[Storia originariamente pubblicata in forma cartacea a cura dello Star Trek Italian Club, che ha graziosamente concesso il permesso di pubblicazione in forma digitale. La copertina è di Chiara Falchini.]

Capitolo V

Intanto, all'interno del ponte ologrammi, o della dimensione in cui erano inavvertitamente scivolati, i quattro avventurieri non riuscivano a capacitarsi di quant'era accaduto. Riker si sedette, un po' indebolito dal dolore alla spalla, e Viviana aggrottò la fronte.

"Deanna", disse lentamente, avvicinandosi alla betazoide, "se Will è stato veramente ferito, non può essere che tu possa veramente guarirlo con la tua magia?"

Deanna la guardò come se fosse impazzita, poi guardò Riker che si teneva il braccio.

"Beh, l'impossibile è già successo - il ferimento di Will, voglio dire", ragionò, più tra sé che rivolta all'altra donna, "A questo punto, perché no?"

Si avvicinò all'amico, si concentrò un momento, poi gli posò la mano sulla spalla ferita, facendolo sussultare involontariamente.

"Fermo, Will", gli disse in tono rassicurante, poi mormorò una parola e tracciò un geroglifico sulla ferita, sfiorandola con dita leggere. Riker assunse di colpo un'espressione sbalordita:

"Ehi, il dolore è sparito!"

Sfasciarono la spalla e scoprirono che la ferita era scomparsa senza lasciare nemmeno l'ombra di una cicatrice, come se la pugnalata non fosse mai stata inferta.

Viviana aveva gli occhi fuori dalle orbite.

"Esattamente come previsto dal gioco!", ansimò, "Quando il mago usa il suo potere taumaturgico su personaggi non giocanti - beninteso, dato che il programma non ammette ferite o malattie dei personaggi giocanti - non rimane traccia alcuna, non c'è convalescenza, né debolezza residua."

Data arrivò immediatamente alla logica conclusione:

"A quanto pare, la fantasia è diventata realtà in tutto e per tutto."

I quattro si fissarono; Deanna si sentiva inquieta come poche altre volte in vita sua, ed a Riker e Viviana non andava diversamente.

"Significa che siamo intrappolati in questo mondo immaginario?", domandò il consigliere a bassa voce. Viviana si guardò attorno, preoccupata.

"Già", confermò in tono lugubre, "ed il brutto è che non è più solo immaginario."

"Eppure ci dev'essere un modo di uscire!", sbottò Riker, "Se solo riuscissimo a capire che cos'è successo... Qualche idea, Data?"

"Non ancora, signore", rispose l'androide, "Non ho un tricorder per esaminare l'ambiente, né ho finora rilevato indizi che ci possano essere utili. Tranne...", inclinò la testa di lato, come faceva quando compiva un salto d'immaginazione, cosa che era contraria alla sua programmazione originale prettamente deduttiva, "Qualche microsecondo prima che fossimo assaliti, ho notato una minuscola fluttuazione quantica negli atomi che compongono gli ologrammi, come se... fossimo passati attraverso uno strappo spaziotemporale. Tuttavia, i miei sensori interni non rilevano differenziazioni dimensionali, né di spazio, né di tempo. In sostanza, ciò mi porta a concludere che siamo sempre a bordo dell'Enterprise, ma in una sorta di bolla di realtà diversa da quella normale dalla quale siamo partiti. Noi non riusciamo più ad accedere alla nostra realtà, e probabilmente coloro che sono rimasti là non riescono ad accedere a questa."

Rimasero tutti in silenzio alcuni momenti; nessuno sapeva cosa dire, anzi, addirittura che cosa pensare.

"Mi domando", disse Deanna ad un certo punto, "se tutto questo è oggettivamente reale, o se lo è solo soggettivamente", vedendo che gli altri non capivano, cercò di spiegarsi, "Se stiamo vivendo una realtà oggettiva, la ferita di Will, anche se non più visibile, avrà lasciato perlomeno una microlesione a livello cellulare rilevabile da un tricorder medico."

"Vuol dire come quella volta che gli Harada usarono un raggio sensore per analizzarci e misero inavvertitamente fuori uso le protezioni del ponte ologrammi?", volle sapere Data, "Quella volta, il capitano Picard, la dottoressa Crusher ed io non potemmo far nulla per impedire che il tenente Waylan fosse seriamente ferito da un'arma da fuoco, e la ferita era reale anche fuori del ponte ologrammi."

"Esatto", confermò Deanna, "Ma se stiamo vivendo una realtà soggettiva, ci siamo soltanto immaginati la ferita, il sangue, il dolore e la successiva guarigione. In parole povere, il programma è troppo perfetto."

"Nessuna delle mie modifiche poteva arrivare a tanto", replicò Viviana, sicura del fatto suo, "Il computer dell'Enterprise è uno dei più sofisticati della Federazione, ma in fatto di applicazioni ludiche è mille volte meno potente di quello su Dreamworld, sul quale ho effettuato tutti i collaudi preliminari. I risultati che ho ottenuto non hanno mai fatto neppure sospettare la possibilità che la finzione potesse diventare soggettivamente reale come la realtà."

"Normalmente i collaudi preliminari vengono effettuati singolarmente", osservò Riker, "È stato così anche in questo caso?", al cenno affermativo dell'amica, proseguì, "Forse allora è la somma delle singole modifiche che ha prodotto questa situazione."

Viviana scosse il capo con ostinazione:

"È matematicamente impossibile, Will. So quello che ho fatto."

"Quello che hai fatto tu, certamente", concordò il primo ufficiale, "Ma quello che ha messo il computer di suo?", lei lo guardò senza capire, "Una volta, Geordi ha chiesto al computer di ispirarsi a tutta la letteratura sul personaggio di Sir Conan Doyle, Sherlock Holmes, per creare un personaggio in grado di sconfiggere Data. Non gli ha posto limitazione alcuna, e come risultato l'ologramma del dottor Moriarty, il nemico numero uno di Holmes, è diventato autocosciente, al punto che un paio d'anni dopo, deciso ad uscire dal mondo olografico, è riuscito ad impadronirsi dei comandi dell'Enterprise ed a rapire il capitano Picard e Data per costringerci ad aiutarlo. Siamo riusciti a sconfiggerlo solo usando un'altra illusione olografica", fece una pausa, "Quello che voglio sapere, Viviana, è se hai dato al computer libertà d'azione senza limiti precisi, creando una situazione in qualche modo simile a quella con Moriarty."

Viviana aprì bocca per protestare energicamente, poi la richiuse, impallidendo.

"Ho ordinato al computer di riprodurre la realtà il più fedelmente possibile", rispose con un filo di voce, "usando come parametro di riferimento la tradizione fantasy. Non... gli ho posto limiti. Ma", aggiunse, animandosi, "non riesco a pensare a niente che pregiudichi il funzionamento del sottoprogramma di protezione."

"Allora le protezioni sono ancora in funzione", concluse Data, "Solo che noi non ce ne rendiamo conto: il computer, che ha ordine di riprodurre la realtà con la massima precisione possibile, riproduce anche le conseguenze fisiche di incidenti, come ferite, contusioni, fratture ed altro, nonché il relativo dolore."

Deanna afferrò immediatamente le implicazioni psicologiche:

"Ma allora, se ci viene inferto un colpo mortale, noi saremmo convinti di essere morti: anche se ciò non sarebbe oggettivamente reale, lo sarebbe però per noi, soggettivamente, perché non avremmo nulla che ci convinca del contrario. Il danno psicologico che deriverebbe dalla convinzione di essere morto sarebbe molto grave, forse addirittura irreparabile..."

"Beh, allora dobbiamo fare in modo che nessuno di noi debba convincersene", disse Riker, "Saremo molto prudenti, non cercheremo lo scontro, e se siamo attaccati, se possibile diamocela a gambe invece di combattere."

Tutti annuirono, tranne Viviana che obiettò:

"Non hai considerato una cosa, Will: non potendo effettuare un salvataggio della partita ed uscire dal gioco a piacimento, l'unico altro modo per venirne fuori sembra essere di portarlo a termine, ma se non saliamo di livello non ci arriveremo mai, e per salire di livello dobbiamo combattere. È un circolo vizioso", concluse, scuotendo la testa, gli splendidi occhi verdazzurri oscurati dalla preoccupazione. Si sentiva terribilmente responsabile, ma non poteva far nulla per porre rimedio alla situazione.

Gli altri si guardarono in faccia. Deanna, che appariva la più fragile del gruppo, piccolina, dal viso dolce e dalla figura materna, si erse in tutta la sua statura ed assunse un'espressione determinata:

"Saremo anche dei principianti dei giochi fantasy, Viviana, ma siamo ufficiali della Flotta Stellare, non dei bambini indifesi. Will, ti ho visto spesso combattere corpo a corpo, perfino contro Worf, e sei molto forte; Data, lei è certamente quello che ha meno problemi, tra di noi, sia per forza fisica che per resistenza: il suo corpo è molto meno fragile del nostro; tu, Viviana, sei un'esperta del gioco, nonché di arti marziali. Quanto a me, sono anni che mi alleno con Worf nel combattimento klingon: vuol dire che è arrivato il momento di mettere in pratica quello che ho imparato. Concludendo: direi che abbiamo buone probabilità di farcela, non siete d'accordo?"

Bastò un'occhiata d'intesa circolare, e Riker assentì:

"Certo che ce la faremo. Ci potete scommettere!"

A pochi metri di distanza, o forse ad anni-luce, Saunders e La Forge stavano trafficando con strumenti di precisione per costruire il campo di contenimento suggerito dal tenente. Barclay, in sala macchine, controllava l'erogazione d'energia.

"Sono pronto, comandante La Forge", lo udì annunciare il capo ingegnere attraverso il comunicatore, "Potete iniziare quando volete."

"Ci vorranno ancora alcuni minuti", replicò La Forge, "La chiamerò appena cominciamo."

Worf pareva un leone in gabbia.

"Cosa pensate possa sfuggire, per richiedere un campo di contenimento di livello tre?", volle sapere.

"Niente, oppure di tutto", ribatté Saunders, "Non sapendolo, è stupido correre rischi, le sembra?"

"Computer!", sbuffò il klingon in tono spregiativo, "Vorrei proprio riuscire a vedere quello che c'è al di là di questa maledetta porta!"

Un attimo dopo, si fece udire la voce del capitano:

"Picard a La Forge, cosa sta succedendo?"

La Forge si raddrizzò dalla posizione semisdraiata in cui stava lavorando, senza capire; aveva fatto rapporto al capitano nel turboascensore, mentre lui e Saunders si recavano in officina per procurarsi i generatori per il campo di contenimento.

"Stiamo ancora posizionando il campo, signore", rispose, "Non sta succedendo ancora nulla."

In plancia, Picard era in piedi ed osservava stupefatto le immagini che apparivano sul grande schermo frontale.

"Beh, dia un'occhiata al più vicino monitor del computer e poi mi dica che cosa ne pensa", disse, "Picard, chiudo."

Il capitano dell'Enterprise tornò a sedersi, continuando a tenere gli occhi fissi sullo schermo, dove appariva una scena del tutto incredibile: Riker, Deanna, Data e Viviana, abbigliati in modo assai inconsueto, che se ne stavano andando a zonzo in un'immensa prateria ondulata da dolci colline.

"La Forge a capitano Picard."

"L'ascolto, comandante."

"Non capisco come faccia il computer a trasmettere queste immagini di sua iniziativa, ma penso che si tratti del gioco che Viviana ha scelto per collaudare le sue modifiche al generatore olografico."

"Mi scusi, signore", intervenne Worf, "credo di essere stato io. Poco fa ho inavvertitamente chiamato il computer ed espresso ad alta voce il desiderio di vedere quello che c'è al di là della porta bloccata."

"Beh, meglio così", commentò Saunders, "Almeno adesso sappiamo che sono vivi ed in buona salute."

"Il problema è che non sappiamo dove sono", osservò La Forge, accigliato, "Se solo potessimo individuarli, li tireremmo fuori in un batter d'occhio. Capitano", chiamò quindi, "riesce a chiudere il collegamento?"

Picard fece un cenno all'ufficiale delle comunicazioni, il guardiamarina Jinnah Ngura, la quale toccò alcuni comandi. Lo schermo si oscurò.

"Collegamento disattivato", comunicò Picard a La Forge.

"Qui invece continua", riferì il capo ingegnere, "Bene, almeno il computer non ci impedisce di usare gli schermi per altri scopi. Signore, suggerisco che qualcuno monitorizzi continuamente i nostri amici là dentro, per assicurarsi che stiano bene, mentre noi proseguiamo con il nostro lavoro."

"D'accordo, incarichi la sicurezza. Picard, chiudo."

Worf fece un cenno ad un'agente, che si posizionò di fronte al monitor su cui era ancora chino La Forge.

"Tenente, lei ha chiesto espressamente di vedere quel che c'è oltre la porta, giusto?", s'informò il capo ingegnere.

"Esatto, signore", confermò il klingon. La Forge ebbe un sorrisetto furbo:

"Computer, inserire l'audio."

Improvvisamente udirono le voci dei loro amici, che stavano parlando tra di loro...

"Stavo riflettendo su un altro aspetto di questa finta realtà", disse Viviana, rivolta a nessuno in particolare, "Se rimarremo qui a lungo, ci verrà fame e sete, e dovremo mangiare e bere. Finite le razioni che abbiamo portato dal mondo reale, nonché l'acqua, tutto ciò che troveremo, come la lepre di Data, sarà soltanto un'immagine olografica, ma l'illusione sarebbe perfetta e ci sentiremmo a posto. In pratica, potremmo morire d'inedia senza neppure accorgercene."

"Moriremo prima di sete, se è per questo", osservò cupamente Riker, "Senz'acqua, il corpo umano resiste molto meno a lungo che senza cibo."

"Il problema è che non ce ne renderemmo conto", rilevò Deanna, "Mangiando e bevendo le olografie ci parrà di star bene, ma quando usciremo da qui potremmo cadere morti stecchiti, se non accade prima: credo che neppure la più perfetta illusione olografica possa riprodurre la vita dove non c'è più."

"Fantastico!", bofonchiò Viviana, "Oltre al fatto di poterne uscire pazzi come aercani di Vega perché convinti di essere morti, corriamo il rischio di morire di fame e di sete!"

Udendo i loro discorsi, La Forge scosse la testa:

"Non capisco, che cosa stanno dicendo?"

Saunders, più esperto di lui di programmazione di ologiochi, stentava a credere a quello che le parole dei giocatori suggerivano, ma non riusciva a trovare spiegazioni alternative.

"Temo di aver capito", disse infine, lentamente, "In qualche modo, il computer ha creato una realtà soggettiva, nella quale adesso quei quattro sono intrappolati. Una realtà talmente reale che, se dovessero, poniamo, essere colpiti da una freccia al cuore, sarebbero convinti di esser morti. Non so quali danni psichici ne conseguirebbero, ma sarebbero senza dubbio gravi. Per non parlare del fatto che rischiano di morire d'inedia o, prima ancora, disidratati."

Per un istante a La Forge balenò l'idea che Saunders fosse impazzito, ma il pallore sotto l'abbronzatura dell'altro lo convinse che stava parlando maledettamente sul serio.

"La Forge a dottoressa Crusher", chiamò al comunicatore.

"Qui Crusher, cosa c'è, comandante?", rispose il medico capo dell'Enterprise.

"Quanto può resistere un essere umano senz'acqua?", domandò il nero senza preamboli.

In infermeria, Beverly Crusher scostò una ciocca dei suoi lunghi capelli rossi dalla fronte aggrottata, perplessa.

"Dipende dalle condizioni climatiche", rispose, "dalle condizioni fisiche e dal grado individuale di ritenzione idrica. In un ambiente umido, in buona salute e con un grado di ritenzione medio, alcuni giorni; in un ambiente secco, la stessa persona resisterebbe meno della metà", inclinò la testa di lato, gli occhi chiari intenti, "Perché me lo chiede, Geordi?"

"Viviana, Deanna, Data ed il comandante Riker sono intrappolati in una realtà soggettiva", cominciò il capo ingegnere, spiegandole poi tutto.

Quando finì, Beverly era alquanto preoccupata.

"Ed il gioco prevede molti scontri con possibilità di ferimenti o addirittura di morte?", domandò.

"Purtroppo sì, lo scopo è di incrementare il livello di abilità dei giocatori per portarli verso la conclusione", rispose La Forge, "Sfortunatamente, via via che salgono di livello, crescono anche le difficoltà ed i pericoli che devono affrontare."

Ora Beverly era seriamente preoccupata.

"Avete un'idea di quanto ci metterete a tirarli fuori di lì?", chiese, per la verità senza molte speranze di una risposta concreta.

"Da alcune ore ad alcuni giorni", ripose infatti La Forge, "Purtroppo, finché non sappiamo che cosa sia stato a provocare il problema, solo un colpo di fortuna potrà aiutarci a risolverlo."

Beverly stava riflettendo.

"Data non ha bisogno né di cibo né di acqua", considerò, "e può resistere molto a lungo senza alcuna manutenzione. Quanto agli altri tre, sono tutti in buona salute, ed alcuni giorni senza mangiare li può indebolire un poco, ma non certo ucciderli. Se riusciste a trovare il modo di teletrasportare loro almeno dell'acqua..."

La Forge e Saunders si scambiarono un'occhiata, sentendosi molto stupidi.

"Ci proveremo subito", disse La Forge, "E se passa l'acqua, passa anche il cibo: è meglio che li abbiano entrambi, se devono affrontare combattimenti e pericoli. La Forge, chiudo."

Osservò i generatori del campo di contenimento, poi prese una decisione:

"La Forge a Barclay. Pronti per l'erogazione di energia."

"Pronti", confermò il tenente dalla sala macchine.

Worf e Saunders si posizionarono l'uno di fronte all'altro, infilando le punte delle dita nell'interstizio tra le due porte, e poi ad un segnale si misero a tirare come forsennati. Worf, essendo un klingon, fece meno fatica dell'umano, e poco a poco si aprì uno spiraglio tra i due battenti, subito riempito dal campo di contenimento. Quando l'apertura fu larga una trentina di centimetri, La Forge fece loro segno di smettere.

Al di là del luccichio del campo, c'era la tenebra più completa.

La Forge, senza molte speranze, azionò il tricorder e ne scrutò i display per alcune decine di secondi, poi con uno scatto stizzito lo chiuse.

"Non rilevo un accidenti di niente!", sbottò, "Computer, usa i sensori interni per analizzare il ponte ologrammi due, spettro di rilevazione al massimo."

"L'area del ponte ologrammi due risulta non rilevabile dai sensori interni", rispose serenamente il computer. Worf fece udire un ringhio sordo.

"Signore", disse, rivolto a La Forge, "chiedo il permesso di entrare."

"Permesso negato, tenente Worf", replicò seccamente il capo ingegnere, "Finché non sapremo di più su quanto si trova là dentro, nessuno ci metterà piede, chiaro?"

Worf fece uno sforzo visibile per controllarsi, poi assentì.

La Forge guardò Saunders, che si detergeva il sudore dalla fronte: aprire a mano una porta idraulica bloccata non è uno scherzo.

"Concentriamoci sul modo di teletrasportare all'interno dei viveri", decise, "Magari non è affatto difficile."