Benissimo! Sono riuscita giusto poco fa a finire il capitolo e son felice di dire che è venuto abbastanza bene. Spero di aggiornare ancora un capitolo Domenica sera o al massimo lunedì mattina.

Ringrazio tutti coloro che seguono la mia ff, che l'hanno inserita tra le seguite e preferite, ma soprattutto (grandissimo sorriso) chi recensisce, sia perché fa sempre piacere, sia perché un riscontro, e anche una critica costruttiva, è sempre utile per capire dove è possibile far meglio.

Vi abbraccio e vi auguro buona lettura.

Fortunatamente una serie di fulmini illuminò per qualche istante l'aria, giusto il tempo perché i nani potessero vedere un cavallo ai cui piedi giaceva privo di sensi un elfo.

CAPITOLO 4

I nani, Rhiaian, Bolin, Farìm, Pimi e Bimi, erano sbigottiti. Non capitava tutti i giorni di imbattersi in un elfo svenuto accanto al suo cavallo durante una tempesta. E grazie al cielo!

"Cosa facciamo adesso?" chiese Bolin.

"E cosa vorresti fare?" domandò Farìm.

"La strada è lunga e non possiamo fermarci" aggiunsero in coro i gemelli Pimi e Bimi.

Bolin però non era di quell'avviso. Anche se quest'elfo era un elfo e non un nano non potevano lasciarlo lì e proseguire come se nulla fosse. Era un essere vivente del resto! Non avrebbe lasciato un cavallo lì, tanto meno un elfo.

Farìm conosceva Bolin da tempo e sapeva che non sarebbe stato facile convincerlo a proseguire, ma tentò. "I Colli Ferrosi sono lontani, andiamo avanti, dai! Sicuramente non sarà da solo, gli elfi viaggiano sempre in gruppo di questi tempi".

"A me non sembra che ci sia tanta gente che viaggi con lui" rispose Bolin guardandosi attorno. Ma ben poco si poteva vedere con la pioggia che veniva giù a catinelle.

Bolin si chinò verso l'elfo e stringendogli la spalla lo scosse energicamente nel tentativo di svegliarlo. Thranduil si lamentò del trattamento subito e Lùth scalcio dimostrando il suo disappunto.

"Maledetto cavallo" si lagnò Rhiaian colpito in viso dal fango "Quest'elfo non è un nostro problema, Bolin. E in realtà neanche tu lo sei, se vuoi continuare con noi, bene. In caso contrario le nostre strade si dividono qui".

E già, perché se era vero che i cinque nani viaggiavano tutti assieme, era altrettanto vero che mentre Farìm, Pimi e Bimi erano diretti ai Colli Ferrosi e Rhiaian a Pontelagolungo, o così diceva, Bolin non era diretto da nessuna parte se non qualche luogo che fosse lontano da Moria.

E così si era unito agli altri per non fare la strada, verso chissà dove, da solo, ma con l'intenzione, e questa era scelta unanime, di attraversare Boscoverde, chiedendo naturalmente il permesso agli Elfi del luogo.

Bolin era ancora inginocchiato vicino all'elfo. Il suo cappotto era bagnato, i suoi pantaloni erano bagnati e anche la sua lunga barba era bagnata. Si alzò in piedi e guardò verso i suoi compagni di viaggio, ma ancora non sapeva cosa fare.

Si massaggiò il mento perché questo gesto lo aiutava a riflettere e un forte odore di ferro colpì le sue narici. La barba sembrava essere diventata un po' appiccicosa, annusò le dita e chiarò giunse l'odore del sangue. Aveva la mano piena di sangue. Si chinò nuovamente e toccando la spalla dell'elfo sentì un liquido caldo.

"E' ferito. L'elfo è ferito" disse con evidente preoccupazione.

"Peggio ancora" replicò Rhiaian "Io vado via. Se vuoi stare con lui, allora buona fortuna".

Farìm, Pimi e Bimi lo appoggiarono subito, non voleva guai e la pioggia non aiutava la situazione.

Bolin si mise le mani in testa, non sapeva come avrebbe fatto ad aiutare l'elfo, ma in qualche modo si sarebbe arrangiato.

"Andate, io troverò la mia strada".

Farìm si strinse forte al petto Bolin, facendolo sentire una sardina sotto vetro , e gli augurò tutto il bene del mondo. Bolin sentì i passi dei nani che si allontanavano, poco dopo un altro fulmine illuminò l'aria e gli parve di riconoscere, in una macchia che si muoveva nell'orizzonte, il gruppo dei suoi amici, ma probabilmente era solo un'illusione.

Molto più reale era l'elfo che dormiva per terra, e il cavallo che lui non sarebbe mai riuscito a cavalcare tanto era alto. Bolin cercò di sollevare l'elfo ma era troppo pesante, e inoltre era molto alto rispetto a lui. Provò a prendere le misure del cavallo per trovare un modo di raggiungere la sella, ma più ci ragionava sopra, più si convinceva che non ci sarebbe mai riuscito.

E poi dove avrebbe portato l'elfo?

Gli venne in mente solo un luogo che non distava troppo dalla piana: "Sì, ti condurrò là, nei Monti dell'Emyn Muil".

Probabilmente Lùth lo trovò un ottimo piano perché al sentire quelle parole, di qualcuno disposto ad aiutare il suo padrone, subito si inginocchiò permettendo a Bolin di sistemare, seppur con qualche acrobazia, il suo padrone in sella e poi di salire egli stesso.

All'improbabile trio composto di un elfo svenuto, un cavallo accondiscendente e un nano bagnato senza meta, ci vollero circa quattro ore per raggiungere un riparo nell'Emyn Muil, e come si sistemarono la pioggia smise di cadere.

La mattina non tardò ad arrivare, Celeborn preparò in fretta il suo bagaglio, in fin dei conti gli bastava poca roba. Gil-galad ugualmente era solito viaggiare leggero e poi sperava di riuscire a trovare Thranduil il prima possibile. La sua unica preoccupazione era Elrond che, sebbene avesse deciso di rispettare la scelta del padre di partire da solo, avrebbe voluto andare con lui.

"Tieniti stretto l'anello, Elrond".

"E tu stai attento, e indossa sempre i guanti di pelle così…"

"Sì, Elrond" proseguì Gil-galad "così Celeborn non si accorgerà che io non lo indosso".

Elrond restò a pensare un paio di minuti mentre il padre preparava la sua sacca. "Sai a cosa sto pensando?" domandò fissando la terra.

Gil-galad rispose schietto: "Non ne ho la più pallida idea".

"A proposito di anelli… Dov'è finito l'anello di Oropher? Quando lo abbiamo sepolto non aveva nessun anello al dito".

Gil-galad chiuse con uno strattone la sacca e facendo mente locale convenne con il figlio che in effetti nessun anello adornava le dita del defunto Re di Boscoverde. Non ci aveva fatto caso perché Oropher non custodiva nessun anello del potere, ma adesso sentendoselo dire sapeva che Elrond aveva ragione.

"Forse lo ha preso Thranduil" ipotizzò l'elfo.

Elrond si accigliò: "E perché mai? Non si tolgono i gioielli ai defunti, soprattutto se indicano il loro status".

"Allora forse lo ha perso in battaglia" propose Gil-galad.

"Sì, certo. Non ci credi neanche tu che lo stai dicendo" gli rispose pensieroso il figlio.

Gil-galad si mise il sacco in spalla e salutò Elrond. "Figlio mio, non pensarci adesso. Troppe preoccupazioni fanno star male e tu hai bisogno di riposo e soprattutto di tornare a casa".

"Papà, stai attento. Promettimi che non abbasserai mai la guardia".

"Te lo prometto, Elrond".

I due si abbracciarono, poi Gil-galad distanziò il figlio e guardandolo gli sorrise e gli disse: "Sai, alle volte ti guardo e mi dico, se i Valar mi avessero concesso un figlio naturale avrei voluto che fosse come te".

Elrond sentì i suoi occhi inumidirsi, ma trattenne le lacrime.

"Ma poi pensò perché accontentarsi di qualcuno che ti somigli, se posso avere te? Tu, credimi figlio mio, non sei mai stato un ripiego per la vita che non ho avuto. Tu sei proprio la vita che avrei voluto avere".

Le lacrime scesero libere sul viso di Elrond, Gil-galad lo abbracciò a sé più forte che poté.

"Papà …"

"Basta" disse dolcemente Gil-galad "non aggiungere altro. Con questa parola hai già detto tutto ciò che desideravo sentire. Adesso resta qui, io vado e non voglio che tu mi veda partire. Ci rivedremo presto".

Elrond rimase immobile, e seguendo il volere del padre non andò a salutarlo. Seppe poi, da Glorfindel, che due guardie del Lothlòrien avevano accompagnato Celeborn e suo padre nella ricerca di Thranduil. E subito si pentì di non aver preteso di partire anche lui.

Era già mattina inoltrata quando Bolin si svegliò. Il tempo era sereno, c'era ancora qualche nuvola ma più che altro il cielo era limpido, e il sole era piacevole sul viso. Non bisognava ingannarsi però, bastava un'ora perché il cielo diventasse buio e cominciasse nuovamente a piovere.

E i nani, si sa, sono bassi e la pioggia si abbatte con più ferocia su di loro, o almeno questo è ciò che sapeva Bolin.

"Già, è proprio così. Pioggia di sera, il nano si dispera. Pioggia di mattina, il nano sta in cucina" ripeteva a voce alta, parlando a se stesso, mentre con qualche rametto cercava di accendere un fuoco.

Lùth nitrì. "Bè, cosa c'è? Non ti piace il mio proverbio? Non credo che tu lo passa apprezzare pienamente. Prima dovresti conoscere per bene la vita di un nano, e dovresti sapere che vivendo noi spesso dentro le miniere, ben poco ci interessa se piove o meno. E perciò se piove di mattina possiamo starcene tranquillamente nella nostra casa a mangiare. Però se piove la notte, chi può dire cosa accadrà? Potrebbero esserci infiltrazioni nelle rocce e la grotta crollarci addosso! " spiegò Bolin come se stesse parlando con qualcuno che non fosse un cavallo.

"Mentre a voi cosa interessa? Ve ne state nelle stalle coccolati e vezzeggiati dai vostri proprietari, mentre il mondo… Oh per la miseria!" si bloccò Bolin "Parlo con un cavallo! Peggio che parlare da solo!".

Poi guardò nuovamente Lùth, che però non gli dedicava nessuna attenzione.

"Chissà! Magari mi capisci".

"Certo che ti capisce" rispose una voce debole ma chiara.

Bolin fece un giro su se stesso per capire da dove arrivasse la voce. C'erano forse degli spettri in queste montagne?

"Però" disse a Lùth "Mi era sembrato di sentire qualcuno".

"Certo che hai sentito qualcuno, hai sentito me!" replicò una voce stizzita.

Bolin si fermò su se stesso, la voce era vera, ma da chi poteva arrivare!

"L'elfo!" esclamò a voce alta spostando la sua attenzione sul Thranduil. "Scusa, mi ero dimenticato di te" si giustificò.

Thranduil cercò di sedersi ma il braccio non si muoveva. Si guardò la spalla e vide che era stata fasciata alla bene meglio.

"Ho cercato di sistemarti, però non sono un guaritore".

Thranduil lo guardò con sospetto. Il nano continuò. "Però ho fatto del mio meglio. Ho ripulito con un po' di acqua, e poi ho fasciato la spalla. Chissà magari troveremo delle erbe…".

"E se le trovassimo, tu sapresti cosa fare?" chiese l'altro.

"No, ma magari lo sai tu che sei un elfo. Voglio dire, ho sentito che alcuni di voi hanno grandi conoscenze in materia di cure, medicine, erbe…"

"E' vero" disse il Re di Boscoverde "Ma io non sono uno di quelli. Un mio amico lo è".

Bolin prirese in mano i legnetti e accese un fuocherello, nel mentre continuò a parlare per non fare addormentare nuovamente l'elfo.

"Davvero? E come si chiama?".

"Come si chiama chi?" domandò Thranduil, i cui occhi cominciavano a socchiudersi.

"Il tuo amico" rispose Bolin quando, voltandosi, notò lo stato dell'elfo "Ehi, ehi… non addormentarti. Devi stare sveglio. Adesso ti preparo la colazione così potrai mangiare e riprendere un po' di forze per … bè, per andare dove stavi andando…".

"Allora, dimmi, come si chiama il tuo amico che conosce le arti mediche?".

Thranduil si sforzò di tenere gli occhi aperti, il nano aveva ragione doveva riprendersi e raggiungere in fretta Boscoverde.

"Si chiama Elrond. E' un ottimo guaritore, un grande amico e per me è sempre stato come un fratello. Però non gliel'ho mai detto".

"E come mai?".

"Perché … ma cosa stai cucinando?" cambiò discorso Thranduil.

"Pancetta di maiale".

"Ha un buon profumo".

"Sì, hai ragione. Ho imparato a cucinarlo da… bè ma che importanza ha" disse con un velo di tristezza negli occhi "O ha importanza?".

Thranduil rispose come Oropher gli rispondeva sempre: "Ogni cosa ha importanza, alcune di meno, altre di più, ma tutte ne hanno in qualche misura".

"Già" riflettè il nano "bè, è stato Nàlim, mio pad… sì, il nano che mi ha cresciuto, è stato lui a insegnarmelo. Tuo padre non ti ha insegnato a cucinare?".

Thranduil rise leggermente. "No, però mi ha insegnato a bere vino".

"Questa è bella!" rise Bolin di ricambio togliendo il cibo dal fuoco, poi accompagnandolo con un pezzo di pane lo porse a Thranduil.

"Prego, mangia pure".

Thranduil allungò il braccio sano e prese il cibo. Guardò il nano, era … un nano. Lui non aveva nessun problema con i nani, anche se suo padre ne aveva avuto, però questo sembrava diverso dagli altri. Non esteticamente, per quello no, però tutti i nani che aveva conosciuto erano stati duri nei suoi confronti, ostili. Invece questo nano era aperto e socievole.

Bolin preparò la sua porzione di pancetta e addentò il pane, era buono come sempre, non c'era niente di meglio per iniziare la giornata.

"Come mai sono qui?" chiese il Re di Boscoverde "Come ho fatto ad arrivare fin qui?".

"Ti ci ho portato io qua. Ti abbiamo trovato nella piana, svenuto vicino al tuo cavallo, nel bel mezzo della tempesta di ieri notte".

Thranduil acuì l'udito, non poteva sentire nient'altro se non i suoni della natura. "E dove sono tutti gli altri? Gli altri con cui mi hai trovato".

"Ah" fece Bolin "Non se la sono sentiti di impegnarsi con te" continuò cercando di trattenere le risate "insomma, sei un elfo, e voglio dire … eri anche ferito, magari morivi e poi cosa avrebbero dovuto fare?".

"Tu ti sei comportato diversamente da loro. Non mi hai lasciato laggiù".

"Io non conto" rispose Bolin con un pizzico di amarezza "Non conto poi molto".

Thranduil masticava l'ultimo pezzetto di pancetta, si sentiva stanco, accaldato e infreddolito allo stesso tempo, alcune gocce di sudore gli si formarono sulla fronte.

Inspirò un po' di aria fresca; nani, elfi, uomini e forse ogni creatura su Arda doveva affrontare la vita, che spesso sembrava remare contro.

"E … senti. Come ti chiami. Insomma mi hai salvato la vita, vorrei poter ringraziarti come i Valar comandano".

Il nano era in ginocchio accanto al fuoco sistemando bene i nuovi ramoscelli appena aggiunti. Senza neanche guardare in faccia l'elfo si presentò: "Mi chiamo Bolin".

"Solo Bolin?".

Il nano strofinò le grosse mani sui pantaloni. "Esatto, e tu come ti chiami?".

"Io sono Thranduil Oropherion di Boscoverde".

Bolin si alzò in piedi e guardò l'elfo stupito. "Thranduil di Boscoverde! Ma allora sei un elfo silvano! Accidenti è proprio a Boscoverde che sto andando. Secondo te il tuo Re… come si chiama… aspetta, aspetta, Oropher. Ecco, secondo te Re Oropher mi farebbe entrare nel suo regno per starci un po'?"

Thranduil si rese subito conto che Bolin non era a conoscenza del fatto che lui fosse il figlio di Oropher, e neanche del fatto che Oropher fosse morto.

Con poca voce e tanta stanchezza sul viso, guardando verso un punto indefinito nell'orizzonte, Thranduil rispose: "Sì, ti farebbe entrare".

"Allora gli piacciono i Nani!".

"Per niente".

Bolin scosse la testa, non riusciva a capire. "Ma…".

"Non gli piacciono i Nani, ma a te farebbe entrare, ti ringrazierebbe e probabilmente ti darebbe tutto ciò che vorresti, se potesse farlo. Ma non può farlo".

"Non capisco" continuò Bolin.

Thranduil prese fiato e lentamente, pensando al padre che non c'era più, spiegò: "Non può farlo perché è stato ucciso giusto ieri in battaglia, e ti darebbe tutto quello che vuoi perché hai salvato la vita a suo figlio".

Bolin fu congelato da ciò che aveva sentito, quest'elfo era il figlio di Oropher, perciò il nuovo Re di Boscoverde e lui gli aveva preparato della pancetta, ad averlo saputo prima avrebbe aggiunto anche qualche patata.

E adesso, pensò Bolin, come dovrò chiamarlo? Re, Thranduil, Oropherion?

Girò il viso verso Thranduil, ma lui si era già addormentato. Bolin vide il sudore sul viso del Re, gli toccò la fronte e si accorse che era molto calda.

Subito dopo la partenza di Gil-galad, Elrond aveva visitato i feriti, per lo più erano elfi con ferite curabili in breve tempo, solo una decina erano veramente gravi. Tutti chiedevano di partire al più presto, anche quelli che versavano in condizioni peggiori.

Non era solo il ricordo della battaglia, dei morti e dei funerali, era anche l'aria che si respirava che rendeva difficile la loro guarigione. Gli orchi erano stati bruciati e ci sarebbero voluti giorni, forse settimane perché il fetore si dileguasse.

Sicuramente respirare quest'aria non era salutare, perciò Elrond aveva chiesto che venissero costruite dieci portantine su cui sistemare i malati più gravi. Questi poi sarebbero stati sistemati sui carri adibiti a trasportare il cibo, che però erano stati già alleggeriti durante le settimane precedenti.

Glorfindel si stava occupando che tutto fosse pronto per il primo pomeriggio, sapeva che Elrond voleva partire quel giorno stesso. Aveva calcolato che sarebbero arrivati a Imladris in circa 20 giorni di duro cammino, più realisticamente un mese, perché certo con i malati non si sarebbe potuto correre.

E poi avrebbe dovuto aspettare Gil-galad per sistemare gli affari del Regno e infine, solo dopo tutto questo, sarebbe potuto andare nel Lothlòrien per vedere la sua Celebrian.

Mentre attraversa il campo di battaglia, si chiese cosa avrebbero fatto i guerrieri di Boscoverde, il loro Re era morto, il nuovo era scomparso, Galion non si trovava. Chi si sarebbe preso cura di loro?