Capitolo 22: L'Onore delle Armi

Il valzer continuava a suonare. Il disco saltava ed una parte della melodia riprendeva dallo stesso punto: se ne rendeva conto solo vagamente. La sua attenzione era completamente appuntata altrove.
Un bicchiere di vino si era rovesciato, ed il liquido rosso aveva disegnato uno strano ghirigoro sulla tovaglia, un arabesco che non riusciva a decifrare.
Non riusciva a decifrare più nulla, né a spostare lo sguardo.
Chiuse gli occhi solo per un attimo, incapace di fermarsi, incapace di preoccuparsi per qualunque altra cosa che andasse oltre il piacere, oltre quella corsa impazzita. Ma doveva vederla: voleva vedere il momento esatto in cui tutto sarebbe finito nella gloria, e allora avrebbe urlato ancora mentre dolore e delizia si mescolavano, e avrebbe confermato di essere il suo padrone. Aveva desiderato così tante cose, e così tante volte aveva pensato a dominare… ma mai in questo modo. Non era mai stato qualcosa di personale. Il possesso di una singola persona non era mai stato altro che una questione di lussuria. E, anche adesso, si trattava di lussuria…eppure era

anche una cosa personale.
Ma non poteva pensarci, non mentre andavano così in fretta. Non poteva pensare alla gabbia d'oro in cui desiderava tenerla solo per sé, sempre solo per sé stesso. E sottometterla, sottometterla, sottometterla mentre lei avrebbe lottato per non piegarsi.
Ansimò, abbassandosi tanto da poterle mordere la gola.
La fine era lì a pochi passi. A distanza di un solo respiro, e poi…

L'Oscuro Signore boccheggiò, spalancò gli occhi e si passò una mano sul viso. Ancora sconvolto dal sogno. Ancora sconvolto in più di un senso.
I rintocchi della pendola risuonavano nella grande casa.
Voldemort richiuse gli occhi, provando a rilassarsi sulla poltrona. Provando a ritrovare il filo del pensiero che stava inseguendo prima di addormentarsi.

Esperimenti di Magia Medievale, sangue di unicorno.
Il libro che aveva cominciato a leggere dopo cena era caduto sul pavimento. Il Mago sollevò una palpebra e lo spiò con una certa diffidenza, nello stesso modo in cui avrebbe degnato di attenzione un grosso scarafaggio morto.
Il sangue di unicorno… il sapore del sangue… il sapore dei morsi e dei baci.
L'Oscuro Signore si alzò e si avvicinò al camino, inginocchiandosi davanti al fuoco.
- Perché? – sibilò alle fiamme che si stavano spegnendo. Si sfregò la fronte con le nocche della mano, come se fosse bastato tanto per farne uscire i pensieri fastidiosi.
Doveva essere la casa.
Si alzò con un salto, e con un ringhio afferrò una vecchia sedia per scagliarla nel caminetto. Furioso per la lussuria che continuava a mescolarsi alla rabbia solo per farlo impazzire.
Doveva essere la maledetta casa.
La maledetta casa di suo padre. Un genitore che non riconosceva, che aveva ucciso tra quelle mura… un Babbano.
Un Babbano. Gli mancò il fiato. E adesso, da qualche parte, il suo spettro stava ridendo perché Voldemort, perché l'Oscuro Signore si stava riducendo a provare i desideri mediocri di un Tom Riddle qualunque. Perché desiderava una Babbana qualunque e… perché mai?
Per una cena, per una torta?
Per una fottuta festa di compleanno, perché lei stava dormendo in una stanza troppo vicina, perché continuava a sfidarlo e ronzargli intorno? Perché?
Si umettò le labbra mentre un pensiero fastidioso gli si disegnava in mente.
Poteva averla in modo completo, dopotutto.
Solo una volta.
Una volta sola.
Quel tanto che bastava a separare per sempre la fantasia dalla realtà. Quel tanto che bastava per rendersi conto che il sapore di una donna come quella gli avrebbe lasciato l'amaro in bocca, il gusto della mediocrità, della caducità. Per completare quello che avevano appena iniziato.
Rabbrividì senza sapere perché.
Quando mai si era ridotto a brancolare nel buio, a farsi subissare dai dubbi?
Lui prendeva.
E lo avrebbe fatto anche questa volta.
Raggiunse la porta in pochi passi e affrontò il corridoio nello stesso modo in cui era solito affrontare una battaglia, la necessità di un'esecuzione, i suoi nemici e tutto il resto del mondo per il quale non provava nulla. Il resto del mondo che non valeva una fetta della sua prima torta di compleanno. Perché stava perdendo tempo?
Perché perdeva tempo quando, a pochi passi di distanza, c'era una donna che, se lui non avesse fatto nulla, sarebbe morta prima o poi, per qualcosa o per qualcuno, lasciandolo solo come era stato fino ad una manciata di istanti prima?
Si sentiva ebbro. Eppure non aveva bevuto, non…
Iniziò a correre in preda ad un'onda di panico infantile, ciascuno dei dubbi che aveva continuato ad alimentare per mesi completamente dimenticato dalla grandezza di un'illuminazione improvvisa.
Il problema non stava nel fatto che quella fosse una Babbana, una creatura inferiore. Non gli importava nulla del fatto che l'amore non esistesse. Non gli importava degli altri, delle sue stesse leggi, dei suoi limiti, delle cose che si era imposto.
Sciocchezze, tutte sciocchezze.
Ma lei, la sua Babbana, andava un po' via ogni istante che passava mentre lui decideva di trascurarla. Perché era mortale. Perché era diversa e lui, che stupido, non si era accorto di come lei gli appartenesse. Di quanto desiderasse conservarla davvero in una piccola gabbia d'oro se questo fosse stato sufficiente a poterla avere per sempre con sé. Per odiarla, per maltrattarla, per bruciare di lussuria. Per maledirla e piegarla.
Per possederla.
La prima persona che gli apparteneva.
Rimase immobile con la mano sulla maniglia. Tirò un respiro e aprì la porta, lentamente.
Maya stava dormendo, perfettamente sé stessa, buffa e bizzarra anche così. Imperfetta.
Voldemort scivolò dentro, richiudendosi la porta alle spalle, avanzando fino al letto e sedendosi accanto alla donna con tutta la delicatezza che non aveva mai messo in un gesto simile.
- Io voglio odiarti. – le sue lunghe, pallide dita scivolarono tra i capelli della donna – Io voglio poterti odiare per sempre.
Maya aprì gli occhi e sorrise, non ancora del tutto certa di essere sveglia.
- Credo di non essere riuscito a dormire per questo motivo. Mi sono svegliato eccitato come un quindicenne. – rise con una inaspettata nota di pura gioia e pura follia – Io voglio possederti più di quanto non abbia mai posseduto nulla. E ti voglio conservare perché niente di te vada perduto, mai.
Le lunghe dita si spostarono sul viso, strofinando via con delicatezza le tracce del sonno
– Capisci? – si abbassò per premere la fronte contro quella di lei – Stupida Babbana, capisci? Ti ordino di prepararmi dei maledetti dolci per… - scosse la testa.
- Sempre? – mormorò lei.
- No. Suona melenso. – Voldemort si accigliò – E finto. Ma io… - le sue labbra disegnarono un ma noi al quale la sua bocca non diede suono.
- Ho capito.
Il Mago si scostò lentamente, stendendosi accanto alla donna e attirandola tra le proprie braccia.
Provò l'impulso di dirle che, invece, lui non capiva. Non capiva perché si sentiva instabile quando pochi metri li separavano e completo quando restavano vicini. Completo nell'odio, nella terribile essenza di quello che era. Senza uccellini cinguettanti e nuvole di zucchero filato. Un mostro completo. Un Signore Oscuro Completo.
Come se fossero state stregate per farlo le sue dita tornarono a scivolare tra i capelli della Babbana.
- Voglio farti una promessa. Lord Voldemort mantiene sempre le sue promesse. Guardami.
Maya si scostò quel tanto che bastava per farlo, per incontrare gli occhi rossi che bruciavano nel buio – Ti ascolto.
L'uomo deglutì – Io ti farò del male… per sempre. – sorrise – Ti torturerò, ti punirò, ti avrò in mio potere, ti obbligherò ad essere mia in tutti i modi che saprò escogitare. Dividerò con te la rabbia, il desiderio di sottomettere e piegare. Ma in cambio di questo non ci sarà male che potrà toccarti, né uomo, né tempo, né malattia. Io sarò il tuo solo male.
Maya socchiuse gli occhi e quando sollevò nuovamente le palpebre la luce nel suo sguardo era la stessa degli occhi dell'uomo. Una languida luminescenza del colore del sangue, torbida e appassionata.
La donna si sollevò, inginocchiandosi davanti a lui – Davvero? – sussurrò.
Senza parole, Voldemort annuì.
- Allora… c'è qualcosa che devi sapere. – le sue dita corsero ai bottoncini del castigato colletto, aprendoli uno dopo l'altro.
Quando il vestito le scivolò sulle spalle, mettendo a nudo il petto ed il medaglione che scintillava nella luce malsana delle candele, entrambi trattennero il fiato in un attimo che sembrò dilatarsi all'infinito.
Voldemort allungò una mano… sfiorando appena il ciondolo d'oro brunito ed avvolgendola intorno ad un seno, incapace di resistere al desiderio di sfiorare, stringere, adorare.
- Non avevo mai capito che… - sollevò il viso con l'espressione di un drogato, di un pazzo, di un santo nel pieno dell'estasi – Tu fossi così… perfetta.
Maya rise, una risata che non era solo sua… ma di entrambi, e lo spinse giù, afferrandogli i polsi e sollevandoli al di sopra della testa del Mago. Bloccandolo sul letto, facendolo completamente prigioniero.
Le pietre verdi che decoravano l'Horcrux scintillavano più delle fiamme delle candele.
Voldemort inclinò il capo e si arrese.
(...continua.)