Mentre attraversa il campo di battaglia, si chiese cosa avrebbero fatto i guerrieri di Boscoverde, il loro Re era morto, il nuovo era scomparso, Galion non si trovava. Chi si sarebbe preso cura di loro?
CAP 5
Il pomeriggio era iniziato nel peggiore dei modi: due dei feriti gravi di Imladris erano morti. Ciò aveva affrettato ancora di più la scelta di Elrond di partire, infatti nel campo non c'erano abbastanza medicine per tutti. Avrebbero dovuto fare una sosta nel Lothlòrien e chiedere a Dama Galadriel un aiuto.
Certamente gli elfi di Imladris erano numerosi, circa 800, e non avrebbero potuto soggiornare nel Bosco Dorato, però nessuno avrebbe rifiutato loro erbe mediche, garze e magari il soggiorno dei feriti gravi.
Gli elfi del Lothlòrien sarebbero partiti un paio di giorni dopo, quelli di Boscoverde ancora più tardi. Si sentivano in colpa per aver sepolto il loro Re lì, nella piana, e volevano portarne a casa il feretro. Ma nessuno se la sentiva di dissotterrare la bara. Avrebbero aspettato Thranduil, e tutti erano convinti che sarebbe tornato, che non li avrebbe lasciati lì da soli e che se si era allontanato doveva esserci un motivo molto importante.
Elrond aveva spiegato loro che ci sarebbero voluto giorni per arrivare a Boscoverde e che le loro scorte scarseggiavano ma gli elfi silvani erano orgogliosi e testardi come i loro re e a niente erano valse le parole dei guaritori e dei guerrieri degli altri regni.
Così con il cuore appesantito Elrond, affiancato da Glorfindel, e il suo popolo, presero la strada per casa. Una domanda ronzava nella testa del Mezzelfo: "Come faremo a sapere se mio padre ha trovato Thranduil?".
Glorfindel vide il suo amico pensieroso ma non disse nulla, alle volte il silenzio era ciò di cui si aveva più bisogno. Tutti salutarono la partenza del Regno di Imladris con auspici di buona fortuna. Gli elfi del Lothlòrien decisero di aspettare ancora qualche giorno il ritorno di Celeborn e poi sarebbero partiti anche loro, ma diedero messaggi e rassicurazioni da portare ai loro parenti.
Quando l'accampamento divenne una macchia lontana e indistinguibile, gli elfi di Imladris cominciarono a cantare della guerra, di chi non c'era più e di chi avrebbero presto rivisto.
"Già".
"Bene, bene".
"Forse…".
"No, non funziona…".
Bolin sbuffò. Ancora una volta si ritrovava a parlare da solo, quest'elfo doveva avergli lanciato una qualche maledizione che gli impediva di star zitto o semplicemente di formulare una frase intera. Anche se questo problemino, quello cioè di lasciare le frasi a metà o comunque iniziarle e non finirle lo aveva sempre avuto.
Il problema era chiaro: il Re silvano stava male e la ferita andava curata. Bolin aveva sentito dire che per sterilizzare e chiudere una ferita bastava sigillarla con il fuoco, ma credeva che non fosse una cosa simpatica da fare, soprattutto non mentre il Re era addormentato.
Perciò mise a bollire un po' di acqua, fece un leggerissimo tè e lo fece ingoiare a Thranduil che era ancora inconscio, ma che bevette per istinto un po' di te alla volta.
Passarono i minuti e un po' alla volta anche le ore, era già notte inoltrata quando Thranduil si svegliò, Bolin gli era accanto, sveglio ma molto assonnato. Tuttavia, seppur senza fretta, si propose di cucinare qualcosa.
"No, grazie" rispose con un filo di voce l'elfo.
Bolin però era di parere diverso: "Dovrebbe mangiare qualcosa, mio caro Re silvano".
Thranduil con molta serenità lo corresse: "Non sono un Re silvano, io sono un Sindar".
"Come fai a essere un Sindar se il tuo popolo è silvano?".
"Bella domanda, che meriterebbe una risposta lunga e articolata, che in questo momento non ho la forza di darti. Diciamo che ci siamo uniti agli Elfi Silvani perché mio padre riteneva che dovessimo avvicinarci maggiormente alla natura, a come i Valar ci volevano in origine. E devo dire che a me non dispiace per niente. In un certo senso sebbene sia Sindar di nascita, mi sento anche un po' elfo silvano, e di sicuro lo è mio figlio".
"Ha un figlio? Davvero? E come si chiama?" chiese incuriosito il nano mentre toglieva un pezzo di pane e di formaggio dalla sacca.
"Si chiama Legolas, è molto giovane e come ogni Elfling è esuberante e pieno di energia. Gli piace stare in mezzo alla natura e parlare con gli alberi della foresta. Lui è un elfo silvano nello spirito, proprio come sua madre".
Bolin passò il cibo a Thrandui, che lo prese senza protestare. Non ne aveva le forze e inoltre sentiva di avere lo stomaco vuoto.
"Ma lei…" iniziò il nano.
Thranduil lo bloccò all'istante: "Per favore, Bolin, chiamami Thranduil e non darmi del lei. Sono un Re, è vero, ma se non fosse per te probabilmente sarei un Re morto, e perciò non mi sembra il caso di sollevare queste barriere".
Il nano era sconcertato e rimase immobile, fissando l'elfo. Era la prima volta che incontrava qualcuno che non voleva sollevare barriere. "Dicci sul serio?".
"Certamente" rispose Thranduil guardandosi attorno. Poi chiese: "Di preciso dove ci troviamo?".
"Nei monti dell'Emyn Muil".
"Accidenti, ci siamo allontanati da Boscoverde!".
Bolin sembrò offendersi un tantino. Certamente dalla piana a Boscoverde ci sarebbe voluto molto di più che un paio d'ore. Thranduil si rese conto di aver usato un tono di voce inadeguato.
"Scusa, Bolin, ti ringrazio davvero molto di avermi portato al sicuro, e solo che io ho molta fretta di raggiungere la mia casa, e i miei cari".
"Suppongo che tu sia stato in guerra? Vero? Ho sentito parlare dello scontro che ci sarebbe dovuto essere contro Sauron. Si chiama così, giusto?".
Thranduil prese fiato. "Sì, ho combattuto e Sauron è stato sconfitto anche se credo che il male troverà altri modi per agire".
"Il Male" ripetè Bolin.
"Ma la mia fretta nasce in primo luogo dalla necessità di mettere al sicuro Legolas e Wisterian, mia moglie".
Bolin non credeva alle sue orecchie. Perché mai un ragazzino e una donna dovevano trovarsi in pericolo nella loro casa. "Ma come è possibile? Non sono al sicuro? A casa?".
"E' possibile perché, vedi, dopo la morte di mio padre, io sono il nuovo Re, se io morissi mio figlio salirebbe al trono, ma se non ci fosse nessuno, il trono sarebbe libero…" spiegò l'elfo.
Bolin, che sapeva come si muovono i fili della vita, chiese: "Libero per chi?".
Un sorriso amaro si formò sul viso di Thranduil. "Libero per mio cugino Celeborn, che appena ieri ha minacciato di uccidere la mia famiglia e ha poi tentato di uccidere me".
"Allora, bisogna fare qualcosa. Dobbiamo agire!" strillò il nano.
"Per essere un nano, sei molto interessato ai problemi di un elfo".
"Scusa, non voglio interferire, voglio solo aiutare" chiarì Bolin.
"Secondo me tu non sei un nano, devi essere di qualche altra razza di cui non sapevamo niente".
"Perché mai?".
"Sei troppo diverso" si giustificò Thranduil.
"Questo è vero! Primo non mi piacciono le grotte. Secondo non mi piace mangiare in quantità eccessive, come tutti gli altri nani però amo lavorare i metalli, e … mi piace anche l'oro. Però ho conosciuto solo nani e tutti mi hanno sempre dato ordini, nessuno che volesse semplicemente chiacchierare con me, e forse questo mi rende diverso".
"E i tuoi genitori?".
"Sono morti, molto tempo addietro. Talmente tanto che non me li ricordo neanche più. Non saprei neanche descriverteli, non mi è rimasta neanche una foto di loro".
Thranduil era in silenzio, non voleva essere irrispettoso.
"E chi ti ha cresciuto?".
"Un nano che credevo fosse una brava persona, ma che invece si è dimostrata ignobile".
Thranduil era incuriosito. Bolin lo guardò è sorrise. "Adesso riposa Re Sil… no, Re Sind..".
"Re di Boscoverde" disse Thranduil "Se proprio vuoi chiamarmi Re, va bene Re di Boscoverde".
Il nano lo guardò in faccia, il Re era pallidissimo, gli occhi erano cerchiati di grigio e il respiro affannoso.
"Domani chiacchiereremo un altro po', ma ora è tempo per tutti e due di dormire. Domani decideremo cosa fare".
Solitamente Thranduil avrebbe protestato a un ordine diretto, ma in realtà non aveva la forza neanche di controbattere, così chiuse gli occhi e pensando a Wisterian e Legolas si addormentò.
La luce del sole sarebbe arrivata da lì a poco e bisognava riposare.
Una notte e un giorno intero cavalcando velocissimo, come spinto dal vento e assecondato dal destino, Galion continuava ad avanzare senza sosta. Il suo cavallo era abituato a lunghe sfaticate e sarebbe trascorso ancora un giorno intero prima che i due si fermassero a riposare.
Galion aveva del lembas con sé e un po' di acqua, ma la fame non era il primo dei suoi pensieri. Un solo pensiero gli ronzava nella mente e cioè quel terzo di Boscoverde che sarebbe diventato suo. Quale parte avrebbe potuto chiedere a Celeborn?
La parte a nord dell'Antica via silvana? Oppure metà della parte meridionale? Dove avrebbe costruito la sua casa? Sicuramente ovunque fosse non avrebbe vissuto in una fortezza sottoterra come aveva fatto Oropher.
Tutte queste domande avrebbero trovato risposta con il tempo, per prima cosa bisognava giungere a Boscoverde. Secondo i suoi calcoli sarebbe arrivato al lato occidentale del Bosco la mattina successiva e lì tra gli alberi avrebbe riposato qualche ora prima di riprendere il cammino percorrendo la foresta esternamente.
Tutto si sarebbe sistemato, bisognava solo dare tempo al tempo.
Lùth nitrì rumorosamente e spinse il muso sulla schiena del nano addormentato, e continuò fino a quando Bolin non si fu svegliato.
"Accidenti a te, si può sapere cosa c'è?" chiese sbadigliando.
Lùth, Bolin lo vide bene anche se non volle crederci, gli nitrì contro e poi guardò in direzione del sole che sorgeva.
"Lo so benissimo anche io che abbiamo fretta e prima partiamo prima arriviamo, ma non per questo ti spingo a colpi di testa!" lo riprese burbero.
Thranduil aprì gli occhi e vide che il nano parlava con qualcuno, attorno però non c'era anima viva. "Con chi ce l'hai questa volta? Sempre con Lùth?".
"Con chi?".
"Con il mio cavallo. Si chiama Lùth, che significa "incantesimo"".
Bolin si alzò in piedi: "Incantesimo, eh… però, hai scelto un nome impegnativo, Re di Boscoverde".
Thranduil aveva gli occhi sgranati, si guardò attorno come se cercasse qualcuno. "Si può … sapere … con chi… stai … parlando?". Faceva molta fatica a parlare, e per ogni parola era necessario che riprendesse fiato.
"Con te" rispose Bolin "O non è vero che sei il Re di Boscoverde?".
Thranduil si fermò a pensare, la sua mente gli stava giocando brutti scherzi, doveva subito prendere qualche medicina per far diminuire l'infezione e far abbassare la temperatura. Si sentiva caldo in fronte ma aveva freddo in tutta la persona.
"Sì, certo che sono il nuovo Re. Ahi…" continuò tenendosi la spalla con il braccio sano. "Forse però non mi sento ancora pronto per essere chiamato così. Scusa, Bolin. E solo che … credo che stessi cercando mio padre… mi dispiace, davvero".
"E va bene, Thranduil. Non preoccuparti, adesso dobbiamo partire, dobbiamo raggiungere Boscoverde".
"No" lo interruppe l'elfo "Io raggiungerò Boscoverde, tu però, se vorrai aiutarmi, dovrai raggiungere il Lothlòrien".
"Dove dovrei andare? Io ero diretto a Boscoverde… non vuoi viaggiare con me? E poi io non ti lascio viaggiare da solo nelle condizioni in cui ti trovi…".
"Aspetta". Thranduil prese fiato: "Se partiamo adesso in mattinata raggiungeremo il fiume Anduin e poi proseguiremo insieme fino al Lothlòrien, una volta lì io proseguirò con Lùth verso Boscoverde, mentre tu, se vorrai ancora aiutarmi, dovrai consegnare un messaggio alla Dama del Bosco Dorato, Dama Galadriel. Cosa ne pensi?".
Bolin non si tirò indietro. "E se non volesse ricevermi?".
Thranduil ci riflettè un po' su, era una possibilità. Se Galadriel avesse rifiutato di parlargli?
"Allora dovrai tornare verso la piana e consegnare il biglietto a un altro elfo: Gil-galad di Imladris oppure suo figlio Elrond".
"Gil-galad o Elrond di Imladris" ripetè Bolin "Sono tuoi amici?".
"Sono elfi giusti e buoni. Adesso che non c'è più mio padre, se mio figlio dovesse restare orfano, sarebbero gli unici a cui lo affiderei".
Bolin rimase colpito da quelle parole. Thranduil stava male, ma l'unico pensiero che aveva in testa era la sua famiglia.
Thranduil guardò dentro di sé e cercò il collegamento con Legolas, era forte, ciò significava che non era in pericolo e che stava bene. Era ancora troppo debole, ma entro un paio di giorni avrebbe dovuto contattarlo di nuovo.
Bolin si preparò, aiutò Thranduil a salire a cavallo e poi ci salì anche lui. Lùth non diede segni di disagio, capiva che la situazione era grave e che avrebbe dovuto cavalcare per un bel pezzo senza lamentarsi. Sentiva anche che il suo amato padrone era stanco e ferito, ma ancora di più preoccupato.
Se solo avesse potuto fare di più! Ma di più non poteva fare, perciò iniziò la sua cavalcata verso l'Anduin dove avrebbe potuto dissetarsi e dare un po' di ristoro anche ai suoi passeggeri a cui era rimasta soltanto una piccola borraccia d'acqua.
E la mancanza d'acqua si fece sentire dopo poche ore. Thranduil, già duramente provato, faceva fatica a stare in sella, non si lamentava ma la vista cominciava a farsi appannata. I suoi sensi, sempre all'erta, non riuscivano più a percepire chiaramente il mondo circostante.
Bolin che sedeva dietro Thranduil poteva sentire il calore del corpo dell'elfo, la febbre non era diminuita, "e come avrebbe potuto" pensava il nano "l'infezione alla spalla non è passata".
Avanzarono comunque senza sosta, e benché Bolin avesse più volte desiderato di fermarsi per mangiare un boccone, i due avevano concordato che la prima sosta sarebbe stata presso il grande fiume.
E finalmente giunsero all'Anduin. Il fiume scorreva calmo, dopo le forti piogge anche lui desiderava un tranquillo riposo. Il suono dell'acqua che scorreva fu balsamo per le orecchie di Thranduil che sospirò ad occhi chiusi e inspirò il profumo dei fiori che generoso si diffondeva nell'aria.
Bolin aveva attraversato l'Anduin solo una volta con Rhiaian e i suoi compagni di viaggio, e si ritrovò a pensare che sarebbe stato bello se lo avessero visto ora, in tutta la sua grandezza e serenità mentre loro lo avevano conosciuto irruento e colpito dalla pioggia.
I due scesero da cavallo. Thranduil era stanchissimo e in breve si ritrovò a dormire ad occhi chiusi.
Bolin sapeva che non era una cosa buona perché "Se un Elfo chiusi ha chiusi gli occhi, è trappola per allocchi", perònon era questo il suo caso, Thranduil non fingeva e perciò doveva star proprio male. Bolin gli si avvicinò e gli passò la mano davanti agli occhi, ma non successe niente, non ci fu nessuna reazione. Allora con molta cautela gli tolse la camicia e le bende, e con un po' d'acqua ripulì la ferita.
Poi mise a bollire l'acqua in un pentolino e dopo aver lavato le bende le immerse nel pentolino per disinfettarle. Infine lavò la camicia. Quando, dopo circa due ore, lo rivestì, Thranduil si svegliò.
"Attenzione," disse Bolin seriamente "ti ho appena sistemato delle garze pulite e la camicia è messa alla bene meglio, però sempre meglio di niente".
Thranduil non aveva parole di ringraziamento per tutto quello che Bolin stava facendo per lui, poteva solo sperare che un giorno avrebbe potuto ricompensarlo a dovere. Ma cosa poteva offrirgli? Gli doveva la vita e niente poteva essere abbastanza.
"Quando tutto questo sarà finito, vorrei che tu prendessi in considerazione l'idea di venire a vivere a Boscoverde".
Bolin era sorpreso, il suo sguardo si rattristì e non pensò neppure un momento che un Re elfico potesse fargli quell'offerta seriamente. Gli porse un bicchiere d'acqua e l'elfo lo bevette avidamente. In quel momento l'acqua sembrava essere la cosa più bella che esistesse su Arda.
Prese fiato e continuò: "Ti piacerebbe, gli alberi sono rigogliosi e i fiori molto profumati, il cielo e limpido e, a parte alcuni problemi che stiamo avendo al sud della foresta, all'interno del regno di mio padre ci si può muovere in tutta sicurezza".
Thranduil sospirò, ancora una volta il ricordo di suo padre era venuto inaspettato. Era normale parlare di Boscoverde come il Regno di suo padre, lui lo aveva fondato e sarebbe rimasto suo per sempre, ma era meglio non indugiare su argomenti tristi.
"Allora cosa ne dici, ti piacerebbe?".
Bolin si massaggiò il mento con le sue grossa dita. "Andiamo Re Thranduil, non possiamo attardarci qui. E poi vedrai che quando tutto sarà sistemato, e tu sarai a casa con la tua dolce moglie e il tuo figliolo, il nano Bolin non sarà più nei tuoi pensieri. Ti dimenticherai di me, e io non mi aspetto niente di diverso".
Thranduil trasalì alle parole del nano. "Mai e poi mai mi dimenticherò di te, anche se di te so veramente poco. Una cosa la so: la memoria degli Elfi è molto lunga".
"Speriamo allora che sia più lunga della vita di un nano" affermò Bolin.
Lùth si avvicinò al suo padrone e delicatamente gli si strofinò accanto. Thranduil ricambiò le tenerezze, poi prese un pezzo di pergamena dalla sua sacca e una matita e dopo averci scritto sopra un messaggio lo consegnò a Bolin. Nella sua mente poteva vedere ancora Oropher cadere, e le gemme della spada che aveva accarezzato, tremare. Doveva essere sicuro che il destino avesse portato via suo padre e non qualcos'altro. Non c'era altro modo, ma lui non poteva tornare indietro. Aveva bisogno dell'aiuto di qualcuno.
"Tieni, Bolin. Questo è il messaggio che dovrai consegnare".
Bolin lo prese senza aggiungere altre parole. Chinò la testa in segno di assenso, portò il biglietto al cuore e poi se lo mise in tasca. Ancora una volta aiutò Thranduil a salire su Lùth e ancora una volta il cavallo elfico partì.
A molti chilometri di distanza da Bolin e Thranduil, e lontano anche da Elrond che con il suo popolo lentamente proseguiva verso casa, i quattro nani viaggiavano velocemente su un carro di uomini.
Li avevano incontrati strada facendo e questi uomini avevano acconsentito di portarli fino al confine meridionale di Boscoverde in cambio di un po' di monete d'oro.
Si erano anche proposti di condurli oltre, ma i nani, tirchi per natura, non vollero sborsare altri soldi, e così quando arrivarono a Boscoverde era già notte inoltrata, ma non cambiarono idea e dopo aver pagato e salutato si inoltrarono nella foresta più grande della Terra di mezzo.
