"Basta ragazze io non ce la faccio più, devo sapere cosa sta succedendo là dentro", esclamò Sue, e prima che riuscissero a fermarla, era già davanti alla cella del boss. "Tranquille.. Starò attenta!", sussurrò a tutte.
Con un dito spostò di qualche millimetro la tendina. Poi le labbra le si arricciarono all'insù. Tornò verso il tavolo. "Sono tranquille, stanno parlando.", le rassicurò rilassandosi. "Allora è tutto a posto, sono sicura che c'è una spiegazione valida, su, avanti... tutte a nanna!", propose Maxine.
Dovevo sapere dove mi trovavo e decidere la direzione da prendere una volta pronta. Una domenica mi azzardai a salire sul vecchio scuolabus giallo con cui gli uomini andavano alla falegnameria e trovai una vecchia carta geografica stropicciata, pigiata sotto alcuni attrezzi in una cassetta di legno, la presi, sicuramente era dimenticata lì da anni. La studiai per qualche tempo, quando sapevo che mia madre non era nelle vicinanze e presto capii quanto davvero fossimo lontani dalla civiltà. Non mi ero mai mossa da quel posto e a volte non sapevo nemmeno se credere alle cose che avevo letto nei libri o a ciò che vedevo raffigurato su quella cartina.
Ad ogni modo, col tempo riuscii a prepararmi una sacca da nascondere nella buca sotto il portico. Un semplice grande sacco nero per la spazzatura, legato con una corda in modo da poterlo trasportare a spalla, con dentro una vecchia coperta, i miei appunti, la spatola di mio padre che avevo imparato ad affilare grossolanamente su una pietra, un maglione e un vecchio paio di larghi pantaloni di velluto, rubati una delle tante domeniche dai fili sui quali stavano asciugando.
Appena udii ciò che il capo del villaggio aveva ordinato a mia madre, puntai una sedia sotto la maniglia della porta, mi arrampicai oltre la finestra, afferrai la sacca e strisciai fuori dal portico, il buio mi aiutò a non farmi notare da mia madre che stava ancora prendendo ordini dall'uomo, proprio sopra la mia testa, voltai l'angolo più vicino e corsi verso il fienile dove erano stipate le provviste della comunità. Buttai nella sacca un pacco di biscotti, qualche latta di frutta in scatola e del latte condensato. Fuggii dalla parte opposta a quella che avevano preso gli uomini.
Il fatto che fossero andati a caccia di serpenti e la luna quasi piena, mi aiutarono a guadagnare un certo vantaggio, che probabilmente mi ha salvato la vita. Camminai tutta la notte, sapendo che avrei avuto presto bisogno di trovare dell'acqua ed un riparo per le ore più calde del giorno.
La sera dopo cominciai a trovare i primi alberi, poi un torrente che seguii, fino ad arrivare in un piccolo centro abitato, Mereenie. Sapevo che non avrebbero smesso di cercarmi ed ero ancora troppo vicina al lago e ad Alice Springs, c'era una stazione di servizio sulla strada principale, era ancora buio e alcuni furgoni avevano fatto sosta per la notte. Uno di questi furgoni riportava un indirizzo di Yulara sugli sportelli, il retro era aperto e pieno di casse vuote. Aspettai che il conducente si svegliasse e si allontanasse per i propri bisogni corporali, salii e mi nascosi alla bell'è meglio. Funzionò. Durante il viaggio decisi che avrei continuato verso sud. Ma dovevo fermarmi e trovare il modo di provvedere alle mie necessità. Poco dopo un cartello che segnalava il paese a qualche miglio, scorsi una fattoria poco lontano, saltai giù dal camion al primo rallentamento. Spalai merda di maiale e di cavallo per un paio di mesi. Ai primi freddi i fattori caricarono le bestie da macello destinati al mercato di Adelaide e ne approfittai per chiedere un passaggio.
Finii per occuparmi di tosare le pecore da lana in una fattoria alla periferia della città. Legai con l'anziana moglie del fattore e finii per raccontarle la mia storia, tramite un amico di un suo amico riuscì a procurarmi i documenti di una bambina nata ad Adelaide due anni prima di me e sfortunatamente morta poco dopo. Mi fece anche studiare, mi fece prendere la patente e mi regalò la sua vecchia auto, che ormai usava pochissimo.
Dopo qualche anno credevo di essere fuori pericolo, credevo di aver trovato il mio posto nel mondo. Frequentavo una scuola di arti marziali vicino al porto e una volta a settimana ero solita fermarmi per un paio di birre in compagnia degli altri allievi. Una sera notai un paio di tizi che mi fissavano a qualche tavolo di distanza, non li riconobbi subito, ma l'istinto mi suggerì di filarmela. Approfittai di un attimo di confusione per allontanarmi. Stavo salendo in macchina quando li sentii chiamarmi col mio vecchio nome. Mi raggiunsero mentre ancora stavo cercando di infilare le chiavi nel quadro. Mi strattonarono fuori dall'auto e iniziarono a trascinarmi via. Non erano preparati al fatto che mi sarei difesa. Li lasciai a terra e guidai dritto alla fattoria.
Pensai che forse durante quegli anni si fossero arresi, ma dopo avermi vista avrebbero ripreso le ricerche più assiduamente che mai. Dovevo andarmene e subito. Agnes era solita aspettarmi in piedi le sere in cui tardavo, le dissi brevemente cosa era successo e lei capì che era giunta l'ora di salutarci e che probabilmente non ci saremmo più riviste. Non voleva sapere dove fossi diretta. Mi preparò una sacca con cibo e acqua, mentre radunavo i miei pochi averi. Mi mise in mano una busta stropicciata mentre con le lacrime agli occhi mi spingeva in macchina e sbatteva la portiera.
Arrivai a Melbourne a metà della mattina dopo e la mia faccia sorridente in un bar di Adelaide mentre alzavo una pinta di birra era già sulla ABC. A quanto pare, uno dei due uomini era stato trovato morto nel parcheggio con un coltello piantato nel petto, mentre l'altro era stato portato all'ospedale con varie ferite da taglio. Io mi ero difesa a pugni e calci. Quel maledetto coltello non era roba mia!
Sono stata stupida, avrei dovuto mascherare il mio aspetto molto tempo fa, tagliare i capelli, tingerli. Ma neanche arrivata a Melbourne ci ho pensato. Li nascondevo sotto il cappuccio del giubbotto. Ad ogni modo, sono durata poco, dovevo immaginare che per prima cosa mi avrebbero cercata tra i senzatetto. Mi hanno ammanettata ai polsi e alle caviglie e caricata su un blindato, un poliziotto si è seduto davanti a me ed è scoppiato a ridere. "Ti abbiamo fottuta bene, Annie Fisher! È così che ti chiami, no?". È stato lui a rivelarmi i dettagli sulla mia infanzia che ancora mi erano sconosciuti. La notte della mia fuga due uomini furono morsi mentre cercavano di catturare i Taipan destinati a quello che doveva essere il mio sacrificio. Il capo della setta lo interpretò come un segno del demonio, il ché avvalorava la loro tesi secondo la quale io ero maledetta. Non smisero mai di cercarmi e spedirono alcuni dei ragazzi più grandi nelle maggiori città dell'Australia, dove sarebbero dovuti entrare nelle forze di polizia, per avere migliori possibilità di trovarmi ed eliminarmi. Il poliziotto che avevo di fronte era il figlio maggiore di una delle due vittime dei serpenti. Ho capito che non sarei sopravvissuta al tragitto verso il carcere. Non potevo aspettare che avesse il tempo di muoversi. Ho puntato sul collo ed ho cominciato a bersagliarlo di gomitate, il furgone si è fermato quasi subito, ma lui era già a terra. Ho preso qualche pugno e calcio da uno degli altri agenti, ma eccomi qui.
"Ecco perché hai tutta la mia ammirazione, Bea Smith. Tu hai rischiato tutto quello che avevi per proteggere tua figlia e quando ti rimaneva solo il pensiero di poter tornare libera un giorno, te lo sei giocato senza pensarci un attimo per vendicare Debbie, e non hai mollato finché la tua vendetta non è stata completa! I miei mi avevano già gettata in pasto ai serpenti quando ancora avevo le croste sull'ombelico! E tutto sommato, va bene così, la mia forza la devo anche a questo fatto, e detto tra noi, non la cambierei per nulla al mondo, ma cazzo se ti ammiro!", si voltò a guardarla annuendo.
"Sono stanca eccome!", confessò Bea. "Sono talmente stanca che faccio queste cazzate, a volte.", ammise come per scusarsi. "Ma devo mantenere la parte…", "Ok, lo capisco, ma non sei sola, pensavo ti fidassi di me! Non siamo una famiglia?", chiese puntando il braccio in direzione della porta, ad includere tutte le occupanti dell'ala. "Mi fido! Ma questa serie di coincidenze… mi ha fatto perdere la testa, proprio perché mi fido… e non potevo crederci. E non capisco perché Gambaro sia venuta proprio da te!", finì.
"È venuta da me perché ha capito che mi piaci. Ecco perché!", ammise senza farsi problemi. Scivolò sulle coperte alzandosi dal letto e dall'alto in basso contemplò la rossa. "Quei soldi sono di Agnes, Bea... sono tutti i suoi risparmi, è anziana, aveva bisogno di me, e io l'ho abbandonata. Non avrei mai preso quella busta se avessi saputo cosa conteneva, pensavo fosse una lettera, l'ho messa in tasca e non ho più avuto tempo di pensarci finché non sono arrivata a Melbourne, li ho nascosti con l'intento di rimandarglieli, ma sono finita qui."
Senza attendere alcuna reazione, si fece strada verso la porta, l'aprì ed uscì silenziosamente. Sollevata dal fatto che le altre si fossero ritirate nelle loro celle, si concentrò sul compito di farsi un tè di cui non sentiva la necessità, vista l'ora, ma aveva bisogno di rimanere sola, e non voleva chiederle di andarsene. Dando volutamente le spalle alla sala, non si sorprese al suono della porta della cella di Bea che si chiudeva. - Dio che giornata! -, pensò.
