Capitolo 2

Un fresco venticello danzava sinuoso tra gli alberi, le foglie verdi ondeggiavano accompagnando la melodia a passi lenti. La luce che irradiava la foresta sembrava trascendere il reale e proiettava immagini sfuocate alla vista che soltanto altri elfi avrebbero potuto distinguere senza fatica.

Ma quello non era il momento di ciò che si vede con gli occhi, era ciò che si sentiva con il cuore, o si sarebbe voluto vedere, che soavemente veniva cantato.

Coi forti archi - sono partiti

le lance a punta - hanno con loro.

Contro il nemico, - che il buio adora,

la loro luce - combatterà.

Le bionde chiome, - legate a treccia,

aspettan quando - faran ritorno

e mani dolci, e dita lente

al chiar di luna - le scioglieranno.

"E' un bel canto di speranza" disse Dama Galadriel.

Haldir fece per alzarsi dal tronco d'albero su cui era seduto, ma lei gli fece cenno di restare comodo.

"E' quello di cui abbiamo bisogno, Haldir: speranza".

L'elfo abbassò gli occhi a terra. Non si sentiva a suo agio, e il Lothlòrien non era il posto in cui si sarebbe dovuto trovare. Lui era un guerriero e avrebbe dovuto lottare come tutti gli altri, ma Celeborn non lo aveva voluto. Non glielo aveva detto chiaramente, ma aveva espresso la volontà che qualcuno di fidato restasse accanto alla moglie e alla figlia, e meglio di Haldir non c'era nessuno.

"Haldir, cosa ti affligge? Vedo pensieri pesare sulla tua mente rendendola cupa. Parliamone, forse poi ti sentirai meglio".

L'elfo era visibilmente in imbarazzo mentre accarezzava il muschio sul tronco.

"Mia Signora, io sono felice di servirla, e darei la mia vita per lei e per sua figlia. Eppure in questo momento, ho l'impressione che dovrei essere nel Dargolad a combattere per distruggere Sauron".

Dama Galadriel sapeva che Haldir aveva pienamente ragione, lui era un guerriero non da poco, e diverse volte aveva dato prova del suo valore, eppure Celeborn aveva insistito con lei fino allo sfinimento perché fosse proprio lui a restare nel Lothlòrien e a nulla erano valse le parole che gli aveva detto pronunciandosi circa Venya e il potere racchiuso in esso, che era sufficiente per proteggere chi restava.

"Ci sono molti modi per lottare contro il male, e molti per difendere il bene. Se il destino ha voluto che proprio tu restassi qui, allora significa che ci deve essere qualche ragione a noi ancora poca chiara, ma che presto ci potrebbe essere svelata".

"Lei riesce a vedere qualcosa?" domandò Haldir ben sapendo di muoversi su un terreno delicato, infatti Dama Galadriel non parlava volentieri con tutti delle sue visioni o di ciò che vedeva nello Specchio.

"Sento che qualcosa di deplorevole sta accadendo. Ma chi riguardi e dove porterà non mi è dato ancora di saperlo. Però posso dirti una cosa: chi insegue la verità, presto o tardi la trova e più spesso di quanto vorremmo ne resta deluso".

Haldir era perplesso, non obiettava le parole della sua Signora ma non capiva bene come la sua inerzia avrebbe potuto essere proficua. Sospirò. Non c'era altro da fare che aspettare e cantare la speranza ancora una volta.

Come le onde - sulla battigia

che poi al mare - ritornano,

i nostri cari - col cuore in petto

a braccia aperte – accoglierem…

Galadriel indietreggiò e lasciò Haldir ai suoi pensieri.

Camminando fra gli alberi poteva sentire che la foresta era in attesa come loro, come Celebrian che sognava di Elrond, di un futuro che sperava di poter realizzare, di un amore che avrebbe dovuto sfociare in una convivenza e poi in una famiglia. Restava solo da chiedersi se Elrond sarebbe tornato.

La battaglia era finita, ma quanta desolazione aveva lasciato! Gil-galad osservava ciò che era rimasto dell'esercito di Imladris; i suoi guerrieri si erano battuti con molta professionalità e ciò aveva limitato le perdite, tuttavia i morti erano numerosi.

Glorfindel, uno dei suoi migliori elementi, nonché suo grande amico e molto vicino a suo figlio Elrond, aiutava a trasportare i corpi, quando incrociò lo sguardo con quello del suo Signore.

Non serviva parlare, e non ci si poteva fermare. Semplicemente spostò lo sguardo da Gil-galad a Elrond, che passava velocemente tra i feriti con in mano un sacchetto, e poi lo riposò su Gil-galad che annuì con la testa e accennò un mezzo sorriso.

Suo figlio era vivo, cos'altro avrebbe potuto chiedere di più ai Valar? Vedendolo camminare a passi svelti, lo affiancò e ne tenne il passo.

"Tutto bene? Dove vai di fretta?".

Elrond ebbe un sussulto, "Padre…", non si era reso conto di aver vicino il padre fino a quando questo non aveva parlato. "… sì, va tutto bene. Sto andando da Thranduil, è nella tenda di Re Oropher, e ha bisogno di queste erbe" rispose mostrandogli il sacchetto.

"Spero che non sia niente di grave. Boscoverde ha già perso molto, più del dovuto oserei dire".

"E' ferito. Non è niente di grave, però bisogna disinfettare la ferita e fasciargli la spalla perché non faccia infezione".

"Certamente" concluse Gil-galad. Poi si fermò su due piedi e bloccò l'avanzare del figlio. "Elrond, avevi già visto tanto dolore e tanti morti, ma credo mai come questa volta. Non sei l'unico guaritore del campo, se vuoi fermarti…".

"Grazie, ma non c'è bisogno che mi fermi, non vorrei che qualcuno che posso salvare muoia perché io mi sono fermato".

"Sei proprio testardo, figlio mio".

Elrond sorrise a quell'appellativo, lui amava Gil-galad come se fosse suo padre naturale, ma temeva sempre che un giorno il re si sarebbe reso conto che non valeva la pena amare lui.

Gil-galad lo aveva rassicurato innumerevoli volte quando era un bambino, ma la sua insicurezza non scemò mai del tutto.

Gli era capitato spesso di sentire suo padre, durante le sue visite nel Lothlòrien, discutere con Celeborn e quest'ultimo invitarlo a rivedere la sua "adozione" del piccolo elfo-bastardo, poiché una somiglianza di occhi e capelli era poca cosa per giustificare il lascito di un regno come eredità.

L'unica risposta che Gil-galad dava era che suo figlio Elrond gli dava giorno dopo giorno molto più di quanto lui potesse mai lasciargli.

La divergenza di opinioni non si risanò mai, neanche quando Celebrian e Elrond decisero di essere fatti l'uno per l'altro e il re del Lothlòrien preferì non opporsi per non rischiare la dissolvenza della sua amata figlia.

Tuttavia era un boccone duro da mandar giù, riteneva che Celebrian meritasse di più e sperava di riuscire a farle cambiare idea con le buone. Gil-galad era stato paziente con Celeborn, ma una volta non poté a fare a meno di lanciare una freccia, che non fece sanguinare ma colpì nel segno, e disse al consuocero che i "suoi" nipoti sarebbero stati bellissimi, che avrebbero avuto un padre e una madre adorabili, peccato solo per qualche elfo altezzoso della famiglia che, benché si sapesse di chi era figlio, era proprio un gran bastardo.

"Non pensarci" disse il re di Imladris rivolgendosi a Elrond.

"Come fai a …" chiese Elrond.

"Sono tuo padre! Certe cose le capisco…" continuò sorridendo "Non pensarci, qualunque cosa fosse" puntualizzò, lasciando a Elrond il dubbio se veramente sapesse cosa stava pensando o no, "Inoltre… ah, ecco il tuo splendido suocero che arriva…"

"Ti stavo cercando Gil-galad. Ho saputo che Thranduil è stato ferito".

"Sì, Elrond sta andando a portargli delle erbe. Vuoi venire con noi?" chiese Gil-galad.

Non poteva andare meglio, pensò tra sé e sé Celeborn. "Va bene, voglio sincerarmi delle sue condizioni di salute. Mio zio è morto e voglio essere sicuro che Boscoverde abbia ancora una guida".

Elrond sollevò il sopracciglio destro al cielo, era davvero molto toccante quanto Celebrian fosse interessato a suo cugino… come si potesse essere così arrivisti non l'aveva ancora capito, ma ne aveva la dimostrazione sotto gli occhi ogni giorno.

Arrivati alla tenda, entrarono, ma di Thranduil neanche l'ombra. Gil-galad si guardò attorno, la tenda era vuota. Sul letto c'erano delle macchie di sangue, ma i vestiti di Thranduil mancavano.

"Non riesco a capire cosa possa essere accaduto. Era qui, nel letto che riposava…" disse Elrond stupito.

"Ma dove può essere andato?" chiese Celeborn con voce tremante.

Gli altri due elfi si voltarono verso il Signore del Lothlòrien, Celeborn era realmente sconvolto. Che fosse davvero preoccupato?

"Non so, però se la ferita non era grave, magari ha deciso di andare dal suo esercito" affermò Gil-galad.

"Oppure…" propose Elrond "magari ha deciso di andare a salutare Oropher. Io lo avrei fatto".

Celeborn non era per niente tranquillo. Pensava di trovare un cadavere e invece Thranduil non era nemmeno agonizzante, anzi sembrava essere in gran forma se era riuscito ad alzarsi e a sgattaiolare fuori. Bisognava trovarlo e lui prima degli altri, possibilmente per finire ciò che aveva iniziato.

"Allora dobbiamo cercarlo. Io mi dirigo verso le sale di guarigione" disse Gil-galad.

"Io andrò a vedere se sta salutando Oropher" si propose Celebrian.

"Va bene" disse Elrond "appena lo trovate, portatelo qui. Nel frattempo io preparerò la tisana".

"Thranduil si può sapere che cosa stai combinando?" rimbombò una voce nella foresta.

Il ragazzino saltò sui suoi piedi, nascondendo qualcosa dietro la schiena.

"Tua madre è preoccupata. Ti sta cercando da quasi un'ora".

Thranduil abbassò lo sguardo a terra, un po' si vergognava di aver fatto preoccupare la madre ma c'erano cose che andavano fatte.

"Cosa è successo?".

Nessuna risposta.

" Hai perso la lingua?" continuò Oropher avvicinandosi al figlio.

Ancora nessuna risposta.

"Thranduil, sto perdendo la pazienza" lo avvisò il padre. "Fammi vedere cos'hai dietro la schiena".

Thranduil indietreggiò. "Io, veramente…".

"Thranduil…" lo riprese sbuffando Oropher "Fammi vedere cosa hai dietro la schiena!".

Il ragazzino si arrese, non c'era molto da trattare quando il padre aveva quel tono di voce. Così gli mostrò una scatoletta fatte di foglie intrecciate.

Oropher la guardò dubbioso poi la prese in mano.

"Fai piano, per favore" gli chiese il figlio.

Il re pesò la scatoletta, era leggera e ben sigillata. "Cosa c'è dentro?".

Thranduil stette zitto.

"Vuoi che apra?" chiese provocatoriamente.

"No, papà, per favore"rispose il principe sottovoce.

"Allora, cosa contiene?".

"E' solo un piccolo usignolo" disse con un sussurro Thranduil, e con mezzo singhiozzo aggiunse "è morto".

Oropher si accostò al figlio e gli mise una mano nella spalla spingendolo verso il basso, contemporaneamente si chinò anche lui. Con le mani spostò il fogliame e scavò una piccola fossa, depose la scatoletta e poi ricopri tutto.

Le guance di Thranduil erano rigate di lacrime. Oropher gli sollevò il mento con un dito, poi gli asciugò le lacrime passandoci sopra il palmo della mano e gli disse: "Figlio mio, tutte le creature sono importanti, e anche un usignolo non è mai "solo" un usignolo. Ma che ti sia di lezione, prima di tutto contano i vivi. Una preghiera per chi non c'è più, un pensiero per chi manca lo puoi sempre avere, ma non trascurare i vivi per rendere omaggio ai morti. Mai, in nessun caso. E adesso vai da tua madre che è preoccupata".

Thranduil sgranò gli occhi e prese a respirare in maniera convulsa. Celeborn non era nella tenda, forse pensava di averlo ucciso. Doveva parlare con Elrond, o meglio con Gil-galad, doveva raccontargli tutto. Sì, loro gli avrebbero creduto.

Si alzò dal letto e si vestì in fretta, nonostante la spalla gli facesse davvero male. Sarebbe andato da loro e gli avrebbe raccontato degli uccelli neri… di come Celeborn aveva tradito lui e il padre. Poi però si fermò di colpo.

Quali prove aveva del tradimento? Chi si era accorto di quegli uccelli? E poi nessuno era a conoscenza degli accordi presi. Elrond aveva pensato stesse delirando quando gliene aveva accennato. E se avessero pensato che stesse uscendo di senno? Che la morte di Oropher lo aveva portato alla disperazione? Cosa avrebbero fatto?

Il suo pensiero corse a sua moglie e a suo figlio, loro gli avrebbero creduto? Loro…

Thranduil si ricordò della minaccia di Celeborn. Sua moglie Wisterian e Legolas erano in pericolo, doveva salvarli, ma doveva anche salutare il padre e seppellirlo. Non c'era tempo per tutto e i vivi erano più importanti dei morti.

Così una volta rivestitosi, prese una piccola sacca con del cibo e andò a vedere il padre, gli diede un bacio sulla fronte, avrebbe voluto restare lì ad abbracciarlo ancora per molto tempo. Se suo padre fosse stato vivo lo avrebbe già allontanato ridendo sotto i baffi e dicendogli che somigliava troppo a sua madre. Poi gli avrebbe accarezzato la nuca e gli avrebbe detto di cercare qualcosa di meglio da fare.

"Ah, padre. Davvero tu non sei stato "solo" un padre o "solo" un Re. Sei stato la mia guida, e ancora adesso seguo la tua voce. Possa Mandos aprire le porte delle sue sale e accoglierti in un mondo senza dolore".

Gli diede ancora una bacio, gli sistemò i capelli e poi scappò via, senza voltarsi perché sapeva che altrimenti sarebbe tornato indietro, invece doveva andare avanti e salvare i vivi.

Raggiunse il suo cavallo, quando si sentì chiamare.

"Principe Thranduil!".

Era Galion, fedele amico di suo padre e comandante in seconda delle truppe. Subito abbassò lo sguardo e si corresse: "Re Thranduil, è ferito?".

Thranduil guardò la camicia, il sangue cominciava a macchiarla all'altezza della spalla.

"Galion, non è niente di grave".

"Mio Re, dove sta andando così…".

Thranduil salì sul cavallo con un ghigno di dolore sul viso: "Devo correre a Boscoverde, mia moglie e mio figlio sono in pericolo".

"Come? Cosa sta dicendo?" fece l'altro stupito.

"Mio cugino, Celeborn, ci ha traditi. Ha tentato di uccidermi e mi ha detto che vuole eliminare mia moglie e mio figlio. Temo che possa aver dato questo compito a un altro. Non credo che lui sia tanto imprudente da compiere questi crimini in prima persona…".

Galion era spaventato, il suo re non sembrava essere pienamente in sé. "Forse dovrebbe riposare un po'…".

Thranduil si rese conto che Galion non lo stava prendendo sul serio, ma doveva andare.

Perciò semplicemente lo avvisò: "Galion, stai attento. Guardati le spalle, e non fidarti di Celeborn. Ti affido l'esercito, riporta i nostri guerrieri a casa".

Poi il nuovo re di Boscoverde il Grande partì, con la speranza di salvare tutto ciò che restava della sua famiglia.

Galion lo vide andar via e automaticamente rispose: "Sarà fatto".