Capitolo 4

-"… probabilmente mi sto preoccupando per nulla, però devi ammettere che è piuttosto strano. Connor ma mi stai ascoltando?"-
-"Eh? Cosa?"-
Avril alzò gli occhi al cielo con un gesto teatrale per poi scoppiare in una risata cristallina che non poté che riscaldarmi il cuore. Era così bella quando rideva, il suono che fuoriusciva dalle sue labbra mi procurava un calore per tutto il corpo. Non avrei mai voluto vederla triste.
-"Ma è possibile che passi tre quarti e mezzo della giornata con tuo fratello e che il rimanente del tempo in cui teoricamente dovresti stare con la tua fidanzata, il tuo cervello è da tutt'altra parte?"-
-"Scusa, è che … non .. cioè tu non c'entri, sono io .."-
-"Tranquillo, non ti salterò addosso. Ma se c'è qualcosa che non va potresti parlarmene."- forse non aveva tutti i torti eppure l'idea non mi allettava per niente, non sentivo il bisogno di renderla partecipe dei miei problemi, cioè io non avevo assolutamente nessun problema, sia chiaro. Avevo solo passato una giornata pesante, ecco tutto. Sì, insomma avevo saltato una lezione rifugiandomi dentro la casa di Ermes, avevo incontrato Quintus, il nuovo istruttore di scherma, avevo fatto una pessima figura davanti ai ragazzi del campo, avevo dovuto sorbirmi tutti quei pensieri senza senso su quanto sia coraggioso fuggire dal nemico, mi ero fatto una doccia e … e poi mi ero ritrovato lì a parlare con Avril.
-"D-devo andare, Travis si starà chiedendo che fine abbia fatto."- e le feci un cenno con la mano, cominciando ad allontanarmi verso la mensa.

Fissavo il mio piatto in silenzio, non avevo parlato con nessuno per tutta la serata, non riuscivo nemmeno a sentire i morsi della fame da quanto ero stressato. Non riuscivo a togliermi dalla testa l'occhiata incerta che Avril mi aveva lanciato poco prima che uscissi dalla sua visuale, la stavo facendo preoccupare per nulla.
Non potevamo iniziare a mangiare prima che tutti quanti non si fossero seduti, mancavano ancora poche tavolate. I ragazzi di Apollo fecero il loro ingresso canticchiando le note di una canzone che non conoscevo, con larghi e sinceri sorrisi sulle labbra e una luce calda negli occhi, poi arrivarono i figli di Efesto, che dovevano essersi appena dati una bella lavata perché erano talmente lindi da risplendere come degli specchi. Con l'arrivo della casa di Demetra, potemmo iniziare a mangiare. Provai a masticare qualche pezzo del mio pollo, ma persino quell'azione mi pareva estremamente stancante. Inghiottii a vuoto, avevo la mente così intasata di pensieri da non riuscire nemmeno a godermi il pasto ed io adoravo mangiare.
Lottai contro l'istinto di voltarmi, girando gli occhi da una parte all'altra della sala circolare, tutto pur di non guardare il tavolo di Ares. Mi sentivo soffocare, come se la pressione atmosferica fosse aumentata improvvisamente sulle mie spalle, come se tutti mi fissassero e mormorassero tra loro parole che non volevo sentire, eppure io ero lì seduto e potevo ascoltare tutti i discorsi e le conversazioni degli altri e allo stesso tempo non riuscivo a sentire le loro voci, era come se si mischiassero l'un l'altra nel baccano della mia mente. Sentivo il cuore battere troppo velocemente, pulsarmi nel petto con tanto ardore da farmi male, come se volesse crearsi un varco e scappare, fuggire lontano dove nessuno avrebbe potuto farlo battere.
-"Ehi, Connor. Non hai aperto bocca fino adesso, sei sicuro di star bene?"- mi voltai di scatto, forse troppo rapidamente perché potei sentire un leggero crack al collo. Moritz mi fissava serio, aspettando una risposta che purtroppo non avrei dato tanto facilmente. Sul tavolo di Ermes cadde il silenzio, sentivo tutti gli occhi addosso, eravamo una bolla in mezzo alle voci prorompenti del Campo Mezzosangue, un punto di silenzio imbarazzante che si sarebbe espanso lentamente anche verso gli altri tavoli. Ancora pochi minuti e avrebbero notato le nostre facce e si sarebbero ammutoliti tutti, confusi e probabilmente molto curiosi.
Non sapevo cosa dire, mi sentivo la gola secca ed era come se mi fosse stata rubata la voce per parlare. Li stavo facendo preoccupare, i miei fratelli, Avril, li stavo facendo preoccupare per niente. Non era successo niente. E allora perché mi alzai senza nemmeno rispondere, cominciando a correre verso casa?
Ero uno stupido, uno stupido. Perché solo uno stupido poteva pensare di risolvere i problemi creandone altri. Volevo che nessuno si accorgesse di nulla, che sapesse nulla e non avevo fatto altro che far crescere nuovi dubbi. Credevo di poterlo nascondere a tutti, di poterlo cancellare definitivamente persino dalla mia stessa coscienza, dalla mia memoria. Avevo ridotto un ricordo a un fantasma, uno spettro della mente che vaga invisibile per le strade infinite delle scelte che non ho mai preso. Ma come ogni fantasma, quel ricordo era morto insieme a quella parte della mia vita e non l'avrei fatto ritornare dall'aldilà per ferirmi nuovamente, per mandare all'aria tutto quanto. Non di nuovo.
Lanciai un sasso a qualche metro di distanza davanti a me, mi ero seduto sui gradini della casa di Ermes e non ci sarebbe voluto poi molto perché i miei fratelli mi trovassero. Una manciata di minuti e avrebbero abbandonato la mensa e allora sì che avrei dovuto dare spiegazioni. Ma cosa potevo dire loro? Non c'era niente che non andava, non era successo un bel cavolo di niente.
Sentii dei passi che si avvicinavano e cercai di non alzare lo sguardo dalle mie scarpe. Molti dei miei fratellastri cominciarono a salire gli scalini, passandomi a fianco, qualcuno mi diede una leggera botta sulla spalla, altri mi disordinarono i capelli con una mano, ma io non mi mossi. Nessuno di loro era a conoscenza di nulla, avrei potuto dire qualunque cosa e me la sarei cavata.
"Peccato che sono un pessimo bugiardo." Pensai e non potei che darmi più ragione. O dicevo la verità o restavo direttamente muto. Travis mi si sedette accanto e lanciò una breve occhiata alle stelle.
-"Si vedono bene questa sera."- commentò con scarso interesse.
"Qual è la tua stella preferita?" sgranai gli occhi all'istante, era stato un pensiero improvviso come se la sua voce si fosse insinuata nella mia mente con prepotenza e senza il mio permesso.
Inspirai a vuoto come a voler ricoprire ogni spazio del mio corpo d'aria e non permettere più a nessun pensiero di entrare, come a voler soffocare i problemi che giravano a vuoto e sbattevano l'uno contro l'altro, come a voler cercare di respirare un'aria nuova e chiudere un altro capitolo, l'ennesimo.
Rimanemmo nel silenzio più totale, tra noi non vi era bisogno di parlare in quelle situazioni. Non ero in grado di mentire a mio fratello, di dirgli "Sto bene" e inghiottire un singhiozzo, trattenere una lacrima o un pugno contro il muro. La verità era che avrei voluto urlare, che avrei voluto alzarmi e cominciare a correre e scappare. Scappare dai ricordi, scappare dai problemi, scappare da tutto. Ma ero lì, fermo a guardare per terra con un aspetto pietoso, non ero l'eroe che bramavo di essere, ero solo un codardo.
Presi un profondo respiro, dando una manata all'aria con l'intento di scacciare un insetto. Travis aveva la capacità di farti sentire come se ce l'avessi vicino, come se la sola sua presenza avrebbe scacciato ogni problema e sapevo quanto questo fosse vero. Ricordavo chiaramente quando da bambino scendevo silenziosamente dal letto e andavo nel suo, quando lo svegliavo con una mano sola perché nell'altra stringevo il mio coniglietto di peluche, quando indicavo l'armadio con occhi tremanti e parlavo di un mostro che non sarebbe mai uscito da quella porta, ma lui annuiva e mi abbracciava ed erano i momenti che amavo di più. Travis non parlava molto in quelle occasioni, si limitava a restarti vicino ed essere presente e non lo avevo mai odiato per questo. Perché se era lì significava che aveva capito, che mi avrebbe ascoltato se mai mi fossi deciso a parlare e che non mi avrebbe mai forzato. Che sarebbe stato una spalla su cui piangere e un fratello su cui contare. In qualunque circostanza. E una parte di me pensava che non avrei mai dovuto spezzare quel silenzio.
-"Andiamo dentro?"- chiesi con una voce leggera e dal sapore amaro.
-"Certo."- rispose e mi diede la mano.

Quella notte sognai quella stessa conversazione, solo che non eravamo seduti davanti alla porta d'entrata e non c'erano i nostri fratellastri a pochi passi da noi. Sopra le nostre teste non splendevano più le stelle, ma un cielo azzurro come il mare e un Sole accecante. Eravamo sdraiati sull'erba verde e potevo sentire il cip cip degli uccellini e l'acqua del torrente che scorreva rapida tra le rocce, il confine del campo doveva trovarsi a qualche metro da noi. Potevo scorgere in lontananza i campi di fragole e il rumore del vento che tirava forte verso ovest. Potevo percepire i raggi solari sulla pelle, ma le mie braccia era ricoperte da una coperta di brividi. Travis non sembrava sentire il freddo del mattino o del pomeriggio o qualunque ora fosse, aveva un orologio al polso e mi sporsi leggermente in avanti per poterne leggere l'ora. 11.00 in punto. Sperai vivamente che nella realtà non fosse veramente così tardi o sarei stato in guai seri. Mi alzai a sedere, incrociando le gambe e scrutando il paesaggio con occhio vigile. Non c'era nessuno.
-"Ci sono io."- disse Travis e non potei che voltarmi a guardarlo in faccia. Non mi fissava negli occhi, era troppo occupato a guardare il cielo.
-"Come scusa?"- domandai, ma la mia domanda si disperse nel vento. Alzai gli occhi verso la fonte della sua attenzione, il cielo era rosso con qualche sfumatura di rosa e giallo qua e là.
-"Ma com'è possibile?"-
-"È il tramonto."- rispose mio fratello tranquillamente.
-"Ma se sono le …"- quando mi voltai, l'orologio segnava le 17.45.
-"Non te l'ha mai detto nessuno che nei sogni le ore non sono molto affidabili? Cambiano di continuo, vanno dall'alba alla notte più scura in un istante."- spiegò con fare quieto ed occhi stanchi.
Osservai brevemente il limitare del bosco, se quello che Travis aveva detto era vero non avrei voluto trovarmi in quel luogo quando sarebbero giunte le tenebre.
-"Che ne dici allora se …"- Travis era scomparso, nemmeno l'erba su cui era stato sdraiato sembrava essere stata schiacciata da un peso, anzi i fili d'erba si ergevano orgogliosamente in alto e non capivo come questo potesse essere possibile.
Non ebbi il tempo di chiedere alcunché, perché la luce rossastra cominciò ad affievolirsi sempre di più ad una velocità assurda, lasciando rapidamente lo spazio ad una mezza Luna e a delle stelle lontane e luminose. Avrei potuto guardarle per ore, ma d'un tratto sentii come una pressione nel petto. Per quanto una notte stellata potesse essere sensazionale, restava pur sempre una notte ed io ero solo. Il freddo pungente mi faceva congelare e quasi non riuscivo più a capire dove fosse la strada per il campo a causa di quel buio e di quel silenzio di tomba. Aspettai qualche minuto ma non successe nulla, la notte sembrava eterna come se il tempo avesse deciso di fermarsi a riposare.
Perché diavolo non sorgeva il Sole?
"Calma, Connor. È un sogno, giusto? Ed è il tuo. Sei tu a decidere."
-È quello che credono tutti, ma se così fosse non esisterebbero gli incubi.-
Mi alzai di scatto, cominciando a guardarmi attorno con il cuore in gola. Non c'era nessuno, ne ero più che sicuro. Ma non ero stato io a parlare.
Mi sentivo incatenato in quell'istante immobile, l'unico rumore udibile era il mio respiro irregolare ed ero più che certo che la mia paura fosse percepibile a kilometri di distanza.
-Il tempo sa spegnere e riaccendere, Connor.- Continuò e il suo suono riuscii ad entrarmi nell'anima ed era freddo ed era gelido e faceva male e faceva paura.
-Il tempo, Connor.- Lo sentivo vicino, mi sentivo solo. Era come se riuscisse ad attraversarmi e mi toccasse con il suo tocco di fuoco, come se allo stesso tempo riuscisse a soffocarmi e donarmi l'aria per respirare.
-Il tempo è troppo.- Caddi in ginocchio, mi tremavano le mani, mi tremavano le gambe. Sentivo gli occhi pizzicare e un nodo in gola. Volevo tornare a casa.
-… e non è mai abbastanza.-

Mi svegliai di soprassalto ed ero sicuro che stessi per avere un attacco d'asma perché respiravo a fatica e mi facevano male i polmoni. Solo che io non ero asmatico.
Stavo piangendo, potevo sentire il calore delle lacrime sulle guance e vedere delle macchie bagnate sul lenzuolo. Tirai su col naso, avrei voluto uscire da quella casa e farmi un giro, ma avevo abbastanza motivazioni per non lasciare quel letto. Mi sdraiai di nuovo sul materasso. Non avevo svegliato nessuno, ognuno dei miei fratelli dormiva beatamente nel suo letto, alcuni russavano sonoramente ma il solo rumore mi fece sentire a casa. Non c'era silenzio, non ero solo e l'unica voce udibile era quella del mio pensiero.
Sprofondai sotto le coperte e non potei che tremare alla sola idea di riaddormentarmi, ma non potei far altro che abbandonarmi ad Ipno quando Morfeo venne a prendermi e mi costrinse a chiudere gli occhi una volta di più.
-"Connor, svegliati. È tardi."- avevo la vista appannata dal sonno e mi girava la testa.
-"Sto male."- mugugnai con la voce ancora impastata dal sonno. Non ero sicuro che qualcuno fosse riuscito a decifrare quello che avevo detto.
-"Okay. Allora dopo passo e ti accompagno in infermeria. Va bene?"- sentii dire da qualcuno, ma non potei rispondere perché ripiombai subito a dormire in un sonno senza sogni, un sonno che non avrebbe lasciato alcuno traccia di sé, che non si sarebbe fatto ricordare e non avrebbe lasciato alcuno spettro o impronta del suo passaggio. Un sonno bramato dalla maggior parte dei mezzosangue, costretti a chiudere gli occhi e vedere squarci e pezzi di vite che non gli appartenevano, frammenti di un passato lontano di cui restavano solo delle visioni notturne o di un futuro che non volevano conoscere ma che avrebbero dovuto affrontare col tempo.

Quando aprii gli occhi, Chirone sedeva davanti a me sulla sua immancabile sedia a rotelle e mi fissava seriamente, in attesa che prendessi totalmente conoscenza. Il Sole mi batteva sulla faccia e dovetti strizzare più volte le palpebre per mettere a fuoco il mio maestro.
-"Finalmente ti sei svegliato. Ho detto a Rory che poteva tranquillamente recarsi ai suoi allenamenti pomeridiani e che mi sarei occupato personalmente di accertarmi del tuo stato di salute e, in caso negativo, di accompagnarti in infermeria. Ma da quanto vedo mi sembri abbastanza in forma."- non sembrava arrabbiato, non aveva le mani chiuse a pugno o stringeva i denti o faceva qualunque altra cosa avrebbe potuto fare una persona adirata.
Mi misi a sedere, allontanando gli ultimi residui di sonno rimasti.
-"Che cosa sta succedendo?"- chiese e dovetti rimanere lì a fissarlo qualche secondo prima di comprendere le sue parole. Non aveva detto "Che cosa ti sta succedendo?"ma"Che cosa sta succedendo". Lo so, sembra una stronzata, ma vi posso assicurare che con Chirone queste sottigliezze contano.
-"Che cosa dovrebbe succedere?"- domandai a mia volta, cercando di mantenere il tono più confuso che potessi mostrare.
Chirone sapeva qualcosa che noi non dovevamo sapere e collegava i miei comportamenti ad una possibile conoscenza di ciò. Non sarebbe stata la prima volta che Chirone ci nascondeva qualcosa ed era plausibile che dovesse assicurarsi che quel qualcosa restasse segreto. Solo che io non sapevo assolutamente nulla di niente e benché possedessi una curiosità nettamente più sviluppata del normale, avevo già abbastanza problemi di mio per pensare anche a quelli degli altri.
Probabilmente riuscii a leggere il mio ragionamento dai miei occhi perché non aggiunse nulla.
-"Va tutto bene?"- forse avrei dovuto lasciargli credere che sapessi qualcosa in più e non lasciargli intendere che non fosse tutto okay nella mia vita, ma non potei che ringraziarlo del fatto che invece di punirmi per le assenze e tutto il resto cercasse di assicurarsi che stessi bene.
Annuii silenziosamente, contemplando le dita dei miei piedi e le assi del pavimento. Passarono diversi minuti prima che Chirone si convincesse che non avrei aggiunto nient'altro.
-"Sarà meglio che tu ti vesta in fretta, ti sarei grato se partecipassi ad almeno una lezione della giornata."- e uscii dalla casa, anche se non avevo ben chiaro come avesse fatto a scendere le scale con quella specie di sedia a rotelle/borsa di Mary Poppins.
Mi alzai di malavoglia, cominciando a frugare nei cassetti dell'armadio alla ricerca di qualche indumento da mettere. Trovai un paio di calzini, cioè un calzino e una penna a sfera che non avevo mai visto prima di allora. Sorrisi divertito, in quella piccola casa era facile trovare oggetti di dubbia appartenenza. Comparivano di tanto in tanto in qualche cassetto, sotto il cuscino, tra le lenzuola, persino dentro alle scarpe. Forse l'avevo rubata io e non me lo ricordavo, magari era uno di quegli oggetti presi a scuola che mi ero tenuto oppure l'aveva presa uno dei miei fratellastri e l'aveva nascosta dentro al mio spazio personale dell'armadio. Chi lo sa.
Scartai qualche paio di pantaloni, poi vidi dei jeans stropicciati molto meno degli altri e decisi che avrei messo proprio quelli. Li presi fuori e vidi con la coda dell'occhio un piccolo pezzetto di carta bianco che svolazzava per aria dritto verso il pavimento. Lo presi poco prima che atterrasse, lanciando una breve e gelida occhiata al contenuto del biglietto. Quelle parole erano talmente fredde, spente e dannatamente vive allo stesso tempo da immobilizzarmi ogni qualvolta lo rileggessi. Me l'ero messo in tasca quando ero andato nell'ufficio del Signor D per donargli qualche penna sgraffignata qua e là durante la mattinata, mi aveva rivolto un'occhiata perplessa e mi aveva congedato con un gesto della mano. Quando mi ero voltato il post-it bianco era accartocciato per terra, probabilmente Dioniso aveva mancato di poco il cestino. Gli avevo chiesto che cosa fosse e lui mi aveva guardato in modo strano, quasi non capendo a cosa mi riferissi poi aveva seguito il mio sguardo e la sua espressione era divenuta ancora più stupita.
Qualche ora dopo avevo scoperto che sul biglietto ci fosse scritta una cosa tipo "Pocker. Ore 15.30 – 17.20". E fin qua tutto a posto, solo che quello che leggevo io non coincideva con ciò che leggevano gli altri.
Ogni volta che fissavo quel bigliettino mi sentivo gelare il cuore, come se quelle lettere fossero state impresse col ghiaccio più freddo e appuntito del Polo Sud, come se fossero dei tagli profondi incisi nella carta. Avevo provato a bruciarlo ma non ne avevo avuto il coraggio, era come se ogni volta che lo guardassi il tempo rallentasse fino a fermarsi del tutto, come se il mondo in cui avevo vissuto si prendesse una pausa, come se la realtà stessa si piegasse al suo volere e non potevo far altro che annegare in quell'istante infinito e allo stesso tempo talmente breve da non essere nemmeno misurabile. L'unica cosa che riempiva quel momento erano le pulsazioni del mio cuore e il mio respiro che si perdeva nello spazio, guardare quella frase mi innervosiva, tutto si fermava in silenzio, restavo lì immobile e l'unica cosa a cui potevo pensare era il passato, erano i ricordi di una vita che si era fermata. Come se in quelle parole per me non esistesse un futuro. E questo mi faceva paura.
Mi infilai il pezzo di carta stropicciata nella tasca posteriore dei jeans, cercando di rimanere concentrato su quello che stavo facendo.
"Stai scappando un'altra volta." Mormorò una voce dentro di me, avrei voluto farla stare zitta ma mi limitai a scrollare la testa e prendere la prima maglietta che avevo a portata. Era color pesca e aveva le maniche corte, con un bizzarro disegnino nel centro. Era perfetta. Me la misi addosso e uscii.
Stavo morendo di fame, perciò sperai con tutto me stesso che … e invece avevano finito tutto il pane. Sbuffai sonoramente, calcolando quanto sarei resistito con la pancia vuota. Non sarei arrivato all'ora di cena.
-"Hai fame?"- una voce alle mie spalle mi fece raggelare. Il primo pensiero che la mia mente riuscii a formulare fu 'vattene' ma poi il mio stomaco si intromise. Mi girai un po' titubante, Darren stringeva una mela tra le mani e solo a guardarla mi faceva salire l'acquolina in bocca. Annuii fissando bramoso il frutto tra le sue dita. Mi porse la mela e l'agguantai subito, portandomela alla bocca e dandole un sonoro e vittorioso morso. Mentre masticavo tentai di portare la mia concentrazione ovunque fuorché sul ragazzo che avevo di fronte, ma fu a dir poco impossibile. Primo perché non mi sembrava giusto e secondo perché mi sorrideva beato davanti alla faccia. Sembrava a suo agio con quei suoi capelli castani belli dritti sopra la testa, la sua armatura e la sua spada legata in vita.
-"Ti sei preso una piccola vacanza?"- spezzò il silenzio, ridendo sotto i baffi. Aveva un sorriso stampato sul viso, uno di quei sorrisi sinceri e improvvisi, di quelli che ti fanno sciogliere e dimenticare tutto. Aveva un sorriso così …
-"Non sono affari tuoi."- sbottai e potei notare le sue labbra perdere quella curva accogliente.
Lo odiavo. Lo odiavo perché riusciva a sorridere ancora, riusciva a guardarmi con quegli occhietti gioiosi e porgermi del cibo come se niente fosse. Lo odiavo perché mi aveva battuto davanti a tutti e poi si era comportato come se fossi stato bravo mentre non avevo fatto altro che indietreggiare. Lo odiavo perché era sempre a suo agio in ogni momento, in ogni situazione. Lo odiavo perché riusciva a sorridere anche adesso, anche adesso che non c'era nulla per cui essere felici, adesso che il Campo era sotto assedio, adesso che molti dei nostri compagni avevano cambiato fronte, adesso ch'era riuscito a far riaffiorare delle ferite che mi ero imposto di curare, adesso che aveva riportato a galla dei ricordi che non volevo ricordare, adesso che aveva mandato di nuovo tutta la mia vita all'aria quando finalmente ero riuscito a sistemarla, ma soprattutto lo odiavo perché non riuscivo ad odiare un sorriso che mi rendeva felice.