CAPITOLO 5 – VECCHIE E NUOVE FERITE

Cinque fiale di vetro colorato. Una per ogni antidoto.

Ancora un paio e il campionario sarebbe stato completo.

Lavorava senza sosta ormai da quattro ore. Ian, Blaise e Lance se ne erano andati prima di cena.

La mente concentrata su gesti ormai abituali. Controllando e ricontrollando il colore del liquido che bolliva nel calderone. Misurando più e più volte il successivo ingrediente da aggiungere.

Preoccupazioni inutili, era tutto perfetto. Come sempre.

Ma qualsiasi cosa era buona per tenere la mente occupata. Per non indulgere in certi pensieri.

Pensieri con occhi dorati e soffici boccoli castani.

Già.

Iridi false e ingannevoli come uno specchietto per le allodole.

Non per una a caso, bensì una preda precisa.

Bionda, con gli occhi grigi. E che ci era cascata in pieno.

Il rumore dei piccoli frammenti di vetro che rimbalzavano sul pavimento di pietra lo costrinse ad abbassare lo sguardo sulla sua mano insanguinata, dove fino all'attimo prima teneva una fialetta vuota.

La rabbia era tanta, troppa.

Forte e incontrollabile come il giorno in cui se n'era andata.

Aveva cenato da sola, nell'immenso salone. Un tavolo stretto e lungo come quelli presenti nella Sala Grande di Hogwarts. Ma a differenza di quelli, era stato apparecchiato solo per due persone.

A capotavola. Così distanti che avrebbero fatto prima a mandarsi un gufo, per comunicare.

Ma quello non era stato un problema, dato che Malfoy non si era nemmeno degnato di presentarsi.

Hermione aveva consumato la sua cena silenziosamente, e sempre silenziosamente se ne stava ora sdraiata sul letto, con addosso ancora i vestiti stropicciati.

Gli occhi chiusi, le lunghe ciglia scure che tremavano leggermente.

Aveva voglia di piangere, di scaricare la tensione.

Ma non lo avrebbe fatto.

Lei era una Grifondoro. Un'orgogliosa e fiera Grifondoro.

E quell'assurda situazione l'aveva già demoralizzata fin troppo.

Era venuto il momento di reagire.

Fece una doccia veloce e si infilò sotto le coperte. A partire dal mattino successivo avrebbe messo sotto torchio Malfoy. Voleva sapere tutto, tutto quanto.

E non si sarebbe arresa fino a quando anche l'ultima delle sue domande non avesse trovato risposta. A costo di tormentarlo.

Nulla l'avrebbe fermata.

Né il suo modo di fare altezzoso e terribilmente scostante, né le sue frecciatine sarcastiche.

Questi, i suoi ultimi pensieri, prima di affondare la testa riccioluta nel morbido guanciale di piume.

Il grande orologio a pendolo dell'ingresso suonò le due e mezza. I tetri rintocchi riecheggiarono nei corridoi bui e silenziosi del maniero, avvolto nel manto scuro della notte.

Solo una luce era accesa, anche se nessuno se ne sarebbe mai accorto, dall'esterno.

Giù, nei sotterranei, qualcuno trafficava da ore con fiale e pozioni.

Gli occhi un poco adombrati per la stanchezza, ma la mente più lucida che mai.

E una comprensibile voglia di lanciare un Cruciatus al piccolo rettile che si dimenava come un ossesso sul piano da lavoro.

Imprecando a voce alta, Draco cercò di agguantare nuovamente la Lacertilia spinosa che aveva davanti. Per l'ennesima volta.

Odiava quell'animale. Dio, se lo odiava.

Ma il suo sangue era un elemento indispensabile per l'ultimo antidoto.

La lucertola si mosse fulminea, e le spine appuntite che portava sulla coda cozzarono violentemente contro il braccio sinistro del giovane.

Una forte sensazione di bruciore, poi di nuovo un improperio.

Il piccolo rettile riuscì a liberarsi dalla sua presa, balzando su una mensola. L'attimo seguente fiale e ampolle di cristallo – fortunatamente vuote – s'infrangevano sul pavimento, mentre la lucertola continuava la sua folle corsa verso la salvezza.

Una corsa a cui uno schianteismo pose fine.

Draco Malfoy, la bacchetta salda nella mano destra, osservava seccato l'animale che giaceva a terra, tramortito.

"Vaffanculo" – sibilò, mentre i frammenti di vetro scricchiolavano ad ogni suo passo.

Si tastò leggermente il braccio, laddove una chiazza rossa si allargava sulla camicia immacolata.

Poi, la mano sporca del suo purissimo sangue, si accese una sigaretta.

Appoggiò stancamente la schiena al muro, chiudendo gli occhi.

"Per Merlino, ma che sta succedendo qui?"

Draco alzò la testa lentamente, le lunghe ciocche dorate che gli spiovevano sulla fronte, scomposte.

In piedi, sulla soglia del suo laboratorio, Hermione fissava la scena perplessa. Il fiato corto e affannato, come se avesse appena fatto una corsa.

Addosso, una vestaglia azzurra, al di sotto della quale faceva capolino l'orlo ricamato della camicia da notte.

Draco le lanciò un'occhiata di traverso.

"Niente" – soffiò, espirando una boccata di fumo che si dissolse nella stanza in lente e impalpabili figure bianche – "Tu, piuttosto, cosa diavolo ci fai qui?"

Hermione ignorò volutamente il tono seccato del biondino, scoccandogli un'occhiata ovvia – "A dire il vero stavo cercando di dormire. Cosa abbastanza difficile visto il casino che stai facendo…"

Per tutta risposta lui scrollò le spalle, infastidito.

"Che c'è" – rincarò la giovane, una palese nota di ironia nella voce – "Una pozione malriuscita ti ha portato a disfare l'intero laboratorio per la frustrazione?"

Draco non rispose, ma gettò un'occhiata significativa nell'angolo della stanza, dove una lucertola in fin di vita si contorceva sotto gli ultimi spasimi.

Gli occhi dorati di Hermione si posarono prima sul rettile, poi sulla manica imbrattata di sangue dell'ex Serpeverde – "Ma tu sei ferito!" – esclamò, muovendo istintivamente un passo verso di lui. Allungò una mano per toccarlo, dimenticandosi per un attimo di trovarsi faccia a faccia proprio con lui, Draco Malfoy.

Il biondino fece uno scatto all'indietro, come se le dita di lei fossero fuoco sulla sua pelle – "Non mi toccare!" – sibilò duro.

Hermione lo fissò basita – "Perché?"

Si riferiva a ben altro, e lui lo sapeva bene.

Come sempre, lasciò cadere la domanda nel vuoto.

"Cosa ti ha spinto a sposare una Mezzosangue?" – insistette lei – "Mi disprezzavi allora, ed è evidente che non è cambiato nulla…" – la voce ferma, sicura.

Ancora nessuna risposta.

"Io ti detesto, tu mi odi. Che senso ha tutto questo? Ti hanno per caso costretto? Eri sotto Imperius?" – buttò lì, esasperata.

Almeno! – fu il commento che balenò nella mente di Draco.

Avrebbe fatto meno male, se avesse potuto dare la colpa a qualcun altro.

E invece no, aveva fatto tutto da solo.

Silenzio.

Sempre e solo quella risposta.

Muto e impenetrabile silenzio.

Hermione scosse la testa, guardandolo storto. La mossa successiva era già scritta, in teoria.

Fare dietrofront e mettere più distanza possibile tra lei e quell'essere insopportabile.

Ma così facendo non avrebbe ottenuto nulla, salvo forse fare il suo gioco.

Le iridi ambrate si posarono nuovamente sul braccio ferito di lui.

Era fin troppo dedita alla sua professione, dovette ammettere. Anche fuori dagli orari di lavoro.

Questa volta però, mentre sollevava la mano verso la camicia sempre più insanguinata, Draco non si ritrasse.

Si limitò a fissarla, gelidamente – "Ti ho detto di lasciarmi stare"

"Ti stai dissanguando" – ribatté Hermione.

"Sono in grado di prepararmi una pozione" – fu la secca risposta.

La giovane non batté ciglio – "E' una Lacertilia spinosa. Sai benissimo che non funzionerebbe" – lo rimbeccò – "Solo dei comunissimi punti babbani ti impediranno di sanguinare come un maiale sgozzato"

Draco fece una smorfia a quel paragone infelice, ma lei non ci badò.

Ovviamente quando era di turno al San Mungo non si lasciava andare a uscite del genere. Sul lavoro era impeccabile, così come lo era stata la studentessa che per sette anni aveva frequentato Hogwarts.

Ma ora era a casa. Con Malferret.

E non meritava certo di essere trattato coi guanti.

Lo sguardo concentrato, tastò leggermente la stoffa bagnata. Lui non proferì parola.

Hermione allargò lo strappo nella camicia, osservando da vicino il taglio sul braccio, poco sotto la spalla.

Non era molto lungo – rifletté – e apparentemente nemmeno troppo profondo. Ma sapeva che non avrebbe cessato di sanguinare.

Richiamò a sé ago, filo e bende dalla borsa in camera sua, poi gettò un'occhiata al caos che regnava tutt'intorno.

"Hai del firewhiskey? O qualcos'altro di forte, mi serve per disinfettare la ferita"

Draco mosse un passo verso il piano da lavoro, appoggiandosi ad esso. Con la mano destra aprì un cassetto e ne estrasse una bottiglia.

Il tappo volò via, e il biondo trangugiò due lunghi sorsi, prima che la bottiglia gli venisse bruscamente strappata di mano.

"Avrai tempo per ubriacarti dopo. Puoi anche scolarti un'intera cantina, per quel che mi interessa. Ma non ora, questa mi serve"

L'attimo dopo, il liquido ambrato scorreva sulla pelle diafana del biondino, lavandola dal sangue e disinfettando la ferita.

Draco si irrigidì, ma dalle sue labbra non uscì nemmeno un soffio.

Bruciava. Dio, se bruciava.

Ma non era il whiskey.

Era lei. Il suo tocco leggero, il suo dannatissimo profumo.

Tutto in lei bruciava. Come le fiamme dell'inferno.

E gli avrebbero incenerito l'anima e il cuore, se non l'avessero già fatto tempo prima.

Quasi non sentì la punta dell'ago che si infilava sotto la pelle. Né la tensione dei lembi di carne che venivano riavvicinati. Avrebbe potuto davvero scolarsi l'intera e fornitissima cantina di casa Malfoy, e il risultato non sarebbe stato minimamente paragonabile.

Perché nulla può distrarre meglio dal dolore che il ricordo di una sofferenza più grande.

Hermione intanto lavorava sulla pelle del biondino con dita agili e sicure. Era rimasta per un attimo inebetita, dopo che il liquore aveva pulito il braccio di Draco. Perché lavato via il sangue, una vecchia cicatrice, quasi parallela al taglio fresco, era tornata a spiccare sotto la luce artificiale del laboratorio.

Una sottile linea bianca, quasi invisibile sulla pelle candida di lui.

Ma non per un occhio esperto e abituato come il suo.

Apparentemente, niente di più che una vecchia ferita. In realtà, la prova schiacciante che tutto quello che le avevano detto era vero. E che Draco Lucius Malfoy era effettivamente tornato nella sua vita, durante quei dodici mesi svaniti nel nulla.

Un autore riconoscerebbe un suo scritto ovunque, anche a distanza di anni. Anche se distorto da una grafia diversa o inserito in un contesto differente.

E per un medimago era più o meno la stessa cosa.

Quella cicatrice non era fresca, ma nemmeno così vecchia come si poteva pensare.

Aveva meno di un anno. E di questo Hermione – purtroppo – ne era più che certa.

Perché la mano che l'aveva cucita rendendola solo una pallida linea scarsamente visibile a occhio nudo, era stata la sua.

Punti piccoli, precisi. Nessun sbavatura. Un lavoro perfetto.

Suo.

E l'avrebbe riconosciuto tra mille.

Nuove domande affollarono la mente dell'ex-Grifondoro.

Che gli era successo?

Era arrivato come paziente al San Mungo quando lei era di turno?

Oppure erano già sposati? Fidanzati?

Diavolo, erano già tornati a rivolgersi la parola o non si vedevano dai tempi della scuola?

Il sangue, rosso e vivo, stava riprendendo a fuoriuscire dal taglio.

Hermione scosse la testa, conscia che quello non era il momento per farsi nuove paranoie.

Armata di ago e filo, prese a suturare la ferita. Lui non si mosse, ma lei poteva sentire i muscoli del braccio tendersi, sotto le sue dita.

Messo anche l'ultimo punto, si chinò a tagliare il filo con i denti.

Quegli stessi denti bianchi – ora perfetti – che lui aveva tanto preso in giro anni prima, affibbiandole il crudele soprannome di "Zannuta".

Nel fare questo, un lungo ricciolo castano scivolò inavvertitamente in avanti, sfiorando per un istante la guancia di Draco. Lei nemmeno se ne accorse, ma per lui fu troppo.

Dannatamente troppo.

Chiuse gli occhi, mentre lei si rialzava.

"Hai finito? Qui non c'è nessuno da impressionare" – soffiò acido.

"Non stavo cercando di impressionare proprio nessuno. Non ne ho bisogno, so quanto valgo." – berciò Hermione, la voce piena di sarcasmo – "Ho semplicemente fatto il mio lavoro"

"Nessuno te l'ha chiesto, mi pare"

"No, vero. Ma un medimago ha il dovere di prestare soccorso, indipendentemente da chi sia la persona in questione" – affermò, per fargli capire che non l'aveva fatto per un qualche misterioso riguardo nei suoi confronti. Posto che era probabilmente l'ultima cosa che lui avrebbe voluto.

"Strano" – fu l'inaspettato commento di Draco.

"Cosa?" – la domanda le sorse spontanea, ma il tono era volutamente neutro, distaccato.

"Che la pensi così"

"Perché?"

"Non direi che la cosa che ti riesce meglio sia curare le ferite, Mezzosangue"- frecciò gelido, trapassandola con un'occhiata tagliente.

"E quale sarebbe?" – sbottò spazientita.

"Infliggerle"

Lo sguardo smarrito di lei valeva più di mille parole.

Non aveva capito il significato di quello che le aveva appena detto, così come sembrava non aver colto l'amarezza con cui aveva pronunciato quell'ultima parola.

Era confusa.

Era quello che si meritava.

Una piccola, piccolissima parte di quello che si meritava. E che avrebbe avuto.

"Che intendi dire?"

La benda ancora nelle mani, lo guardava corrucciata.

Lei voleva sapere. A tutti i costi.

E mai le avrebbe dato quella soddisfazione. Era lui ad avere il coltello dalla parte del manico, ora.

Per questo rispose nell'unico modo che avrebbe reso quei dodici mesi d'oblio eterni.

Col silenzio.

Puro, semplice, agghiacciante silenzio.

Rimasero a fissarsi a lungo. Lei scrutava le iridi argentate di lui, come a volervi leggere ciò che le taceva a parole. Draco invece si compiaceva di riuscire a reggere il suo sguardo senza perdervisi dentro.

Aveva indubbiamente dei begl'occhi, la Mezzosangue. Luminosi e profondi.

Ma non lo abbagliavano. Non lo abbagliavano più.

Aveva imparato la lezione.

E aveva pagato. Tanto. Per essersi fidato di quelle iridi dorate.

Piene di promesse…e di falsità.

Il sospiro rassegnato di Hermione lo riportò al presente – "Solleva un poco il braccio" – una nota stanca nella voce, come se tutto a un tratto non vedesse l'ora di tornarsene a letto – "Devo bendartelo, o i punti si riapriranno"

Draco l'accontentò, non senza una smorfia sprezzante. Hermione applicò con cura la garza, poi, per impedire che la manica lacera e insanguinata sporcasse la fasciatura, decise di toglierla del tutto. Slacciò il polsino e finì di strappare il tessuto a livello della spalla, riuscendo così a sfilargliela.

Gli occhi si posarono un'ultima volta sul braccio di Draco.

E se non svenne per l'orrore fu tanto.

Il Marchio Nero.

Spiccava lucido, quasi minaccioso, su quella pelle diafana umida di sangue e whiskey.

Un gemito strozzato le salì alla gola, mentre osservava quel simbolo di morte con occhi sbarrati.

"Sorpresa, Mezzosangue?" – il tono ironico, un ghigno sulle labbra e una fredda risata.

Come ghiacciare il sangue nelle vene.

Hermione avrebbe dato chissà cosa per poter distogliere lo sguardo, per avere davanti agli occhi qualsiasi altra immagine, eccetto quella. Ma non ci riusciva. Restava lì, ferma, a fissare quel segno scuro che anni prima aveva imparato a disprezzare, a odiare.

"Sei un Mangiamorte" – Non era una domanda, né una richiesta di conferma. La verità era lì, tatuata sul braccio di lui. Innegabile.

Draco non rispose. Mosse appena il braccio incriminato, e lei fece istintivamente un passo indietro – "Paura?" – frecciò sarcastico – "Non morde, sai?"

Finalmente lei lo guardò dritto negli occhi. Uno sguardo carico di disprezzo, rabbia e forse anche di delusione – "No, fa di peggio" – sibilò tetra.

Lui rise, una risata secca, priva di divertimento. Chissà che faccia avrebbe fatto, se le avesse detto che fino a un mese prima l'aveva accarezzato e baciato proprio lì, sul Marchio che il Signore Oscuro gli aveva impresso a fuoco.

Indelebilmente.

Sicuramente avrebbe negato, dandogli del bugiardo. Sarebbe rabbrividita di disgusto al solo pensiero. Ma mai sarebbe stata più vicina alla verità.

Perché lui le ricordava, quelle labbra soffici e vellutate. Mentre scorrevano leggere sulla sua pelle, cancellando l'amarezza del passato. O così almeno aveva creduto.

Lo faceva quasi ridere il pensiero che alla fin fine, il Marchio era stato indubbiamente più sincero.

Una promessa nera, un futuro di morte. Un cielo eternamente rosso, macchiato di sangue.

Possibile che fosse arrivato a stimare di più Voldemort di sua moglie?

La vita non cessava mai di stupirlo.

Così era stato un anno prima, e così era anche adesso.

Ma ora era arrivato il suo turno, di stupire. A costo di fare un patto col diavolo.

L'avrebbe lasciata senza parole, eccome se l'avrebbe fatto. Ma non solo.

Senza parole, e senza risposte.

Solo confusione. E disprezzo e umiliazioni.

E qualsiasi altra cosa gli fosse passata per la testa. Non si sarebbe risparmiato.

Sollevò lo sguardo su di lei e vide che si stava guardando le mani. Piccole e perfette.

E sporche di sangue.

"Non rischi di infettarti, Mezzosangue. Quello è oro, oro rosso" – il tono altezzoso, lo stesso che aveva usato per anni rinfacciandole le sue origini.

"Non ce lo voglio il tuo sangue puro, addosso a me. Il sangue di un Mangiamorte" – fu l'acida risposta.

Draco ghignò, ignorando l'ultimo commento – "Hai detto bene. Puro." – gettò un'occhiata eloquente alla figura di lei prima di continuare – "Ed è l'unica cosa pura che vedo"

Verità. Nient'altro che la verità.

Lei era tutt'altro che pura. Sia nel corpo, che nell'anima.

Ma lui era responsabile solo di una delle due.

Prese la sigaretta che aveva appoggiato sul tavolo, ormai ridotta a un mozzicone. La fece evanescere e se ne accese un'altra.

Era stanco. Forse per tutte le ore passate a lavorare sugli antidoti o forse per via del sangue perso.

Si rese conto di non avere più voglia di giocare al gatto e al topo. Voleva restare solo.

Tanto avrebbe avuto il giorno dopo, per continuare la sua vendetta. E quello successivo. E quello dopo ancora.

Per sempre, se l'avesse voluto.

"Vattene" – ordinò secco, solo per il gusto di comandarla a bacchetta.

Scorse un lampo d'ira negli occhi di Hermione. Che si trovasse davanti a un Mangiamorte o meno, restava sempre una Grifondoro. Pateticamente fiera e irriducibilmente orgogliosa.

"Me ne vado" – affermò, senza abbassare lo sguardo – "Perché la tua sola presenza mi da il voltastomaco. Ma non accetterò mai ordini da te. Mai!" – E dopo avergli sputato in faccia queste parole si allontanò, lasciando che la porta sbattesse pesantemente alle sue spalle.

"Staremo a vedere" – ghignò il biondo, rimasto solo nel laboratorio.

Un Mangiamorte.

Malfoy era un Mangiamorte.

Ed era suo marito.

La cosa aveva semplicemente dell'assurdo.

Come era possibile che tutto ciò in cui aveva sempre creduto fosse stato stravolto in così poco tempo?

Era diventata medimaga, ma per un certo tempo era stata indecisa se seguire quella strada o intraprendere la carriera di Auror. Le sarebbe piaciuto, lavorare a fianco a Ron e Harry.

Un Auror mancato che aveva sposato un seguace del Signore Oscuro.

Che dire, un'ottima barzelletta.

Si rigirò per l'ennesima volta nel letto. Le mani infilate sotto il cuscino, anziché appoggiate alla guancia, come era solita fare.

Le aveva lavate più e più volte, ma sentiva ancora addosso il sangue caldo di lui.

Anche chiudendo gli occhi, le sembrava di rivederle.

Mani rosse, macchiate di sangue.

E lui, del sangue di chi si era macchiato? Quali vittime avevano tinto di scarlatto le sue nobili dita?

Auror? Donne?

Bambini?

Un nodo alla gola le impedì quasi di respirare, a quel pensiero. S'impose di rilassarsi, dirottando la mente su altre immagini. Ricordi, i suoi preziosi ricordi.

Lei, Ron ed Harry. E i meravigliosi anni che avevano trascorso insieme, ad Hogwarts.

Aveva così tanta voglia di rivederli…

La cruda realtà della recente scoperta la colpì come uno schiaffo. Ron ed Harry erano Auror, e lei aveva sposato un Mangiamorte.

Come stavano le cose tra loro?

Ma soprattutto…c'era ancora un "loro"?

Quella era una cosa sulla quale aveva sempre creduto di non poter avere il minimo dubbio.

Si sa, ognuno ha le sue piccole certezze, nella vita.

Per Hermione Granger, era l'amicizia che la legava ai due ragazzi.

Ma ora non c'era più nulla di certo, di sicuro. Nemmeno quello.

Odiavano Malfoy?

Quasi sicuramente. L'avevano odiato per anni. E a maggior ragione ora che era diventato un Mangiamorte.

Ma era un'altra, la domanda che più la spaventava. Che quasi non riusciva a formulare nemmeno nella sua mente. Figurarsi ad alta voce…

Odiavano anche lei?

Un brivido le corse lungo la schiena al solo pensiero.

Avrebbe consegnato Malferret con le sue stesse mani, se solo glielo avessero chiesto. Possibile che invece avesse davvero preferito lui ai suoi amici, ai suoi sogni, a tutto ciò in cui aveva sempre creduto?

Il silenzio della sua stanza si ruppe nel rumore di passi che si avvicinavano, lenti e costanti. La sua inconfondibile camminata regale, elegante ma decisa. Una porta che veniva aperta e subito dopo richiusa. Altri passi, stavolta più attutiti, nella camera di fronte alla sua. La stanza di Malfoy?

Probabile.

Probabilissimo.

Ma non aveva alcuna voglia di andare a controllare. Ne aveva abbastanza, per quella sera.

Di lui, di quella nuova e sconcertante realtà.

Di tutto.

Voleva solo dormire. Dormire e dimenticare.

Si, dimenticare.

Se non poteva ricordare il passato, tanto valeva scordare anche il presente.

Gli occhi chiusi, si sforzò di non pensare a niente. Voleva che Morfeo l'accogliesse così, tra le sue braccia. Il buio vuoto e inconsistente, attorno a lei.

Draco Malfoy non si levò nemmeno le scarpe, prima di lasciarsi cadere sul letto. Quello che restava della sua camicia era ammucchiato sul prezioso tappeto persiano, a un passo dal comodino.

Se fosse stato più lucido, più presente, avrebbe colto quel lieve odore che aleggiava sempre in quella camera. Tipico delle stanze inutilizzate da tempo. Da anni, forse.

Ma non ci badò.

Era un altro, l'odore che avrebbe voluto scacciare. E non sentire mai più.

L'odore di lei. Il profumo della sua pelle.

Un'essenza che stordiva la mente, che irretiva i sensi.

Sul cuscino, sulle coperte. Nell'aria.

Dappertutto.

Una fragranza quasi intossicante, che non lasciava scampo.

Perché infondo lei era proprio questo. Intossicante.

Come un veleno.

Ti entrava nel sangue e diventava la tua condanna. Per sempre.

Un'illusione.

Maledettamente credibile, maledettamente perfetta.

Tanto che ti sentivi quasi fortunato, ad averla.

A poterle donare il tuo cuore, il tuo tempo, il tuo amore.

La tua vita.

C'era da ridere. C'era da ridere davvero.

Ma lui non aveva riso affatto, un mese prima.

Quando di colpo aveva capito tutto.

E si era sentito tradito, solo, umiliato.

Svuotato.

La rabbia lo pervase, e in uno scatto d'ira lanciò il cuscino contro la parete.

Rabbia pura, incontenibile.

Per averla voluta lì, per non averla voluta altrove.

Fissò con occhi cupi il guanciale a terra, quasi deluso che non fosse qualcosa di più prezioso, di più pesante.

Per poter sentire il rumore di un oggetto che andava in frantumi. Quello stesso suono che era riecheggiato nelle sue orecchie, tempo prima. Quando lei lo aveva lasciato.

Si rigirò teso, tra le lenzuola di seta e inavvertitamente sfiorò il braccio bendato.

Una punta di dolore, poco più che un fastidio.

E lei. Di nuovo lei.

Dio, gli sembrava di impazzire!

Quella storia non era finita. Non era finita per niente.

Si era sforzato di credere il contrario, ma era inutile mentire ancora.

D'accordo, non era finita.

Ma lo sarebbe stata presto.

Avrebbe messo la parola "fine" a tutto quanto. E avrebbe pareggiato i conti.

A costo di uscirne ancora più stravolto, ancora più annientato.

Perché, stavolta, non sarebbe stato il solo.