Capitolo 12

L'amore non si può imporre… l'amore non si può prevedere, analizzare, ridurre semplicemente ad un freddo elenco di dati… perché non è qualcosa che le macchine possono provare, ma è proprio degli esseri viventi…
Sì… allora io dissi così.
L'amore per me… equivale alla mia
umanità. Alla nostra umanità. Se dovessi perderlo, perderei ogni cosa.
Eppure, è proprio vero? Abbiamo conosciuto delle macchine capaci di provare affetto, premura, abnegazione proprio come un essere umano. E anche tanti esseri umani… freddi, calcolatori, disgustosi… che di tali avevano solo il nome… come coloro che ci hanno fatto
questo.
E anche tante…
bestie… guidate semplicemente dai propri istinti e impulsi del momento, che non sapevano cosa fosse la ragione… né tenere davvero a qualcuno.
E a pensarci bene… gli uomini macchina e gli uomini bestia… si comportano in modo poco diverso gli uni dagli altri.
Entrambe sono delle perversioni… delle involuzioni.
Proprio come quel poveretto… al quale parlai in questo modo.
Per lui l'equazione era facile. Togliendomi o sostituendo quello che amavo, avrei amato lui. Dandomi un paradiso artificiale con tutto quel che credeva desiderassi… con una
pallida imitazione del mio amore… avrei amato lui. Solo che non funziona così… e per fortuna, alla fine se ne rese conto…
L'amore non è un calcolo razionale… ma non è neanche un basso istinto, una necessità da soddisfare che può accendersi o spegnersi quando cambiano le proprie voglie… o il proprio umore… che può essere indotto e poi disattivato con un impulso chimico o elettronico…
È qualcosa… che proviene da tutto l'essere. Era questo che volevo dire.
E tutto l'essere include anche la testa. Io… amo con il cuore… con la mente… con il corpo… con l'anima. E senza riserve.
Non potrei dire di amare davvero, altrimenti.
Amo perché vedo la bellezza e la nobiltà di quello che amo. Quella essenziale, profonda, non solamente della superficie. Perché penso che per essa
valga la pena. Perché sono convinta che meriti di essere amato.
E chi offende ciò che amo… chi
svaluta, odia ciò che amo… offende me
E io lo contrasterò con tutte le mie forze. Per sempre.
E proteggerò con tutte le mie forze il mio cuore… e chi lo possiede…
Amare non è voler possedere l'altro. È volere il suo bene.
È questo che quell'uomo non aveva capito.
È questo… che in tanti, in troppi… non capiscono…

Ricordo. Mio Dio… ricordo…
Era fuggito. Non prima… di aver trovato le prove che gli servivano.
Sapeva che avrebbero potuto riprenderlo. In effetti, lo avevano ripreso. E lo avevano torturato per farlo parlare. Per fargli rivelare dove le aveva nascoste.
Non solo le prove su sua sorella, sui compagni di lei… sui loro spostamenti…
Quando l'aveva vista in strada, si era buttato fuori dalla macchina. Ma non era fuggito a Parigi per caso o per nostalgia. Lui sapeva cosa stava succedendo, e sperava di incontrarla lì. Solo, se ne era dimenticato!
Sapeva che avrebbero potuto riprenderlo… che avrebbero cercato di estorcergli la chiave
Il segreto dell'armadietto. Era stato lui a predisporre quell'armadietto. In modo che soltanto qualcuno dotato dei poteri di sua sorella, una volta a conoscenza del segreto… potesse leggere la scritta invisibile sulla parete interna, che diceva dove trovare la cassetta di sicurezza… e la parola d'ordine per farsela consegnare…
La cassetta dove erano riunite le prove… non solo su di loro… ma sull'esistenza dell'organizzazione. Microfilm… copie di contratti con firme eccellenti in calce… rapporti sottratti… quanto bastava per esporla finalmente in modo inequivocabile agli occhi del mondo. Insieme con tutte le informazioni sulle loro ultime operazioni in corso ovunque… inclusa questa.
Lo avevano ripreso. Torturato. Sapeva che l'avrebbero fatto.
Ma più della sua vita… doveva difendere quelle informazioni. Trovare il modo di farle avere a loro. Era di questo che doveva assolutamente avvertirli.
Ma sapeva di non potersi fidare di nessuno. Forse neanche di lei… se l'avesse incontrata… sarebbe potuta essere un inganno. Un falso, una copia, per indurlo a cedere…
Perciò… aveva usato la tecnologia del nemico per manipolare se stesso. Si era imposto un blocco autoipnotico… che gli impedisse di ricordare… di divulgare quel che sapeva… finché non avesse sentito di potersi fidare completamente.
Cioè fino ad ora.
Avrebbe ricordato prima, se la sua gelosia… il suo sospetto… per quanto lievi e involontari, non avessero interferito col programma nel suo cervello.
Che idiota!…
Guardò i due guerrieri pronti a difendersi a vicenda e a difendere lui dalle forze corazzate di un folle milionario.
Non posso dirglielo ora… li distrarrei soltanto… se solo… se solo potessi…

–Michelle! NO! Piccola mia… stellina mia! MICHELLE!
Madame Eva si precipitò sul palcoscenico, seguita da una decina di membri dello staff e uomini della sicurezza. Si gettò sul corpo inerte della figlia caduta a terra, sollevandola, scuotendola. Strilli isterici venivano dal pubblico che si agitava come una marea. Qualcuno scappava. I più erano troppo terrorizzati o macabramente affascinati dallo spettacolo anche per far questo.
La loro Michelle… assassinata in un giorno storico… come tante leggende della musica e dell'arte… proprio davanti a loro…
Da…
La faccia grassa della madre era inondata di lacrime mentre cullava la testa della ragazza. Uno spettacolo tragico e grottesco al tempo stesso. –Amore… bambina… ti prego… ti prego, svegliati… non morire! Dimmi che non sei tu… dimmi che sei soltanto la sosia… che mia figlia è al sicuro dall'altra parte… perché? Perché l'ha fatto, M'keda? Assassino! Dopo tutto quello che ha fatto per i bambini del suo paese!
Gli agenti di polizia accorsi avevano bloccato per le braccia l'uomo politico, che fissava la scena come imbambolato. Aveva lasciato cadere mollemente la pistola che era stata nascosta nel mazzo di fiori. Non proferiva parola. Sembrava non capacitarsi di quel che aveva fatto.
Mostro…– gridarono a squarciagola tutti gli altoparlanti. –Questa è la vostra buona fede… la mia povera creatura… morta… per essersi fidata di voi!…
–Temo proprio di no, madame.
Dagli apparecchi uscì un lungo fischio.
E la voce di Michelle tornò in onda.
«…Sono tanti… diffusi ovunque… fino ad ora non ci rendevamo nemmeno conto di quanto manipolassero le sorti del mondo… di quanto le nostre vite fossero controllate da loro. Ma ora potrete vederne voi stessi le prove…»
Il discorso era tranquillo come se non fosse mai stato interrotto. Il maxischermo al di sopra del palcoscenico era acceso… e aveva cambiato inquadratura. Da un lato mostrava quello che stava accadendo nello stesso momento sul palco di Parigi. Dall'altro, stavano passando una serie di diapositive che mostravano copie di documenti. Sigilli con il teschio. Foto di uomini in nero che stringevano mani…
E in sottofondo, la voce di Michelle che spiegava.
Madame Eva si voltò interdetta verso il capo della sicurezza dietro di lei che la guardava con occhi ferrei, a braccia conserte.
–Mi spiace tanto, ma il suo piano è rovinato. Era ben congegnato. Ma semplicemente, alcuni di noi sono molto più bravi a bluffare. E a capire le persone. Michelle non diventerà una leggenda oggi come voleva lei. Farà meglio ad arrendersi.
Le guardie del corpo e i poliziotti un po' ovunque tenevano le pistole puntate alla testa di diversi agenti in incognito nei punti strategici, che alzavano le mani e gettavano le armi. Uno sguardo da bestia in trappola tutto intorno, e poi Madame chinò di nuovo gli occhi sulla figura tra le sue braccia.
Il cui volto morente si rimodellò con uno sberleffo in una faccia tonda che sogghignava. –Spiacente anche da parte mia, signora. Se può valere a consolarla, è davvero brava a recitare. E parlo da esperto. Ma anch'io sono piuttosto tagliato per le parti tragiche, no? Non mi sta bene il vestito da sera?

Nel frattempo, a Parigi…
Le guardie erano scattate appena dall'altra parte era stato esploso il colpo di pistola. Alcune avevano in fretta circondato Michelle per proteggerla. Altre avevano afferrato le braccia dello scombussolato inviato diplomatico, disarmato e ignaro, che fissava le immagini sullo schermo con gli occhi fuori dalle orbite per quel che aveva appena visto fare al suo capo. La gente rumoreggiava, si sentiva qualche strillo. Ma tutti parevano indecisi sul da farsi.
«Mamma…»
Diverse coriste erano scappate gridando. Ma altre erano rimaste immobili sul palco. Mentre questa voce improvvisa riempiva gli altoparlanti calamitando di nuovo l'attenzione generale, si strapparono gli abiti di scena… rivelando costumini fiorati e a pallini, pesante trucco che rendeva i visi simili a quelli di zombi, e parrucche vistose. E coltelli affilati o pistole pronte.
Le sosia di Michelle. Avanzavano strascicando i piedi, con lo sguardo fisso, come vere morte viventi. Evidentemente non erano in sé. Puntavano le armi contro tutti i presenti, immobilizzati dal terrore. Qualcuna sparò alle gambe di un poliziotto che aveva cercato di reagire o di fuggire. E tutte ripetevano ossessivamente, con voce spenta, quella sola parola.
«Mamma…»
La cantante mosse un passo indietro, all'interno del cerchio degli uomini di scorta. Ma venne trattenuta. Anche alcuni di loro stavano gettando le maschere e rivelandosi come ragazze travestite. Che eliminarono prontamente i veri gorilla rimasti, afferrandola poi per le braccia con una forza incredibile in corpicini così minuti.
«Mamma… perché mi hai fatto questo? Perché mi odi? Tu non hai MAI pensato veramente a me…»
I loro microfoni dovevano essere collegati all'impianto audio generale dello stadio. In modo che tutti gli spettatori sentissero bene cos'avevano da dire. Una continuazione dello spettacolo.
«Non meriti di avermi accanto! Perché mi hai portato via a LUI… perché gli hai impedito di avere cura di me? Solo LUI mi ama veramente… solo LUI mi merita… Adesso sarai punita per questo… mamma… Michelle viene via con NOI!»
Michelle veniva lentamente trascinata verso le quinte, con la lama di un coltello alla gola, mentre le ragazze tenevano sotto tiro il pubblico. Una di loro si portò davanti a tutte e aprì la giacchetta rivelando cariche esplosive sufficienti senza dubbio a far saltare una bella area insieme a chiunque ci fosse dentro. Nessuno poteva far niente. Potevano solo assistere impotenti al rapimento artistico…
O forse no.
Braccia enormi afferrarono la prima delle sequestratrici per la vita spuntando dal fondo del proscenio. Un semplice colpetto fu sufficiente per mandarla a nanna senza farle male. Seguirono le altre una alla volta, silenziosamente e con efficienza. Dicono che con una grossa massa corporea e un'elevata potenza muscolare non si possa essere anche veloci e furtivi. Si sbagliano.
Quando la ragazza–bomba, coi riflessi rallentati dall'ipnosi, si accorse che qualcosa non andava, tutte le sue colleghe erano già a terra. E nel momento in cui si voltò e cominciò ad aprire la bocca, fu messa fuori combattimento anche lei. Il gigante salvatore si chinò senza una parola a raccoglierla mentre cadeva, adagiandola con cura a terra come aveva fatto con le altre.
Michelle si scostò dal cerchio delle sosia cadute, togliendosi la parrucca con un solo gesto nervoso. E rivelandosi a sua volta come una sosia. Quella che qualcuno molto esperto del settore avrebbe potuto riconoscere come una certa giovane e brillante indossatrice straniera, le lentiggini nascoste dal trucco.
Il megaschermo lampeggiò. E anche su di esso, come sul gemello dell'Aja, presero a scorrere le immagini di denuncia, con la voce della vera Michelle in sottofondo…

…che mostrava le prove
…dalla stanza blindata e sorvegliatissima, dietro le quinte, da cui aveva cantato e letto il suo discorso. Da dove ora continuava a leggere, il microfono alle labbra e le lacrime agli occhi…
…mentre Gerry le stringeva in silenzio le spalle, comunicandole la forza di andare avanti senza che la voce le si spezzasse.

–Proprio così, fessi. Vi siete rovinati con le vostre mani.
Il riflettore si spense. Le tre figure rimaste in piedi dietro di esso fissavano gli scagnozzi con nulla più che serissimo disprezzo.
–Vi abbiamo tenuti lontani dal centro delle operazioni per il tempo necessario. Vi abbiamo tenuti occupati… e nel frattempo, già che c'eravamo, abbiamo fatto in modo che ci deste gli ultimi elementi che ci occorrevano. E ormai è troppo tardi per fermare tutto. Mentre stiamo parlando, questi stessi documenti sono già in mano alle polizie, ai giornali e alle televisioni del mondo intero… e potete star certi che se ne serviranno. Avete voluto sfruttare il potere dei mass–media, e adesso ve lo ritrovate contro. Inutile che vi diciamo quanto può essere spaventoso.
–A questo punto, anche se tornaste indietro… e trovaste ancora qualcuno dei vostri boss che non se l'è data a gambe… mi sa che ve la farebbero pagare molto cara per la vostra negligenza. Non vi resta molta scelta. Volete restare sotto la nostra protezione e collaborare, o andare a suicidarvi?
I due uomini in nero rimasero in un silenzio desolato per parecchi secondi.
Poi, lentamente, alzarono le mani.

–Si arrenda, Lord Mitchell Ballantine. Ormai è inutile combattere. Il suo piano è stato sventato. Non può più far niente.
–Sapete il mio nome.– Nella voce del milord era avvertibile, oltre ad ammirazione e indignazione, perfino il più debole dei fremiti di vanità.
–Abbiamo preso tutte le informazioni del caso. C'era anche il suo nome tra i documenti in quella cassetta di sicurezza. L'organizzazione la teneva d'occhio riguardo a quest'operazione. Sappiamo anche perché ha fatto quello che ha fatto. Si sono serviti di lei… ma di certo non si aspettavano che lei potesse servirsi di loro allo stesso modo.
–Tutto questo non può avere la minima importanza– esclamò l'uomo spazientito, con un gesto della mano da regista che ordina di tagliare la scena. –In questo momento voi mi state rallentando. Michelle…
–È salva. Se ne sono assicurati i nostri colleghi. Anzi, non è mai stata realmente in pericolo. È tutto finito. Possiamo…
Lord Mitchell digrignò i denti in un ghigno di disgusto. –Se è salva ma non è mia… allora è come se non fosse salva affatto! Non rinuncerò di nuovo a quel che mi appartiene di diritto! Distruggeteli!
I gorilla a semicerchio li tenevano sotto tiro: alcuni in armature potenziate, altri reggendo a fatica in spalla cannoncini enormi che parevano poter spazzare via chi li portava soltanto col il rinculo. Mentre li scorrevano con gli occhi per valutarli, spalla a spalla, qualcuno più intraprendente o incosciente degli altri decise che voleva vedere una simile bellezza più da vicino e allungò un braccio meccanico ridacchiando.
Per ritrovarselo strappato via di netto con uno sfrigolio… e un urlo. Gli esoscheletri erano comandati attraverso una connessione neurale, e il malcapitato, pur non subendo alcun danno reale, aveva sentito dolore come se avesse davvero perso un arto. Misericordiosamente, svenne quasi subito.
Gli spettatori avevano avuto appena il tempo di sbattere le palpebre. Seguirono altre grida e gemiti, mentre il ragazzo sferrava un calcio ad un altro assalitore grosso il doppio di lui, gettandolo senza fiato contro il muro. Contemporaneamente dall'altra parte fori precisissimi tagliavano i cavi di controllo di un'armatura, rendendola inservibile e intrappolando il pilota inerme all'interno come un polipo in un vaso. I due si scatenavano come furie, apparentemente senza nemmeno guardarsi tra loro… in realtà, perfettamente coordinati l'uno con l'altro.
L'uomo ferito lo avvertiva, come lo aveva già avvertito in precedenza… mentre si appoggiava al muro ansimante, con la vista annebbiata. La sua debolezza si era improvvisamente intensificata con l'afflusso dei ricordi. Ma non riusciva ad essere preoccupato come nella battaglia precedente. Perché ormai si fidava del tutto… ormai capiva perfettamente.
Non devi sempre pensare a proteggermi. Sono capacissima di farlo da sola. Siamo una SQUADRA, noi, giusto?
Spalla a spalla… comprendendosi senza parlarsi… coprendosi a vicenda… la sintonia che aveva già visto, mentre attorno a loro i nemici cadevano uno dopo l'altro, tra le grida rabbiose del loro capo. Non riusciva ad intenderne le parole… gli fischiavano le orecchie.
Lui non era mai riuscito a lasciarle correre i suoi rischi…
Devi fidarti di me.
E tuttavia, nonostante la sua confusione… non poteva sfuggirgli il modo in cui quest'altro uomo… si voltava ogni tanto di sfuggita, cercandola apprensivo con lo sguardo. Il modo in cui lei stessa lo cercava… o lo rassicurava. Come stava attenta ai colpi che avrebbero potuto coglierlo di sorpresa, e lo avvertiva ogni volta… e come lui obbediva alle sue indicazioni fulmineamente, senza discutere e senza fiatare.
Dei semplici esseri umani corazzati non erano avversari tali da impensierirli. Ormai lo sapeva bene.
E tuttavia… sembrava che stessero facendo più fatica… dell'ultima volta…
–Ah, ve ne siete accorti? Bene. Mi fa piacere. È vero, sapevo benissimo che quella gente aveva intenzione di usarmi… e non me n'è importato. Non usiamo forse tutti gli altri per i nostri scopi? Finché potevo ottenere quel che volevo, mi stava bene. Ma non mi curo affatto di quel che vogliono loro… e anch'io ho a disposizione degli ottimi ingegneri. Solo perché mi hanno fornito della tecnologia, non significa che non potessi migliorarla. Godetevi queste nuove corazze antisommossa… sono state potenziate basandosi sui dati che mi hanno fornito su di voi… e su quelli raccolti nello scontro di qualche giorno fa. Scommetto che possono darvi un bel po' di filo da torcere!
Milord gongolava. –A pensarci bene… potreste fornirmi anche voi qualche buona scena per il mio film. Siete fotogenici.– E batté le mani ai suoi cameramen. –Ehi! Voi! Che state aspettando? Tirate fuori le telecamere e cominciate a filmare! Voglio una ripresa dal vivo con primi piani di tutta la scena!
Un'ombra nera cadde su di loro.
Indietreggiarono.
Il sudore freddo del ferito divenne se possibile ancor più freddo.
Un'armatura molto più grande delle altre stava avanzando nella loro direzione, mentre le fila di quelle normali si aprivano… completamente nera, lucidissima, con pugni grandi quando un essere umano che battevano forte l'uno contro l'altro producendo un suono assordante. Quando aprì le mani, videro che ogni dito era un cannone a sé stante. Calò un pugno al suolo cercando di schiacciarli, e lasciò un cratere profondo almeno un metro nel punto in cui avevano schivato.
–Magari portatemi i loro resti quando avrete finito. Scommetto che posso trovare il modo di utilizzarli, se non danneggiate troppo la faccia.
Una scarica multipla di raggi laser spazzò il campo di battaglia in un istante.
Saltarono via. Ne seguì un'altra quasi istantaneamente. Poi un'altra. Quel mostro non aveva neanche bisogno di più di qualche istante per ricaricare.
Spararono. Inutilmente. La corazza cromata sembrava impervia anche alla massima potenza del laser. E non sapevano quanta autonomia possedesse. Di certo loro non sarebbero riusciti a schivare indefinitamente.
E non potevano muoversi liberamente quando avrebbero voluto…
Una riusciva a seguire le traiettorie quel tanto che bastava per tenersi fuori tiro. L'altro poteva evitarle senza eccessive difficoltà. Ma a quel ritmo non ci sarebbe voluto molto perché l'intero ambiente fosse crivellato di colpi. E avevano qualcuno da proteggere…
Se ne rese conto lui stesso con un brivido, vedendoli girarsi leggermente ad ogni sventagliata per controllare la sua posizione. Per difenderlo… si sarebbero forse resi vulnerabili? Stavano forse incolpandosi per averlo portato con sé…
Mai quanto si stava incolpando lui per essere venuto… per essere loro d'intralcio adesso…
Poi, un raggio sottile. Estremamente preciso e deliberato.
Non diretto verso la massa scura incombente, ma dritto nel gruppo degli astanti avversari.
Qualcuno emise un lamento, e si accasciò stringendosi la mano paralizzata. Lasciando cadere un piccolo dispositivo di comando. A differenza delle altre che avevano già visto, quell'armatura gigante era controllata a distanza. Infatti si bloccò inerme con un forte stridio metallico. Confusione e balbettii si sparsero nel mucchio, mentre qualcuno cominciava discretamente ad allontanarsi. I guerrieri, non più trattenuti, si voltavano per mettere al sicuro il ferito come prima cosa… per poi pensare a fare piazza pulita una volta per tutte.
–Che state combinando?!– urlò lord Ballantine, con un raschio rauco a rovinargli la voce solitamente ben impostata. –Idioti! Recuperate il telecomando! Devo fare tutto io
E allontanando il bastone, quasi saltò giù dalla sua postazione sulla camionetta principale, facendosi largo a spintoni tra i suoi dipendenti con le gambe molli. Rise scompostamente afferrando l'apparecchio e premendo il primo pulsante. Il braccio del robot spazzò il suolo come la zampa di un gorilla in un ampio arco a semicerchio, mancando di poco gli avversari e falciando una mezza dozzina di alleati mentre la struttura si rimetteva in moto sussultante. Il miliardario poteva aver fatto costruire quell'arma, ma non aveva mai imparato ad usarla personalmente
I due saltarono via, coprendo col proprio corpo il compagno, mentre il resto dei presenti decideva finalmente di usare il buon senso. Tutti corsero via gridando, allontanandosi il più possibile dal datore di lavoro definitivamente impazzito che muoveva l'automa a casaccio senza curarsi di quali comandi stesse azionando. Con movimenti a scatti, le enormi e piatte zampe metalliche pestavano il terreno sfondando lamiere, sventravano pareti. Per fortuna non aveva ancora localizzato i pulsanti delle armi. E sembrava terribilmente irritato perché quel servitore non voleva rispondere ciecamente ai suoi ordini… come era convinto che tutto e tutti dovessero fare.
–Me la pagherete… me la pagherete tutti
Dovevano trovare un modo per colpirlo… per togliergli quel telecomando.
Si scambiarono un rapido sguardo. Un cenno d'assenso.
Si separarono.
Lei corse verso l'uomo infuriato, farfugliante.
Lui rimase davanti all'altro, facendogli scudo, ma coi muscoli tesi, pronti a scattare nel momento in cui qualcosa fosse andato storto.
Lei puntò la pistola.
–Che diritto avete… che diritto avete di giudicarmi… è mia… mi hanno ingannato… me l'hanno portata via
E nonostante non avesse poteri particolari… il fratello vide la scena andare come al rallentatore… notando il brevissimo lampo di trionfo in quegli occhi spiritati… vedendo con la coda dell'occhio le dita–cannoncino del robot sistemarsi seccamente in posizione… avvertendo il suono dei raggi che si preparavano a sparare…
A furia di tentativi, Lord Ballantine aveva capito come azionare le armi…
Probabilmente anche il ragazzo se ne era accorto. Probabilmente avrebbe reagito ben prima che ci riuscisse lui, e con minor rischio. Probabilmente era inutile che tentasse di fare qualsiasi cosa. Se avesse pensato razionalmente in quel momento, non avrebbe potuto che essere d'accordo.
Ma lui non stava pensando razionalmente.
Solo come un fratello che ama disperatamente sua sorella… e che ha vissuto finora con la colpa di non aver potuto mantenere quella promessa…
Saltò. Con un grido distorto.
Per una frazione di secondo, il suo protettore fu colto di sorpresa e non riuscì a fermarlo.
Si gettò sul corpo di lei prima che le pistole sparassero, spingendola a terra.
Sentì l'esitazione del lord, e la reazione alle sue spalle.
«Quando troverò la mia anima gemella… l'uomo che mi farà DAVVERO battere il cuore… me ne accorgerò».
«Tu,
petite, ma io? Io come saprò che è proprio quello giusto per te?»
«Oh, è semplice…»

Poi accadde di nuovo tutto molto velocemente.
Il lord, sorpreso per l'intervento imprevisto, tardò a premere il pulsante soltanto per quella frazione di secondo che bastava…
La tiratrice perse l'equilibrio e cadde, ma senza interrompere l'azione, correggendo automaticamente la mira e sparando…
Il telecomando esplose tra le mani dell'uomo, ustionandogliele e lasciando la potente arma senza padrone…
La scarica, che non era stata fermata in tempo, partì comunque…
E una macchia davanti agli occhi, buio, uno strappo tremendo mentre venivano entrambi raggiunti con un salto e portati in salvo appena in tempo, e i laser crivellavano innocuamente il suolo dov'erano stati un istante prima.
Questo avrebbero voluto evitarlo. Già un corpo umano in piena salute non poteva sopportare quella velocità… figuriamoci uno così indebolito. Quando i suoni tornarono ad esplodergli nelle orecchie, fu cosciente solo della sensazione che ogni giuntura e legamento, ogni muscolo e ogni nervo, si fossero scuciti gli uni dagli altri… La nausea lo riafferrò mentre la luce ricominciava a sfocarsi e affollarsi di macchie scure. Distinse il viso della sorella vicinissimo al suo che parlava ad alta voce, probabilmente chiedendogli se stava bene, e si sforzò di alzare il pollice. Alle spalle di lei, apparentemente altissimo nella sua vertigine, l'altro stava dicendo (il fischio nelle orecchie gli si interruppe di colpo lasciandoglielo sentire chiaramente): –Sei stato un incosciente… ma grazie. Senza di te, forse avremmo corso un rischio molto più grande.
Poi lo vide raddrizzarsi, tornando a prendere di mira tutti quelli che non erano ancora scappati e a ordinare la resa. Reclinò la testa di lato, posando lo sguardo su Lord Mitchell Ballantine che si stringeva farfugliando le mani doloranti, i capelli bianchi spettinati e strinati e la giacca bruciacchiata. –Non è giusto… non è giusto… cosa volete saperne, voi… io sono nel mio pieno diritto!… Come potete tenere lontano un padre… dalla sua unica figlia?!
Poi, soddisfatto di se stesso, si lasciò scivolare nell'oblio.
Aveva fatto l'eroe. Per quanto fosse stato inutile. Aveva fatto… il suo dovere. Tutto il resto poteva anche aspettare.
«…quando parlando con lui avrai l'impressione di parlare con me… allora capirai».

È possibile che allora… sull'isola…
È possibile che mi sia svegliata solo perché avevo battuto la testa.
Solo perché quel bruto… nel suo impeto… aveva fatto sì che il loro dispositivo di controllo si guastasse.
Ho cercato di credere che una parte di me fosse abbastanza cosciente… vigile, memore… di me stessa, di te… ma alla fine, potrei dovere a un semplice caso il fatto di essermi salvata.
È di questo che mi vergognavo soprattutto…
Non te l'ho detto. Ma credo non ce ne fosse bisogno. Tu hai CAPITO.
È questo soprattutto che mi ha fatto decidere… che bisogna crescere…
Per te… per me…
Perché se mai accadesse di nuovo qualcosa di brutto… voglio che sia la mia… la nostra volontà a salvarci.
E voglio… non avere rimpianti…
Quando verrà l'ora… voglio sapere di aver dato… TUTTO.

E venne il giorno dopo… una volta trascorsa una notte di lacrime e sgomento. Erano tutti riuniti a Parigi per la resa dei conti, come in un vecchio romanzo giallo. Tutti, tranne il professore che aveva da visitare in infermeria un eroe fuggiasco molto provato dalle sue traversie. Per quanto preoccupati per lui, i due innamorati non erano voluti mancare alla riunione e alla spiegazione di tutto. Ed ora erano lì in piedi, in silenzio quanto gli altri, aspettando.
I giornali stavano strombazzando a tutt'andare il resoconto ufficiale degli eventi di ieri. Il gigantesco complotto che aveva resistito per decenni era finalmente esposto sotto gli occhi di tutti. Foto, resoconti, prove irrefutabili. Ormai la macchina dei mass–media non poteva più tornare indietro. Per quanto i criminali rimasti provassero ad arginare i danni, gli stessi mezzi che avevano fatto loro gioco questa volta sarebbero stati la loro rovina. Tutto il mondo avrebbe saputo della loro esistenza… e in modo degno del suo nome, l'organizzazione che aveva prosperato nelle tenebre sarebbe stata distrutta dalla luce del sole.
Poco importava che questo significasse la fine dell'anonimato anche per loro. Voleva solo dire che da quel momento in poi avrebbero dovuto imparare ad avere un ruolo pubblico e a proteggere la gente in modo diretto… trattando coi governi e con le polizie del mondo, offrendo il loro aiuto a tutti apertamente senza più nascondersi. Chissà se sarebbe stato più o meno faticoso?!
In Rubutur, quanto era successo aveva avuto un po' l'effetto di una doccia fredda. Tutti si erano come svegliati da un incantesimo. I loro motivi di lite sembravano improvvisamente così triviali ed insignificanti… proprio come l'aver eletto una semplice cantante straniera a segno di contraddizione. Inoltre, ora sapevano… o si rendevano conto per la prima volta, pur avendolo sempre saputo… di essere stati usati a scopo di lucro da qualcuno più furbo e molto più malvagio di loro. Dandosi un contegno, gli esponenti di tutte le parti avevano iniziato a lavorare seriamente sul processo di pace… e l'ammirazione che tutti ora nutrivano per quella ragazza così dignitosamente scampata alla morte avrebbe aiutato a far sì che fosse anche più breve del previsto.
Infine, si stava diffondendo anche la verità su Michelle. Tanto sulla messinscena ai suoi danni, quanto sull'attentato della sera prima. Ovviamente, in tanti non ci avrebbero creduto. Troppo facile, troppo campato in aria, troppo sospetto, troppo qualcos'altro… ci sarebbero stati quelli che avrebbero creduto a un complotto ancora più grande e sotterraneo di quello appena svelato, prontamente e prudentemente insabbiato. E come c'è chi insiste a credere Elvis Presley ancora vivo, in tanti avrebbero sostenuto che Michelle Amandette era veramente morta quella sera, e a restare in vita erano state solo le sosia. E non avrebbero più riconosciuto le sue canzoni, avrebbero detto che dopo il fatto non era più la stessa… e sarebbero stati rimbeccati colpo su colpo da altri, e a loro volta avrebbero trovato le prove più incredibili per sostenere la loro versione…
In un certo senso, grazie all'accaduto Michelle era davvero diventata una leggenda.
Ma non nel modo desiderato…
–Mamma… perché?!
Dal punto di vista di un capo, il motivo era logico. Creare un caso… uno scandalo… creare sensazione nel pubblico. Il nobile, innocente Meenge M'keda, l'ispiratore, l'alleato delle donne, che commette un omicidio immotivato… che uccide una donna, anzi una beniamina, un angelo… qualcuno che simpatizzava con lui. Ovvio che il poveretto era innocente, proprio come le ragazze, e aveva agito contro la propria volontà. Era stato uno dei suoi assistenti, simpatizzante e collaborazionista segreto di «sua eccellenza», a somministrargli il condizionamento ipnotico a sua insaputa, sfruttando la sua fiducia e la loro vicinanza.
Chi avrebbe pensato a un delitto passionale… chi a una protesta politica. Chi avrebbe detto che il lupo aveva gettato la maschera, e chi avrebbe creduto a una vendetta estremista contro Michelle, colpevole di aver gettato fango con quello scandalo sulla moralità dei patrioti pacifisti del Rubutur. Gli uni avrebbero difeso l'attentatore… gli altri lo avrebbero odiato… il mondo, dopo aver visto la scena in diretta, si sarebbe spaccato in due blocchi che avrebbero sostenuto le opposte fazioni. E alimentato la guerra per decenni.
Molto logico, dal punto di vista di un capo. Ma da quello di una madre…
–Perché?…
Madame Eva, ovvero il capo dell'operazione e aspirante dirigente di una sezione locale, era seduta al centro della stanza, ammanettata. I suoi due tirapiedi guardavano con tanto d'occhi «sua eccellenza», che prima d'ora avevano conosciuto soltanto per telefono. Fino a quel momento la donna aveva tenuto gli occhi bassi. Ora drizzò la testa rabbiosamente guardando la figlia con un lampo di quello che si sarebbe potuto definire odio puro.
–Perché, perché, perché… non fare la stupida! Non capisci niente come al solito! Non ti rendi proprio conto di quello che si fa per il tuo bene!– Queste parole sbottate e inaspettate fecero ammutolire la ragazza e gli altri presenti per un attimo.
–L'ho fatto per te! Certo che l'ho fatto per te! Ho forse fatto qualcosa che non fosse per te, in tutta la mia vita? Mi sono sacrificata per la tua carriera fin da quando eri piccolissima! Fin da prima che tu nascessi! Ho programmato tutto, pianificato tutto, ti ho preparato gli scalini per diventare la più luminosa stella di tutti i tempi… ma l'hai forse capito? Mi hai ringraziato? No! Tu pensavi solo a te stessa! Dovevi pensare solo ai tuoi capricci! Eravamo a un punto critico… il pubblico stava cominciando a stancarsi delle solite cose… ci trovavamo in bilico tra la realizzazione del tuo sogno e il declino artistico! Bisognava fare qualcosa perché non rischiassi di diventare una di quelle cantanti dimenticate che invitano soltanto ai compleanni e alle celebrazioni memoriali… ma a te non importava niente… proprio in un momento del genere, hai pensato bene solo di tradirmi con questo bellimbusto!– Scoccò verso Gerry un'occhiata incenerente. –Fin dal primo momento… ha cercato solo di allontanarti da me… di distrarti dai tuoi doveri verso gli ammiratori… stava rovinando tutto! Ti avevo avvertita e tu non hai voluto darmi ascolto!
–Mamma… ma…– Nella voce della cantante si udiva un fievole orrore. Lo stesso della ballerina di carta che vede per la prima volta il perfido jolly spuntar fuori da un'innocua scatola a sorpresa.
–Ho dovuto inventarmi qualcosa! Per non perdere tutto ciò che avevamo costruito! Se avesse funzionato, saresti diventata la più fulgida tra le eroine della musica… ancor più amata di Marilyn Monroe… la vendita dei tuoi dischi sarebbe andata alle stelle, e la tua memoria sarebbe vissuta per sempre!
–E sarebbe morta– concluse a voce bassa il direttore della sicurezza. –Ma questo era il particolare che contava meno, vero?
Madame Eva fece un gesto stizzito con la mano. –Poteva anche non morire. C'era solo il cinquanta per cento di probabilità. Nonostante fosse andata ad affidarsi ai nostri peggiori nemici… nonostante non potessi mostrare di avervi riconosciuti senza far saltare la mia copertura… questo orribile piano del doppio concerto poteva ancora andare a mio vantaggio. Ho pensato che sarebbe stata a Parigi perché la maggior parte di voi erano qui e avrebbero voluto tenerla sott'occhio… alla fine, se fosse morta solo la sosia forse sarebbe stato addirittura meglio.– Tornò a rivolgersi alla figlia con tono oltraggiato. –Ma hai dovuto rovinarmi anche questo! Non solo ti sei messa contro di me… non solo hai fatto comunella con loro… ma non ti sei fidata di me abbastanza neanche per dirmi che saresti stata sostituita in entrambi!
–E ho fatto bene, a quanto pare!– urlò finalmente Michelle, disperata. Le rispose soltanto uno sguardo di disgusto.
–È stato un bell'azzardo– convenne il pistolero. –Nemmeno il nostro imitatore può essere in due posti allo stesso tempo, per quanto sia bravo. Dobbiamo ringraziare la signorina, qui, per aver corso il rischio prestandosi. Ha avuto un bel fegato.– Rivolse un cenno col capo all'indossatrice, che rispose allo stesso modo. –Anche noi avevamo pensato che date le circostanze, sarebbe stato preso di mira l'altro palco. E abbiamo avuto ragione. Fortunatamente è andato tutto bene.
–Il rapimento delle ragazze faceva parte del piano– mormorò la voce pacata del giovane, dal fondo della stanza. Non era il tono di una domanda. –Per questo era stato indetto in primo luogo il concorso. Avrebbe attirato l'attenzione dei media… smosso l'opinione pubblica… e nel caso, avrebbe potuto tenerle a disposizione per far uccidere una di loro al posto della vera Michelle. Quello che non aveva previsto… che non avrebbe potuto prevedere… è che i suoi uomini avrebbero spinto a tal punto la propria iniziativa personale da allearsi per realizzare il tutto proprio con l'ultima persona che lei avrebbe voluto. Lo scandalo non rientrava nei suoi piani. Né il fatto di non riuscire più a localizzare dove fossero finiti gli ostaggi. Ma ha pensato che le facesse comunque gioco, e ha cercato di far quadrare le cose meglio che ha potuto. Era tutto nei documenti che abbiamo trovato.
Tutti gli sguardi si volsero sul lord, tornato calmissimo e signorile in mezzo ai poliziotti che lo sorvegliavano, le mani sul suo bastone d'argento. –Mamma…– mormorò Michelle. –Lui… quell'uomo è davvero mio padre?
–Non chiamarlo così!– ringhiò la madre. Gettò a Ballantine un'occhiata di odio e furia velenosa. –Non merita questo nome! Non ha alcun diritto su di te! Ci ha abbandonate… mi ha abbandonata sola e senza un soldo, quando tu avevi solo pochi mesi! Non avresti mai dovuto conoscerlo!
–È tutto vero– annuì il ragazzo, allo sguardo interrogativo della cantante. –C'era anche questo… tra i rapporti dell'organizzazione. Tutti i certificati e le prove.
–Sono il primo ad ammetterlo– annuì Ballantine, con perfetta tranquillità. –Sono stato ingannato, mia cara Michelle. Privato della mia possibilità di conoscerti. E di crescerti. Per poi ritrovarti bella e famosa ora che sei grande… e scoprire allo stesso tempo che questo mostro di tua madre aveva intenzione di sacrificarti per i suoi scopi. Sacrificare una meraviglia come te. È lei che è senza cuore. Non ti merita. Dovevo assolutamente salvarti… e riprenderti.
–Già. Ha escogitato un suo piano… per confondere le acque e sventare quello di sua moglie. Lo scandalo avrebbe suscitato tumulti tra i fan per coprire le sue manovre… l'opinione pubblica si sarebbe divisa in fazioni. Le ragazze erano state ipnotizzate per impedire l'attentato, portar via Michelle e consegnargliela. Se qualcuna di loro si fosse anche presa il proiettile al posto suo, tanto meglio. Ironicamente, neanche lei sapeva che coloro che le avevano offerto alleanza… e le avevano fornito il materiale e i mezzi, dietro generoso pagamento… erano in realtà proprio i collaboratori di colei che voleva fermare.
–Siete stati veramente un disastro, uh, voi due?– commentò il rosso rivolto ai due tirapiedi impegnatissimi a masticarsi le mani. –Ancor più di quel che pensavate. Fortuna che il vostro pasticcio ha dato a noi la possibilità di agire.
–E vi abbiamo divisi… come speravamo… ognuno per conto suo, è stato molto più facile gestirvi.
–Non prendetevela troppo. Si vede che quel lavoro non vi si addiceva. Potrei assumervi io come camerieri… oppure no. Mi sa che fareste cadere tutti i piatti.
Madame Eva digrignò i denti. –Sono io quella che è stata ingannata! Ho sposato questo porco quand'ero molto giovane… mi aveva assicurato che mi avrebbe dato una mano a sfondare nel mondo dello spettacolo… invece, quando non avevo ancora finito di riprendermi dalla nascita di sua figlia, lui se n'è andato senza un avviso… senza una parola… e coi legali che ha assoldato è anche riuscito a trovare il modo di non versarmi un centesimo per tutti questi anni! Ecco perché non ci si può fidare degli uomini!
–Non mi avevi avvisato neanche tu che con la gravidanza saresti diventata un tale barile di lardo, mia cara. Non saresti mai potuta entrare nello spettacolo così, e infatti se non erro non ci sei mai riuscita. A parte che non hai mai avuto un briciolo di talento. Purtroppo me ne sono accorto solo dopo essermi accollato la tua compagnia. E non mi avevi detto neanche che la marmocchia sarebbe stata un tale rospo. Era decisamente bruttina da neonata. Non potevo ricavare niente da voi. E non potevo farmi vedere in giro con qualcuno del genere. Sarebbe stata un'offesa a me come artista e al mio senso estetico.– Lord Mitchell parlava con tono perfettamente educato e ragionevole, come se qualsiasi persona dotata di buon senso non potesse che essere d'accordo con lui. –Invece, dopo tanto tempo, mi imbatto per caso in una vostra pubblicità e cosa vedo? Il brutto anatroccolo si è trasformato in cigno… non mi avevi detto che sarebbe diventata così bella crescendo. Mi sono sentito defraudato. Evidentemente ha preso da me più che da te. Se l'avessi saputo, probabilmente avrei cambiato idea. Era più che adatta per stare al mio fianco, dopotutto… e perfetta per il film che avevo in mente. Solo io potevo valorizzare perfettamente il suo lato artistico.
–Sono stata io a farla diventare così!– urlò la donna. –Ho dovuto ripartire da zero senza un aiuto… senza neanche una conoscenza! Le ho fatto fare le ossa nei piccoli concorsi di periferia… al freddo, a volte senza mangiare per comprare le attrezzature… Le ho cucito i costumini a mano, le ho dovuto arricciare i capelli di persona perché non avevamo soldi! Ho cercato dovunque un finanziamento rovinandomi la salute, finché non ho avuto la fortuna di incontrare gente intelligente che cercava membri con un po' di testa! Ho rinunciato a me stessa per questo! Tutto per lei… per il suo sogno! E tu adesso arrivi bello tranquillo e cerchi di rubarmi il prodotto finito? Michelle non è tua! È MIA!
–La bellezza deve stare con la bellezza, carissima– replicò l'uomo ironico. –L'arte e gli affari sono mondi in cui cane mangia cane. Chi sa sfruttare meglio qualcosa… o ha il coraggio di prenderlo… lo merita legittimamente. Sono prontissimo a far scendere di nuovo in campo la mia schiera di legali per veder riconosciuto il mio diritto. Ma sono certo che la ragazza saprà valutare cosa è meglio per lei.– Rivolse a Michelle un sorriso mellifluo e bramoso. –Capirà da sola chi la ama di più… chi può fare di più per la sua carriera.
–Tu non ti sei mai interessato di lei né della sua carriera!
–Solo le cose belle meritano il mio interesse. Ed ora lei lo è. Del resto, tu te ne sei interessata talmente che l'avresti uccisa.
–Me ne sarebbe stata grata! Le ho dato io tutto quello che ha adesso! Io sono la sua fan numero uno!
Sembravano due cani che si contendono un osso. E la ragazza che faceva per loro la parte dell'osso li fissava con un terribile senso di vuoto dentro. L'orribile fondo della verità che fino a quel momento non aveva mai sospettato. Distolse lo sguardo.
La maggior parte dei presenti erano ammutoliti. I salvatori tacquero. Non toccava a loro parlare, in questo momento. E fu quello a cui toccava a farlo.
Gerry passò un braccio intorno alle spalle della sua fidanzata. Lei sussultò per un istante, quasi sorpresa dal gesto. –Io credo che entrambi… non siate più niente per Michelle. Entrambi avete perso qualsiasi diritto su di lei. E di certo lei non vi appartiene. Grazie al cielo, è maggiorenne. Appartiene soltanto a se stessa. E il fatto che la sua vita provenga da voi non la pregiudica. Se volesse abbandonare il palcoscenico dopo tutto questo, nessuno potrebbe biasimarla. Ma qualunque cosa decida di fare… restare o andarsene… sarà soltanto lei a deciderlo. E in ogni caso… io la appoggerò.
I due gli si rivoltarono contro all'unisono, con sguardi furiosi. –Come si permette lei! Chi è? Da dove viene? Se un novellino qualunque senza alcun titolo pensa di potersi intromettere tra me e…
–Michelle, tesoro! Non puoi farti abbindolare così! Questo furbastro vuole solo approfittarsi di te, dovresti saperlo! Pensa al tuo futuro
Ma Michelle era molto calma ora. –Il mio futuro o il tuo, mamma? O il vostro? Sì… capisco cosa avete dovuto trovare l'uno nell'altra. La mia fan numero uno, hai detto? Credo che sia vero.– Alzò gli occhi grati sul viso di Gerry. –Ma credo anche che d'ora in poi sarò io la mia fan numero uno. Per favore, signori poliziotti… sono molto stanca. Se non avete bisogno d'altro, potete portarli via.
Vennero scambiati degli assensi. Padre e madre vennero strattonati verso le auto in attesa fuori, insieme ai loro ansiosissimi complici. Entrambi sbalorditi, esterrefatti, come se fosse l'ultima cosa che si aspettavano. –Cosa?… Ferma, Michelle! Non puoi
–Sei una sciocca… non capisci a cosa stai rinunciando…
–Come farai senza di me? Chi si prenderà cura di te? Chi programmerà tutto?
–Pensaci bene! Sai quello che ti offro? Sai quanto potremmo fare insieme… e quanto potremmo volerci bene…
–Sei un'ingrata! L'ho sempre detto! Non meriti tutto quello che ho fatto! Dovrei esserci io… ci sarei sempre dovuta essere io al tuo posto!
–Sì, mamma– mormorò Michelle. –È la cosa più giusta che hai detto.
Ringrazio il cielo… di aver avuto accanto qualcuno che non vuole essere un mio fan. Che non vuole possedermi.
Trasse un profondo respiro e si guardò intorno nella stanza.
–Grazie a tutti– disse. –Io… non potrò mai ripagare quello che vi devo.
–Non lo dica, signorina Michelle. Anche lei ha aiutato noi. Forse addirittura di più. Grazie al suo coraggio, un grande male è stato finalmente sconfitto in modo definitivo.
La cantante sorrise. –Allora sono felice di essere stata utile. Adesso… credo di avere bisogno di un po' di tempo… per decidere cosa farò in futuro. Ma che continui a cantare oppure no… sono certa che mi piacerà sempre aiutare la gente.
Si rivolse al gruppetto delle sue sosia liberate, in disparte, scortate da alcuni altri agenti. Per fortuna a nessuna di loro era accaduto nulla di troppo grave. Le loro famiglie le stavano aspettando fuori, una volta che le visite mediche e psicologiche fossero finite per assicurarsi che il trattamento subito non avesse lasciato strascichi.
–Anche a voi… devo chiedere scusa… e devo anche ringraziarvi in fondo, non è vero? Anzi, vorrei ricompensarvi tutte… in qualsiasi modo… di quello che avete dovuto patire a causa mia.– Si sforzò di sorridere loro. –Abbiamo passato un brutto momento insieme. Questo ci accomuna in qualche modo… giusto? Sarete molto stanche anche voi. Andate pure a riposare.
Mormorando qualcosa, le ragazze iniziarono ad avviarsi verso l'uscita, voltandosi indietro ogni pochi passi. Tutte tranne una. Una delle più giovani… si era raggomitolata per terra, divincolandosi dalle braccia degli agenti che cercavano di sorreggerla, e piangeva forte con il viso premuto sulla manica a sbuffo del vestitino di seta. Forse quella che aveva detto di chiamarsi Lizzie. Pensando che tutto questo fosse stato troppo per lei, Michelle si avvicinò. –Ehi… coraggio… è finita. Vuoi che ti faccia portare qualcosa?
La ragazzina alzò gli occhi lacrimosi scuotendo con forza la testa. –Perdonaci… mi dispiace, Michelle… tutto questo… è solo colpa nostra
Michelle si chinò sulla sua sosia sconvolta. –Come?…
–Era… era un gioco… solo un bel gioco… noi non volevamo far male a nessuno. Non credevamo di far male a nessuno. Soprattutto a te… che sei sempre stata così… perfetta… chi mai avrebbe potuto farti del male?– Lizzie deglutì. Singhiozzò. –Mio padre se ne frega di me… mia madre lavora tutto il giorno… anche il mio fidanzato mi ha tradito e… non potevo parlarne con nessuno. Essere me fa schifo. Se avessi potuto essere te… se… se tu avessi potuto essere me… vivere la mia vita come vorrei viverla io… sarebbe stata una vendetta… mi avresti dato… un po' della tua forza… avresti potuto mandare Gerry al diavolo… cioè, il mio ragazzo… per me… sei così forte, tu, così bella… tanto più di me… non è giusto… ma a volte eri la sola cosa per cui valeva la pena vivere… il mio solo sfogo… io non pensavo… non pensavo…
Si accartocciò quasi su se stessa. –Invece… ti abbiamo fatto del male… ti ho fatto del male… sei quasi stata uccisa per colpa nostra… abbiamo dovuto fare quelle brutte cose per davvero… e adesso… tu ci odi… ce lo siamo… me lo sono meritato… tutto quanto… non odiarmi, Michelle… ti prego… io… io… preferirei morire!
Michelle era sbalordita. Ancora, per l'ennesima volta in pochi giorni, e dopo aver pensato che non sarebbe successo mai più. –Ma come… non capisci che…– mormorò, senza riuscire a trovare le parole per comunicare quel che provava. Si sentiva immensamente stanca… immensamente sollevata… immensamente sola… e immensamente, allo stesso tempo, saggia, vecchia, giovane, ignorante.
Non ci riuscivano… non riuscivano proprio a vederla come una persona normale…
Così forte. Così perfetta. Così divina… era così che tutte loro, tutti loro la consideravano. Quella che si può colpire perché tanto non resta ferita… tanto non fa parte del loro stesso mondo… il loro unico sfogo, il capro espiatorio delle loro sofferenze, l'eroina che avrebbero voluto al loro posto… per avere la forza di sopportare una vita sbagliata…
Perché avevano bisogno di mettere qualcuno su quel piedistallo… e lei era stata una degli sciocchi che si offrono di salirci. Senza sapere cosa significa realmente.
Cosa poteva dirle? Cosa poteva dire loro?…
–È difficile sentirsi umani– mormorò a bocca leggermente dura la sua sostituta, dietro di lei –quando si è diventati fiori.
La ragazzina, accasciata sul pavimento, completamente distrutta, piangeva sconsolatamente. –Mi dispiace… mi dispiace…
Michelle, ancora a metà incredula, si accovacciò pietosamente ad accarezzare i capelli della figuretta rannicchiata su se stessa. –Ho…– mormorò. Nella sua voce c'era una nota colpevole. –Ho… forse sbagliato tutto? Me la sono presa con loro perché mi sottraevano la vita… la mia immagine… ma se attraverso di me riuscivano ad affrontare le loro paure, ad esorcizzare i loro fantasmi… se anche fraintesa potevo comunque dar loro un po' di sollievo… allora forse non avrei dovuto…?
–Difficile dare una sola risposta.– L'albino scosse lentamente la testa, fissando la scena a braccia conserte. –Di certo oggi lei ha imparato ancora qualcosa di nuovo, signorina. Non sempre è tutto bianco o nero nella vita. Ma per me… questa adorazione, questo tipo di amore assoluto… è soltanto un'altra forma di dipendenza. Qualcosa che rende deboli, invece che forti. E che intrappola sia chi lo prova che il suo oggetto. Può darsi che tutti dobbiamo passarci attraverso, in una certa fase della crescita… ma restarvi impastoiati per sempre è contro natura. Non sbagliava neanche lei, a volersene liberare. Forse adesso saprà trovare il suo modo perché continuiate a crescere. Ed a capirvi. Lei e loro insieme.
La giovane cantante annuì, con le lacrime agli occhi, sotto lo sguardo protettivo del suo fidanzato.
–Ed ora… è il momento di cominciare a guarire. Per voi e… anche per altri.
La giovane coppia osservò i due folli genitori che si allontanavano, guardandosi l'un l'altro in cagnesco. L'altra giovane coppia imitò partecipe lo sguardo. –Tutti possono guarire da tutto– mormorò lei. –Tranne… chi si rifiuta di farlo.