Capitolo 2

Non me la cavavo male con l'arco, ma diciamo che non ero nemmeno una cima. Ero arrivato a lezione con almeno dieci minuti di ritardo e l'occhiata che mi lanciò l'insegnante fu abbastanza da farmi rigare dritto per tutto il tempo rimasto.
Mi allontanai insieme a Travis, ma non prestai granché attenzione alle sue parole. Continuava blaterare riguardo a qualcosa di cui non ero a conoscenza, o probabilmente sì, non ero stato molto attento.
- Comunque chiudiamo il discorso qui. Però dovevi esserci, è stato uno sballo. Dovevi vedere la sua faccia, era assolutamente impagabile, stavo per soffocarmi dalle risate … - meno male che dovevamo chiudere il discorso lì, mio fratello non sembrava affatto dell'idea di smettere di parlarne. Mi guardai attorno senza un motivo particolare, c'erano mezzosangue che correvano ovunque, chi in cima alla collina, chi nel bosco, altri semplicemente chiacchieravano l'un con l'altro.
- Stai cercando una possibile vittima? – tutto d'un tratto mi resi conto di avere la sua più completa attenzione senza nemmeno averla richiesta, aveva smesso di parlare e mi fissava in attesa con un ghigno sulle labbra.
- … forse mi è venuta un'idea, ma potrebbe metterci in guai seri. – mi affrettai a sottolineare, ciò che avevo in mente ci avrebbe messo sicuramente in guai seri, ma noi eravamo i fratelli Stoll, se non ci ficcavamo noi nei guai chi lo avrebbe fatto?
- Ti ascolto, fratellino. – e gli spiegai il mio piano. Le espressioni che ricevetti mentre glielo illustravo erano così varie che potrei elencarne solo alcune; inizialmente mi aveva riservato un'occhiata un po' accigliata, dopo la quale aveva ripreso il suo ghigno, ma i suoi occhi smascheravano una scintilla di ripensamento. La mia idea era folle, ne ero consapevole, ma non avremmo mai avuto un'altra occasione come quella. Dioniso passava gran parte della mattinata a giocare a carte con Chirone, perciò avremmo avuto campo libero. Nessuno era di guardia alla porta del suo ufficio.
- Tu vuoi metterti contro gli dei, Connor. – mi riprese Travis, con una nota d'ilarità nella voce -.. siamo d'accordo, allora. –

Sedevamo al tavolo di Ermes come se niente fosse, ognuno di noi era concentrato esclusivamente sul suo piatto, mentre io e Travis ci lanciavamo qualche occhiata di complicità circa ad ogni minuto che passava.
- Che avete voi da sghignazzare in quel modo? – domandò Rick, davanti a noi con uno sguardo confuso.
- Lo vedrai, Rick. Lo vedrai. – rispose Travis, riuscendo a stento a trattenere una risatina. Da qualche parte qualcun altro ci rivolse un'occhiata preoccupata, probabilmente temevano qualcosa che li avrebbe interessati direttamente. Ancora qualche minuto …
- CHI È STATO!? – la voce del Signor D sconvolse tutti, prendendoci un po' di sorpresa. Doveva essersi diretto nell'ufficio in anticipo, dato che a quest'ora era già zuppo di … brillantini. Sembrava si fosse fatto un bagno a base di quei balsami strani che usavano le figlie di Afrodite, quelli che lasciavano loro una pelle brillante. A vederlo in quello stato non riuscii più a trattenermi e quasi mi strozzai con l'acqua che stavo bevendo in quel momento. Intorno a noi esplosero delle risate prorompenti che echeggiarono per l'intera radura. Potei notare da lontano Chirone che soffocava una risatina con la mano, ma i suoi occhi erano pieni di divertimento. È sì, gli occhi sono proprio lo specchio dell'anima.
- AVETE CINQUE E DICO CINQUE SECONDI PER DIRMI CHI È STATO OPP… - s'interruppe bruscamente e nella sala cadde un silenzio tombale, non c'era bisogno che chiedesse in giro per risalire al colpevole. – Signori Stoll, data la vostra immancabile voglia di prendervi gioco della mia persona, sarete più che felici di fermarvi a ripulire tutti i piatti e le posate. –
- Ma Signor D … - cercò invano di richiamarlo mio fratello. – Noi non … -
- Non ho finito! Entro domani mattina voglio vedere il mio ufficio tale e quale a prima, se vi azzardate anche solo a lasciare un singolo brillantino sul pavimento farò in modo che passiate il resto della vostra insulsa vita nelle fogne più luride e malridotte del paese. Sono stato chiaro!? -
- Sì, signor D. – rispondemmo in coro come soldatini, gli occhi come due palle da bowling. Solo l'idea di trasformarmi in un ratto mi disgustava, ma ne era valsa la pena. Almeno adesso l'attenzione generale era rivolta ad un Dioniso luccicante anziché a me in pantaloncini.

Pulire i piatti e le posate di oltre un centinaio di ragazzi era già di per sé dura, farlo verso le dieci di notte complicava nettamente le cose, farlo in due le rendeva completamente un incubo. Ci sarebbero volute ore per ripulire tutto; era già passata mezz'ora e non avevamo lavato nemmeno la metà delle stoviglie presenti. Ero stanco morto, mi si incrociavano gli occhi ogni secondo e inciampavo sui miei stessi piedi. Ovunque guardassi vedevo un comodo e morbido letto e delle calde coperte, ma ero consapevole di trovarmi ancora nella sala dei banchetti e di non aver ancora finito.
- Ammettilo, volevi che l'immagine del direttore sostituisse la brutta figura che hai fatto stamattina. – Travis si trovava dall'altra parte della sala circolare e sembrava molto meno stanco di me. Non che mi sembrasse strano, visto che ero riuscito a chiudere occhio sì e no alle quattro del mattino quella notte.
- Lo sapevi. -
- Sì. -
- Allora perché hai accettato? – la voce mi uscì dalla gola, confusa. Sapeva che sarebbe andata a finire così.
- Te l'ho detto, la faccia delle nostre vittime è impagabile. – aveva risposto e riuscii a leggere tra le sue parole qualcosa di molto più vero. Perché ero suo fratello e mi avrebbe sempre aiutato.

Finalmente avevamo finito di ripulire tutto quanto, era notte fonda e non c'era nemmeno una luce. Le arpie avevano avuto l'ordine di non mangiarci quella sera, perciò niente coprifuoco da seguire.
- Cavolo! – sbottò Travis, davanti alla casa di Ermes. Stavamo per entrare, Travis era a metà degli scalini, quando parve ricordarsi qualcosa. – L'ufficio di Dioniso. Dovevamo pulire anche quello. – in un attimo mi sentii mancare, ero così assonnato che sarei crollato sul pavimento di sassi e terra in quel preciso istante, ma Travis si meritava molto più di me di andare a dormire. Gli dovevo un favore dopo tutto.
- Ci penso io. -
- Sicuro? Non è che ti addormenterai sul tappeto o una cosa del genere, vero? Sai non è che mi piacerebbe andare in giro con un socio-topo. -
- Non ti preoccupare, renderò il pavimento cristallino. -
- Sarà meglio per noi. – e si chiuse la porta alle spalle cercando di non svegliare nessuno, ma non prima di avermi lanciato un'ultima occhiata di gratitudine.

Era bastato prendere uno straccio bagnato e tutti i brillantini si erano incollati alla pezza di stoffa. Avevo fatto proprio un bel lavoro, anche se la vista cominciava a calare e avrei potuto scambiare benissimo un pino per un drago. Sbadigliai contro voglia, barcollando sui miei stessi passi, ma prima di uscire dall'ufficio notai un foglietto sulla parete. Era strano, Dioniso scriveva ogni cosa nero su bianco, eppure su quella carta c'era dell'inchiostro blu, ero più che sicuro che il Signor D non possedesse nemmeno una penna di quel colore, così lanciai una rapida occhiatina al porta penne sulla scrivania, dentro di esso si trovavano una matita grigia e una penna nera. Non era ben rifornito, forse avrei potuto rubare regalargli qualche cosa un giorno di quelli, magari avrebbe placato la sua ira.
Se il direttore ci aveva permesso di varcare la soglia del suo ufficio a notte fonda, senza nemmeno una guardia a tenerci d'occhio, voleva dire che non nascondeva nulla e che avremmo potuto sfogliare anche decine di libri e quaderni senza trovare nemmeno un piccolo particolare di sospetto. Allora perché c'era quel pezzettino di carta stropicciato attaccato allo stipite della porta? Sembrava messo lì apposta perché qualcuno lo leggesse prima di uscire. Non riuscii a trattenere la curiosità e lo presi tra le mani, era una calligrafia strana e non apparteneva al Signor D, probabilmente qualcuno lo avevano attaccato per farmi uno scherzo poco prima di andare a dormire. Sospirai leggermente irritato a quell'idea, volevano farmi perdere tempo, era ovvio. Sapevano che avrei cercato di leggere il messaggio a tutti i costi e la dislessia mi avrebbe rubato parecchio tempo. Da quanto ero riuscito a decifrare, il bigliettino recitava:

"Il tempo sa guarire e sa ferire. Voglio essere tuo amico, Connor."

Rimasi a fissare quella parola storta per non so quanto tempo, poi riattaccai il biglietto sullo stipite della porta in modo che nessuno potesse sospettare nulla. Uscii in fretta dalla stanza, ma non sapevo perché fossi così impaziente di lasciare la Casa Grande. Fuori era buio e vedevo a mala pena dove stavo andando, avrebbero dovuto instaurare dei lampioni, qualcosa che ti mostrasse la direzione giusta. Per un solo attimo mi parve di non essere solo, ma non c'era abbastanza luce perché potessi guardarmi attorno e assicurarmene. Continuai a camminare a passo spedito verso la casa di Ermes, avrei voluto che Travis fosse rimasto sveglio con me, era un pensiero egoista ma era quello che volevo.
- Hai finito di pulire? – una voce mi fece salire il cuore in gola, ma era famigliare così mi rilassai un poco.
Annuii brevemente, tutto d'un tratto non avevo più così voglia di addormentarmi, da una parte ero stanco ma dall'altra la mia mente continuava a ragionare su quella parola, senza lasciarmi un attimo di tregua. Dovevo pensare ad altro, dove concentrarmi su qualcosa, su … qualcuno.
- I nostri incontri saranno sempre a quest'ora della notte? – gli chiesi, cercando di mascherare l'inquietudine che provavo in quel momento.
- Spero di no. Non riesco nemmeno a distinguere i tuoi lineamenti da quelli di tuo fratello con questa Luna. – quella cosa mi sorprese abbastanza, dicevano tutti che io e Travis ci somigliavamo talmente tanto che se io non fossi più basso ci scambierebbero tutti per gemelli. E Darren voleva farmi credere che sarebbe riuscito a capire chi fossi anche senza la presenza di un fratello più alto al mio fianco?
- Ti va di … fare una passeggiata? – non rispose, ma cominciò a incamminarsi verso una direzione ben precisa e io lo seguii.
Parlammo di varie cose, ma almeno non si azzardò a tirare fuori la storia del pigiama e questo rese la chiacchierata molto più piacevole.
- Quindi hai la stessa età di Clarisse. – conclusi.
- Già, ma mia sorella è molto più … come posso dire … sicura di sé. – rimasi sbigottito a quell'affermazione; se c'era una cosa che potevo affermare sui figli di Ares era che nei loro occhi ardeva il coraggio e la determinazione e non avevo mai, e sottolineo mai, visto uno di loro con un'espressione spaventata o simile. Avrebbero massacrato eserciti di mostri senza la benché minima paura e non si sarebbero guardati indietro.
- Non ci credi, vero? – sul suo volto visi un sorriso appena accennato. – Be', sono sempre stato dell'idea che il coraggio sia una virtù, ma talvolta anche un pericolo. Va dosato correttamente o porterebbe dritto alla morte. – era strano sentire un figlio di Ares parlare a quel modo, ma sembrava convinto delle sue parole e chi ero io per smentirlo? Aveva ragione.
- Probabilmente è così. – che risposta intelligente che detti.
- Mia sorella, come la maggior parte dei miei fratelli, è convinta che non si vincono le battaglie tentennando, bisogna agire d'istinto e colpire l'avversario. Da una parte è giusto, ma fermarsi a riflettere potrebbe garantire alla guerra un risultato … migliore. -
- Essere avventati non aiuta mai. -
Alzai la testa verso il cielo, splendevano migliaia di stelle , una più luccicante dell'altra. Notai Darren fare lo stesso, improvvisamente eravamo circondati dal silenzio, ma non un silenzio di quelli che fanno paura, era rilassante e mi faceva stare bene.
- Qual è la tua stella preferita? – non sapevo cosa dire, insomma non ci avevo mai pensato realmente. Mi ero sempre limitato ad alzare gli occhi e osservare. – Non lo sai? – negai con la testa. Da qualche parte avevo letto che a rimanere a fissare le stelle per più di sei minuti si rischiava di svenire, ma non avevo ben capito perché. Se mi avessero trovato disteso per terra l'indomani mattina sì che sarebbe stata una figura pessima, magari avrei fatto venire un colpo a qualcuno.
- E tu invece, qual è la tua stella preferita? -
- Sirio, ma non chiedermi la ragione. -
- Okay. – e lì, all'ombra della notte mi venne da sorridere.