CAPITOLO 3 - CASA DOLCE CASA

Il pallido sole primaverile era già alto nel cielo quando Hermione si svegliò, la mattina del 13 aprile, stiracchiandosi pigramente tra le lenzuola aggrovigliate. Aprì gli occhi e, come il giorno precedente, la prima cosa che mise a fuoco furono le lunghe tende appese alla finestra.

Di una tonalità strana, quasi familiare.

Stavolta non si sorprese di questo pensiero. Le tende della sua stanza avevano quasi lo stesso colore degli occhi di Draco Malfoy.

Non uguale, quello era impossibile. Ma ci andavano molto vicino.

Le labbra della ragazza si curvarono in una smorfia, infastidita dal fatto che il biondino si fosse insinuato nel suo primo pensiero mattutino. Che bell'inizio di giornata! – mugugnò tra sé e sé.

Susan entrò poco dopo, sorridente e allegra come sempre. Tra le sue mani un vassoio stracolmo.

"Buongiorno signora Malfoy" – la salutò – "Le ho portato la colazione. E prima che mi dica che non la vuole, sappia che non uscirò di qui finché non avrà terminato anche l'ultimo boccone" – si affrettò ad aggiungere, vedendo l'espressione per nulla entusiasta della ragazza.

"Hermione" – la corresse l'ex-Grifondoro, mentre afferrava svogliatamente un croissant con confettura di zucca – "Preferirei che mi chiamasse Hermione" – ribadì seria.

"D'accordo"

"Posso chiamarla Susan?" – domandò l'istante dopo con un sorriso, temendo di essere stata troppo rude.

"Certamente!" – esclamò la bionda, ricambiando il sorriso.

Hermione avrebbe anche voluto proporle di darle del tu, ma sapeva bene quanto il direttivo del San Mungo fosse rigido sulla formalità nel rapporto medimago-paziente. Ciò nonostante era conscia del fatto che non avrebbe retto ancora molto se avessero continuato a chiamarla col nome di quello stramaledetto bastardo.

Quello stesso essere che solo la sera prima si era dichiarato dispiaciuto che lei non fosse passata a miglior vita. Bastardo! – ripeté mentalmente, mescolando il caffè con forza tale che per poco la tazzina non s'incrinò.

Aveva tuttavia bisogno di risposte – considerò. Non aveva la più pallida idea di cosa fosse successo – o non successo – in quegli ultimi dodici mesi. Ma sarebbe morta nell'ignoranza, piuttosto che chiedere a lui.

Tanto non le avrebbe comunque risposto.

Spostò le iridi dorate verso Susan, e la piccola targhetta che riluceva alla luce artificiale della stanza la illuminò. In tutti i sensi.

S.Canon. Era la sorella di Colin, no? Avrebbe sicuramente saputo dirle qualcosa di Ron, Harry e tutti gli altri. E da ciò che le aveva detto il giorno prima, sembrava conoscesse anche Malfoy, di fama.

Non che ci tenesse particolarmente a sapere della vita di Draco Malfoy. Ma purtroppo era necessario, se voleva capire come diavolo aveva fatto a ficcarsi in quella situazione.

"Susan?"

"Si?"

"Ecco… io mi chiedevo se potevo farle alcune domande. Sa, è tutto nuovo per me. Tutto così strano…" – tentò di spiegare.

La bionda annuì comprensiva.

"Voglio dire…da quando mi sono svegliata non faccio altro che chiedermi dei miei amici, cosa fanno, dove sono…per non parlare del mio matrimonio. Di quello non ho davvero alcun ricordo…."

Susan la guardò un poco perplessa – "Ieri sera non ero di turno, ma avrei giurato di aver sentito dire che suo marito è venuto a trovarla…"

Osservazione sensata – si ritrovò a pensare Hermione. Suo marito era andato a trovarla e non le aveva raccontato niente? Si certo, chi ci avrebbe creduto?

Ah no, una cosa l'aveva detta. Peccato che non sei morta.

Le parole non erano state esattamente quelle, ma il senso indubbiamente si.

"Si, ma vede…io stavo dormendo" – s'inventò di sana pianta – "Ero davvero molto stanca e sono letteralmente crollata. E Malf…ehm, Draco…beh, suppongo non abbia voluto svegliarmi" – incrociò le dita della mano che teneva affondata sotto le coperte, sperando di essere risultata convincente.

"Capisco" – rispose Susan – "Vediamo…da che parte posso iniziare?" – aggiunse pensosa, come se stesse riflettendo tra sé e sé.

"Harry e Ron sono ancora degli Auror, vero?" – domandò impaziente Hermione. Di domande ne aveva un'infinità, se era per quello. Avrebbe potuto far notte nel tentativo di colmare la sua curiosità.

No, non curiosità. Bisogno.

"Si, mi risulta di si. Per quanto siano un po' spariti di recente"

"Spariti?"

"Già. Dopo che Harry Potter ha ucciso Lei-Sa-Chi, pare che il Ministero abbia deciso di costituire una nuova squadra di Auror, composta da persone fidatissime che si occupano dei casi più rognosi e ingarbugliati. Harry Potter è spesso via, in missione. Non lo si vede molto, in giro. E con lui anche il suo amico, Ron Weasley" – spiegò la bionda, notando lo stupore dipingersi sul volto della ragazza seduta sul letto.

"Voldemort è morto?" – Hermione quasi non credeva alle proprie orecchie.

"Già. Otto mesi fa"

"La guerra è finita…" – sussurrò incredula. La voce le tremava al pensiero che quegli anni di buio, paura, attacchi e uccisioni fossero finalmente un lontano ricordo. Sorrise inevitabilmente a quest'ultima parola.

"Questa si che è una bella notizia!" – esclamò felice, mentre un senso di infinito sollievo la pervadeva. Ed era vero. La prima bella notizia da quando si era risvegliata.

Suzanne si rabbuiò un poco – "Non proprio" – sospirò triste – "Da quando il Signore Oscuro è stato sconfitto, la situazione è precipitata del tutto"

Hermione corrugò la fronte, un'occhiata interrogativa.

"Molti Mangiamorte sono stati catturati, processati e quindi spediti ad Azkaban. Purtroppo la maggior parte è riuscita a fuggire, radunandosi in piccoli gruppi separati. In lotta non solo con il Ministero, ma anche tra di loro. Come bande rivali. Pronte a scannarsi per ottenere la superiorità sulle altre ed eleggere il proprio capo a nuovo Signore Oscuro" – si fermò un attimo prima di proseguire – "Tutto questo ha avuto pesanti ripercussioni anche sul Ministero. Sembrerà assurdo, ma era più facile dare loro la caccia quando erano uniti, quando rispondevano tutti ad un unico superiore. Ora invece la cosa è più complicata: tracce e indizi che si intersecano e si sovrappongono gli uni sugli altri, senza spesso essere minimamente collegati. Da qui, la decisione di formare una nuova squadra. Autonoma, preparata, segreta. Pronta ad agire nel buio e nel silenzio, per riuscire anche dove i normali mezzi di cui si è avvalso il Ministero in questi anni si sono rivelati inutili"

Hermione ascoltava attentamente, registrando ogni singola parola. Conosceva Harry e conosceva Ron. Erano indubbiamente tra gli Auror più qualificati per un lavoro del genere. Solo una cosa la lasciava perplessa.

"Ha detto segreta" – rifletté ad alta voce – "Ma….se è davvero tale, come fa lei a conoscerne tutti i particolari?"

"Giusta osservazione. Me l'avevano detto, che era una piuttosto sveglia" – asserì la bionda divertita – "Comunque, per rispondere alla sua domanda…è presto detto. Colin"

"Colin?" – le fece il verso Hermione, continuando a non capire – "Da quel che ricordo, è diventato il fotografo di punta della Gazzetta del Profeta"

"Lo era" – spiegò Suzanne – "Ma un fotografo nella squadra si è rivelato decisamente utile per fornire prove schiaccianti, che potessero inchiodare gli imputati senza che riuscissero a sfuggire alla giustizia, sfruttando qualche remoto cavillo burocratico"

"Colin è diventato un Auror?" – chiese Hermione sbalordita.

"Già" – confermò tranquilla Suzanne – "Anche se lui preferisce definirsi un fotografo a servizio della giustizia" – terminò ridacchiando.

"E io invece? Sa qualcosa riguardo a me?" – cambiò discorso Hermione, conscia che la ragazza non avrebbe potuto trattenersi ancora al lungo.

"Lei…beh, che è una medimaga l'ha detto lei stessa. Io posso solo aggiungere che è considerata la migliore, qui al San Mungo. E che per questo motivo da qualche mese è stata messa a capo di tutto il reparto. In un certo senso, è un paradosso averla qui come paziente" – rispose, leggermente imbarazzata.

Aveva avuto la tanto agoniata promozione. Hermione stentava a crederci. Da mesi e mesi inseguiva quella posizione! Ce l'aveva fatta. Quanto l'aveva desiderato!

Una sottile nota di tristezza offuscò quell'improvvisa gioia. Si era spesso immaginata la scena, fin nei minimi dettagli, fantasticando ad occhi aperti.

Una giornata memorabile, ne era stata certa.

Una giornata che invece si era rivelata non avere forme, e colori, e luci, e suoni. Niente.

Sospirò rassegnata, e si preparò ad affrontare l'ultimo argomento, quello più spinoso di tutti.

"Ieri ha detto che anche se non avesse sentito parlare direttamente di me, avrebbe capito chi ero per via di mio marito" – esordì, incapace di celare una nota di sarcasmo sull'ultima parola – "Che intendeva dire?"

"Il Signor Malfoy è un famoso alchimista" – rivelò la biondina – "Il migliore della Gran Bretagna, a detta di molti suoi colleghi"

"Oh" – fu tutto quello che riuscì a dire Hermione.

Alchimista. In effetti ricordava come avesse faticato per essere la prima della classe anche in Pozioni. Malfoy prendeva spesso voti belli quanto i suoi. Aveva sempre pensato che fosse così perché era il pupillo di Piton, ma a quanto pare si era sbagliata.

Strano – si disse – il Principino viziato che si dedica a qualcosa di utile, invece di vivere di rendita come il resto della sua famiglia. Chi l'avrebbe mai detto?

"Per quanto riguarda invece il suo matrimonio" – stava dicendo intanto Suzanne – "Purtroppo non c'è molto che io possa dirle. Ricordo soltanto che è avvenuto a settembre. Verso la fine,mi pare. La Gazzetta del Profeta ne ha fatto un gran parlare"

Fine settembre. Era sposata da poco meno di sette mesi.

Voldemort era già morto quando lei era diventata la signora Malfoy.

"Un evento sensazionale, davvero. Quasi quanto la fuga di Lucius Malfoy" – continuò la bionda, prima di accorgersi di aver toccato un argomento piuttosto delicato. Ma ormai era troppo tardi. Hermione la stava già fissando con una muta domanda nelle iridi ambrate.

"Hanno sempre sospettato di lui, ma quando un annetto fa il Ministero è riuscito a ottenere le prove della sua colpevolezza, si è dato alla fuga. Volatilizzato nel nulla" – concluse enfatizzando le ultime parole con un gesto della mano.

Lucius Malfoy era un Mangiamorte. In fondo l'aveva capito da anni, ma scoprire che non vi era più alcun dubbio al riguardo le ghiacciava il sangue nelle vene.

E Malferret lo era?

Non poteva escluderlo, vero, ma un semplice fatto la induceva a ritenere che fosse assolutamente impossibile.

Lei non avrebbe mai sposato un Mangiamorte. Mai. Nemmeno sotto imperius!

Suzanne gettò un'occhiata all'orologio - "Ora devo andare. Lei stia tranquilla e cerchi di riposare un poco" – si raccomandò. Hermione annuì distrattamente.

"Coraggio, non si demoralizzi. Mi è stato riferito che se gli ultimi esami risulteranno soddisfacenti, nel pomeriggio verrà dimessa" – proseguì la ragazza, ignara della bomba che aveva appena sganciato – "Immagino che non veda l'ora di tornare a casa" – la voce piacevolmente gentile, tipica di chi pensa di aver appena dato una lieta notizia.

"Casa?" – ripeté interdetta.

"Si. Malfoy Manor" – E detto questo la salutò, sempre con il sorriso sulle labbra.

Hermione inorridì al solo pensiero.

Casa sua era un'altra. Una graziosa villetta a due piani in un quartiere piuttosto tranquillo di Londra. La porta rosso scuro così come le persiane, il giardino ben curato. Con un'altalena per bambini in un angolo.

Ci si era seduta spesso, da bambina. Ore e ore passate a dondolarsi leggermente, un immenso libro aperto sulle ginocchia. D'estate, d'inverno, con la pioggia, sotto il sole.

Quando ancora non sapeva che esistesse Hogwarts. Quando la magia era solo nelle fiabe che sua madre le raccontava la sera, prima che si addormentasse.

Da tre anni era tornata ad abitare in quella villetta. Dopo che i suoi genitori erano morti durante un attacco, uccisi senza pietà da un gruppo di Mangiamorte.

Tentò di scacciare il ricordo di quella straziante giornata, ma questo filtrò ugualmente. Nemmeno un briciolo di compassione per il suo cuore martoriato. Rimpianti e sogni infranti che rotolavano giù, sulla sua guancia, in una calda lacrima.

Sorrise amaramente. L'unica cosa che voleva veramente dimenticare era più che mai vivida nella sua mente.

Il pavimento era lustro, quasi riflettente. Non un granello di polvere, non una briciola. Impeccabile.

Così come le tovaglie di lino drappeggiate sui tavolini di legno intarsiato. Immacolate e lisce, senza la minima piega. Tutto in quell'enorme sala sembrava perfetto. Curato in maniera quasi ossessiva.

Non ci si poteva aspettare altro dal bar più antico e lussuoso della città.

Una donna estremamente attraente, i capelli castani raccolti sulla nuca in un'elaborata acconciatura, fece il suo ingresso seguita da una scia di pregiato profumo francese. Il ticchettio dei tacchi vertiginosi si mescolò ai piccoli passi affrettati del cagnolino che portava a guinzaglio. Piegò le labbra perfettamente disegnate dal rossetto, mentre un cameriere le faceva strada verso l'ultimo tavolino rimasto libero.

Come tutti i giorni, il bar londinese era decisamente affollato. Tre persone sedevano in un angolo tranquillo. Apparentemente, tre comunissimi babbani.

Due giovani uomini, una conversazione stringata, frasi brevi intercalate a lunghi silenzi. E un bambino.

Di dieci anni. Forse undici.

Lancelot Rudiger Deveraux.

Un bambino tutt'altro che comune. Non solo per via del nome che portava o per l'insolito colore dei suoi occhi vivaci. Due iridi violette, che in età adulta avrebbero fatto strage di cuori femminili.

Si stava guardando attorno, annoiato.

Osservò pigramente il barista servire i caffè sul bancone. Dita agili e sicure, di chi faceva quel lavoro da una vita. Una coppia di anziani che usciva dal bar dopo aver saldato il conto.

Di nuovo il rumore di una porta che si apriva, ma stavolta il suono che ne seguì fu molto diverso. Non il tipico tintinnio metallico, palesemente artificiale. Ma uno più armonioso, sorprendentemente piacevole.

Alzò gli occhi d'ametista, scrutando affascinato l'antico campanello di ottone appeso in cima alla porta. L'odore del tabacco giunse improvviso alle sue narici.

L'intera sala era pervasa da una densa nuvola di fumo che risaliva lento lungo le pareti, distorcendo il motivo floreale della carta da parati. Sul tavolo accanto, i resti di quella che doveva essere stata una colazione. Una tazzina di porcellana in coordinato con il piattino sottostante e la teiera dai bordi dorati. Accanto, un vassoietto cosparso di briciole, probabilmente tutto ciò che rimaneva di un croissant.

Il ragazzino riportò l'attenzione sull'uomo appena entrato. Il cappotto lungo, dal taglio strano. Nero, quanto l'imponente cappello a cilindro che portava sulla testa. Nero, quanto il bastone lucido ed elegante che precedeva ogni suo passo.

Lo sconosciuto si volse nella sua direzione, trapassandolo con lo sguardo. Poi sorrise, o così sembrò. Difficile intravedere le labbra, sepolte sotto una cospicua barba immacolata e sormontate da due baffi lunghi, che si protendevano verso le guance terminando in un ricciolo curioso.

Seguì lo sguardo dell'uomo, girandosi un poco per poter vedere dietro le sue spalle. A pochi passi da lui, una donna sedeva composta. Il lungo abito di un azzurro vivace, pieno di fronzoli e arricciature, faceva risaltare gli occhi color acquamarina. Registrò il colletto dell'abito sorprendentemente alto, stretto in maniera quasi soffocante, la vita sottile, l'ampia gonna che scendeva morbida fino a sfiorare i tasselli di legno del pavimento, tirati a lucido come uno specchio.

Sorrise amichevolmente all'uomo appena entrato, una piccola mano coperta da un guanto di pizzo bianco leggermente alzata, in segno di saluto.

"Lance, che stai fissando?" – la voce familiare di suo cugino lo fece voltare di scatto. Guardò il giovane dagli occhi blu cobalto e i capelli scuri come l'ala di un corvo. Identici ai suoi.

"Niente"

"Sicuro, piccola peste?" – Ora era stato il biondo seduto alla sua destra a parlare.

Risentito per quel nomignolo, rivolse un sorriso affabile al giovane - Ma certo, zio" – rispose soave.

Due occhi argentei lampeggiarono minacciosamente.

"Non ricominciate" – insorse il moro, esasperato.

"Sta calmo, Blaise, se ti agiti così un giorno o l'altro ti prenderà un infarto" – replicò divertito il biondo, un ghigno che gli distorceva le labbra sottili.

"Non male" – rincarò il ragazzino – "Così erediterei anche l'intero patrimonio della famiglia Zabini"

"Anche?" – soffiò acido il cugino – "Mi risulta che al momento tutti i tuoi fondi siano nelle mani del tuo tutore, caro mio. Sai, potrei sempre decidere di sperperare un po' dell'immensa fortuna dei Deveraux"

"Non ne saresti capace"

"Mi stai forse mettendo alla prova?"

"No, sto solo dicendo che non è da te buttare soldi al vento" – ragionò, prima di tornare a guardare il biondino – "Quello è più lo stile Malfoy" – concluse angelico, guadagnandosi l'ennesima occhiata tagliente della giornata.

Blaise scoppiò a ridere – "In effetti hai ragione"

"Ti ci metti anche tu adesso?"

"Oh via, Draco, vuoi forse negare di esserti fatto compare una scopa nuova all'inizio di ogni stagione di Quidditch? O forse devo ricordarti le innumerevoli paia di scarpe mai usate che occupavano anche la mia metà dell'armadio? Per non parlare degli abiti che tua madre sfoggiava ad ogni ricevimento. Quelli si che costavano un occhio della testa. Soldi sprecati, per un pezzo di stoffa messo una sola volta" – elencò tranquillo Zabini – "Fortuna che poi hai sposato una donna saggia e assennata come Hermione…"

Si accorse con orrore di ciò che stava dicendo. Provò a mordersi la lingua ma era ormai troppo tardi. Le parole che aleggiavano sulle sue labbra erano già scivolate fuori, senza freni.

Un lampo sinistro attraverso gli occhi improvvisamente gelidi di Draco Malfoy.

"Scusa" – disse subito dopo.

I lineamenti dell'ex cercatore Serpeverde continuavano a restare tesi, irrigiti. Un silenzio innaturale scese su di loro, interrotto solo dal mormorio della gente seduta ai tavoli, il rumore delle tazzine di porcellana a contatto con piatti e cucchiaini, e il suono secco del piede di Lance, che picchiettava costantemente sul pavimento.

Dopo quella che parve un'eternità, Draco diede finalmente aprì bocca.

"Torna oggi" – disse conciso.

Blaise lo guardò sorpreso – "Oggi? Così presto?"

Il biondo annuì, portandosi una sigaretta alle labbra, fregandosene altamente del divieto di fumo evidenziato a lettere cubitali sul cartello affisso alla parete.

"Cosa pensi di fare?"

"Cosa cazzo vuoi che faccia? Ufficialmente è ancora mia moglie. Non posso mica sbatterla fuori casa" – sibilò torvo. Ma la sua risposta non era del tutto esatta – dovette ammettere tra sé e sé. Uno come lui non si sarebbe fatto molti problemi a metterla alla porta. E questo Blaise lo sapeva, glielo poteva leggere negli occhi. Ma la verità era che lui non voleva lasciarla andare. Non l'avrebbe passata liscia – si ripromise per l'ennesima volta nell'arco dell'ultimo mese.

"Forse potresti tentare di risolvere la situaz…"

Blaise non fece in tempo a concludere la frase.

"Non c'è proprio niente da risolvere" – affermò il biondo deciso, digrignando i denti tanto da tagliare quasi la sigaretta – "Niente"

C'è solo una vendetta, in sospeso tra me e lei. Solo quella.

Ma questo preferì non dirlo.

Blaise era uno dei pochi a sapere che Hermione lo aveva lasciato. Solo lui, e Ian, un loro amico.

Nessun altro. O quasi.

Ah già, c'era anche Lance. Quella piccola peste aveva due Orecchie Oblunghe al posto di quelle di un essere umano.

Ma non sapevano tutto, ed era meglio così. Solo che se n'era andata, una sera come un'altra. Senza una parola.

Lasciando dietro di sé solo un misero biglietto. Due righe stringate, nessuna spiegazione.

O meglio, nessuna reale spiegazione. Perché lui aveva presto scoperto tutto. E la portata di quella rivelazione lo aveva quasi annientato.

Ma quella, era una questione tra lui e la Mezzosangue.

Alzò la mano, richiamando il cameriere. Chiese il conto e pagò, lasciando una generosa mancia sul tavolo.

I tre si avviarono verso l'uscita, ma giunto sulla soglia, un curioso quadro appeso al muro immacolato catturò l'attenzione del ragazzino.

Una foto circondata da una cornice anticata. Un'immagine in bianco e nero, datata. L'angolo in basso a sinistra leggermente logorato. Ritraeva l'interno del bar, come era una volta. Tre piccoli particolari saltarono all'occhio del giovane Deveraux: il piccolo campanello agganciato in cima alla porta, la carta da parati con quegli orribili fiorellini stilizzati e lo strambo abbigliamento di un uomo seduto al tavolo. Teneva tra le labbra un sigaro. Il fumo si levava denso e bianco, creando curiosi giochi di forme che si dissolvevano poco sopra il cappello a cilindro.

"Lance, ti muovi?" – protestò la voce spazientita di Blaise Zabini.

"Arrivo!" – Distolse lo sguardo e si affrettò a raggiungere i due uomini fuori dal locale.

Nell'estremità inferiore della fotografia, celata dalla spessa cornice, vi era una scritta a mano ormai sbiadita.

Una data.

16 Marzo 1897.

I vestiti ripiegati con cura all'interno delle due voluminose valigie, i documenti per le dimissioni già firmati. Un ultimo saluto a Susan e al resto del personale. Tutto era pronto.

Tutto…tranne lei.

Ovviamente Malfoy non si era degnato di andarla a prendere di persona, limitandosi a mandarle una carrozza. Meglio così – si disse Hermione.

Gli esami a cui era stata sottoposta quella mattina avevano avuto esito positivo. L'unico problema era non potersi smaterializzare. Era troppo debole, le avevano detto i medimaghi. E lei sapeva che avevano pienamente ragione. Ma la cosa si sarebbe risolta nel giro di qualche giorno.

Tutt'altro discorso quello della sua memoria. Sarebbe potuta tornare all'improvviso, il giorno seguente. O dopo un mese, o un anno.

O mai.

L'ultima ipotesi le mozzò il fiato in gola. Non poteva accettare l'idea che non sarebbe mai più tornata in possesso dei suoi ricordi.

La carrozza arrivò con impeccabile puntualità alle quindici esatte. Un cenno di saluto allo sconosciuto seduto a cassetta, che scese repentinamente, prodigandosi in un ossequioso inchino.

"Signora Malfoy" – Aprì lo sportello scuro, invitandola ad accomodarsi.

Il simbolo dei Malfoy che spiccava argenteo sul legno nero laccato.

Si sedette distrattamente, appoggiandosi stancamente allo schienale rivestito di velluto. Non fece caso al panorama che scorreva al di fuori del finestrino. Al contrario, accostò le tende spesse. Chiuse gli occhi, cercando di rilassarsi. Di estraniarsi da quella situazione tanto assurda e inconcepibile.

Forse si addormentò, o forse semplicemente il viaggio non fu lungo quanto aveva immaginato.

Perché ad un certo punto la carrozza di fermò, facendole capire che erano giunti a destinazione.

Casa dolce casa – pensò con ironia, mentre si preparava ad affrontare un luogo a lei sicuramente ostile. Ed il suo proprietario, che lo era ancora di più.