Capitolo 26: Centinaia di Occhi
Maya si raggomitolò sul letto con l'impressione che il tempo fosse impazzito del tutto.
C'erano momenti, momenti come quello, in cui aveva l'impressione di essere caduta in una pozza d'acqua stagnante senza avere alcuna possibilità di tirarsene fuori. In quei momenti i suoi pensieri, a dispetto del resto, correvano veloci, incuranti dei confini che tentava di porsi. E tutto convergeva verso quello che avrebbe voluto tenere fuori: immagini su immagini, una continua ripetizione di fatti dolorosi, di decisioni difficili, di momenti vissuti a metà tra il pericolo e la paura.
Il tempo fuori di lei correva veloce, ed il tempo dentro di lei andava alla velocità di una lumaca.
La pendola del piano inferiore segnò l'ora, e Maya si rigirò premendo la testa nel cuscino per costringersi a non cercare ombre annidate nel buio... l'immagine del cadavere di Albus Silente.
Era cominciato dopo Nurmengard, ovviamente.
Aveva dato a Voldemort ciò che più desiderava: la Bacchetta di Sambuco. La Bacchetta Invincibile.
Sul momento, quando si erano lasciati dietro Grindelwald ancora vivo e con gli occhi lucidi di curiosità, non le era sembrata una gran cosa l'idea di violare una tomba.
C'erano faccende più importanti, più gravi, più orrende: salvare un uomo valeva un milione di volte di più del profanare la tomba di un altro.
Ma questi erano stati i suoi pensieri prima, quando ancora credeva che sarebbe bastato chiedere all'Oscuro Signore di restare fuori dalle mura di marmo. Eppure Voldemort non aveva voluto sentire ragioni; le aveva stretto il polso e l'aveva condotta dentro a coronamento del suo trionfo. Era eccitato. Più eccitato di quanto Maya potesse sopportare.
E non era l'idea del corpo, del cadavere, della morte ad averla spaventata, ad averle tolto il sonno; le orbite infossate di Silente non la turbavano, il silenzio, l'immobilità, l'odore del sonno eterno non erano nulla.
Maya deglutì.
Era l'idea che Silente, che qualunque vittima di Voldemort, potesse giudicarla, osservare le sue azioni e biasimarla, osservarla con occhi severi e privi di comprensione perché stava sbagliando tutto.
Aveva iniziato quella stessa notte a cercare di mettere in un angolo tutte quelle immagini sgradevoli, mentre provava a fissare qualunque altro punto del sepolcro ma non la lastra di marmo ed il corpo al di sopra di essa, mentre le mani di Voldemort stringevano lei e la bacchetta tanto desiderata nello stesso modo possessivo, con la stessa brama.
Se ne erano andati, ma Silente li aveva seguiti, guidando una danza macabra di vittime che la giudicavano nell'attesa che facesse la cosa giusta, che indovinasse la mossa vincente. E da quel momento ogni istante era stato quello buono per dirsi che il piano così brillante che aveva immaginato con Rodolphus avrebbe potuto essere un fiasco terrificante.
Un passo falso ed avrebbero consegnato il mondo alla rovina.
E questo pensiero non era il peggiore.
Sempre più spesso quando il corpo di Voldemort scivolava sul suo, quando era lontano e Maya si domandava cosa stesse rischiando, quando le prospettive svanivano oltre i confini della piccola palude in cui era certa di essere precipitata… in quei momenti Maya desiderava tanto fare la cosa più semplice: smetterla di avere responsabilità, smetterla di tradire, di pensare.
Sarebbe stato facile, sarebbe stata una resa completa: dirgli tutto, smetterla con gli inganni.
Offrirgli la possibilità di essere definitivamente il male che desiderava essere, consegnargli la vittoria, i punti deboli del nemico e perdersi.
Essere solo l'amante, essere solo la donna nella gabbia dorata, l'uccellino stretto tra le dita del suo amato, crudele padrone.
Nessun peso, nessuna responsabilità. Nessun rimorso.
Allora, lo sapeva con assoluta certezza, le ombre dei morti con gli occhi vuoti ma pieni di biasimo e giudizio sarebbero svanite di nuovo oltre i limiti di un mondo che non la riguardava più.
Oltre le barriere di un tempo in cui notte e giorno, ed il procedere delle stagioni non avrebbero avuto più alcun senso.
Maya socchiuse le palpebre, scalciando le lenzuola e girandosi ancora. Lasciando scorrere due dita sul seno, rabbrividendo.
Sarebbe stata solo una schiava. Senza nessun altro dovere al di fuori del piacere, senza nessun altra paura al di fuori del dolore che Voldemort sapeva somministrare con generosità. E lei, dannazione, lo desiderava. Desiderava anche quello. Come le piccole cose che all'inizio avrebbe ritenuto degradanti e che adesso le sembravano parte dell'affresco.
- Nell'amore non c'è degradazione. – lo disse pianissimo, ma nel silenzio della notte ebbe l'impressione che quelle parole si dilatassero all'infinito.
Amore?
Era amore tradire in quel modo?
Il sospiro dell'Horcrux le risuonò nel petto, ormai più simile ad un'altra parte di sé stessa che a qualcosa di estraneo.
Lo faccio per lui.
Lo disse, lo ripeté, lasciò che quelle parole rotolassero tra le sue labbra, sussurrate pianissimo.
Non ci vorrà molto.
La voce dell'Horcrux si insinuò nei suoi pensieri, scacciando le ombre e lasciando che tutti i motivi di preoccupazione retrocedessero nel buio.
Maya strinse il ciondolo tra le dita.
Ne sei sicuro? Sei sicuro…
Lui non rispose, semplicemente lasciò che la sua magia scivolasse in lei come la carezza di un amante.
Poi, quando le palpebre della donna si fecero più pesanti, mentre il sonno scendeva sul suo piccolo mondo come un incantesimo di guarigione, le parve di sentirlo sussurrare: presto, prestissimo.
Un'altra riunione.
Rodolphus Lestrange inspirò a fondo una boccata di fumo e poi lasciò cadere la sigaretta oltre il davanzale, sicuro che le siepi di Lucius non sarebbero andate a fuoco per così poco.
Agguantò un bicchiere di vino e si avviò alle scale.
- Non resti? – Antonin Dolohov gli scoccò un'occhiata perplessa, sospettosa.
Rodolphus gli sorrise, bevve un altro sorso e gli rifilò il calice vuoto. Lo ritenevano pazzo, ma non perché avesse lasciato andare Bellatrix. In fin dei conti quella era stata l'unica cosa saggia della sua vita: pensavano che fosse ammattito
prima.
- L'Oscuro Signore è già arrivato. – Dolohov gettò nervosamente il bicchiere in un camino vuoto. Ma Lestrange non si fermò per più del tempo necessario ad osservare i cocci schizzare sul pavimento e sui costosi tappeti di Malfoy.
- Sì, lo so. – mormorò, e scese di fretta sistemandosi meglio il mantello.
- Ma…
- Sembra che io non serva.
L'odore del giardino e dei fiori notturni gli strapparono un piccolo sorriso, superò il cancello e si smaterializzò per ricomparire nel suo piccolo studio privato.
L'Elfo Dorren gli fu accanto nel giro di un attimo per prendere il mantello.
- Tutto bene, signore?
Lestrange annuì.
- Devo stirare il giornale?
- No, mi farò bastare l'edizione della mattina. Comunque non resterò molto. Volevo solo accertarmi che fosse andato tutto bene. Mi hai procurato quella cosa?
Dorren annuì con una piccola smorfia, e Rodolphus lo trovò quasi comico.
- Molto bene. Allora è tutto. Non aspettarmi alzato.
Mentre Dorren usciva, Lestrange si avvicinò alla scrivania scrutando il piatto d'argento coperto con un tovagliolo.
Scostò la stoffa e un sorrisetto gli si dipinse sul viso affilato. Non che ne sapesse molto di balistica, calibri e proiettili. Ma si era sempre arrangiato con successo e qualche ora di allenamento avrebbe fatto il resto.
Si sedette per completare la lettera per suo cugino lasciata a metà nel pomeriggio e che un gufo avrebbe consegnato prima dell'alba con una convocazione alquanto bizzarra.
Adrian esercitava da qualche parte in Scozia la stimata professione medica. Rodolphus non era certo di dove esattamente, ma sapeva che il suo gufo lo avrebbe raggiunto per tempo con la stessa certezza che Adrian non si sarebbe tirato indietro davanti ad una simile richiesta di aiuto, anche se non c'era stato più un solo Lestrange a rivolgergli la parola dopo la sua fuga d'amore con la figlia di un cardiologo Babbano.
La pergamena venne firmata e sigillata, e poi Rodolphus si avviò fischiettando verso la soffitta dove tenevano una discreta quantità di civette e gufi di comprovata efficienza e velocità. Osservò l'uccello alzarsi in volo e confondersi con la notte e poi si smaterializzò ancora una volta.
Stavolta non furono le pareti accoglienti della sua dimora a dargli il benvenuto, ma la sagoma incombente di una vecchia casa piuttosto cupa e bisognosa di riparazioni.
Lestrange si guardò intorno e attraversò il cimitero.Tic. Tic. Tic…
Maya si sollevò a sedere e si strofinò gli occhi; fuori era ancora buio.
- Mio signore, sei tu? – si guardò intorno, con la speranza che Voldemort fosse tornato e desiderasse condividere il suo letto.
Intruso…
La voce dell'Horcrux si mescolò ad un altro colpo. E stavolta lei identificò il suono per quello che era: un colpetto assestato al vetro della finestra, si alzò per sbirciare fuori e quando fu certa di aver identificato l'origine del rumore la aprì con cautela.
Lestrange accennò un piccolo inchino.
- Cosa… - Maya deglutì – Gli è successo qualcosa?
- No. – Rodolphus sbuffò – Non è successo niente, non ancora.
- Allora perché sei qui, la casa è protetta.
- Lo so. Non ho superato nessuna protezione, tuttavia. Nessuno mi ha visto. E lui è ancora da Lucius. Ma c'era un messaggio che non potevo non farti avere.
Maya provò il doloroso desiderio di richiudere i vetri ed infilarsi nuovamente nel letto, invece abbassò le mani e le strinse sul davanzale.
- Allora vi siete accordati?
Rodolphus annuì – Già da un po' di tempo. Non ho avuto modo di fartelo sapere prima. Ma… tieniti pronta.
- Va bene. – riuscì a mormorare, prestando attenzione solo per metà a quello che il mago stava dicendo.
- Stai bene? Se hai cambiato idea…
- No.
Rimasero per un po' in silenzio, poi la donna tirò un respiro sibilante e si sistemò i capelli in un gesto nervoso.
- Vattene, Rodolphus. Se adesso tornasse e ti trovasse qui…
Non attese risposta, ma richiuse la finestra e raggiunse il centro della stanza prima di lasciarsi andare sul pavimento, seduta sul tappeto a fissare il vuoto come una stupida.
Alla fine, un secolo dopo, i rumori della casa la riscossero. Rumore di passi lungo la vecchia scala di legno.
Maya si strofinò il viso e sciolse la treccia, riuscì a trovare la forza per alzarsi e per sfilare la camicia che indossava di notte.
Si voltò mentre Voldemort apriva la porta, indovinando la sua sagoma anche nel buio e la ventata fredda che portava con sé… l'aria gelida delle ore prima dell'alba.
- Mio signore… - sussurrò – Fai l'amore con me.
(...continua.)
