Capitolo 24: Cose Che Non Possono Essere Dette

Immerso nell'oscurità silenziosa della galleria dei ritratti di Casa Malfoy Voldemort sembrava ancora più distante, più inquietante.
Maya deglutì cercando di rimettere in ordine i pensieri, sentendosi colpevole perché Bellatrix era riuscita a farle perdere la testa, vergognandosi per aver tenuto un comportamento da ragazza di strada e perché ogni passo falso poteva essere fatale.
Voldemort restava semplicemente in silenzio con i suoi occhi da serpente appuntati su di lei. Maya non riuscì ad evitare di risistemarsi i capelli in un gesto nervoso.
- Non guardarmi così. – sussurrò, anche se non era certa di poterlo chiedere. E, per la prima volta, quella prospettiva la sgomentò con tutta la forza che avrebbe dovuto avere sin da subito. Con tutto l'orrore del senso di inferiorità, di inadeguatezza che Voldemort le aveva instillato giorno dopo giorno.
Dopotutto lei era la Babbana che era stata sorpresa a rotolare sul pavimento stringendo ciocche di capelli dell'ex amante e braccio destro dell'uomo che la teneva ad uso e consumo esclusivo del proprio piacere. L'uomo che aveva già chiarito cosa pensasse di quelli come lei: Babbani. Una razza inferiore. Una razza volgare.
Maya si scoprì del tutto incapace di tornare ad affidarsi alla razionalità; c'erano troppe cose nascoste sotto la ordinata superficie, sotto la maschera tranquilla di dovere e certezze che si era imposta. Da qualche parte, per quanto fosse sgradevole, c'era qualche frammento del suo io di bambina, di ragazza e poi di donna destinata a vivere di insicurezze.
E, per quanto l'Oscuro Signore avesse avvertito la necessità di considerarla una sua proprietà, una femmina utile per sfogare i propri desideri, con orrore Maya si rese conto di avere la nausea. Si voltò, consapevole che presto i suoi polmoni si sarebbero chiusi rifiutando di collaborare, e che le lacrime sarebbero rotolate sul suo viso come i massi di una frana impossibile da fermare. C'era una sola cosa possibile da fare: scappare. Anche se non c'era un posto dove andare, anche solo per due metri o per la distanza tra quel maledetto corridoio ed il piano inferiore. Forse, se fosse riuscita a raggiungere il giardino, avrebbe avuto la capacità di infilare di nuovo tutto nei punti più profondi e sperduti del suo cervello, nel vaso di Pandora.
Ma Voldemort, impietoso com'era, le afferrò il braccio e la obbligò a ruotare per tornare a fissarlo. Obbligandola a confrontarsi ancora con il maledetto disagio che non l'abbandonava mai.
La donna aprì la bocca e la richiuse, prese aria più volte cercando di emettere suoni che non volevano, non potevano uscire.
Non c'era possibilità di dirgli la verità: che a grattare sulla banale superficie di qualcuno come lei, sotto strati di impassibile razionalità, poteva trovarsi di tutto. E che certe tempeste non si dovrebbero mai liberare, perché quando succede… non c'è modo di limitare i danni o di nascondere la distruzione che possono portare, e quella già inflitta.
Ma, soprattutto, avrebbe voluto urlare la cosa che desiderava di più:

voglio essere una tua eguale. Voglio che tu mi veda. Voglio che tu mi consideri al pari di te stesso.
E, invece, se ne rimase così… perché per le persone come lei parlare dei propri sentimenti sarebbe stato più difficile che inventare su due piedi una macchina del tempo, o una navicella per volare su Saturno.
Provò rabbia per quello che gli occhi di Voldemort riflettevano; una stupida donna a disagio, una stupida donna incapace di dire alcunché. Ma tant'era.
La rabbia si acquietò nello stesso modo in cui era venuta – Mi dispiace. – riuscì a biascicare rivolgendogli un sorriso un po' storto. La solita Maya capace di fare grandi pasticci nel momento meno opportuno; con un po' di fortuna avrebbe indossato di nuovo la sua maschera e tutto sarebbe andato al suo posto, secondo il copione che c'era da recitare.
Incontrò lo sguardo negli occhi rosso sangue, la collera furibonda dell'uomo che la possedeva e… qualcos'altro. Una scintilla di curiosità. Ed un barlume di preoccupazione, anche se forse lo stava solo immaginando.
Si domandò cosa sarebbe successo se avesse sfiorato l'Horcrux, se avesse permesso ai pensieri di Voldemort di farsi suoi. Sollevò la mano e la lasciò ricadere, poi sfiorò la manica della tunica scura e sottile del Mago.
- Mi dispiace per questo stupido, spiacevole spettacolo. – sospirò – Non avrei dovuto reagire, non avrei dovuto… permettermi di… -
- Non puoi rischiare! – Voldemort sibilò tentando di impedirsi di darle una scrollata. Non ancora, non puoi rischiare fino a quando non avrò provveduto. Le sollevò il mento con un dito. In ogni singolo, maledetto istante Bellatrix avrebbe potuto ucciderla – Mai più, quante volte dovrò ripeterlo? Non devi mai più mettere in pericolo ciò che è mio! – le parole vennero fuori con più asprezza di quella che lui avrebbe voluto. Venate di una sfumatura di cattiveria che nascondeva cose che l'Oscuro Signore non avrebbe neanche mai dovuto pensare e che semplificava tutto.
Maya rimase immobile, stupita. Poi annuì.
Ma Voldemort scosse la testa, dopo quella più impellente e tremenda preoccupazione c'era qualcos'altro. Qualcosa di altrettanto grosso e bruciante.
- Era per Lestrange? – ringhiò. Nei suoi occhi c'era già l'immagine di Rodolphus morto, solo un altro servo inutile da togliere di mezzo.
- Cosa?
L'espressione profondamente incredula della Babbana riuscì a farlo infuriare ancora di più. Questa volta la scrollò per bene, prima di trascinarla via da quel maledetto corridoio in un impeto di vergogna, semplice brama e desiderio di farle uscire dalla mente qualunque cosa non fosse lui stesso. L'attirò contro di sé, godendo dei brividi di Maya mentre il viso della donna si premeva sul suo petto.
Non potevano discutere così, non in quella casa.
Non tra pareti estranee. In un luogo che non significava nulla, che non gli comunicava nulla più che distanza e che lo riempiva di un sottile rancore. La grande, avita casa di Malfoy. Quasi peggio di Casa Riddle. Ma fu tra le vecchie pareti della dimora di suo padre che riportò la donna, perché, almeno, lì nessuno si sarebbe messo tra loro, nessuno avrebbe potuto ascoltare i segreti che si sarebbero detti.
Trattenne la donna mentre, per magia, si materializzavano nel vecchio salotto polveroso.
Avrebbe potuto prenderla anche lì, subito. Però… digrignò i denti.
- Era per Lestrange? – sibilò ancora.
- Non riesco a capire. – Maya deglutì, confusa.
- Una bega tra donne che si contendono un uomo? – Voldemort non riuscì ad impedirsi di infilarle le mani tra i capelli, obbligandola a reclinare la testa per osservarlo mentre le incombeva sopra – Lestrange è già morto. Tu sei la mia puttana!
Maya provò ancora l'impulso di piangere misto ad una risata che minacciava di soffocarla.
- Era te, era te che ci stavamo contendendo. – sibilò, mentre il flusso dei suoi sentimenti prendeva ancora un'altra direzione – Perché la tua precedente puttana mi odia. Perché pensa che ti riavrà tutto per sé quando io sparirò. – artigliò la tunica di Voldemort, graffiandogli la pelle sotto la sottile barriera della stoffa – Non è meraviglioso? Il frutto della tua mancanza di amore. Il frutto dell'opera dell'Oscuro Signore… - lo lasciò andare, allontanandosi da lui e arretrando fino al tavolo – Pensa che, probabilmente, tu la sposerai, e poi la farai sedere al tuo fianco sul trono. – si strofinò una mano sul viso e tirò su col naso – Avresti dovuto chiarire meglio il concetto che le puttane passano.
Ed io, pensò, vorrei tanto essere una donna diversa. Una donna incapace di provare passioni così grandi e di mascherarle così bene.
Voldemort ringhiò e si avvicinò mandando all'aria una sedia, momentaneamente privo della sua consueta grazia. La baciò come per punirla, animato da uno strano senso di trionfo. E da un'inestinguibile tristezza.
- Nurmengard aspetterà. – ringhiò – Aspetterà.
Maya si rese conto con un certo sgomento di essersene dimenticata del tutto. Di Nurmengard. Della missione che li attendeva, del viaggio che avrebbe fatto con lui, del Destino che scorreva verso la resa dei conti.
Ma non importava, non adesso. Con un moto di ribellione si irrigidì tra le braccia del Mago, non perché volesse o potesse respingerlo. Ma perché voleva essere sé stessa… anche se non poteva chiedergli di considerarla eguale.
Tornò a far scorrere le mani sulla stoffa sottile; era così leggera che riusciva a percepire ogni dettaglio della carne al di sotto di essa. Voldemort trattenne il fiato mentre lasciava scorrergli le unghie sul petto, e poi più giù, tracciando una strada verso l'unica cosa che una puttana avrebbe dovuto considerare importante.
Ma, qualunque cosa fosse successa, Maya sapeva che non sarebbe rimasta ferma a lasciare che accadesse. E se era il piacere che l'Oscuro Signore stava cercando in lei… Maya avrebbe cercato il suo in lui ancora di più.
- Era te che volevo. – sussurrò, stringendo le mani intorno al fulcro del desiderio di entrambi, completamente sincera – Ed è te che vorrò. Anche quando… - non completò la frase, perché non avrebbe potuto farlo. Ma non desiderava mentire, così si inginocchiò ed impegnò la bocca in un modo diverso. Lasciando che tutto quello che poteva fare parlasse per conto del suo cuore. Senza bugie.
E Voldemort seppe che era tutto vero. Per entrambi.
(...continua.)