aprirono contemporaneamente all'accensione dei riflettori. Il palco che era stato immerso nel buio divenne immediatamente vivo mentre l'orchestra attaccava con veemenza le prime note, e ballerini e coristi in abiti sgargianti e fluorescenti tempestati di luci intermittenti presero a entrare a passo di danza iniziando la prima coreografia.
Le acclamazioni salivano fino al cielo. Neanche cinque minuti e già la serata «I AM ME– UBIQUITY», come era stata presentata ai media, stava monopolizzando tutti i programmi televisivi e superando in sensazionalità qualsiasi altro evento musicale degli ultimi dieci anni. Fervevano le ipotesi e i dibattiti su cosa avrebbe detto Michelle Amandette davanti ai riflettori, fervevano i collegamenti laterali alla situazione politica internazionale, ma non solo. Il fatto stesso che il nome di questa tappa del tour fosse stato cambiato rispetto all'originale Beauty is Truth, e che fosse stata annunciata una nuova misteriosa canzone originale in anteprima mondiale, bastava a far fibrillare cronisti, pettegoli e spettatori. Nessuno era riuscito a carpire il minimo indizio al riguardo prima che il sipario si aprisse. Inoltre, l'inaudita idea di tenere il concerto in due luoghi contemporaneamente faceva chiedere a tutti… in quale dei due Michelle sarebbe stata realmente presente? Le anticipazioni ufficiali dicevano in ENTRAMBI… si sarebbe spostata in aereo dall'uno all'altro, forse? O aveva altri mezzi? Di certo, nel momento in cui i fan dall'una o dall'altra parte si fossero accorti di essere stati ingannati e che lei non era con loro, si temevano atti di vandalismo per la frustrazione, o peggio… quindi anche la polizia olandese e quella francese erano state allertate e montavano una stretta sorveglianza, maledicendo tacitamente in cuor loro i capricci di queste sventate stelle dello spettacolo.
Meglio che non ci deluda, dicevano le urla e gli occhi spiritati di tutti quegli eccitatissimi spettatori sugli spalti. La loro furia era prontissima a cambiare di segno.
E gli organizzatori lo sapevano. Avevano calcolato il rischio. I tutori dell'ordine sarebbero rimasti di stucco sapendo che questa trovata pericolosa e fine a se stessa in realtà sarebbe servita a proteggere tutti i presenti… ed altri.
A volte per vincere devi usare le medesime armi del tuo nemico.

–Questo è il posto?
–Uh–uh. Pare abbiano detto di volerci vedere qui per… la trattativa.
I due si guardavano intorno nervosamente. La collinetta boscosa dominava il panorama notturno cittadino, un mare di morbide luci. Si trovavano appena fuori dall'ultimo cordone della polizia. In fondo, il palco lampeggiava come un temporale lontano e gli echi attutiti delle grida e della musica arrivavano portati dal vento. Il capo non sapeva nulla… né dell'ultimatum ricevuto, né del rischio che correvano, né di questa loro ennesima e ultima iniziativa personale. Milord se ne era semplicemente disinteressato. Dunque erano stati lasciati a se stessi.
Erano venuti da soli, così com'era stato intimato. Apparentemente.
In realtà… a qualche centinaio di metri di distanza, mimetizzati tra gli alberi, alcuni loro mezzi di sfondamento ben più potenti di quelli utilizzati l'ultima volta attendevano soltanto un cenno per entrare in azione. Sapevano benissimo che quelli non erano tipi da voler negoziare così facilmente. E qualunque prezzo fosse stato loro chiesto in cambio di… quel che era, che avevano sottratto… probabilmente sarebbe stato peggio pagarlo che non pagarlo. Perfino loro riuscivano ad arrivarci. Perciò non avevano alcuna intenzione di stare ai patti. Erano stupidi, ma non fino a questo punto.
Vero?
–Verranno… eh? Non sarà stata tutta una trappola per dividere le nostre forze?– chiese il più incerto dei due.
–Non essere stupido!– rimbeccò l'altro. E naturalmente, ci aveva pensato a sua volta. Come anche che poteva essere tutto un bluff. Come anche che c'erano almeno altri centomila modi in cui tutto poteva andare storto…
Poi un riflettore si accese violento davanti a loro accecandoli.
–Molto bene. Noi siamo qua e anche voi, a quanto pare. Dunque, cominciamo. Cosa ci potete offrire?

Il generale dell'esercito governativo del Rubutur mormorò qualcosa nella sua lingua, tra lo sdegno e la meraviglia, osservando lo schermo. L'attendente che era con lui tradusse premurosamente: –Sua Eccellenza dice che… è incredibile.
–Naturalmente. Come vi avevo assicurato. Da militari, siete abituati a manipolare la mente e le opinioni degli altri… ma restate sempre sorpresi vedendo quanto è più facile farlo su così vasta scala per noi gente di spettacolo. Per nascondere meglio qualcosa che non si vuole venga alla luce, non c'è niente di più efficace che metterlo sotto gli occhi di tutti… da un altro punto di vista. Continuando ad appoggiarvi ai vostri finanziatori per censurare le notizie in uscita dal paese, rischiavate che prima o poi qualche giornalista eroico sentisse di dover informare il mondo e fare lo scoop. E allora avreste avuto tutta l'attenzione che non volevate… e nel frattempo, le persone a cui vi appoggiavate avevano il potere di ricattarvi. Ma muovete i sentimenti delle masse… fate sì che tutti si concentrino sulla pietà per i vostri poveri bambini affamati, sulle fanciulle coraggiose segregate in casa… che ci siano chiaramente dei poveri oppressi per cui sborsare denaro e dei cattivi contro cui manifestare coi cartelli… e potrete andare avanti con la vostra guerra tranquillamente occultando i vostri veri interessi per sempre. Le organizzazioni di beneficenza intascheranno i soldi di tutte le anime pie di questo mondo, e nessuno penserà che a controllarle siete voi. I governanti dei paesi "civili" vorranno incontri con voi per bacchettarvi le dita, così da placare i loro sudditi indignati e guadagnare voti… e così potrete porre le vostre condizioni e prendere fondi e anche armi da loro in cambio di qualche piccola concessione che faccia presa sul pubblico. Le multinazionali investiranno da voi per aiutarvi a risollevarvi e a nessuno importerà che sfruttino pesantemente per quattro soldi gli operai che voi fornirete loro, con la vostra approvazione. Alle pecore farà molto piacere sentirsi tanto potenti da cambiare il mondo con la loro piccola indignazione, e questo pacificherà le loro coscienze e saranno tutte soddisfatte e piene di sé… e non si preoccuperanno neanche per un attimo di conoscere la verità. Basterà loro l'eroismo di scrivere una bella letterina di protesta ai giornali e di togliere qualche soldino dal loro salvadanaio bello pieno.
La sua voce era dura, tagliente. –Si credono tanto importanti. Tanto potenti. E l'unica cosa per cui servono è il consenso… il potere… e l'adorazione che possono fornirci. A che pro continuare a negare l'evidenza… quando è molto più proficuo costruire un'altra evidenza che faccia al caso nostro? Dopotutto, non è l'apparenza tutto ciò che esiste in questo stupido mondo?
–Si direbbe che lei disprezza il cibo di cui si nutre– ghignò l'ufficiale rivoluzionario, sarcastico.
–Non più di voi, signori.
–Noi siamo patrioti…
–Tutti noi disprezziamo ciò che amiamo– sentenziò il capo a voce bassa, torcendosi inconsciamente le mani. –Tutti lo odiamo quanto più ne abbiamo bisogno. E tutti noi… alla fine non esitiamo a distruggerlo per dimostrare il nostro amore.
–E naturalmente lei e i suoi capi farete tutto ciò per noi per puro spirito umanitario. Piuttosto che per diventare gli unici ad avere poi il diritto di ricattarci.
–O per prendere il posto di nostri fornitori esclusivi. Con un gran bel ritorno economico anche per voi.
–Ognuno di noi ha i suoi motivi– fu la risposta. –I capi… se ancora ne esistono che abbiano diritto a questo nome… perseguono i loro interessi. Io perseguo i miei. L'unica differenza è che noi lo ammettiamo francamente senza nasconderci dietro tante belle parole. Ci usiamo a vicenda, con mutuo beneficio. Sono affari, no? Certo, non nego che dopo stasera l'effetto globale che avremo creato riempirà parecchio anche le mie casse, e per molto tempo. Un gradito sottoprodotto della stupidità delle pecore. Ma non è la cosa principale a cui miro. Quel che soprattutto ricaverò dalla nostra collaborazione… sarà qualcosa di ben più prezioso e duraturo.

Erano passati già dieci minuti dall'inizio del concerto, e Michelle non era ancora entrata in scena su nessuno dei due palchi.
Gli spettatori a casa si mangiavano le mani dal desiderio di essere in platea. Quelli in platea, assordati dalla musica e dal loro stesso frastuono, forse avrebbero desiderato più di tutto trovarsi a casa. O di avere anche loro per davvero il dono dell'ubiquità, così da poter seguire entrambi gli eventi in contemporanea. I più furbi avevano con sé delle radioline portatili con cui ascoltavano la cronaca di ciò che stava avvenendo dall'altra parte. E ognuno di loro si chiedeva chi sarebbe rimasto ingannato… o se lo sarebbero stati tutti.
Le coreografie si susseguivano identiche da entrambe le parti. Le luci eseguivano gli stessi giochi, con le stesse sfumature. I ballerini descrivevanoi medesimi salti e svolazzi, come se davvero le stesse persone si trovassero in due luoghi allo stesso tempo. Telecronisti di diverse televisioni insinuavano con garbata ironia che non fossero forse bastati il tempo o i soldi per rendere diversi i due spettacoli… o che questa similarità volesse davvero volutamente suggerire qualcosa di arcano. In entrambe le platee, i fischi e i richiami per Michelle cominciavano a diventare sempre più insistenti alla fine della terza canzone. Era del tutto inusuale che la star principale dello spettacolo ci mettesse tanto tempo a presentarsi dopo l'introduzione. E se fosse fuggita per paura del confronto lasciando tutte quelle persone a coprirla come capri espiatori?
E mentre il pubblico iniziava a credere a tutto e al contrario di tutto, entrambe le file di comparse si divisero come due ali…
Entrambi i riflettori centrali si accesero sullo spazio liberato…
E vestita di due variopinti, identici abiti che ricordavano ali di farfalla, Michelle Amandette apparve davvero contemporaneamente su entrambi i palchi.
Stavolta si sarebbe detto che il boato raggiungesse le stelle. Se fosse stato possibile.

–Bene, direi che finora tutto sta andando a puntino.
–Il merito non è mio ma della coreografa. Come se qualcuno si fosse permesso di dubitare del suo talento finora. Adesso dobbiamo soltanto metterci comodi… e aspettare che la trappola scatti.

–Nervosa, Michelle?
–Non posso non esserlo… ma sarò all'altezza. Gerry…?
–Sì?
–Grazie. Per esserci stato… sempre… quando ho avuto più bisogno di te.
–Michelle… tu non sai quanto ho desiderato che arrivasse il giorno in cui
non avresti più avuto tanto bisogno di me.

–Voglio dire…
–Sì. Lo so. Ho capito. Ti… ringrazio.
–Coraggio, adesso. È… l'ultimo sforzo.

Le figure in corsa saettavano rapide lungo la galleria silenziosamente illuminata. Tutta la città era stata chiusa al traffico quella notte, per evitare incidenti. E comunque, ben poche persone sarebbero state in giro. La cosa faceva loro gioco. Non c'era l'ombra di un'automobile all'interno.
Percorsero la lunghezza del tunnel fino a metà, dove faceva una curva. E poi, alzarono le pistole e spararono… quasi contemporaneamente… a un punto ben preciso del soffitto, proprio dietro un lampione al neon.
La pietra si sciolse. Il cemento si sciolse sotto il raggio, cadendo in grosse gocce di magma… e poi, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Un'intercapedine metallica, molto più dura del semplice acciaio. Si scaldò molto lentamente, diventando rossa e poi bianca prima di cedere infine dopo parecchi secondi di bombardamento. Rivelando, al di là della botola, un passaggio che correva sopra la volta. Abbastanza ampio perché vi passassero due automobili in fila.
Abbastanza per farvi passare tutte le auto della produzione scomparse con le ragazze a bordo…
–È così che sono state rapite.
–Probabilmente gli stessi autisti erano corrotti… oppure… sono stati costretti… per esempio bloccandoli davanti e dietro con altre auto per farli salire sulla passerella…
Quanti soldi potevano esserci voluti per creare un artificio del genere? Che razza di mente malata?
Eppure, non avevano preso neanche le precauzioni più essenziali contro l'individuazione… come se non pensassero nemmeno di poter essere scoperti, o non gli importasse. Un semplice sguardo durante il sopralluogo era bastato a rivelare tutto.
–Andiamo.
Gli abiti civili vennero lasciati a terra. Due agili salti, sorreggendosi a vicenda, e la caccia riprese di nuovo silenziosamente, rapidamente, in un buio rimbombante a diversi metri dal suolo.

È lei?…
Non è lei… non può essere…
Certo che è lei! Vuoi che non la riconosca?
IO la conosco meglio di tutti…
IO so…
È lei… non è lei…
È bellissima…

Gli ammiratori in platea, gli spettatori davanti alla televisione, per quanto strizzassero gli occhi o discutessero non riuscivano ad essere certi dell'autenticità della Michelle che avevano davanti. Una qualunque delle due poteva essere quella vera o quella falsa… per quanto fossero apparentemente identiche in ogni dettaglio. Le luci forti della ribalta non aiutavano. Né aiutava il fatto che comunque ognuno di loro avesse in testa l'immagine della propria Michelle ideale o non ideale, e la sovrapponesse inevitabilmente a quella che gli mostravano i suoi occhi.
Splendida…
Santa…
Donnaccia…
Meriti di morire…
Sposami…
Che sei, cieco? Non vedi che il naso non è il suo…
Sei cieco tu… quelli sono i suoi occhi… li riconoscerei dovunque…
Vi sbagliate tutti…
Ho ragione IO…
No, IO…

Nelle file e nei gruppi stavano già cominciando a scoppiare litigi.
Ma qualunque opinione ciascuno sostenesse, il dissenso si dissolse miracolosamente come nebbia mattutina nel momento in cui le due figure, dopo aver salutato con l'ampio gesto del braccio tipico della cantante facendo svolazzare la manica del costume, sollevarono il microfono e attaccarono a cantare nello stesso istante una delle sue canzoni più amate.
La voce era la sua. Era quella che conoscevano. E nessuno pensò neanche per un attimo che poteva esserci in funzione il playback. Come avevano creduto ai manifesti quando vi avevano visto la loro beniamina, così adesso credettero tutti senza esitare alla sua presenza. Non importava che fosse contro ogni legge del buon senso. Con gli idoli il buon senso non c'entra niente. Quella era Michelle. In entrambi i concerti. E li stava facendo sognare. Mentre le luci si abbassavano, tutte le voci irose e concitate si sciolsero in un mormorio di benessere ed euforia generale. Fiammelle si accesero sugli spalti e macchinette fotografiche presero a lampeggiare.

–Offrire? Come sarebbe… cosa vi possiamo offrire?
La voce sarcastica proveniva da dietro la luce dei riflettori che convergevano tutti sui due uomini in nero trasformandoli nelle star riluttanti di uno spettacolo parallelo. Vaghe sagome si distinguevano al di sopra degli orli. Impossibile dire quanti dei loro nemici fossero lì presenti.
–Cosa ci sarebbe di strano nella domanda? Da che poliziesco è poliziesco a guidare la trattativa sono quelli in posizione di vantaggio. E voi siete venuti qui per trattare, no? Abbiamo qualcosa che voi volete. A cosa siete disposti a rinunciare per riaverlo indietro… e soprattutto perché non si scopra che l'avete perso?
Quanto sapevano quei maledetti? I due rabbrividirono. –Ehm… immagino… che trattandosi di voi, non stiamo parlando di soldi, giusto? Cosa volete? L'assicurazione che lasceremo perdere la storia della cantante? Che ci ritireremo dal mercato del Rubutur? Quella non ve la possiamo dare… dovreste saperlo benissimo che siamo soltanto le ultime ruote del carro! E allora?
–E allora fatevi venire in mente qualcosa. Dopotutto siete voi a dover convincere noi. E già che ci siete cominciate a fare gli uccellini. Qual è di preciso il vostro coinvolgimento nella faccenda? Anche se ovviamente possiamo immaginarcelo.
–E poi chi ha detto che non vogliamo soldi? Se la cifra è interessante… dite un numero!
–…Come?!…
–Tieni la bocca chiusa, fesso.

La galleria correva sopra il tunnel, parallela ad esso, per qualche centinaio di metri. Dopodiché svoltava bruscamente e allo stesso tempo cominciava a scendere fino al livello della strada e poi nel sottosuolo. La parte inferiore era asfaltata, il resto completamente rivestito di metallo robusto. Non era illuminata. I fari evidentemente erano sufficienti alle auto per cui era stata costruita. Si estendeva per parecchi chilometri, fino ad un rifugio anch'esso in parte sotterraneo, incorporato in una lussuosa e insospettabile residenza privata.
E qui fervevano i preparativi.
–Muovetevi. Voglio essere sul posto in tempo per gustarmi la fine dello spettacolo.
Il set cinematografico e quello fotografico venivano smantellati in efficiente silenzio da operai, impiegati ed uomini di scorta. Lo staff cacciava costumi e carte varie raccolte in gran fretta dentro dei grossi sacchi, mentre le apparecchiature e la pellicola girata erano sistemati con gran cura a bordo di diversi furgoncini che poi avrebbero condotto via tutti gli occupanti della villa ripercorrendo la stessa strada dell'andata. Le truccatrici riponevano coscienziosamente pennelli, polverine e parrucche. Qualcuno aveva imbracciato dei lanciafiamme e degli spruzzatori di disinfettante, e li passava metodicamente su ogni angolo dei muri e dei pavimenti dalla superficie d'acciaio una volta che i colleghi se ne erano andati. Quando e se qualcuno fosse venuto ad indagare in quel posto, avrebbe trovato piazza pulita. Neanche il minimo indizio. La gente andava e veniva come se si stesse smontando un circo. Delle ragazze, nessuna traccia.
–Non distraetevi. Fino a questa sera siete ancora sul mio libro paga. Hanno detto e ripetuto che niente può andare storto ma ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi. Dobbiamo arrivare in anticipo sul momento stabilito e assicurarci della consegna. Dopodiché, domani sarete liberi di andarvene in vacanza in qualsiasi paradiso tropicale vogliate e far perdere le vostre tracce… come se non aveste mai sentito parlare di me. Con quello che vi ho pagato, dovreste esserne più che in grado. Dunque… Michelle non può aspettare ulteriormente. Siamo tutti pronti?
–Noi sì.
I padroni delle voci inaspettate emersero dall'estremità del passaggio segreto spianando le pistole contro l'intera assemblea. Parecchi membri dello staff sussultarono. Alcuni lanciarono un gridolino e alzarono le mani, convinti che le loro paure si fossero avverate e la polizia o qualcun altro avesse scoperto l'intero segreto. Qualche sacco di masserizie o scarti cadde floscio per terra.
–Era un piano ambizioso, il vostro. Niente da dire. Ma pieno di falle. Degno di un gruppo di principianti. Adesso fareste meglio ad arrendervi e liberare gli ostaggi, se non volete causare ulteriori danni ad altri e a voi stessi. È finita.
Erano solo in due e riuscivano lo stesso a intimidire e tenere sotto tiro tutte quelle persone riunite. Magnifico. L'uomo ansimante, che aiutato da loro li aveva accompagnati, non poteva fare a meno di provare ammirazione mista ad apprensione mentre si appoggiava pesantemente a una paratia per riprendere fiato. Era stato sorretto o portato in spalla quasi per tutta la corsa, ma debole com'era anche questo era bastato per togliergli quasi del tutto le energie. Non era certo perché potesse aiutarli che l'avevano portato con loro. Né era per questo che lui aveva accettato, perfino insistito che lo facessero. Ora non gli restava altro che assistere alla scena da spettatore, fino alla fine.
Il compassato milord, d'altra parte, era sempre stato un regista più che uno spettatore e il suo atteggiamento era molto diverso di fronte all'inaspettata variazione del copione. Strinse il bastone dal pomo d'argento così forte da spezzarlo di netto in due.
–Sempre degli intrusi… sempre degli incompetenti estranei che s'impicciano di affari non loro e cercano di mandarmi a monte il programma… non potreste tutti quanti semplicemente lasciarmi in pace? Signori, liberatevi di loro. Non m'interessa come. Ogni minuto in più che restiamo qui aumenta il rischio per la mia adorata Michelle!

Michelle, d'altra parte… le due Michelle, quella a Parigi e quella all'Aja… stavano esibendosi nella performance della loro vita.
Il pubblico era completamente rapito. Ogni astio e ogni proposito di rivalsa era dimenticato di fronte alla pura perfezione della coreografia, e al fascino di quella voce che scandiva una dopo l'altra le note familiari dei suoi maggiori successi. Ormai i fan di vecchia data stavano tutti cantando in coro, e chi non conosceva altrettanto bene i pezzi si limitava a bere ogni immagine e ogni suono in religioso silenzio. Qualunque altra cosa fosse successa, era indubbio che quello spettacolo sarebbe passato alla storia.
Ed ora era il momento che tutti stavano aspettando. A un cenno della figura scintillante sotto i riflettori, l'orchestra attaccò una melodia completamente diversa, mai udita prima. La cantante si accingeva a esibirsi nel suo nuovissimo e inedito pezzo in anteprima mondiale.
Migliaia di registratori portatili scattarono, migliaia di telecamere, negli stadi come nelle case.
E dopo una lunga introduzione malinconica, Michelle cominciò.

«I am me…»

–Cosa volete sapere?…– Lo scagnozzo cercava di darsi un contegno dignitoso, perfino di ridacchiare, ma era un pessimo attore e si vedeva benissimo che stava sudando freddo. –L'avete detto voi stessi… non possiamo dirvi niente che non sappiate immaginarvi da soli. È un'operazione standard. Avvicinare le parti in lotta e offrire loro il solito contratto. Se lo si fa con tutti contemporaneamente, ognuno accetterà per paura di essere il solo a non farlo e trovarsi in svantaggio…
–Uh–uh. Proprio come nel vostro ultimo investimento. Armamenti d'ultima generazione a prezzi concorrenziali, massima discrezione, servizi accessori tipo liberarsi di persone scomode, occuparsi della pubblicità e tutto il resto… compreso nel prezzo… con tanto di volantini e depliant, scommetto. Il solito sterco a manate che propinate a tutti. Neanche in modo originale.
–Sentite, siete voi che ce l'avete chiesto…
–Già, già. Permetteteci un piccolo moto di nausea comunque. Confidiamo che comprenderete.
–Ma in questo caso una differenza c'è. Avete pensato di mettere in mezzo Michelle Amandette. Perché?
L'uomo si strinse nelle spalle. –È stata un'idea del capo. Noi non siamo in posizione di discutere, eseguiamo e basta. I pezzi grossi del Rubutur ci avevano chiesto visibilità per la loro guerra così che attirasse l'interesse di investitori importanti. Gli ordini erano di portare l'attenzione generale sul concerto creando nel pubblico sentimenti contrastanti. Il rapimento delle ragazze serviva a questo scopo. Secondo sua eccellenza, approfittare di un'immagine già costruita dai mass–media ci avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo… e inoltre, così avremmo minato la credibilità dell'ONU e scoraggiato la gente a fidarsi delle truppe di pace. Due piccioni con una fava. Il capo ha una venerazione per i mezzi di comunicazione. Non chiedeteci perché. Con tutti i grattacapi che ci ha dato questa storia, non piaceva nemmeno a noi.
–Certo. La guerra è un investimento. La guerra è uno spettacolo… qualunque cosa possa servire a far soldi. Quanto poco siete cambiati, in tutti questi anni. Voi e i vostri clienti.
–Avreste sfruttato la grande risonanza che aveva già il concerto e il bacino già pronto degli ammiratori. Gente di tutte le età e tutti i ceti sociali… Molto furba l'idea, soprattutto considerando da chi viene.
–Volete dire che lo sapete?– sobbalzò l'altro ometto, dando la stura alla bocca prima che il compare potesse trattenerlo. –Sapete chi è il capo?…
–Perché, voi non lo sapete invece? Ahhhh… ora si spiega tutto.– La voce si fece se possibile ancor più ironica. –Siete dei poveri piccoli tirapiedi che eseguono gli ordini senza avere la minima idea di cosa stanno facendo, eh? Non c'è da stupirsi che prendiate tante cantonate. E quante altre cose non sapete?

Lights are fading
The way is blurring before my eyes
Maybe it's the tears
I'm alone in this world
You left me alone
But's better on my own when I know

I am me
I'm not your toy
I'm not what you want me to be
I am my head
I am my heart
I've my own way to go beneath the stars
And nobody can hold me back
Nobody can change me
Not even you can tell me who to be
'Cause I am me

L'applauso era durato a lungo. Poi si era spento completamente. Definire «religioso» il silenzio del pubblico non sarebbe stata un'esagerazione. Forse sarebbe stato addirittura troppo poco.
Nessuno fiatava, dalle prime alle ultime file. Tutti tenevano l'orecchio teso per non perdere neanche una parola, pronti a ringhiare contro chiunque emettesse un sussurro troppo vicino ai loro mini registratori o alle cineprese amatoriali anche solo per chiedere «che ha detto?»
E tutti e tutte sospiravano in cuor loro pensando «Che testo romantico…» «L'avrà scritta per quel cattivone di Gerry, finalmente si è decisa a lasciarlo!» «L'avrà scritta per uno dei tipi sui manifesti, magari quello che ha divulgato le foto…» «Cattivo!» «Cattiva!» «Ha fatto benissimo!» «Però… questa musica… è molto più triste del suo solito, vero? Triste… e… reale… ha qualcosa di diverso…»
E a poco a poco tutti i pensieri pettegoli si spensero lasciando solo il posto per la bellezza del brano, mentre un sentimento indefinibile, vagamente spiacevole iniziava ad insinuarsi nelle menti dei presenti… mentre cominciavano ad identificarsi con la voce che cantava… e a chiedersi se per caso quel testo non parlasse di qualcun altro.

–Ehi! Non permettetevi di insultare!– esclamò di nuovo il secondo scagnozzo, punto sul vivo. –Il capo si fida di noi! Ci ha dato carta bianca su quest'operazione! Ci ha lasciato scegliere i mezzi che preferivamo per raggiungere l'obiettivo…
–E voi avete rovinato tutto. Non sareste qui a trattare da una posizione di svantaggio, altrimenti. Avete perso qualcosa di estremamente importante… anzi, due cose estremamente importanti… e adesso siete qui a elemosinare qualsiasi cosa possa evitarvi di doverlo raccontare al vostro superiore. Vero?
Sembrava che quei maledetti leggessero loro nel pensiero. I due masticarono amaro. Ma non avevano alcuna intenzione di ammetterlo. O di lasciar capire quanto fosse estesa la loro ignoranza.
–E neanche il vostro capo è tanto più intelligente di voi. O non avrebbe avuto fiducia in tipi così stupidi. Anche il piano non è questo gran che. Dispersivo. Mal organizzato. Semplicemente una copia della vostra scorsa operazione… con in più tanti elementi che sembrano contraddirsi a vicenda. È davvero opera di una mente sola? O vi state ostacolando l'un l'altro senza neanche saperlo? Senza offesa, eh… ma quelli con cui abbiamo combattuto ai nostri tempi, quando voi eravate in fasce… quelli che erano dei cattivi degni di questo nome…

I woke up in the darkness
I start to walk on my way
Protecting myself against the world
No matter the loneliness
No matter the crying
I'll grow beyond this
I'll grow beyond you
And leave you behind my shoulders
I will love me
I will take care of me
'Cause I am me

Una dozzina di uomini con armi potenziate si disposero a ventaglio senza indugio attorno agli intrusi. Da due container sopra i furgoni si sentirono gli scatti di armature come quelle che già avevano affrontato, che dispiegavano gli arti metallici alzandosi. Questa volta non sarebbero state impacciate dallo spazio stretto.
I due si strinsero braccio contro braccio, la guardia alta. E l'uomo alle loro spalle sentì il più fievole bisbiglio provenire dalle labbra del ragazzo.
«Proteggiamolo. Non devono superarci. E… tu stai vicino a me».
E in quel momento nella sua mente stanca fu come se qualcosa si schiantasse… con la sensazione di un lucchetto o una serratura che cede.
Certo…! Ora RICORDAVA…

And I'll learn by myself
I'll teach me who to be
'Cause I am me

La musica si era spenta. L'eco si andava affievolendo. L'effetto prodotto sull'animo degli spettatori indugiava potente.
La doppia Michelle non aspettò che partisse l'applauso… che del resto aveva tutta l'aria di non voler partire. Non certo perché la canzone non fosse piaciuta. Anzi, l'esatto contrario. Tutti sembravano ancora come in preda a un incantesimo che si potesse spezzare alla minima mossa.
Prese il microfono –i due microfoni– che fischiarono nel silenzio assoluto.
«Carissimi amici…»
Qualche grido di «Sei meravigliosa» eruppe dalle ultime file. Isolato e presto spento.
«…grazie di essere venuti qui stasera. Di avermi ascoltato. E di ascoltarmi adesso.
E grazie in anticipo per la vostra pazienza. Perché voi siete qui per divertirvi, soprattutto. Ma quello che devo dire adesso… è qualcosa di un po' più serio. E potrebbe non piacere a tutti. Vi chiedo comunque, se potete… di cercare di capirmi. E di fare attenzione fino alla fine».

–Insomma, che volete?– Adesso entrambi gli uomini in nero cominciavano a sentirsi esasperati. –Ci avete fatti venire qui soltanto per prendervi gioco di noi? Se non fosse stato chiaro… noi non possiamo fermare l'operazione. E non potete farlo neanche voi. Se ci tenete tanto a quella ragazzina, se ne può parlare. Sempre che non finisca tutto mentre perdete tempo ad insultarci, certo! Se rivolete gli ostaggi, saranno liberati appena concluso il tutto… probabilmente. Ma dovreste averlo capito da parecchio tempo. Non potete fermare la guerra. Dipende dalla volontà di troppe persone. Da troppi egoismi. Troppi interessi. Ci saranno sempre quelli convinti che per far valere le proprie ragioni il modo migliore sia distruggere chi la pensa altrimenti. Fermate gli eserciti del Rubutur e da dieci altre parti si riaccenderanno dieci altri conflitti… e se non saremo noi ad approfittarne, sarà qualcun altro! Perché dovreste prendervela con noi quando siamo forse i meno colpevoli tra le forze in gioco? Quante volte ve lo siete già sentito dire?
–Troppe, in effetti. Anzi, anche la prima volta era una di troppo. In questo avete ragione.
–Bene! E allora potreste anche smetterla e rassegnarvi! Non vincerete mai! Quelli che vogliono combattere sono troppi! Quelli che la pensano come noi sono troppi! Ci saranno sempre conflitti e ci sarà sempre chi li fomenta, chi li attizza e chi ci guadagna sopra! E non avete alcun modo di impedirlo!
–Come state facendo voi adesso in Rubutur.
–Esatto!
–Come avete fatto nella guerra del Vietnam, e in quella di Corea…
–Esatto! E in praticamente tutte le altre guerre del mondo! I governanti sono degli idioti miopi che diventano facilmente burattini nelle nostre mani! E se non è la guerra, c'è facilmente qualcos'altro di cui approfittarsi! Il traffico di droga… la compravendita di esseri umani… di opere d'arte trafugate… basta scegliere! Sono tante le vie con cui l'egoismo umano si può soddisfare! E noi ci saremo sempre, come ci siamo sempre stati… a raccogliere i frutti dell'egoismo degli altri e a far soldi alle loro spalle!
Il tono era trionfante e velenoso. L'ispirata concione ammutolì tuttavia di colpo quando, conclusa l'ultima frase, si udì provenire da dietro il riflettore un alquanto sospetto CLICK.
–Eeeee… stop! Coi nostri ringraziamenti, fessi. Per essere degli ottimi attori e proprio stupidi quanto immaginavamo. Una bella confessione pubblica spontanea era l'ultima cosa che ci mancava. E adesso, senza tema di smentita… siete definitivamente fregati!

«In questi giorni sono accadute cose sgradevoli. Cose tristi e preoccupanti per molte persone, che ci hanno tutti scossi e forse hanno fatto affiorare parti di noi che non ci piacciono, costringendoci ad affrontarle. Di certo è stato così per me».
Le donne che parlavano erano due, in due luoghi diversi, ma la voce diffusa dagli altoparlanti e trasmessa dalle radio e dai televisori era una sola. Non che ormai agli ammiratori potesse più importare alcunché. Avevano già dimenticato lo sdoppiamento. Non era più importante. Stavano solo attenti a bersi ogni parola di Michelle.
«Ho dovuto fare i conti con qualcuno che ha cercato di diffondere un'immagine fasulla di me, ai propri scopi. E ho dovuto fare i conti… col fatto che molti, tra coloro che pensavo mi avrebbero sostenuto, ci hanno creduto. Non solo. Ho dovuto aprire gli occhi sui motivi e sulle reazioni sia di chi ci credeva che di chi non ci credeva.
Ho imparato alcune cose. Nel modo peggiore, purtroppo, ma forse era necessario.
Ho imparato che apprezzare qualcuno… amarlo, o credere di amarlo… non significa conoscerlo. Ho imparato che molte volte, perfino ciò che chiamiamo amore ci rende ciechi. Diventa una cieca adorazione in cui non si cerca l'altro, ma semplicemente una versione idealizzata o imbruttita del nostro io. O entrambe le cose…
Ho imparato che la fama, troppo spesso, si paga proprio col diventare oggetto di una simile adorazione sbagliata. Quando altri se ne lamentavano, pensavo fosse solo spocchia o falsa modestia. Ora, invece, capisco.
Miei cari amici… miei ammiratori di tutto il mondo… ho dovuto scoprire a mie spese che io e voi
non ci conosciamo affatto. C'è chi sa a memoria tutti i miei testi, dove sono stata a scuola e cosa preferisco mangiare a colazione… ma non sa niente di me. E a volte non se ne rende neanche conto. Altri invece ne sono consapevoli, e magari non gli importa di come sia io davvero… finché posso ricoprire il ruolo di bambola da vestire e svestire del significato che preferiscono ogni giorno.
Guardatemi. Quale delle donne che avete davanti agli occhi sono davvero io? Ognuno avrà creduto di riconoscermi o di non riconoscermi. Quando il trucco sarà svelato, quelli che avevano indovinato saranno pronti ad accusare chi ha sbagliato di non essere un vero fan. E quello risponderà a tono. Sarete pronti ad accapigliarvi tra voi per la vostra idea di me come se fosse una guerra di religione.
Ma io non sono una bambola. Né un idolo per cui guerreggiare. Sono una
persona.
Le mie canzoni non contengono nessuna lezione di vita o verità metafisica. Non vanno prese ad esempio magari denigrando la musica di altri autori, o citate come dei versetti sacri. Sono solo sfoghi personali, parole ed esperienze che possono essere giuste o sbagliate quanto quelle di tutti. Ed è così che preferirei le accoglieste.
Non dovete vestirvi come me o mangiare e bere le mie stesse cose, per dimostrarmi che vi piace quello che faccio. In realtà… e credo di parlare a nome di molte altre persone nella mia situazione… per me, questo è un enorme, quasi insopportabile
peso. Che non so se sono più disposta a sostenere sulle mie spalle.
E anch'io non vi conoscevo. Per me eravate numeri, statistiche di vendita, facce anonime delle quali gradivo l'ammirazione e la venerazione. Non avevo idea delle vostre opinioni, delle vostre aspettative, della vostra
fame. La situazione in cui ci siamo messi… la gabbia in cui ci siamo cacciati… e colpa mia quanto vostra.
Sarebbe bello se potessimo incontrarci e parlarci come
persone. Senza che ci fosse questo piedistallo tra me e voi. Senza questo muro di fantasie e di aspettative. Poterci semplicemente scambiare idee e sentimenti, da pari a pari. Ma so che nonostante questo mio discorso, forse non sarà possibile… a meno che io non decida di scendere per sempre, volontariamente, dal palco».
Un brivido collettivo percorse la folla. La cantante stava forse annunciando il proprio ritiro dalle scene per colpa di…
«Ma c'è qualcosa di molto più importante di questo»
, continuò la voce ferma. «Ed è ciò di cui vorrei parlare ora.
Inducendovi a concentrarvi tanto morbosamente su di me… sui miei affari privati, sulla mia moralità o immoralità… è stato fatto sì che ignoraste le sofferenze di un gruppo di giovani donne che sarebbero dovute essere qui con noi adesso. E che sono state strappate alle loro famiglie, condotte chissà dove per essere sottoposte a chissà quali abusi. Vorrei chiedervi di pensare a loro. E vorrei chiedere perdono alle loro famiglie stasera.
È stato a causa della loro ammirazione per me… e del concorso indetto dalla mia casa produttrice… che tutto ciò è successo. Che sono state usate, strumentalizzate a scopi altrui. Per qualcosa di ancora più grande di me e di loro».

–Questa faccenda sta prendendo una piega che non mi piace.
–Già. Non ci aveva assicurato che quella ragazzina era soltanto una stupida ochetta ingenua? Cosa ha realmente intenzione di dire? Quanto sa?
–Non… preoccupatevi.– L'espressione nervosa del capo smentiva le sue parole. –Un appello per la liberazione era… previsto… per le pubbliche relazioni e per mantenere l'immagine ufficiale. In ogni caso… tra pochi minuti…– Premette un pulsante di comunicazione. –Cosa aspettate? Muovetevi. Date il comando d'attivazione alla pedina ora.

«Mentre noi ci perdevamo in pettegolezzi, considerando il loro rapimento solo come parte dello scandalo, dell'attacco nei miei confronti… e mentre i mezzi di comunicazione le ignoravano… la polizia, che desidero ringraziare, non ha cessato di cercarle. Soprattutto quando ci si è resi conto che erano state utilizzate come mie controfigure in quei manifesti che tutti voi avete visto. I genitori di parecchie di loro le hanno riconosciute. Speriamo quantomeno che… nonostante ciò che devono aver passato… la cosa indichi che sono vive.
So bene che… come prima anch'io ero accusata di ignorarle… ora che parlo di loro sarò accusata di volermi servire della vicenda per fare scalpore. Ma non mi interessa. Chi
veramente mi conosce e tiene a me, capirà. E la loro sorte… e la mia coscienza… è infinitamente più importante di ciò che si pensa di me.
Sono passati dei giorni… e nessuno ha rivendicato il rapimento, né ha fatto richieste o imposto trattative per la loro liberazione. Non le hanno prese a scopo di ricatto. Il motivo era un altro… ed ha a che fare con la situazione in cui versano
tanti altri esseri umani, lontano da qui. Che soffrono quanto e più di quelle povere ragazze, per un conflitto sbagliato. Per delle idee sbagliate, che qualcuno non vuole cambiare. E a causa di chi vuole approfittarsi di tutto ciò… di loro, del loro dolore, di tutti noi… di chi ha strumentalizzato questa vicenda semplicemente per i suoi sporchi interessi.
Qualcuno che ha un nome… che finora nessuno di noi conosceva… e quei pochi che lo conoscevano avevano troppa paura per parlarne, oppure erano loro stessi troppo coinvolti.
Un nome che adesso verrà rivelato in pubblico per la prima volta…»

Quanto sapeva quella stupida ragazza?… Maledizione… dovevano essere stati loro a parlargliene!…
«Sono pronta ad affrontare le conseguenze per aver rotto questo colpevole silenzio. Vi chiedo solo di non dimenticare… né ignorare…»
Madame Eva fece un cenno frettoloso al direttore di scena.
All'Aja, Meenge M'keda salì sul palco con un mazzo di fiori. A questo punto, nella scaletta del concerto com'era prima delle modifiche, il celebre rifugiato avrebbe dovuto dimostrare il suo apprezzamento alla cantante dopo il toccante discorso su «quei poveri bambini affamati che dipendono dal vostro buon cuore» che le aveva con tanta solerzia e ispirazione scritto la madre. Questo particolare era rimasto invariato. Solo, visto che l'evento era stato sdoppiato, a Parigi sarebbe stato un collaboratore di M'keda a consegnare i fiori. L'unico particolare differente nelle due serate gemelle.
I due uomini avanzarono a passi rapidi e sicuri con un gran sorriso stampato in volto, mentre l'altoparlante toglieva la parola alla protagonista per annunciarli. Entrambe le versioni di Michelle si voltarono sorprese mostrando disappunto per quell'interruzione, ma comunque tendendo le braccia per prendere il mazzo e concludere il momento in fretta, dopo l'applauso prestabilito.
–Adesso.
Un ordine post–ipnotico scattò.
La marionetta sollevò automaticamente la pistola.
«NO!»
Lo sparo.