Capitolo 14: Puniscimi
Le dita dell'Oscuro Signore si contraevano piano, unico segno di vita in un corpo che, altrimenti, sarebbe stato praticamente immobile.
Maya chiuse gli occhi, le pulsazioni dell'Horcrux somigliavano a quelle del cuore incostante di un uomo prossimo alla morte.
Quando Voldemort tornò a voltarsi verso di lei lo fece in modo totalmente casuale. Senza soffermarsi a gettare un solo, singolo sguardo sul suo labbro spaccato. Senza esprimere alcuna emozione.
Tuttavia Maya stava lottando contro il desiderio di piegarsi in due, di urlare e di svuotare lo stomaco per la nausea.
I reali pensieri di Voldemort, quelli che il suo viso immobile non rivelava, fluivano nella sua mente con una tale violenza da renderle impossibile tentare di porvi un freno.
Tradimento, umiliazione, odio, punizione, omicidio.
- Mio Signore. - Maya abbassò gli occhi, odiandosi per aver usato quelle parole e per aver desiderato farlo.
- Io non… è che avevo fame. Sono uscita dalla stanza solo per questo.
Voldemort la ignorò ancora. Allontanandosi lungo il corridoio scuro, quasi senza fare rumore. Lei lo seguì in silenzio come un fantasma.
Non aveva fatto nulla eppure sarebbe stata punita. E nessuno sarebbe arrivato in suo soccorso, né Rodolphus, né altri.
Il Mago si fermò sulla soglia della cameretta dove era stata reclusa sino a poco prima, attendendo che lei entrasse. La Babbana lo superò e tremò quando si sfiorarono.
L'Oscuro Signore chiuse la porta, Maya fu certa che sarebbe morta tra quelle pareti; odiava Casa Malfoy con tutto il cuore.
L'Horcrux le rimandò il desiderio del Mago di escludere chiunque altro, l'intero mondo fuori dalla stanza… la punizione era sua, soltanto sua. Nessuno avrebbe visto e nessuno avrebbe sentito.
- Per favore.
La presenza di Voldemort era soffocante; un'ombra scura capace di riempire ogni spazio.
Tanto più orribile perché gli occhi color del sangue sembravano morti, privi di sentimento e di espressività.
L'uomo si guardò intorno, poi si mosse con la sua grazia da serpente e raccolse un telo che era stato ripiegato e lasciato tra gli altri che Maya aveva usato per asciugarsi solo poco prima, una vita prima, un'eternità prima.
Il Mago ne intinse un'estremità nell'acqua della vasca. Poi, senza fiatare, le si avvicinò stringendo con delicatezza il mento tra le dita e sollevandole il viso.
Maya chiuse gli occhi mentre Voldemort ripuliva la ferita che Bellatrix le aveva inferto al labbro, eliminando ogni traccia di sangue… l'inizio della fine.
Ripiegò il telo sul bordo della vasca, con meticolosa precisione. E poi i suoi occhi tornarono a cercare quelli della donna.
Il ronzio metallico dell'Horcrux esplose nel cervello di Maya e lo sguardo di Voldemort si accese di furia.
L'Oscuro Signore sollevò il braccio… e tutto si fuse in un groviglio di frammenti di realtà e smania.
Nei desideri di Voldemort Maya vide il pulsante bisogno di colpirla, di riaprire la ferita ed amministrare il dolore e la punizione che appartenevano solo a lui.
Era furioso perché Bellatrix l'aveva colpita. Perché qualcun altro si era sostituito a lui, usando ciò che gli apparteneva: bisogni, istinti primordiali ed infantili, crudeltà e perversione… era tutto lì, nella necessità di punire e possedere. E la consapevolezza di come tutto questo minacciasse di diventare una faccenda personale alimentava la sua rabbia.
La colpì e la colpì ancora in una fantasia che per Maya bruciava più della realtà.
E mentre il Mago lasciava ricadere il braccio lungo il fianco, senza cedere ad istinti che l'avrebbero fatto sentire animalesco, Babbano… Maya barcollò, e lottò per non svenire; arretrò aggrappandosi a qualunque cosa le capitasse tra le mani. Mordendosi la bocca con forza, avvertendo il sapore del sangue tra le labbra, mentre altre gocce rosse le rotolavano sul mento.
Le mani di Voldemort la tirarono via, riportandola verso il centro della stanza.
- Mia, sei mia! – urlò – La punizione è mia! Hai capito?
Lei scosse il capo.
- Cosa? – ringhiò ancora, vicinissimo al suo orecchio – Cosa non riesci a capire? Tu sei una cosa mia! – scandì. Ogni parola grondava veleno.
La artigliò, premendole il viso contro il petto e si smaterializzarono.
La donna ansimò, travolta dall'intensità di quello che l'Horcrux le permetteva di recepire e dalla violenza che emanava da Voldemort.
Non c'era logica nei pensieri dell'Oscuro Signore, solo un ribollire di sentimenti e sensazioni sconnesse; e quell'uomo così potente era totalmente incapace di gestirli, riordinarli, moderarli.
Perché non poteva ucciderla? Perché doveva umiliarsi in quella farsa, abbassarsi al livello di una bestia. Provvedere ad una Babbana… una traditrice. Traditrice, maledetta e infida. Le aveva risparmiato la vita e lei aveva pensato di poterlo manipolare così?
Maya cercò un appiglio mentre precipitavano nel vuoto.
Era sua, sua, sua! Una sua proprietà che aveva osato scivolare tra le dita di un altro, e poi ancora tra quelle di Bellatrix. Traditrice, traditrice!
- No! – la corsa nel vuoto si arrestò in un turbinare di acqua salmastra, nel frastuono del mare in tempesta. La donna spalancò gli occhi, incredula. Doveva essere punita perché Bellatrix l'aveva aggredita? L'ingiustizia dei contorti percorsi mentali di Voldemort le tolse il fiato.
I piedi di Maya toccarono terra… roccia fredda e scivolosa. Nonostante tutto si aggrappò a Voldemort con più forza, ma lui non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. Le lunghe dita bianche strette tra i capelli della donna e intorno alle sue spalle.
La trascinò nel buio, poi strofinò due dita sulla ferita, riaprendola, ed usò quel sangue per spezzare le difese del suo stesso rifugio.
Maya ricacciò indietro il desiderio di abbandonarsi sul pavimento e vomitare, provò a opporre una debole resistenza – Per favore, per favore! Ragiona…
La luminescenza verde e malsana della caverna, ed il puzzo di acqua stagnante li investirono.
Maya aveva provato timore ben più di una volta, coesistere con Voldemort significava vivere con la paura; ma la sensazione che la soffocava questa volta, la consapevolezza delle cose che riposavano nelle profondità del rifugio e l'idea di quello che le sarebbe accaduto andavano oltre quanto fosse possibile accettare.
Attraversarono l'acqua scura come in sogno, mentre le silenziose urla della mente del Mago, le sue recriminazioni prive di controllo e logica le toglievano il fiato.
E poi toccarono terra, e Voldemort la lasciò andare spingendola verso la riva. Maya arretrò, strisciando sulle mani, per raggiungere il centro dell'isoletta.
L'Oscuro Signore saltò oltre la fiancata dell'imbarcazione. Incombendo su di lei senza pietà.
- Perché, perché mi impedisci di essere pietoso? – sussurrò – Perché quando decido di salvarti la vita e consentirti di essere un mio strumento… tu mi tradisci? – le dita di Voldemort, fredde come alghe, si posarono sul viso della donna – Come osi espormi al ridicolo? Disobbedire a me, a me davanti ai miei servi.
- Che maldestra... – la voce di Maya non era più alta di un sussurro, mentre la sua mente vorticava in cerca di una soluzione che andasse oltre il semplice prendere tempo – Allora puniscimi.
- Pensi che non ti ucciderò solo per quello che sai? Sono già stato sul punto di farlo.
- Devo essere io a supplicarti di morire? – la donna rabbrividì, piantando le dita nella fanghiglia e stringendo i pugni.
Voldemort si raddrizzò in tutta la sua altezza – L'Oscuro Signore è stato fin troppo pietoso. Ho commesso un errore e non accadrà più.
La Babbana riconobbe il tono definitivo, l'illusione di giustizia dietro la quale Voldemort era solito nascondersi prima di commettere qualcosa di orribile.
- Nessuno può sentirci, puoi permettermi di mancarti di rispetto un'altra volta prima di morire.
Lui accennò un ironico inchino con la testa. Ma nei suoi occhi rossi non c'era nessuna allegria, nessuna luce.
Maya aprì la bocca, cercando di riordinare i pensieri. C'erano così tante cose che avrebbe voluto dire… eppure non poteva permettersi di morire. La borsa appesa al suo fianco pesava come se fosse stata riempita di pietre; se fosse morta sarebbe andato tutto perduto. Era ancora troppo presto. Si alzò lentamente, guardandosi intorno: la grotta non offriva vie di fuga. Ma se fosse sopravvissuta a questa cosa… sapeva che sarebbe cambiato tutto.
Sollevò le mani, riaprendo i pugni e facendo scivolare via il fango – Pensavo di gettartelo negli occhi. Poi avrei provato a strapparti la bacchetta di mano e a gettarla agli Inferi, nell'acqua. – si umettò le labbra, tentando di ignorare il brivido che l'Horcrux le trasmetteva – Ma anche così, quanto avrei resistito? Gli Inferi ci avrebbero attaccati entrambi? – scosse la testa – Tu saresti sopravvissuto. Fino a quando i tuoi Horcrux resistono… sei immortale.
Voldemort si mosse verso di lei con uno scatto nervoso – Sciocca mortale! – sibilò.
- Se fossi Bellatrix. – Maya inclinò il capo – Cosa farei? Cosa farebbe la tua serva migliore?
- Smettila di dire assurdità: non c'è nessuna salvezza. Nessuno può ingannarmi e vivere.
- A parte Harry Potter.
Maya sorrise, e il volto di Voldemort si fece ancora più simile ad una maschera funeraria.
- Harry Potter oggi è stato al Ministero; ti è sfuggito ancora una volta. Perché, Voldemort?
L'uomo gridò, un grido vibrante per tutta la rabbia che aveva trattenuto – Servi incapaci… le punizioni che infliggerò non saranno mai sufficienti.
Strattonò la donna intrappolandola nuovamente nella sua morsa d'acciaio.
E poi il battito dell'Horcrux si stabilizzò uniformandosi a quello del cuore di Maya.
Per essere un uomo che odiava toccare chiunque, pensò, non ci andava troppo per il sottile.
Un sospiro incorporeo risuonò nella sua mente, annunciandole che i pensieri omicidi stavano scivolando via per trasformarsi in qualcosa di diverso. Aveva tutta l'attenzione dell'Oscuro Signore.
- No. – Maya si sollevò sulle punte – Per quale motivo è stato al Ministero?
Voldemort fremette, gli occhi che bruciavano.
- Forse conosco il motivo, ma io non sono Bellatrix. – sorrise -Puniscimi, mio Signore… - sussurrò.
L'uomo ringhiò, spingendola verso l'acqua. Maya si dibatté mentre le spingeva la testa nella lurida acqua salmastra.
(...continua.)
