Capitolo 3

Il cavallo correva veloce nella piana, il campo di battaglia si allontanava minuto dopo minuto, ma i ricordi dei momenti vissuti là non sarebbero andati via facilmente e anche lui che procedeva al massimo delle sue quattro gambe fuggiva volentieri da quel luogo.

Il suo padrone lo aveva sempre curato, protetto e amato. Tante volte aveva sentito mani esperte massaggiargli la base della criniera, spazzolargli il crine e avvicinargli al muso gustosi frutti. C'era anche una voce che gli parlava e talvolta cantava per lui.

Con quelle mani e quella voce aveva raggiunto una sintonia perfetta, Thranduil lo aveva chiamato Lùth, che in lingua comune significa "incantesimo", perché se era vero che tra un elfo e il proprio cavallo poteva esserci un'affinità eccellente, era anche vero che Lùth sembrava avere un'empatia nei confronti del suo padrone al di sopra del normale, tale che solo un incantesimo avrebbe potuto giustificarlo.

Naturalmente nessun incantesimo aleggiava attorno all'animale, ma questo non diminuiva il legame tra lui e Thranduil.

Appena gli montò in groppa, il Re lo incitò a correre come il vento, ma Lùth sentiva anche il dolore e la spossatezza del suo padrone. A poco a poco le mani tirarono con minor forza le redini, il corpo si fece pesante e ondeggiò in modo insolito. Lùth rallentò l'andatura. Thranduil prese fiato e lo spronò: "Lùth, non mi abbandonare proprio ora. Devi correre, fallo per me".

Il cavallo sentì il respiro affannoso del suo padrone, doveva essere ferito. Forse sarebbe stato meglio fermarsi e rifiutarsi di proseguire. "Lùth, prosegui … te ne prego" continuò il re barcollando con il corpo in avanti, fino a quando i suoi capelli non toccarono la criniera del suo destriero e la sua faccia si posò sul collo dell'animale.

Lùth si fermò mentre Thranduil infilò le sue dita nella criniera e strinse forte per aver un appiglio e non cadere a terra di peso. Il suo cavallo si era fermato perché aveva percepito il suo malessere e non sarebbe andato oltre. Cavallo testardo!

"Un cavallo testardo per un elfo testardo! I Valar hanno visto bene quando te l'hanno affibbiato!" gli diceva sempre Oropher.

Ah! Come poteva essere imprevedibile la vita. L'inaspettato entrava nel percorso di ciascuno quando meno lo si aspettava. Talvolta era qualcosa di bello e per il quale si era disposti a mille sacrifici, altre volte era qualcosa di doloroso e angosciante. E in ogni caso non si era mai pronti ad affrontarlo.

L'inaspettato! Come avrebbero fatto Wisterian e Legolas se Celeborn, o qualcuno in sua vece, fosse giunto prima di lui? Era impensabile. Doveva comunicare con loro, anche se non era affatto semplice e richiedeva una certa quantità di energia.

Ma bisognava agire; così si aggrappò ancora più forte alla criniera e scese lentamente dal cavallo.

"Ahhh…" si lamentò Thranduil della spalla.

Una volta a terra poggiò la schiena contro la gamba robusta di Lùth e raccolse tutte le energie che aveva. Dentro sé poteva sentire la sua mente cercare la strada verso Legolas, il suo adorato figlio con il quale fin da subito si era accorto di poter entrare in contatto anche a lunghe distanze.

Certamente non potevano avere un dialogo mentale a distanza, però riuscivano a trasmettersi emozioni e immagini.

Più l'emozione provata era forte, più facilmente si sarebbe formata l'immagine nella mente dell'altro.

Legolas e Wisterian erano nel giardino privato quando il ragazzo percepì il tentativo del padre di entrare in contatto con lui.

"Mamma" chiamò Legolas eccitato "Papà sta cercando di dirmi qualcosa".

Subito Wisterian lasciò da parte le fresie che stava raccogliendo e avvicinatasi al figlio gli tenne le mani. "Concentrati, Legolas. Cerca di capire cosa vuole dirti".

Legolas chiuse gli occhi e strinse le mani della madre, fu invaso da un forte senso di dolore e vide il volto del nonno, poi la paura si impossessò di lui e gli apparve chiaro il viso di Celeborn.

Legolas tremò e sgranò gli occhi in cerca di conforto. Wisterian lo ascoltò e anche lei fu presa da sgomento. Suo suocero era chiaramente morto, del marito in fin dei conti non sapeva niente perché come sempre Thranduil si era concentrato su loro, su di lei e sul loro figlio, gli aveva messi in guardia dai pericoli, da Celeborn, ma della sua condizione di salute neanche una parola.

Celeborn era un uomo pericoloso, lei lo aveva capito da subito, da quando le aveva chiesto come era riuscita ad accaparrarsi il regno elfico più grande. E poi quando era nato Legolas, lui e Galadriel erano andati a Boscoverde a conoscere il piccolo e mentre la signora del Lothlòrien aveva manifestato tutto l'amore che poteva nei confronti del bambino, lui molto freddamente aveva chiesto se avrebbero usato l'appellativo di "principe" per rivolgersi all'erede.

Potere e smania di grandezza erano un accostamento insano e lei più volte lo aveva detto a Thranduil che concordava, e assieme a Oropher avevano cercato di mettere una certa distanza tra i due regni elfici, ma il male trova sempre il momento di essere spalleggiato dal destino, e quando lo fa accadono cose terribili.

Wisterian si tenne stretto al petto Legolas e nel mentre pensava a un modo per proteggere suo figlio in caso lei avesse fallito.

Thranduil, da canto suo, giaceva a terra svenuto accanto a Lùth, svuotato di ogni forza che il contatto aveva risucchiato. La notte stava arrivando e la piana del Dagorlad cominciava a trasformarsi in un'immensa distesa di buio.

L'acqua era calda e il profumo delle erbe in infusione cominciava a diffondersi nella tenda, Elrond con un cucchiaino di legno spingeva dentro l'acqua le foglie appena gettate nella teiera.

Queste erbe erano davvero forti, bastava berne un po' per addormentarsi, e respirarle per rilassarsi.

Elrond chiuse gli occhi e inspirò e per un momento pensò che forse suo padre aveva ragione e un po' di riposo non sarebbe guastato, ma in quel momento entrò sbraitando Celeborn: "Thranduil se n'è andato!".

Elrond divenne subito vigile. "Non può essere. Ma perchè?".

Celeborn non rispose, i guardò attorno ma Gil-galad non c'era, e lui non aveva alcuno intenzione di parlare con quel bastardello, doveva fingere davanti alla figlia e … pazienza, ma quando erano da soli non ce n'era il motivo.

Elrond era abbastanza abituato a quel trattamento, ma lui era stanco il comportamento di Thranduil era troppo insolito, sbagliato.

"Non riesco a capire cosa possa essergli successo. Forse la morte di Oropher lo ha sconvolto ancor più di quanto sembrasse".

"O forse per niente. Forse era proprio quello che voleva..." decise di risponder Celebron pensando fosse il momento giusto per insinuare il seme del dubbio, anche se di certo non si aspettava la risposta che il genero gli diede.

"O forse la guerra ha fatto uscire te di senno! Ma come puoi anche solo pensare ciò che hai detto. Pensi forse che tutti desiderino avere più potere come te? Thranduil amava suo padre!".

"Ma davvero?" domandò sarcastico Celeborn "Allora perché armeggiava accanto alla spada di Oropher poco prima della battaglia? Non mi sai rispondere? Come mai un guerriero esperto come Oropher è caduto dopo i primi colpi come uno alle prime armi?".

Elrond prese subito fuoco.

"Io non so perché …"stava rispondendo Elrond esasperato...

"Te lo dico io perché, perché si è fidato di chi pensava non lo avrebbe mai tradito, del sangue del suo sangue. E se mio cugino ha fatto questo al padre, chissà cosa saresti disposto a fare tu a Gil-galad per acquisire il potere su Imladris".

La tenda si aprì ed entrò Gil-galad che chiaramente aveva sentito il breve scambio di battute. Fissò dritto negli occhi Celeborn, nessuna emozione traspariva dal suo sguardo.

"Thranduil non è nelle sale di guarigione a visitare i suoi guerrieri. Ma se quello che dici tu, riguardo a lui" specificò "è vero, allora bisogna trovarlo subito".

Elrond avrebbe voluto interromperlo, ma lui gli fece cenno con la mano di tacere.

Celeborn con un ghigno di soddisfazione sul viso guardava compiaciuto i due. Forse il suo scopo non era andato a buon fine, ma aveva comunque ottenuto qualcosa: Gil-galad sembrava dargli ragione, e Elrond era stato zittito.

"Allora partiamo subito. Galion mi ha riferito di aver visto partire a cavallo Thranduil non più di un'ora fa" disse Celeborn.

"No" si oppose il signore di Imladris "Prima dobbiamo dare a Oropher una degna sepoltura. E poi è meglio viaggiare di giorno. Partiremo domani mattina, presto".

Celeborn acconsentì, infatti aveva ancora qualche cosa da sistemare. Lasciò la tenda e andò di filato da Oropher. Lì ci trovò Galion che vegliava sul corpo senza vita di quello che per tanto tempo era stato un suo amico.

"Non mi dire che ti sei pentito...".

Galion non fu preso di sorpresa e rimase a fissare impassibile il suo Re. "No, non sono per niente pentito. Mi stupisco solo di quanto possa essere stato facile".

"La spada?" domandò Celeborn.

"Tutto a posto".

"Bene, hai una nuova missione da compiere".

"E' quale sarebbe?".

"Devi tornare a Boscoverde e sbarazzarti di Wisterian e Legolas" disse con noncuranza Celeborn.

Galion stette zitto, Oropher era un ostacolo ma la regina e il ragazzino erano praticamene indifesi.

"E' necessario farlo, Galion. Prima di Thranduil. Se vuoi la tua parte, è necessario".

Un terzo di Boscoverde, pensò Galion, e non rimase molto a riflettere poiché già tante volte lo aveva fatto. "Quando devo partire?".

"In questo momento, prendi il cavallo e parti. Io e Gil-galad partiremo domattina alla ricerca di Thranduil. Mi farò accompagnare da due elfi fidati del mio regno, in caso ci siano sorprese".

Galion sghignazzò. Celeborn aveva una mente diabolica, ma ormai non si poteva troanre indietro. Così si voltò e andò via. Celeborn rimase ancora un po' a fissare Oropher, e il suo sguardo si posò sull'anello che aveva al dito. Non era un anello del potere, uno di quelli forgiati da Celembribor e Sauron, eppure sicuramente qualche potere doveva averlo, anche se fosse solo quello di aprire il portone della fortezza. Così con un po' di forza glielo sfilò dal dito e lo mise in tasca.

Nel frattempo un altro anello, molto più importante se si vuole, passava da una mano a un 'altra: Vylia.

Gil-galad aveva deciso di andare alla ricerca di Thranduil con Celeborn perchè in realtà non si fidava di questo. Elrond non era contento, anzi.

"Padre, sarete da soli. Il pericolo è troppo elevato. Fammi venire con te".

"No, Elrond. Tu devi riportare la nostra gente a Imladris. I nostri guerrieri hanno combattuto, sono stanchi e hanno desiderio di rivedere i loro cari. Curate i feriti per quel che potete e poi partite".

"Può farlo Glorfindel!".

Gil-galad prese le spalle di Elrond tra le mani e pesando ogni singola parola disse: "No, Elrond. Tu, e solo tu sei mio figlio. Tu sei l'erede di Imladris. Glorfindel è un buon guerriero e a lui affiderei tutti gli eserciti del mondo, ma tu sei un elfo determinato e giusto, conosci la forza delle armi e sai quando non usarla, conosci la compassione delle arti mediche e sai quando e come applicarle, hai il potere di vedere il futuro e la saggezza di non manipolarlo a tuo piacimento. A te affido il nostro popolo" e sfilandosi l'anello dal dito aggiunse: "A te, affido Vylia".

Elrond si ritrasse e coprendosi il volto con le mani iniziò a scuotere la testa a destra e sinistra. "No, non posso. Non voglio".

"Tu saprai come usarlo. Se quello che pensiamo è vero, se in questa storia c'è lo zampino di Celeborn allora è meglio che lo tenga tu perchè..."

"Perchè? Papà. Perchè c'è il rischio che tu possa non tornare?" domandò Elrond che conosceva bene la risposta.

"Elrond, se mi succedesse qualcosa vorresti forse che Celeborn avesse la possibilità di impossessarsi di Vylia?".

Elrond continuava a scuotere la testa, non voleva crederci, non voleva affrontare la possibilità che accadesse qualcosa a suo padre. Avevano vinto la guerra, per cosa? Per ritrovarsi subito dopo a rischiare la vita? Non avevano diritto anche loro, anche lui, di tornare a casa e stare vicino ai propri cari? E chi erano questi cari? Lui aveva solo il padre. Certo, c'era anche Celebrian, ma non era pronto a rischiare la vita di Gil-galad, dell'unico padre che aveva avuto, dell'unico che avrebbe desiderato avere.

"Elrond, Vylia ti servirà per proteggere Imladris. Qualunque cosa accada, costruisci lì il tuo futuro con Celebrian. A prescindere da che elfo ignobile sia Celeborn, da qualunque cosa abbia fatto o farà, avete la mia benedizione e che i Valar vi proteggano sempre".

Le lacrime scesero lente sul viso di Elrond.

"Tienilo con te, ma non indossarlo ancora. Mettilo al dito solo nel caso in cui io non dovessi..."

"Ho capito. Basta" continuò Elrond, a viso basso, prendendo l'anello e infilandolo in tasca.

Gil-galad lo guardò con tristezza e rassegnazione. Stava dando al figlio un grosso fardello, un grande aiuto certo, ma avrebbe richiesto molta forza spirituale saperlo gestire. "Adesso diamo a Oropher una degna sepoltura".

Così i due, affiancati da Celeborn, vestirono il Re di Boscoverde il Grande, gli fecero impugnare la spada e gliela posarono sul petto. Poi lo avvolsero in un telo e fatta una fossa lo seppellirono.

La notte era scesa, il buio pesto era rotto solo da qualche fulmine che si abbatté sulla piana assieme a una forte pioggia. Gli elfi dei tre Regni cantavano tristi melodie di cordoglio, ma a causa del buio nessuno poté leggere la frase incisa sulla lapide che diceva "Qui giace Oropher, primo Re di Boscoverde il Grande, che fu grande e giusto e con onore verrà ricordato".

Ormai pioveva a dirotto. Così tanto acqua non si era mai vista da molto tempo e certamente dentro una grotta, una cava, una miniera o qualsivoglia buco sotto terra, acqua non ne arrivava di sicuro.

I cinque nani camminavano svelti nella speranza di trovare un riparo, ma sapevano benissimo, da ciò che avevano potuto vedere dalle carte geografiche, che la piana era davvero vasta e Boscoverde i l Grande era lontano.

C'era la possibilità di tornare indietro, ma comunque ci avrebbero impiegato due giorni buoni per raggiungere il fiume Anduin, e magari la pioggia sarebbe durata solo un paio d'ore.

No, bisognava andare avanti, ma l'entusiasmo non era alle stelle.

"Non si vede niente!".

"Ma siamo sicuri di star andando nella direzione giusta?"

"Rhiaian, quante volte sei stato nel Regno di Oropher?".

"Abbastanza da sapere che questa è la strada giusta!" fece il nano seccato. "Camminate e zitti".

I nani camminarono e andarono avanti come aveva detto Rhiaian, senza protestare anche se sapevano benissimo che, come loro, neanche Rhiaian era mai uscito dalle miniere di Moria.

Proseguirono fino a quando Bolin non sbattè contro qualcosa che per dispetto scalciò e nitrì ad alta voce.

I nani gridarono presi alla sprovvista.

"Cosa c'è?".

"Chi è?".

"Mostrati e dici il tuo nome" ordinò Rhiaian, ma era buio e nessuno poteva mostrarsi.

Fortunatamente una serie di fulmini illuminò per qualche istante l'aria, giusto il tempo perché i nani potessero vedere un cavallo ai cui piedi giaceva privo di sensi un elfo.

Angolo autrice: ciao a tutti.

Ecco a voi un nuovo capitolo. La storia prosegue, e diciamo che con questo capitolo finisce l'introduzione che nel mio riassunto/schema contava 5 righe. Non credevo di aver tutte queste cose da dire e invece eccomi qui. Ciò che fino a qui è stato raccontato si è svolto tutto in una giornata: dalla mattina in cui Oropher è stato ucciso alla sera in cui è stato sepolto.

Spero che la storia non risulti troppo lenta o leziosa, se così fosse sarò felice di leggere le vostre opinioni e, fin tanto che riesco, provare a venirvi incontro.

Geograficamente i personaggi sono situati ancora tutti nel Dagorlad o Pian della Battaglia: Thranduil e i Nani sono abbastanza vicini ai monti Emyn Muil, Galion si dirige verso Boscoverde e lo fiancheggerà dal lato orientale. Se volete avere un'idea chiara dovreste consultare la Mappa presente nei "Racconti incompiuti" di Tolkien. Se cercate la cartina su Internet assicuratevi che faccia riferimento alla fine della terza era perché io ho usato quella.

Ringrazio tutti quelli che leggono, che seguono e che recensiscono. A presto, Alida