Con le braccia incrociate sotto la testa, distesa sulla sua branda, Bea ascoltava i rumori provenienti dal cucinino, rimuginando su ciò che Dawn le aveva appena raccontato. Aveva intuito che la sua vita doveva essere stata difficile, ma non avrebbe mai immaginato fino a che punto. Comprendeva perfettamente la simpatia che la donna le aveva rivelato di provare per lei, e anche se aveva una connotazione personale più profonda di quanto si fosse aspettata, realizzò che questo non la disturbava.
Si accorse che i rumori erano cessati da un po' solo quando percepì con la coda dell'occhio lo spostamento della tendina sul piccolo vetro posto sulla porta della sua cella. Maxine entrò silenziosamente, ansiosa di sapere come era andato il confronto tra le due. La rossa si mise a sedere a gambe incrociate per far posto all'amica, che le si sedette accanto.
A Bea non andava di rivelare i particolari di quella conversazione, ma comprendeva di dover tranquillizzare il suo braccio destro, e sapeva anche di dover digerire ciò che aveva saputo. "Possiamo stare tranquille sulla richiesta che ha fatto a Doreen, le sue ragioni sono personali ed ho intenzione di aiutarla. Non hai idea di ciò che ha passato, Max. Mi sento male solo a pensarci.", "Ero sicura ci fosse una spiegazione logica, ma cosa voleva da lei la Gambaro?", domandò la donna.
Il sorriso quasi timido che si dipinse sul volto di Bea accentuò la sua curiosità, aspettò paziente che l'altra le desse una spiegazione. "Voleva convincerla a distrarmi per avere l'opportunità di far entrare qualcosa per le sue ragazze...", spiegò. "Distrarmi... con del... sesso...", finì coprendosi la faccia con le mani. "Dio, Max, io non sono abituata a parlare di queste cose...", ammise con un sospiro, ancora col viso coperto. "Hey, va tutto bene, stai parlando con me, piccola...", la rassicurò la Conway posandole una mano sulla spalla. "Non ce lo ha detto perché non voleva mettermi a disagio...", l'amica annuì mantenendo il contatto fisico e sorridendo.
"Capisco... beh... avete legato molto... e si vede... non mi sorprende che lo abbia notato anche Lucy e che abbia tentato di trarne un vantaggio.", ragionò la donna. "Si, ma io...", replicò l'altra senza sapere bene come finire la frase. Maxine la guardò con complicità, "Bea... si vede... altrimenti spiegami come mai ti imbarazzi tanto.", l'ammonì. "Ok, ma non so che farci... con questa... simpatia..."
Mancavano ancora un paio d'ore alla conta del mattino, il salottino era ancora deserto, ma sapeva che a breve Dawn sarebbe comparsa come sua abitudine, preparò due tazze di tè e attese sul divano. Dopo pochi minuti le sue previsioni si avverarono. Le porse la tazza con un sorriso premuroso, facendole segno di sedersi vicino a lei.
"Faremo in modo che Agnes riceva quei soldi, Dawn.", "Grazie, Bea. Lo apprezzo molto.", la rossa si sporse verso di lei, "Perché non le scrivi... Nash non sarà qui che tra qualche ora.", l'altra scosse la testa. "No, non voglio che si preoccupi per me, e non voglio metterla in pericolo. Quella gente è ancora in giro.", "Non puoi evitare che le persone che tengono a te si preoccupino, pensa a come deve stare non sapendo più nulla di te... e tu non hai voglia di sapere se sta bene?", la donna la guardò con gli occhi lucidi e pieni di rammarico.
"Non ha importanza cosa voglio io, Bea... lei è più al sicuro così. Fai in modo che quella busta venga consegnata in mano sua e che Nash non si lasci sfuggire nulla, può dirle che li ha trovati. È importante, Bea, lei è più al sicuro in questo modo.", concluse contemplando il pavimento. Il boss le circondò affettuosamente le spalle con un braccio, "Tu non l'hai abbandonata, tesoro. Anche adesso che sei qui, a modo tuo, la stai proteggendo. Ieri mi hai detto quanto mi ammiri, ora lascia che sia io a dirti quanto ammiro te, per ciò che sei diventata, grazie alle tue sole forze. Se io fossi Agnes, farei di tutto per sapere che ne è stato di te.", non era il momento di aggiungere altro, era il momento di lasciarla sola, così le depositò un bacio leggero sulla tempia e tornò nella sua cella, mentre una lacrima empatica le scivolava sul mento.
Quando udì i vagiti di Joshua giungere dalla cella di Doreen, si riscosse alzandosi dal divano e cominciò a preparare il suo latte. Occuparsi del piccolo era una cosa che ormai persino Boomer era in grado di fare. Stava saggiando la temperatura della bevanda, quando l'aborigena la salutò con un 'buongiorno' strascicato. Le porse il biberon con un sorriso. "Senti Dawn... Mi dispiace per...", "No Dor, non devi scusarti, hai fatto la cosa giusta, al tuo posto, avrei fatto lo stesso, non ti preoccupare, è tutto ok.", la rassicurò. Sono sicura che Bea ti parlerà prima che tu veda Nash e deciderete insieme.", aggiunse, nonostante le fosse ormai chiara la decisione del boss.
Tornata nella sua cella si lasciò andare all'emozione al pensiero di Agnes. La parte più dolorosa di quella separazione era non sapere se lei stesse bene. Poteva sopportare il pensiero di non vederla più, di non condividere più il suo tempo con lei, che l'aveva amorevolmente presa sotto la sua ala e cresciuta come una figlia. Scagliò un pugno sul duro cemento della parete, il rumore sordo dell'impatto appena percettibile attraverso i suoi singhiozzi, poi un altro, attutito da un urlo disperato, caricò il terzo, ma due braccia la cinsero per fermare la sua disperazione, voleva divincolarsi, ma al tempo stesso si arrese docilmente, accecata dalle lacrime e assordata dalle grida nella sua testa, le ci volle qualche secondo per capire cosa stesse succedendo.
Maxine rilassò gradualmente la sua forte presa, mentre Bea, inginocchiata di fronte alla donna in piena crisi, le parlava in tono deciso tenendole il viso tra le mani, obbligandola a guardarla negli occhi. "Dawn, avanti, respira con me, coraggio piccola, inspira col naso, così, brava, e via dalla bocca, ancora uno...", la guidò la rossa mentre le asciugava le lacrime dal viso, "Tutti fuori.", ordinò quando capì che l'altra si stava calmando, "Lasciateci sole.", confermò al gruppo di donne che, preoccupate, si erano affacciate alla porta della cella. "Anche tu Max, per favore.", la bruna si alzò, stringendo la presa su una spalla di Dawn ed offrendole un sorriso confortante. Uscì dalla stanza e chiuse la porta.
"Mi dispiace, forse non avrei dovuto insistere riguardo ad Agnes.", le disse la Smith, intuendo la causa della sua crisi. Continuò ad asciugare le lacrime della donna, che non accennavano a fermarsi.
"Non sarei dovuta scappare, non avrei dovuto, ho pensato solo a me in quel momento, è stato istintivo, nonostante i tanti anni passati al sicuro... ho voltato le spalle a tutto il bene che mi aveva donato... e me ne sono andata!", confessò con rabbia.
"Si è presa cura di me, per anni, ciò che sono diventata lo devo a lei, mi ha insegnato a vivere, se penso a chi sono, lei fa parte della mia identità, è la parte più importante della mia identità. Mi ha dato da mangiare, mi ha dato una casa, mi ha dato il suo affetto e il suo sostegno. Io non so cosa significhi avere una madre, non so cosa si prova ad averne una che ti ami, ti cresca e si preoccupi per te, ma se penso a come deve essere, non posso che pensare a lei. Sta invecchiando, e ora che toccherebbe a me prendermi cura di lei, io non ci sono, sono scappata, pensando solo a me stessa e ora è troppo tardi per tornare indietro. Ecco quello che mi fa più male, il non potermi prendere cura di lei, come lei ha fatto con me... Non poterle dimostrare quanto le sia grata, per ciò che ha fatto per me, me ne sono andata come se il tempo che mi ha dedicato in tutti questi anni non avesse alcun valore, quando in realtà è stata la cosa più preziosa che abbia mai avuto. Me ne sono andata come se lei non contasse nulla."
Bea non replicò cercando di consolarla, ascoltò solo ciò che aveva bisogno di confessare, percepì le sue lacrime rotolarle giù per le guance mentre ancora tentava di vincere la battaglia con quelle sul viso della donna davanti a sé. Alla fine si arrese stringendola in un abbraccio pieno di empatia.
Quando pian piano si calmò, Bea si azzardò a prenderle delicatamente la mano ferita nella sua per esaminare il danno, si accorse della smorfia di dolore dell'amica. L'aiutò ad alzarsi e la condusse al piccolo lavabo, dove glie la le tenne sotto il getto di acqua fredda per qualche minuto, lavando via il sangue il più delicatamente possibile, avrebbe dovuto andare in infermeria più tardi. Per il momento la fasciò con una canottiera bianca fresca di lavanderia.
La fece sdraiare sul letto e le si sedette accanto. "Quando mi dissero di Debbie, ero ossessionata dal pensiero di averla lasciata sola... Al pensiero che fosse sola anche in quel momento, perché io ero bloccata qui.", ammise carezzandole i capelli in un gesto di conforto. "Perdonami... mi sento una merda al pensiero di aver fatto una scenata simile proprio con te...", replicò la Graves in preda al rimorso. L'altra scosse la testa e le scivolò più vicino per poterla abbracciare. Dawn la lasciò fare accogliendo il gesto. "Non è per farti sentire così, che te lo sto raccontando, il contrario, semmai...", la rassicurò. "Capisco bene ciò che stai provando.", precisò.
Lasciò passare qualche minuto di silenzio, dopodiché affrontò un altro discorso che le premeva di chiarire con la donna. "Qui dentro ho conosciuto una parte, molte parti di me, di cui non sospettavo neanche l'esistenza, e non posso negare che ci sia stato un qualcosa, fin da subito, che mi ha spinto verso di te.", confessò quasi come se parlasse a sé stessa, "Mi sono sposata a diciotto anni, incinta di Debbie... non è passato molto tempo prima che Harry cambiasse da così a così... Ero totalmente inesperta allora, quanto lo sono adesso, in fatto di... amicizie o relazioni... Che io mi ricordi sono stata per anni sempre e solo una madre... forse, semplicemente, non è qualcosa che fa parte di me... ", concluse senza mai sciogliere la stretta confortante.
"Si... però stamattina mi hai aspettata in piedi, è già qualcosa!", replicò scherzosamente l'altra, appoggiando la testa sulla sua spalla. La battuta strappò un sorriso alla Smith, mentre quasi per istinto le sfiorava i capelli con la guancia.
