Capitolo 6: Nel Nulla
- Questo… è un terribile… equivoco! – Maya deglutì, domandandosi se Voldemort avesse compreso una sola delle parole che aveva biascicato: sembrava che la lingua le si fosse incollata al palato, che dalla sua gola non potessero uscire altro che borbottii.
Nagini, il gigantesco serpente arrotolato ai suoi piedi, le assestò un colpo con la coda. E la donna si mosse, avanzando verso la poltrona.
Voldemort ripiegò il quotidiano che stava leggendo, lo depose con cura. Una tazza di tè fluttuo verso di lui, scivolandogli tra le dita.
Maya ebbe l'impressione che, ancora una volta, non fosse incline a prestarle alcuna attenzione. Pensò ad una serie di giustificazioni che avrebbe potuto provare a snocciolare se le sue labbra non fossero state tanto ribelli, tanto secche.
Provando un impeto di vergogna e delusione abbassò gli occhi, studiando i decori incisi alla base camino.
Rimasero silenziosi, la donna ed il mago, per un tempo che le sembrò fin troppo lungo. Un tempo studiato per incutere timore, per lasciare affiorare dubbi… un tempo studiato per fare in modo che Maya compisse un passo falso.
Si obbligò a resistere, concedendosi solo di gettare un'occhiatina all'uomo spaventoso che se ne stava seduto in poltrona come se non vi fosse nulla di strano in quella situazione.
Voldemort teneva ancora la tazza tra le dita. Non aveva bevuto un solo sorso di tè, si limitava a goderne il profumo o, almeno, Maya ebbe l'impressione che lo stesse facendo: assaporare la sensazione della porcellana calda tra le dita, e respirare l'aroma intenso dell'earl grey con il suo delicato sentore di bergamotto.
Un uomo che aveva cercato il potere assoluto e che lo aveva ottenuto… per poi decidere di restare nell'ombra: c'era un altro Ministro della Magia a Londra, uno circondato da funzionari zelanti e pronti a tributargli omaggio. E Voldemort restava lì, invece, ospite di servi che, probabilmente, sarebbero stati disposti a venderlo al migliore offerente pur di essere nuovamente liberi.
Maya socchiuse gli occhi, studiandolo meglio. Era davvero a suo agio nella poltrona di Lucius? Perché aveva scelto quel posto, solo per tormentare Malfoy ed i suoi? No, pensò. Non può essere. Se fosse tutto così semplice la mia partita sarebbe già finita.
Gli piacevano gli agi: gli agi degli altri. Ma se la sua vita si fosse davvero sovrapposta a quella di Lucius, o a quella del Ministro della Magia probabilmente si sarebbe sentito fuori luogo.
Maya si passò la lingua sulle labbra, il sottile filo di fumo che si sollevava dalla tazza somigliava moltissimo ad un serpente che si stesse snodando nell'aria.
No, pensò. No, Lord Voldemort… non ingannerai me.
Le pregiate porcellane di Lucius, la deliziosa marmellata di fragole e gli scones imburrati su vassoi d'argento, il giornale fresco di stampa con le pagine ancora rigide e fruscianti non sarebbero mai stati la sua vita.
Poteva giocare ad essere come Lucius, ma la verità era completamente diversa. Non c'era potere al mondo capace di cambiare le cose.
Guardalo davvero.
Gettata alle ortiche ogni cautela lo osservò con attenzione; non sembrava neanche una creatura di questo mondo. Solo un essere alieno, un mostro uscito da qualche racconto mitologico… incapace di umanità. Incapace di discernere il valore della vita altrui, incapace di riconoscere sé stesso negli altri. Un estraneo per chiunque.
Maya ripensò alle lunghe estati dell'infanzia; ai bambini che giocavano all'aperto osservando gli insetti passare indaffarati, a come allungavano le dita, ridendo, per schiacciare le formiche.
Dopotutto cosa importa agli uomini delle formiche?
Ce ne sono così tante, così diverse, così uguali. Così lontane.
Agli uomini non importa di quante formiche possano morire, non importa quante ne schiaccino o quante ne ignorino. Un uomo non sacrificherebbe neanche un attimo del suo tempo per una formica. Per qualcosa che non capisce.
Lo guardò ancora, mettendo da parte il suo aspetto alieno, la sua infantile e diabolica incapacità di percepire altri mondi, altre menti, altri sentimenti.
Immaginò un ragazzino che non possedeva nulla, un ragazzino che osservava ricchi, nobili e antichi maghi che depositavano i loro tesori nel cuore di una banca inaccessibile a quelli come lui, ai ladruncoli, ai poveri, agli orfani senza passato.
- Provare pena… per un mostro. – non si accorse neppure di averlo detto a voce alta.
C'era una luce nello sguardo di Voldemort. Maya si domandò da quanto tempo si stessero fissando così.
Forse non poteva leggere la sua mente, forse non poteva obbligarla a dire la verità; ma quello che c'era nei suoi occhi non poteva essere così difficile da decifrare.
Voldemort si alzò con lentezza, depose la tazza sul tavolo e carezzò distrattamente la testa del grande serpente arrotolato ai loro piedi.
- Pensavo che per gli animali fosse semplice obbedire. – la voce del mago non era più di un pensieroso sussurro – Ma un animale privo di cervello può comprendere il senso dell'obbedienza? – tornò a guardarla – No, è evidente. Un cane può obbedire al padrone. Ma chi potrebbe addestrare un verme?
La donna chiuse gli occhi. Sto per morire, si disse. Cosa poteva dargli in cambio della salvezza?
Dirgli dove era Gregorovich, rivelargli l'identità del ladro che di lì a poco avrebbe cercato, offrirgli in premio la Bacchetta che desiderava con tanta urgenza.
Troppo presto, troppo presto, troppo presto…
Rodolphus non aveva avuto il tempo di completare la sua missione, la storia non doveva essere ancora cambiata.
Ma se non glielo dici morirai! E allora a cosa sarà servito tutto? Maya scosse la testa, come se questo fosse stato sufficiente a far scomparire quella dannata vocina che continuava a suggerirle di lasciar perdere.
- Non posso… - mormorò in tono di scusa.
Voldemort le sorrise con tutta la sua gentilezza, con quelle maniere così educate e fuori posto che le facevano ghiacciare il sangue nelle vene.
Una lunga mano pallida si mosse verso una delle tasche della tunica, e ne riemerse stretta intorno alla Bacchetta magica.
- Non mi hai mai neanche messa alla prova, se qui sono d'impiccio potrei tornare da Rodolphus. Per favore.
Voldemort si avvicinò, allungò la mano libera per sfiorarle il viso con dolcezza, dal mento fino alla fronte – Non puoi. Non puoi. Capisci? – il suo sorriso si tramutò in una smorfia perfida, ogni parvenza di garbo dimenticata; Maya provò a scostarsi ma lui la afferrò, obbligandola a restare ferma, imprigionata tra il suo corpo ed il tavolo. La Bacchetta puntata contro il suo petto – Tu, piccolo animale, non sei neppure in grado di stabilire cosa desideri, come potresti restare al tuo posto? Obbedisci solo agli istinti più bassi, priva di controllo. Tu osi guardarmi, parlarmi… disobbedire. – scosse il capo – Da Signore misericordioso ti darò ciò che serve…
- Non sono un animale, sono una persona, Voldemort!
Il mago rise.
- No, non lo sei, sciocca creaturina, miserabile animale. Sei un verme che vive nel fango e si contorce nell'illusione di poter essere di più…
La sua stretta si fece terribilmente più salda, Maya singhiozzò mentre la Bacchetta le scivolava lungo il collo. Voldemort la fece scorrere sino alle sue labbra – Fino a quando non avrai imparato a dire solo ciò che io vorrò sapere… tacerai.
Ogni suono ed ogni protesta si spensero nella gola della donna.
- Bene così.
Le lacrime le bagnarono il viso: non riuscì più a trattenerle. Non c'era più motivo di farlo.
Voldemort le sfiorò un orecchio con la bocca – Non udrai più nulla che io non ti permetta di udire. – sussurrò, la sua lingua guizzò contro la carne tenera del lobo.
Maya si immobilizzò, perduta nel silenzio. Cercò lo sguardo di Voldemort per trasmettergli un'ultima, muta supplica. Lui le asciugò gli occhi, sorrise ancora ed ogni luce al mondo si spense nel buio.
Quando la lasciò andare, Maya barcollò nel vuoto. Con le mani ancora trattenute dalla sottile catena d'argento si sentì doppiamente perduta. Cadde e si rialzò. Cadde ancora. Il battito del cuore che non accennava a diminuire. Aprì la bocca per tentare di urlare.
Si mosse, ma urtò contro una parete che non poteva vedere… una parete che si dilatò fino a circondarla come una gabbia.
Lord Voldemort le voltò le spalle per dedicarsi alla colazione. Il tè si era raffreddato: scagliò la tazza nel caminetto spento con una smorfia di disappunto.
- Cosa… – Narcissa Malfoy si fermò sulla soglia, gli occhi sgranati.
Maya stava lottando contro qualcosa di invisibile, il viso bagnato di lacrime.
- Cosa? – Voldemort sollevò lo sguardo come se la vedesse per la prima volta – Un verme. – sussurrò – Solo un verme.
