CAPITOLO 2 – UN INCUBO CHIAMATO REALTA'

Non voleva aprire gli occhi. Non ancora.

Perché sapeva che lui era lì, nella stessa stanza.

L'aveva sentito entrare poco prima, e scambiare due parole con l'infermiera di turno. Una certa Milly…o Molly…o quel diavolo che era.

Una gatta morta – decretò subito dopo, visto il timbro improvvisamente sensuale ed allusivo della ragazza.

E poi, la sua voce. Più profonda di come la ricordava. Ma a parte questo, sempre la stessa.

Fredda e distaccata. Indifferente.

Ancora qualche parola, poi il rumore di una porta che veniva aperta e richiusa subito dopo. L'attimo successivo, lo scricchiolio di una sedia e l'inconfondibile suono della carta che veniva sfogliata.

Lui era ancora lì. Seduto a pochi metri da lei, intento a leggere il giornale.

L'ora delle visite stava per terminare – realizzò Hermione. Nel frattempo sarebbe rimasta immobile, coricata su un fianco, gli occhi chiusi e i muscoli distesi, fingendo di dormire tranquillamente. Non se la sentiva di affrontarlo, non ancora. Questo, lo sapeva, strideva con il suo carattere da perfetta ex-Grifondoro, ma non le importava un fico secco. Non si sentiva per niente pronta. E forse, non lo sarebbe mai stata.

Un po' per la situazione estremamente imbarazzante e un po' per il fatto che lui non era uno qualunque. Cosa avrebbe potuto dirgli? Ciao Malferret, come mai mi ritrovo sposata con te? Era assurdo anche solo pensarlo…

Meglio tacere. Indubbiamente.

Col passare dei minuti si sentì sempre più confusa, intontita. L'analgesico che la gatta morta – come l'aveva ormai soprannominata – le aveva rifilato, iniziava a fare effetto.

Percepì distrattamente il rumore di un giornale che veniva chiuso e posato sul ripiano. Non vi fece caso, non più di tanto. Le tenebre incombevano nuovamente su di lei, e come sempre, non aveva via di scampo. Mezzo secondo più tardi, dormiva profondamente, la mente imprigionata in un sonno senza colori.

Draco Malfoy ripiegò annoiato la Gazzetta del Profeta e l'appoggiò con noncuranza sul tavolino. Aveva un sacco di cose da fare, e invece era lì, a perdere tempo inutilmente. Per cosa poi?

Lei, sempre lei. La sua condanna e la sua rovina.

Gettò un'occhiata alla giovane donna che riposava nel letto lì vicino. Ora dormiva per davvero.

Solo uno stupido non si sarebbe accorto che fino a un attimo prima stava fingendo. E tutto si poteva dire di lui, tranne che fosse stupido.

Era bellissima, questo bisognava riconoscerglielo. Lo era sempre stata.

Tanto bella, quanto bugiarda.

Un moto di rabbia gli irrigidì i lineamenti altrimenti perfetti. Gli succedeva sempre, quando indugiava su quel pensiero. E nell'ultimo mese non era passato giorno in cui non l'avesse fatto.

Hermione si mosse nel sonno, e la luce della luna rischiarò il livido violaceo che le deturpava la tempia. Si era salvata per puro miracolo, gli avevano detto i medimaghi.

Chiunque altro al suo posto avrebbe ringraziato il cielo, il cuore in gola per lo spavento e la pressione alle stelle per la preoccupazione. Ma questo non era il suo caso.

Il suo cuore, se ancora esisteva, era del tutto inaridito. Merito di sua moglie.

Ad Hogwarts l'avevano soprannominato il Principe di Serpeverde. Doveva ammettere che quel nome gli calzava a pennello: scaltro, infido, egoista e calcolatore. Esattamente come i suoi compagni. Ma a differenza di loro, intoccabile.

Perché nessuno, ma proprio nessuno, possedeva quella regale indifferenza che lo caratterizzava. Quella muraglia fredda e impassibile dietro alla quale si celava un cuore di ghiaccio che – a detta di tutti - nessuno mai sarebbe stato in grado di sciogliere.

E invece, ironia della sorte, era stato un fantasma a compiere il miracolo. Perché quella persona, che era riuscito ad amare, in realtà non era mai esistita.

Era stato un duro colpo. Aveva ormai smesso di negarlo, almeno a sé stesso.

Chiunque al suo posto si sarebbe sentito perduto, annientato da una verità che faceva più male di una lama affilata che trapassava il cuore da parte a parte. Chiunque, eccetto lui.

Perché Draco Lucius Malfoy, era passato oltre. Raramente inciampava, poiché quasi mai permetteva agli altri di arrivargli così vicino, ma quando ciò accadeva, si rialzava sempre.

E andava avanti. Animato da un insano desiderio di vendetta.

Uno sguardo di ghiaccio si posò sull'esile figura che riposava nel letto, ignara di ciò che l'attendeva.

Comincia a pregare, Mezzosangue, perché quando avrò finito con te, saremo in due a non avere più un cuore…ti farò rimpiangere il giorno in cui hai osato prenderti gioco di me. E' una promessa…

Cosa diavolo ci faceva ancora lì?

Questo fu il primo pensiero coerente che Hermione formulò non appena sveglia. Era notte fonda, l'orario delle visite finito da un pezzo. Eppure l'erede di casa Malfoy non si era mosso di un millimetro, ancora seduto su quella stramaledetta sedia, a due metri da lei.

Raggi azzurrini penetravano nella stanza, riflettendosi sulle pareti in un ingannevole gioco di luci ed ombre.

Lanciò un'occhiata sfuggente nella sua direzione, curiosa. Gli occhi chiusi, il respiro regolare. Si era appisolato.

Sfruttando quel breve attimo concessole, lo osservò attentamente. Le gambe distese, leggermente incrociate. Forse un poco più lunghe. Le spalle scolpite, la vita sottile e le mani estremamente curate. Quasi un'ossessione la sua, se ben ricordava. Teneva i gomiti appoggiati ai braccioli della sedia e la testa leggermente reclinata all'indietro. Alcune ciocche di capelli sottili gli ricadevano scompostamente sulla fronte. Alla luce della luna potevano sembrare bianchi, ma Hermione sapeva essere di un biondo chiarissimo. Un tratto tipico di tutti i Malfoy.

Era stato un bel ragazzo, inutile negarlo. Il numero esorbitante di ragazze che all'epoca si sarebbero tagliate un braccio pur di essere degnate di uno sguardo ne era la prova.

Ma ora, se possibile, era diventato ancora più bello. Con gli anni aveva acquisito un fascino decisamente più…maturo. E gli donava, eccome se gli donava!

"Visto abbastanza" – frecciò una voce insolente – "O vuoi farmi anche una radiografia?"

Hermione alzò di un poco lo sguardo e incontrò due occhi argentei, cristallini.

Presa alla sprovvista, si sforzò di ribattere qualcosa, mentre un rossore esagerato le imporporava le guance – "Io…non ti stavo esaminando" – buttò lì, volgendo lo sguardo altrove.

"Bugiarda"

Hermione tornò a puntare le iridi dorate su di lui, sorpresa dalla voce dura e piena di rancore con cui le aveva sputato in faccia quella parola. Nemmeno tanto offensiva, a dire il vero. Soprattutto considerato che ad Hogwarts le aveva spesso rivolto insulti ben peggiori.

"E se anche fosse?" – lo provocò. Era sempre stato così, tra loro. Un botta e risposta fatto di frecciatine, insulti e sfide.

"Non sarebbe la prima volta" – soffiò lui, tranquillo, recuperando il suo sangue freddo e celando l'irritazione dietro a una maschera del tutto inespressiva.

La risposta la spiazzò del tutto. Che diavolo voleva dire?

"Non capisco" – fece sincera, dimenticandosi per un attimo con chi stava parlando.

"Me ne sbatto che tu capisca o meno" – fu l'educata risposta del biondino.

Odioso come al solito. Semplicemente insopportabile, così come allora. Hermione sentì la rabbia ribollirgli nelle vene, e la tensione accumulata durante quella giornata a dir poco assurda, giungere al culmine.

"Fottiti, Malfoy!" – sibilò di rimando.

Lui non si scompose. Anzi, la sua risposta parve stupirlo. Il che era alquanto strano, visto che ad Hogwarts insulti del genere erano all'ordine del giorno, tra loro due.

Un piccolo e inconfondibile ghigno sarcastico si dipinse sulle labbra del ragazzo. Erano anni che non lo vedeva – o così almeno le sembrava – ma certe cose, si disse, non si scordavano mai. Il ghigno di Draco Malfoy era una di queste.

"Quanto tempo…"

"Quanto tempo cosa?"

"Sembra passato un secolo dall'ultima volta che mi hai chiamato così" – si lasciò sfuggire lui pensieroso, maledicendosi subito dopo per aver tirato in ballo un passato di cui preferiva non parlare.

"Malfoy?" – domandò stupita.

"Precisamente" – replicò lui, conciso. Aveva fretta di gettarsi quell'argomento alle spalle, ma si sforzò di non darlo a vedere. Sua moglie si sarebbe sicuramente impuntata su quella stramaledetta faccenda, se solo avesse intuito che a lui dava fastidio.

Sua moglie. Era incredibile come la considerasse ancora tale, dopo ciò che lei gli aveva fatto.

Ma del resto non vi era stato alcun divorzio, alcuna separazione. Nulla.

E per quel che lo riguardava, mai ci sarebbe stato. Non tanto perché la cosa non si confaceva a un membro della nobilissima famiglia Malfoy, ma perché prima doveva pagare, a lungo. Poi, una volta ridotta a pezzi, sfinita, con nessun ricordo alle spalle a cui sorreggersi e nessuna speranza futura a cui appigliarsi, allora e solo allora l'avrebbe lasciata andare. O forse no, neanche allora.

Nel frattempo Hermione rifletteva su tutt'altro. Nessun pensiero particolarmente profondo, nessun piano di atroce vendetta. Meditava su cose banali, forse assurde, quasi scontate. Ma non per una persona che aveva perso tutti i ricordi degli ultimi dodici mesi.

Una pergamena immacolata. Così definiva il suo ultimo anno di vita.

Primo indizio: era sposata. Con lui, anche se la cosa aveva ancora dell'incredibile.

Secondo indizio: Da tempo, mesi o forse anni, non lo chiamava per cognome. E allora come lo chiamava? Draco? Suonava strano, ma non si poteva dire che la cosa non avesse senso, dato che erano marito e moglie.

Terzo indizio: Come lo chiamava di solito era l'ultimo dei suoi problemi, visto che Draco la detestava. E la cosa era fin troppo palese.

Questa manciata di considerazioni rappresentava l'intero bagaglio di conoscenze della nuova vita di Hermione Jane Granger. In Malfoy.

"Ci si vede, Mezzosangue"- L'atono saluto del giovane la distolse dai suoi pensieri. Draco si era alzato in piedi, e si era con calma rimesso la giacca.

Mezzosangue. Non Hermione. Ma del resto, se l'era aspettato.

"Te ne vai?" – domandò perplessa. Non ce lo voleva lì, così come non aveva gradito la sua presenza prima. Ma il fatto che se ne andasse così su due piedi la stupiva un poco.

"Ho ben altro da fare" – soffiò lui – "Di tempo, qui, ne ho già perso fin troppo"

Sapeva che le avrebbe risposto qualcosa di simile. Eppure quelle parole la ferirono ugualmente. Strano, si disse, credeva di essere immune alle sue malignità ormai da anni.

"Nessuno ti ha chiesto di venire!" – saltò su la ragazza, alterata.

"Purtroppo si. Altrimenti me ne sarei ben guardato dal farlo…"- frecciò Draco di rimando – "Ma come tu ben sai, voi medimaghi avete il potere di rompere i coglioni alla gente per ogni minima stronzata"

Malfoy non vedeva di buon occhio i medimaghi, altra cosa su cui riflettere. Quello che bisognava capire era se non li sopportava in generale, o se li detestava perché lei lo era.

"Dubito che ti abbiano costretto con la forza, potevi benissimo restartene dov'eri" – fu la pungente obiezione della mora.

"Che vuoi che ti dica, la curiosità ha avuto la meglio" – ghignò lui.

"La curiosità?" – ripeté Hermione, senza capire.

"Mi avevano detto che con tutta probabilità non ti saresti mai più risvegliata. Volevo vedere di persona se effettivamente ero stato così poco fortunato…" – la gelò, il tono sarcastico e uno sguardo più denso del piombo negli occhi.

Lo guardò stranita per un attimo, incapace di credere di aver sentito bene. Certo, lui era Draco Malfoy, il Principe dalla battutina facile e mordente. Ma nemmeno lui sarebbe mai arrivato a tanto.

O forse si.

Perché il ribrezzo mal celato in quelle iridi color ghiaccio non lasciava spazio ad alcun dubbio.

"Sei un bastardo!" – gli urlò dietro, i pugni stretti a tal punto che le unghie quasi le penetravano nella carne.

Lui nemmeno si voltò a guardarla, sparendo oltre la porta.

In effetti aveva mentito – si ritrovò a pensare Draco un minuto dopo, mentre avanzava lungo il corridoio – La fortuna gli aveva decisamente sorriso, perché, ora che si era svegliata, avrebbe potuto perpetuare la sua tanto agoniata vendetta.

Nel suo letto, Hermione si sforzava di trattenere lacrime di rabbia mista ad amarezza. Il suo mondo, quello vecchio, era svanito, e quello nuovo le era appena crollato addosso in mille pezzi. Chiuse gli occhi arrossati, pregando che Morfeo l'accogliesse alla svelta tra le sue braccia. Spalancando le porte ai sogni più meravigliosi e a quelli più terrificanti. Perché tanto nulla – ma proprio nulla – sarebbe potuto essere peggiore di quell'incubo che si chiamava realtà.