Capitolo 5: In Tempo per la Colazione
- Ma quella è una Babbana! – Lucius Malfoy depose nervosamente il suo calice di vino sul tavolo – Dove dovrei mettere una Babbana, adesso?
Nessuno si incomodò a dargli risposta, e Lucius socchiuse gli occhi senza sollevare lo sguardo dal legno scuro della tavola. Un pensiero spiacevole si fece strada nella sua mente, perché si affrettò a spostare il bicchiere. E Maya ebbe la sgradita sensazione che quel piccolo cambiamento avesse a che fare con Charity Burbage.
Almeno, si disse, Lucius non sembrava entusiasta all'idea di un'altra uccisione in salotto.
In quanto a Voldemort… quello era tutto un altro discorso; Maya non era certa che per lui facesse differenza togliere di mezzo qualcuno lì, in cucina, o nella piccionaia. Provò ad incrociare le dita, le mani ancora legate strettamente dietro la schiena.
- C'è abbastanza posto nelle segrete. – Narcissa Malfoy tentò di mostrarsi conciliante.
- No. – Voldemort era distratto. Osservava un punto al di sopra del camino, pensieroso. Le sue lunghe dita pallide si mossero in un gesto automatico, picchiettando sul bracciolo della poltrona dove si era accomodato. A Maya diede l'impressione di qualcuno che stesse suonando una scala sulla tastiera di un pianoforte immaginario – Ci sono già altri ospiti nelle tue segrete, Lucius. Sono sicuro che sarai lieto di mostrarmi la tua dedizione trovando una stanza sicura dove rinchiuderla. Da sola. Nessuno deve vederla senza il mio consenso.
Lucius lottò contro il desiderio di opporsi. L'ombra della ribellione era ben visibile sul suo viso sciupato, mista alla paura.
Narcissa gli sfiorò una mano, e Lucius lasciò che la ragionevolezza spegnesse ogni anelito di rivolta.
- Ma certo, mio Signore. – sussurrò.
Maya sospettò che quello che i Malfoy avrebbero potuto fare per rendere più penosa la sua permanenza… lo avrebbero fatto senza un briciolo di rimorso.
- Saranno gli Elfi ad occuparsi di lei, Lucius. – Voldemort si alzò lentamente – Io devo partire. Ci sono pensieri… idee che necessitano di tutta la mia attenzione.
Un Elfo scivolò fuori dal nulla, si inchinò fino a toccare terra e sospinse Maya verso la porta. Nessuno la seguì, nessuno la degnò di attenzione mentre attraversava la stanza verso la sua nuova sistemazione.
Sembrava che per quelle persone lei non avesse più valore di un oggetto, di un soprammobile che poteva essere preso, spostato o buttato via.
Voldemort non era davvero interessato alle sue conoscenze, questa idea le balenò all'improvviso nella mente. Gli gettò un'ultima occhiata, ma gli occhi color sangue erano perduti nella contemplazione di orizzonti molto distanti. Rodolphus e Dorren le sembrarono lontanissimi, irraggiungibili.
Tutto quello che Voldemort poteva desiderare da lei… era che non condividesse con nessuno i suoi segreti, le conoscenze che diceva di possedere. Seppure lacunose e frammentarie come gli avevano fatto credere.
L'Oscuro Signore non poteva domandare nulla ad una come lei. Se lo avesse fatto sarebbe stato come smentire ogni singola certezza coltivata per anni.
Un brivido di paura le corse lungo la schiena; cosa la separava dalla morte, allora? Un dubbio, un piccolissimo dubbio si disse.
Sarebbe rimasta in vita sino a quando Voldemort avesse conservato quel dubbio. A meno che non fosse riuscita a dimostrargli di avere un peso.
- Dove stiamo andando? – la voce di Maya risuonò con forza nei corridoi dall'alto soffitto a volta, tra i ritratti degli antenati dei Malfoy che tappezzavano le pareti.
L'Elfo Domestico non le rispose. Si limitò a scoccarsi un'occhiata irritata alle spalle, per poi tirare dritto.
- Ah. – la Babbana socchiuse gli occhi – Neanche gli Elfi mi reputano alla loro altezza, è così?
La creaturina si irrigidì, ostinandosi ad ignorarla.
- Beh, non ti disturbare, Santo Cielo! Non ti chiederò più nulla. -
L'Elfo si voltò di scatto, fissandola ad occhi sgranati – Flubby non può perdere il posto! Flubby non può parlare con i Babbani! – si tirò le orecchie con violenza – Il cugino di Flubby ha già disonorato la famiglia a sufficienza!
- Il cugino di… - Maya si fermò di scatto e la sottile catena d'argento che le bloccava i polsi tintinnò – Flubby è il cugino di Dobby?
La creaturina la fissò al culmine del panico – Flubby non ha detto questo! – strillò – Cosa ne sanno i Babbani?
Spalancò una porta e la spinse dentro.
- Ehi!
Maya perse l'equilibrio, barcollò in avanti, picchiò le ginocchia contro qualcosa di solido e poi cadde su un letto.
Un vecchio, ammuffito letto coperto di polvere.
- Flubby! – strillò, sputando e tossendo. Rigirandosi come una tartaruga particolarmente goffa mentre ondate di pulviscolo, e brandelli di materiale su cui preferiva non indagare si sollevavano tutto intorno – Hanno detto in una stanza. In una stanza, capito? Non in una discarica!
L'Elfo non rispose.
Sporca, stanca, spaventata e piena di rabbia Maya scivolò giù dal letto, su un tappeto non meno lurido. Riuscì a sollevarsi e a raggiungere la finestra; il giardino era immerso nel buio. La luce della luna non bastava ad illuminare la camera, e la Babbana si domandò se questa non fosse una benedizione.
Pensò con rimpianto al letto che Dorren le preparava ogni sera, alle lenzuola pulite e profumate di bucato. Alla cena.
Dio, la cena!
I tortini della cucina di Lestrange avevano avuto un profumo irresistibile, un gusto incomparabile; il suo stomaco stava già brontolando, gli smoothie ei i muffin obliati da un tempo apparentemente più lungo di un secolo.
Non piangere.
Non piangere, non piangere, non piangere.
Maya assestò un calcio alla prima cosa che le capitò a tiro. Fece in tempo a spostarsi prima che grossi pezzi di ferraglia le rovinassero addosso da una vecchia armatura arrugginita.
- Io non mi arrendo, Flubby, mi senti? Io non mi arrendo!
Avrebbe voluto avere le mani libere per togliersi la polvere dal viso, per asciugarsi gli occhi. Dopotutto, si disse… questo è quello che desideravo: avere una possibilità. Sono qui per una ragione.
Si addormentò così, a terra, immaginando di essere rimasta a discutere con Rodolphus per tutta la notte di propositi ed idee, di cosa avrebbero fatto se il piano fosse andato in porto.
Non fu la luce del mattino a svegliarla. Qualcuno si muoveva furtivo nella stanza.
Maya socchiuse gli occhi; Flubby stava deponendo un vassoio sul letto, offrendole le spalle.
Lei si mosse con cautela. Ruotò lentamente per raggiungere con i piedi il gambale dell'armatura che era rimasto sul pavimento. Senza far rumore riuscì a stringerlo, ogni suono attutito dalla suola di gomma delle sue scarpe da ginnastica.
Tirò un respiro profondo: puntellandosi con le mani e facendo forza sui fianchi riuscì a ruotare ancora, ed a sollevare il gambale. Flubby fece appena in tempo a girarsi, senza poter evitare l'impatto con la ferraglia.
Maya si inginocchiò, fece leva con la faccia sul letto dove l'Elfo era caduto, si sollevò… le ginocchia malferme e doloranti per la notte trascorsa sul pavimento. Raggiunse la porta aperta e si guardò intorno, pensando a quale informazione avrebbe potuto barattare con i Malfoy in cambio di una stanza decente e della possibilità di essere slegata.
Con un po' di fortuna l'Oscuro Signore non sarebbe mai venuto a sapere nulla. Se ne era andato, no? A fare ricerche su una Bacchetta che gli avrebbe consentito di duellare fino in fondo con Potter, forse già a cercare Gregorovich.
La donna affrontò le scale; forse i Malfoy stavano facendo colazione. Forse… se avesse garantito per la futura incolumità di Draco, se avesse garantito che la loro posizione sarebbe tornata ad essere quella che era stata in passato…
Riuscì a ritrovare la strada per la sala con il lungo tavolo di legno scuro. Qualcuno aveva girato la poltrona verso il caminetto spento.
Maya percepì il suono inconfondibile delle pagine di un quotidiano che venivano voltate. Sul tavolo era stato lasciato un vassoio con dei biscotti imburrati, una teiera fumante e delle scodelline riempite di crema e marmellata. Represse il desiderio di tuffarsi sul cibo e si fece coraggio.
- Signor Malfoy, dobbiamo parlare! C'è qualcosa che potrei offrirle.
Non fu la risata, fredda e priva di calore, a dirle che aveva commesso un errore imperdonabile… ma il sibilo del serpente che, ancora prima, si attorcigliò intorno alle sue gambe.
