Capitolo 1
Ero legato ad una sedia, i polsi talmente stretti da far male. Avevo un bavaglio sopra la bocca ed era buio. Non sapevo dove fossi o perché mi trovassi lì, ma il cuore mi pulsava così forte che credevo si sarebbe aperto un varco nel mio petto e se la sarebbe data a gambe. Mi faceva male la testa, un forte e dilaniante emicrania e un dolore lancinante appena sopra la fronte, sulla sinistra. Stavo sanguinando, di questo ero sicuro, percepivo la ferita aperta e non avevo la benché minima idea di quanto fosse grave o dove me la fossi fatta. Provai a muovere le gambe, ma erano ben salde alle gambe della sedia in legno. Non vedevo niente, era tutto nero, ma sapevo di non essere solo.
Lo sentivo strisciare sul pavimento, riuscivo quasi ad immaginare la scia appiccicosa che lasciava sulle assi, che scricchiolavano sotto il suo peso. Era sempre più vicino, il respiro pesante riempiva il silenzio. C'era solo il suo putrido fiato nauseabondo e il mio cuore palpitante, mi sentivo i polmoni in fiamme, gli occhi bruciavano e fui costretto a chiudere le palpebre. Ritrassi le dita d'istinto, cercai di non emettere il benché minimo rumore possibile, ma quella cosa continuava ad avanzare e avevo paura. Mi sentivo svenire, faceva caldo, troppo caldo e le corde con cui ero legato stringevano troppo. Non c'era aria in quella stanza, non c'era luce, non c'era … niente. Tranne lui.
Sentii qualcosa di appuntito e di estremamente doloro nella gamba, faceva talmente male da farmi urlare, ma ciò che vidi dopo fu abbastanza da farmi morire la voce in gola. Non riuscivo a respirare.
Aprii gli occhi all'istante con il respiro irregolare e il cuore che batteva all'impazzata. Mi stringevo la gamba, ma non era ferita e non stavo sanguinando dalla testa. Mi alzai sui gomiti e mi guardai attorno, ero nel mio letto nella casa di Ermes, stavano dormendo tutti e la fioca luce della Luna entrava timidamente dalla finestra. Era un incubo. Un tremendo, stupido, folle incubo. Ricaddi pesantemente sul cuscino, con le mani sul viso, erano giorni che non dormivo affatto bene, ma questa notte il sogno era stato così reale e terribile da spaventarmi a morte.
Dal letto di sopra, riuscii a percepire la voce fievole e impastata dal sonno di mio fratello. – Ritorna a dormire, Connor. Sono le due del mattino. - e si riaddormentò, russando profondamente. Cercai di calmarmi, Travis aveva ragione, dovevo tentare di chiudere occhio o il giorno dopo sarei stato uno schifo. Mi girai su un fianco, con la schiena rivolta contro il muro e lo sguardo fisso sui miei fratellastri, dovevo sapere che fossero lì con me, che non fossi solo. Rimasi per un po' in quella posizione, cercando di riprendere sonno, ma più il tempo passava più mi sentivo sveglio e non avevo la benché minima voglia di starmene a letto sino al mattino successivo. Sospirai, sconfitto, alzandomi silenziosamente dal materasso per mettermi le scarpe, ero ancora in pigiama ma non me ne preoccupai. Avanzai nel buio, lasciandomi alle spalle il letto disfatto e i corpi addormentati degli altri. Aprii la porta lentamente e sgattaiolai fuori, guardandomi attentamente attorno per evitare di essere il pasto di un'arpia irritata dal fatto che violassi il coprifuoco. Mi sentivo un fuorilegge quella sera, un criminale che tenta di darsela a gambe senza farsi scovare dalla polizia. Magari fosse stato così, la verità era che ero un mezzosangue, la mia vita era costantemente in pericolo e non potevo abbandonare i confini del campo senza rischiare di essere divorato dai mostri. Che cosa penosa e allo stesso tempo inspiegabilmente allettante.
Dopo aver camminato per all'incirca un quarto d'ora, mi sedetti sugli spalti che davano sull'arena da combattimento, non vi era anima viva o almeno era quello che pensavo.
- Non riesci a dormire? – la voce che mi giunse alle orecchie mi fece girare di scatto alla mia destra con gli occhi sgranati. A pochi passi di distanza si ergeva la figura di un altro mezzosangue del campo, perciò a meno che non gli avessi fatto qualche scherzetto e lui non volesse farmela pagare ero salvo. Non riuscivo a vedere il suo volto, perché era contro luce e c'erano così tanti ragazzi al campo che non avevo idea di chi si trattasse.
- Tranquillo, Chirone ci stressa tanto con la storia del coprifuoco, ma la possibilità di incontrare un'arpia durante la notte è talmente bassa che potremmo uscire a dare una festa e nessuna di loro se ne accorgerebbe. Hanno un udito particolarmente sottosviluppato per essere degli esseri sovrannaturali. -
Si avvicinò lentamente con le mani in tasca, forse si aspettava che dicessi qualcosa, una qualunque stupidata, ma la verità era che ero ancora troppo scosso da quel sogno per aprire bocca, avevo letteralmente percepito la mia voce morire strozzata davanti a quel mostro ed era come se mi fossi dimenticato come si parla.
- Qualcosa non va? – la sua espressione era leggermente impensierita, mentre mi si sedeva accanto, aspettando una risposta. Ora che era vicino riuscivo ad identificarlo meglio; i capelli decisamente corti dritti sul capo, gli occhi seri e impazienti, la pelle dura e il volto deciso, era uno dei figli di Ares e si chiamava Darren. Qualche giorno prima io e Travis avevamo imbrattato i loro coltelli con della vernice rosa shocking, perciò mi meravigliai di essere ancora del tutto integro. Mi sarei aspettato tipo di essere preso per il collo e trascinato fino al lago, di essere pestato con un bastone e riempito di botte, ma Darren rimaneva lì a fissarmi in attesa e non c'era vendetta nei suoi occhi. Poi parve ricordare qualcosa e mi sorrise divertito.
- È per la storia della vernice? Perché se è così puoi stare tranquillo, non ho lasciato il mio letto a quest'ora per darti una lezione. Credo che Clarisse abbia già avuto la sua rivincita, non vedo perché infierire ulteriormente. – per un attimo ricordai tutte le batoste che avevamo ricevuto dai suoi fratelli, mentre le urla di Clarisse risuonavano per tutto il campo. Quella ragazza sapeva essere davvero terrorizzante quando voleva. Travis progettava un ulteriore scherzo per loro, ma vidi bene di non sorridere all'idea. Se Darren avesse sospettato qualcosa sarebbe andato a riferirlo a sua sorella e addio al bel divertimento.
- Quindi … hai intenzione di svelarmi la causa dei tuoi mali o no? – non aveva ancora gettato la spugna, ma dal canto mio non riuscivo a spiaccicare parole per cui mi limitai a rivolgere nuovamente lo sguardo alla terra dell'arena. Non è che non riuscissi a muovere al bocca o che so io, è solo che quando aprivo le labbra per far uscire la voce, tutto d'un tratto non sapevo più cosa dire, in realtà non avevo la benché minima idea di cosa avessi sognato, era solo un incubo, dovevo gettarmelo alle spalle e andare avanti. E comunque non vedevo perché dovessi condividere i miei pensieri con lui.
Rimanemmo in silenzio per vari minuti, il tempo sembrava non passare mai, Darren era seduto alla mia destra e non aveva l'aria di voler spezzare nuovamente l'atmosfera rilassante ch'era venuta a crearsi. Dal canto mio questa cosa cominciava a diventare imbarazzante.
- Perché sei sveglio? – gli domandai senza guardarlo negli occhi, ma mi parve di vedere un mezzo sorrisetto sulle sue labbra.
- Mi sono svegliato nel cuore della notte e ho deciso di uscire a fare una passeggiata, non è la prima volta che lo faccio. – per un momento solo mi chiesi se anche lui facesse dei sogni strani, dei sogni … inquietanti.
- Ha .. hai fatto un … incubo? – le parole mi uscirono molto meno decise e distaccate di quanto avrei voluto. Mi diedi mentalmente dello stupido per questo.
- Mmhmm? No, mi sono semplicemente svegliato. Capita qualche volta. – non ci fissavamo l'un l'altro, guardavamo davanti a noi - Perché me lo chiedi? -
- Così, ta .. tanto per. – mi affrettai a rispondere e il fatto che tartagliassi lo insospettì parecchio, ma non osò aggiungere nient'altro.
Quando tornai nel mio letto dovevano essere all'incirca le quattro, non potevo essere stato con Darren tutto quel tempo, oppure sì? Non riuscivo a togliermi le sue parole dalla testa, o meglio il suo silenzio, qualcosa mi diceva che non sarebbe stata la nostra ultima conversazione in proposito.
Chiusi gli occhi e mi addormentai quasi subito.
Mi risvegliai con il suono delle trombe, ero troppo stanco per aprire gli occhi, così li tenni chiusi ancora per un po'. Riuscivo a sentire i miei fratelli che si alzavano di malavoglia dal letto, percepii un leggero tonfo accanto a me e compresi che Travis doveva essere saltato giù dal suo, dato che non usava mai la scala.
- Su alzati, fratellino. È Mattina! – disse, percuotendomi dalla maglietta del pigiama grigio. In risposta mugugnai qualcosa d'incomprensibile e potei sentire le risate di qualcuno, ma ero troppo stanco per battere ciglio.
Ricordo solo che un momento primo ero nel mio letto e un momento dopo seduto sul pavimento con un'espressione da zombie ed ero sicuro di essermi perso il passaggio. Li sentivo ridere, ma non ero ancora abbastanza cosciente per comprendere cosa fosse successo. Travis era in piedi davanti a me con un sorriso a trentadue denti che sghignazzava. Appoggiai le spalle al letto, appoggiando la testa sul materasso e richiusi gli occhi, ma prima che potessi riprendere il sonno perduto qualcuno mi prese, alzandomi di peso, poi ricordo di non aver toccato terra per un breve tempo e di essermi (letteralmente) spiaccicato su una superficie, avevo sfiorato un sasso con la testa per miracolo, se non fossi atterrato prima con le ginocchia non avrei avuto i riflessi abbastanza pronti e probabilmente mi sarei rotto il naso. Accanto a me esplosero migliaia di risate e in un attimo mi svegliai del tutto. Mi avevano buttato fuori dalla porta e tutti mi additavano con l'indice, piegandosi in due dalla ridarella che li aveva presi. Credo di essermi trasformato in un pomodoro, mi sentivo il volto in fiamme. Ero lì sul terreno come un gatto al centro dell'attenzione, ero decisamente diventato lo zimbello del giorno, quella storia mi avrebbe perseguitato per settimane, ne ero certo. C'è una cosa che dovevo ammettere riguardo ai miei fratelli, erano spietati e non risparmiavano nessuno, nemmeno i loro stessi compagni.
Tornai dentro come un fulmine, mi vestii con la faccia ancora rossa dalla vergogna e non riuscivo a far altro che pensare a tutti i ragazzi del campo che ridevano di me. Ero talmente preso dal ricordo che l'idea di vendicarmi contro i miei fratelli non mi passò nemmeno per la testa. Mi allacciai le scarpe e corsi fuori, ero in ritardo per la lezione di tiro con l'arco e mi aspettava una lunga, lunghissima giornata.
