5– Davanti al mare

Quel giorno, più degli altri, soffrivo di solitudine.
Riku era lontano. Mettere su famiglia non è facile di questi tempi e noi non nuotiamo nell'oro, quindi aveva dovuto accettare un lavoro all'estero. I miei non avevano voluto più vedermi dopo che ero scappata di casa per sposare uno spiantato… ugualmente le mie amiche… ci eravamo trasferiti solo dalla parte opposta della città, era stato solo un cambio di quartiere, ma per me era come se tutto il mondo si fosse intromesso tra me e la mia vecchia vita.
Quello che avevo scoperto era che essere soli è dura… lavorare per costruirsi una nuova vita è dura… imparare a fare una miriade di cose nuove è duro e non è per niente rapido… e che se ti fermi a piangere nessuno ti coccola o ti toglie il lavoro di mano come quando eri piccola. Hai pianto, ti sei sfogata, okay, di nuovo al lavoro. È normale, in fondo. Non avrei dovuto lamentarmi. Avevo promesso a Riku che sarei stata forte. Per questo era riuscito a partire a cuor leggero pur sapendo di lasciarmi senza aiuto. Ma mi ero conosciuta meno forte e coraggiosa di quello che io stessa credevo. Non avevo nessuno con cui parlare. Non sapevo letteralmente dove mettere le mani, per tante cose. Mi sentivo stupida, goffa… e anche infantile per le volte che avrei voluto solo lamentarmi o scappare via. Era un po' come essere in gabbia.
Non sarei mai voluta davvero tornare indietro, no! Avevo scelto di seguire Riku lasciando una famiglia ricca, e non me me pentivo. Ma era come sentirsi contemporaneamente una bambina che non riesce a diventare adulta e un'adulta stanca di essere trattata come una bambina. Neanche le piccole cose belle di ogni giorno riuscivano più a farmi sorridere. Avevo bisogno di pensare.
Così quel pomeriggio avevo lasciato tutto ed ero venuta a sedermi sul molo. Non sapevo neanch'io bene il perché. Forse avevo bisogno di guardare nella direzione in cui sapevo che si trovava Riku. Chissà se lui aveva le stesse difficoltà là dov'era andato? Al telefono era laconico, diceva soltanto sempre «Tutto bene». Certo, per non farmi preoccupare. Però lui non era molto bravo ad esprimere i suoi sentimenti. E in fondo non stava molto a soffrire per le cose sbagliate. Si faceva coraggio, si gettava tutto dietro le spalle e andava avanti. E si aspettava probabilmente che facessi così anch'io.
Del resto, per me la cosa non era molto diversa. Anch'io preferivo dirgli che tutto andava bene e nient'altro. Non volevo che mi giudicasse una viziata incapace figlia di papà… come in realtà purtroppo ero. Mi dispiaceva di non essere alla sua altezza. Lui si era sempre mantenuto da solo. Un giorno, prima o poi… avrebbe capito che ero troppo diversa da lui. Cos'avrebbe fatto allora? Si sarebbe pentito di avermi sposata?
E poi, proprio quel giorno avevo scoperto una cosa che non sapevo proprio se dirgli o come dirgli. Ero incinta.
Un figlio proprio adesso… normalmente avrei gioito, ma in quelle condizioni non facevo che preoccuparmi. Non avevamo abbastanza soldi per mantenerci lavorando in due, come avremmo fatto con un'altra bocca da sfamare? Riku sarebbe stato contento? Oppure mi avrebbe dato la colpa di accollargli nuove responsabilità? Ma soprattutto… io che non avevo mai badato a nessuno, che non ero capace di badare a nessuno, neanche a me stessa… che razza di madre sarei stata? Ero quasi certa che avrei fatto soffrire quella creatura…
O forse era tutto nella mia testa. Mi sembrava di sentire la voce di Riku canzonarmi dolcemente: «Minaho, fai sempre di una mosca un elefante».
Sì, lo so. Ma le mosche mi fanno paura. Gli elefanti anche, Riku. E nessuno può scacciarli per me come una volta.
Buffo cosa succede dentro di te quando stai male, stai male davvero. Soffrivo di non avere nessuno con cui sfogarmi. Ma se in quel momento mi si fosse avvicinato qualcuno, chiunque, per parlare del più e del meno, credo che gli avrei dato addosso. Perfino se si fosse trattato di mia madre che voleva far pace, le avrei ringhiato «Cosa vuoi, brutta vecchia?».
Quando quell'uomo si avvicinò ebbi un sussulto di paura. Mi avevano sempre avvertito di stare alla larga dal porto perché ci lavorano dei brutti ceffi, e quello… beh… aveva una stazza mai vista. Doveva essere straniero. Per un attimo pensai che avrei pagato il mio capriccio di voler andare in un posto del genere da sola… vidi i fotogrammi di un sacco di fini atroci e tutti che si radunavano sulla mia bara con aria di sufficienza dicendo «Se l'è cercata».
Ma lui non fece niente. Non disse niente. Si limitò a sedersi non lontano da me, col peso del suo corpo massiccio che incurvava le assi del molo. Ricordo forse perfino di avergli lanciato uno sguardo astioso, quando mi fu un po' passata la paura. Non volevo nessuno con cui parlare. Non volevo fare amicizie. E di certo non volevo nessuno che mi facesse la predica.
Ma non mi guardava nemmeno. Sembrava immerso nei suoi pensieri, con lo sguardo fisso lontano. In realtà, forse quando mi aveva visto era stato perfino un po' stupito di trovarmi lì. Quello doveva essere un suo posto abituale dove venire a riflettere. Magari l'avevo invaso. Magari ne era stato contrariato. O forse aveva pensato da subito che non gli dava fastidio dividerlo con me. Con un'altra persona che voleva solo starsene lì senza l'obbligo di parlare con nessuno.
So di essere egoista… egoista da far schifo… so di non essere affatto umile e di non avere la necessaria pazienza per imparare… so di pensare solo a me stessa… in questo momento, per quanto Riku possa faticare a sua volta, me ne vergogno ma vorrei semplicemente averlo qui ad ascoltarmi e a pensare soltanto a me! Ma so bene che non è possibile… e che lo deprimerei soltanto… so che le mie lagne devono essere una gran noia da ascoltare per chiunque. Se il mio bambino mi sta ascoltando adesso, magari anche lui sarà già stufo. Però… non è giusto! Non è affatto, giusto, ecco!
Lui gettò un sassolino in acqua. Rimbalzò parecchie volte prima di affondare. Non so neanche io quante.
Riku è un uomo buono. Non se ne possono trovare di migliori. Ma a volte mi chiedo se mi capisca davvero. Certo, sa i sacrifici che mi ha chiesto. Non è stupido. Sa anche che mi sono costati. Eppure… si rende conto esattamente di quanto mi costi? Ha fatto di tutto per insegnarmi a vivere nel suo mondo, ma la sua stessa premura mi fa sentire inadeguata… inferiore a lui. Lui forse non lo immagina perché se fosse al mio posto gli sembrerebbe un'assurdità… questi pensieri cattivi una persona buona come lui non li concepisce. Quando avevo vestiti eleganti, belle scarpe, una pettinatura alla moda, vedevo l'ammirazione nei suoi occhi ogni volta che mi guardava. Anch'io lo ammiravo per il suo carattere, per la sua buona volontà. Non potrei mai amare una persona che non stimo. Ma ora che mi ha vista così scialba, così imbranata… mi ammirerà ancora? E se non mi ammira più, non smetterà di amarmi? Alla fine, che cosa c'è di tanto degno in me perché qualcuno debba scegliermi… a parte le mie capacità? E quelle non sono un gran che. Cerco di migliorare, ma più vado avanti e più strada mi sembra di avere ancora da fare. Sono cosciente dei miei difetti… e se lo sono io, quanto lo sarà di più lui? Non dice nulla… o quasi… ma cosa pensa? A dire il vero, qualche volta temo che sia andato oltreoceano proprio per non vedermi più.
Le mie radici sono da un'altra parte… le mie foglie, temo che stiano appassendo… chi sono io? Che ne sarà di me?
Quel tipo continuava ostinatamente a tacere. A dire il vero, ormai cominciavo a trovare la cosa un po' irritante. Mi stava ignorando? Non si chiedeva cosa ci facevo lì? D'altra parte, però… dovevo ammettere di essergliene grata. Forse anche lui si sentiva fuori posto in questo paese? Magari non parlava la nostra lingua, e per questo stava zitto. Avrei voluto parlargli per prima, ma alla sola idea mi vergognavo terribilmente.
Se questa fosse una di quelle storie che si vedono in televisione, dovrei buttar fuori tutto quello che mi opprime e tornarmene a casa rinfrancata. Ma non succederà così… e anche se succedesse, so che durerebbe solo pochi attimi. Quindi cosa mi aspetto? Anche se questo sconosciuto fosse gentile con me, cosa otterrei se non un sollievo momentaneo?
Riku… quanto sono ancora lontana dall'immagine che tu vorresti avere di me? Quanta strada devo ancora fare per raggiungerla? Quanto manca? Me lo dirai mai? E mi dirai quando sarò arrivata e potrò smettere di avere paura?
E quanto sono ancora lontana da me stessa?
Se non avessi difetti, mi ameresti nonostante i miei difetti? E se invece non riuscissi mai a correggerli, resteresti con me nonostante tutto?
Sentivo freddo.
Dove sto andando?
Cosa voglio veramente?
In quel momento il mio vicino di posto attirò la mia attenzione. Non con parole: continuava a non dire assolutamente nulla. Alzò un braccio lentamente, indicando un punto verso l'orizzonte.
E là, tra il cielo e il mare, tra il lontano e il vicino, c'era un gabbiano che disegnava evoluzioni sull'acqua, illuminato da un raggio di sole che aveva aperto le nubi in quel momento.
Volava in cerchi lenti e veloci, apriva larghe le ali per poi stringerle in picchiata, sfiorava la spuma con la punta dell'ala per poi risalire in alto. Quel giorno il vento era forte, ma le correnti non sembravano impaurirlo. Le sfruttava semplicemente per arrivare dove desiderava, mentre puntava la preda.
Era bellissimo.
E non mi venne in mente che mi somigliasse o dovesse somigliarmi, o che fosse la fine dei miei problemi, o che le mie paure non contassero niente di fronte a un simile spettacolo… no, niente del genere. Mentre restavo incantata a guardarlo, per tanto, tanto tempo, pensai una cosa sola.
Katsuya…(1)
Chiamerò il mio bambino Katsuya.
Mi sentii incredibilmente più leggera in quel momento. Non volevo neanche pensare al piccolo che avevo in grembo, fino a pochi attimi prima. Ed ora, chissà perché… ero sicura che sarebbe stato un maschio.
Non ho più rivisto quell'uomo. Non ho mai avuto modo di dirgli quanto gli fossi grata per quel giorno, per il suo silenzio, per quel gesto. E ovviamente, da allora la mia vita è andata avanti più o meno alla stessa maniera. Non molto è cambiato.
Ma il mio bambino è nato.
E l'abbiamo chiamato Katsuya.

(1) «Guerriero Vittorioso».