Eccomi qua, mie care lettrici e lettori…

Spero che il capitolo vi soddisfi talmente tanto che deciderete di lasciare impresse le vostre opinioni magari sotto forma di "recensione"!

Non è una richiesta, è semplicemente un forte desiderio di conoscenza. Ahahah!

Va bene, i fatti si stanno sviluppando, e da ora in poi ci sarà solo da dire: Povero Thranduil… non ci credete, continuate a seguirmi nei prossimi aggiornamenti e vi ricrederete!

Ora vi auguro buona lettura.

Prima però ringrazio tutti, ma davvero tutti, quelli che recensiscono, leggono, inseriscono la storia tra seguite e preferite. Miei cari angeli silenziosi, vi abbraccio tutti.

Sindarin-Italiano

Elfling: elfo giovane (fino ai 15 anni umani credo)

Ada: papà

Fae: anima, spirito

Haldir immediatamente andò. Celebrian, che aveva sentito tutto e niente, in due secondi progettò il suo piano: avrebbe preso giusto due cose, le avrebbe sistemate in una sacca e avrebbe seguito a distanza Haldir.

Se lui poteva andare incontro a Elrond, poteva farlo anche lei.

CAP 7

Ad Haldir bastò un'ora per prepararsi, tuttavia Dama Galadriel non gli aveva ancora dato l'ordine diretto di partire. Infatti la Signora del Bosco Dorato era indecisa sul da farsi, ciò che lo Specchio le aveva mostrato era piuttosto inquietante.

Se avesse impresso la visione avuta sulla carta e il biglietto fosse malauguratamente caduto nelle mani sbagliate avrebbe potuto creare più disastri della realizzazione della visione stessa.

Riferire a voce la visione ad Haldir avrebbe significato metterlo in pericolo; lui certamente non si sarebbe tirato indietro, del resto aveva compiuto missioni più pericolose e benché non fossero ancora giunte conferme, sentiva dentro sé che la guerra era conclusa e dunque i pericoli per il suo amico fidato non erano elevati.

Decise perciò di raccontare la sua visione.

Haldir si presentò alla Signora del Bosco pronto per la partenza, lei lo ringraziò per la celerità con la quale si era preparato e con un filo di voce, appena percepibile all'orecchio elfico gli confidò: "Non c'è nessun biglietto da consegnare, amico mio, ma un messaggio da riferire. Sii cauto e astuto e non fallire l'obiettivo. Il sangue che vidi sulla spada era del Signore di Imladris Gil-galad, e la spada apparteneva al Re di Boscoverde Oropher".

Haldir sgranò gli occhi per lo stupore, perdendo la maschera di impassibilità che normalmente indossava. Ecco spiegata la necessità che il messaggio arrivasse a Elrond! Non era un messaggio dalla Signora del Lothlòrien al Signore di Imladris, era il messaggio da un elfo con grandi poteri magici ad un altro dello stesso livello, poiché così Elrond veniva sempre definito da Galadriel "un elfo che ancora non sa di avere tanti poteri quanti ne possiedo io".

"E' imperativo" continuò Galadriel "che il messaggio giunga in fretta. Non fermarti mai e per nessun motivo. In te ripongo la mia fiducia".

Haldir si ricompose, salutò la sua Signora e partì. Non sapeva, e tantomeno lo sapeva Galadriel, che Celebrian, fatta scorta di lembas e acqua, lo stava seguendo saltando di ramo in ramo.

Chiaramente poteva usufruire degli alberi fintanto che Haldir attraversava il Bosco Dorato e per questo motivo aveva inviato il suo cavallo, Gwaew, ai margini del bosco. Da lì avrebbero proseguito assieme.

Però non aveva fatto i conti con la fretta che sembrava essersi impossessata dell'elfo e sebbene avesse visto la madre che parlava con Haldir non era riuscita a sentire ciò era stato detto.

Intanto la luce del giorno cominciava a calare e ci si volgeva verso le prime ore della sera, e mentre Haldir si avvicinava a tutta velocità al limite del Bosco Dorato, là dove il bosco costeggia l'Anduin, Thranduil e Bolin giungevano nella riva opposta.

La ferita di Thranduil non sanguinava più ma l'infezione persisteva come la febbre. Bolin cercava di sorreggerlo ma l'elfo era troppo pesante e perciò spettava a Lùth cercare l'andatura più consona affinché nessuno cascasse.

"Appena arriveremo a destinazione ti daremo come premio una bella mela, caro Lùth" diceva il nano "e anche degli zuccherini, ma solo se ti comporti bene. Vero Re di Boscoverde?" .

"Mh…" rispose il Re.

"Già…" aggiunse pensieroso Bolin.

Gli accordi erano che raggiunto il punto stabilito, Thranduil e Lùth proseguissero verso Boscoverde e Bolin si dirigesse a piedi verso il Lothlòrien, il quale si poteva già vedere dalla loro posizione.

Ma il Re di Boscoverde era proprio al limite delle sue forze. Come avrebbe fatto a cavarsela da solo in mezzo alla foresta? Come avrebbe raggiunto la sua fortezza? Sarebbe riuscito a salvare sua moglie e suo figlio?

Bolin si massaggiava la barba osservando gli alberi verdi di quello che per lui poteva essere qualsiasi cosa.

"Thranduil, è quello Boscoverde?".

Thranduil si drizzò e, guardando gli alberi che sembrano pronti al riposo con il calar della notte, sorrise e disse: "No, mio caro Bolin. Questo è il Lothlòrien".

"Già…".

Il Re di Boscoverde gliene aveva parlato durante tutto il viaggio a cavallo, o almeno mentre era stato vigile, si trattava di un luogo fatato, dove il tempo scorreva in modo diverso che altrove e il male non penetrava in esso, poiché un grande potere lo proteggeva.

Sarebbe stato bello fermarsi là un pochettino, e vivere la sensazione che il tempo scorresse secondo leggi diverse da quelle conosciute.

"Ma secondo te, in questo Lothlòrien si può anche tornare indietro nel tempo?".

Appena Bolin fece la domanda si accorse che era una stupidaggine, però non era riuscito a trattenersi dal porla tale era il suo desiderio di cambiare il proprio passato.

Thranduil sapeva che era impossibile, altrimenti avrebbe subito approfittato di quell'opportunità per salvare suo padre, ma aveva sentito nella voce roca del nano un filo di speranza e anche di disincanto e non voleva in alcun modo essere brusco.

"No-non credo… sia possibile… purtroppo".

"Già…" constatò il nano.

Thranduil sospirò, mal celando la sua noia, e per alleggerire il momento domandò: "E' tipico dei nani dire sempre –già-?".

Bolin arrossì di vergogna. Che bisogno c'era di mettere in evidenza questo suo piccolo difetto "personale"?

"Penso di no" rispose acidamente.

Thranduil capì che non aveva migliorato la situazione, adesso invece di sentirsi giù di corda, Bolin era adirato, cercò comunque di salvare il salvabile.

"No, perché tu lo dici sempre…" tentò di spiegare al nano, i cui peli della barba cominciavano a rizzarsi dal nervoso.

"Così io lo direi sempre?".

"Sì, diciamo che lo dici spesso".

Ancora una volta Bolin non si trattenne: "E già".

Thranduil rimase immobile sul cavallo, convinto che anche un piccolo spostamento avrebbe rivelato che stava per scoppiare dal ridere.

Anche il nano si accorse della situazione e, colpendo la testa del Re con la propria mano, rise contagiando anche l'altro che finalmente si lasciò andare.

Poi entrambi divennero seri. Il Lothlòrien era alla loro sinistra, Thranduil indicò a Bolin la sua destra. "Quello è il mio Regno. Il Regno che fu di mio padre e, che se i Valar lo consentiranno, sarà di mio figlio".

Bolin, la cui visuale era coperta dalla schiena del Re, si piegò di lato e vide Boscoverde in tutta la sua grandezza.

"Dunque siamo arrivati al momento della separazione" disse Thranduil.

Bolin era agitato. "Non vorrai mica che ci separiamo adesso?! Ti rendi conto che sei ferito, che hai la febbre, potrebbe succederti qualsiasi cosa…".

Thranduil scosse la testa. "Non mi succederà nulla. Appena giungerò a Boscoverde, la foresta mi aiuterà a guarire. Per me è meglio andare piuttosto che restare qui. Tu però devi raggiungere Dama Galadriel".

Bolin, con suo grande stupore acconsentì. Doveva andare, si erano messi d'accordo, lui voleva aiutare Thranduil e doveva pareggiare i conti. Di quali conti ne avrebbero discusso in seguito, quando Bolin avrebbe avuto il coraggio di parlarne, se mai ne avesse avuto il coraggio.

"Allora ci lasciamo qui" concluse Bolin "Spero che questa Dama mi ascolti".

Dunque scese dal cavallo e accarezzò Lùth. "Mi raccomando, stai attento al tuo padrone".

Lùth nitrì e strofinò il suo muso nella testa del nano. "Però!" esclamò Bolin: "Sei proprio simpatico!".

"Ricordati del mio invito, Bolin. Se non dovessi venire, verrò a cercarti".

"Già…".

Thranduil sollevò gli occhi al cielo. "Già …" disse anche lui sorridendo.

"Bene, io vado".

"Attraversa il fiume qui, che l'acqua è bassa, poi dopo al massimo un'ora di camminata raggiungerai il Bosco dorato. Sicuramente ci saranno degli elfi al confine, chiedi a loro il permesso di incontrare la signora del Bosco".

Bolin ascoltava attentamente, vedeva che Thranduil era stanco, che non era sicuro di farcela ma che non aveva alternativa, che doveva provare ad andare avanti nonostante la spalla gli facesse sempre più male, nonostante non riuscisse a stare in equilibrio e stesse iniziando a chiudere gli occhi. Il suo viaggio verso casa era faticoso ma non si sarebbe fermato, e lui non lo avrebbe deluso.

I due infine si salutarono e le loro strade si separarono.

Glorfindel era sempre stato un elfo molto attivo, praticamente incapace di restare fermo più di due minuti e anche ora manteneva alta la sua reputazione aiutando chiunque poteva, dando anche una mano coi cavalli e facendo tutto ciò che era utile.

Ancora una volta gli elfi si erano dovuti fermare per assistere qualche malato e dar loro un po' di conforto; Glorfindel si guardò attorno, vide la stanchezza diffondersi tra i suoi amici e compagni, il viaggio proseguiva lentamente, ma nessuno se ne lamentava apertamente.

Elrond apprezzava la pazienza del suo popolo ed egli stesso ne era testimonianza.

"Siamo indietro nel viaggio rispetto ai nostri programmi" constatò Glorfindel.

Elrond sospirò. "In effetti avremmo già dovuto raggiungere il Lothlòrien, ma non ne siamo troppo lontani".

"Credo che ci vorrà almeno un altro giorno" fece l'altro.

Elrond lo guardò con occhi perplessi.

"Un giorno senza soste, intendo" specificò allora il guerriero.

"E questo è praticamente un sogno, amico mio. Occorre fare almeno due brevi soste al giorno, senza tener conto degli imprevisti che si possono verificare. E' il minimo".

Glorfindel riprese a parlare, calcolando ad alta voce le distanze, le varie tappe, il tempo che avrebbero impiegato fino a quando si rese conto che Elrond non gli prestava più attenzione.

"Elrond, mi senti?" chiese allora guardando il figlio del suo amico più caro.

Ma Elrond non sentì, era immobile, e respirava pianissimo a bocca aperta. Glorfindel gli fu accanto in un attimo e gli posò una mano sulla spalla.

"Ehi, tutto bene?" riprovò il guerriero.

Lo sguardo di Elrond era puntato verso il basso, sulla nuda terra, dove non c'era niente da osservare ma Glorfindel capì a cosa stava assistendo: Elrond stava avendo una premonizione. In quel momento si pentì di aver creato un contatto con l'amico poggiandogli sopra la mano perché sapeva bene che in tali situazioni era necessario non essere disturbati, la mente dell'elfo doveva essere libera da qualsiasi pressione.

Ormai il gioco era fatto e perciò Glorfindel attese immobile fino a quando Elrond non si scosse e prese fiato nuovamente piegandosi sulle ginocchia e contemporaneamente stringendo il braccio dell'amico.

"Elrond, cosa hai visto?" domandò serio il guerriero.

Elrond piegato in avanti tossì e tossì ancora, l'aria di cui aveva tanto bisogno e che sembrava essergli mancata durante tutta la visione sembrava non volesse più arrivargli ai polmoni. Glorfindel lo aiutò a sollevare il petto e posizionandosi dietro l'elfo più giovane gli tenne la fronte con la mano mentre questo riprendeva fiato.

Una volta che si fu calmato, Elrond rispose: "Come hai già certamente intuito ho avuto una premonizione, ma Glorfindel, quanto vorrei che fosse solo la stanchezza, o la mia ansia, ad avermi fatto vedere ciò che ho visto".

Glorfindel era più curioso che mai. "E' qualcosa che puoi dirmi?".

"Solo se mi prometti che se non si dovesse avverare, mio padre non verrà mai a saperlo".

L'elfo non era molto favorevole a questa condizione ma sapeva anche che tanto in un modo o nell'altro prima o poi Gil-galad l'avrebbe scoperto da sé. "Va bene" rispose.

"Ho visto lo stemma di Imladris coperto di sangue e di foglie secche. E ho sentito urlare, un urlo disperato e prolungato…".

Glorfindel si accigliò, non era la prima visione che Elrond aveva avuto nella sua vita e, benché ciò che vedeva andasse sempre interpretato, tutte le sue premonizioni si erano sempre avverate.

"Glorfindel, cosa vuol dire tutto questo?" domandò con voce tremante. "Tu pensi che mio padre sia in pericolo, o che il male segua il nostro popolo lungo la strada di casa?".

"Secondo me significa solo che sei stanco e visto e considerato che lo sarai ancora per un bel po' ti consiglio di non dare troppo peso a ciò che hai visto".

Glorfindel mentiva, spudoratamente ed Elrond lo sapeva. Era consapevole che l'amico stava facendo il possibile per tranquillizzarlo, ma lui conosceva bene i suoi poteri e sentiva che l'anello che ora portava in tasca stava amplificandoli, e rafforzandoli.

Istintivamente si tolse l'anello di tasca e lo tenne fra le dita. Glorfindel lo riconobbe subito, Gil-galad gliene aveva parlato e spiegato i poteri, vederlo in mano a Elrond poneva questioni importanti e urgenti.

"Come mai lo hai tu?" chiese pacatamente.

"Me lo ha dato mio padre, temeva che se gli fosse accaduto qualcosa l'anello sarebbe potuto finire in mani sbagliate".

"Nelle mani di Celeborn" pensò Glorfindel. Se Gil-galad aveva dato l'anello al figlio significava che credeva nella possibilità di non poter più tornare a casa. Glorfindel guardò Elrond e forse per la prima volta lo vide con occhi nuovi.

Quello che si trovava davanti, era sì un giovane elfo e come tutti aveva bisogno di sostegno, ma era soprattutto il suo nuovo Signore, il Signore di tutto il popolo di Imladris, un guerriero, un guaritore, un grande elfo con il dono della preveggenza e la consapevolezza di dover e di poter guidare la sua gente.

"Perché dovrebbe accadergli qualcosa? Teme forse Thranduil?".

Elrond sorrise e puntando l'indice al viso di Glorfindel gli disse: "Non sarebbe meglio, almeno fra di noi, dire sempre ciò che si pensa? Ci eviterebbe un sacco di giri di parole".

Glorfindel spostò il dito di Elrond dal suo viso e offrendogli uno sguardo compiaciuto disse: "Allora, Elrond Gil-galadion, perché tuo padre teme Celeborn?".

Elrond divenne serio e a voce bassa ma chiara spiegò: "Perché potrebbe essere la causa della fuga di Thranduil e forse di un grave tradimento…"

"Tradimento?" domandò il guerriero.

"Sì, il tradimento che portò alla morte di Re Oropher".

Glorfindel era sconvolto, era un'accusa molto seria, certamente non fatta con leggerezza. Si portò le mani ai capelli e immediatamente disse: "Devo andare a cercare Gil-galad. Lo devo trovare. Celeborn aveva con sé due elfi e…".

"No," lo fermò Elrond "se mio padre ti avesse voluto con lui, ti avrebbe chiesto di andare".

Glorfindel si sentì il sangue ribollire nelle vene: "Mi stai dicendo che lui non mi voleva attorno, io sono il suo migliore amico e…".

"… e forse per questo ha voluto che restassi con me" concluse Elrond con uno sguardo triste "Forse ha giudicato più importante la mia sicurezza rispetto alla sua, forse ha sbagliato…".

"No, perdonami Elrond" lo interruppe Glorfindel strofinandosi il viso con le mani callose. "Hai ragione tu, tuo padre mi voleva con te. E aveva ragione lui, tu sei molto importante. Non te accorgi ma sei molto più forte e potente di quanto credi, o forse stai cominciando a capirlo proprio in questi giorni".

Elrond non rispose niente a quelle affermazioni, troppo grande era l'elfo che aveva di fronte a sé per ergersi come nuovo Signore o come grande elfo, inoltre il Signore di Imladris, suo padre, era vivo e sperava lo sarebbe stato ancora per molti e molti secoli.

Celebrian saltò di ramo in ramo, di albero in albero più velocemente che poté, ma non riuscì a tenere il passo di Haldir, che a cavallo e di fretta era praticamente irraggiungibile.

Riuscì però a raggiungere il confine del Bosco Dorato e senza più fiato si fermò a riposare su un ramo. Cosa avrebbe fatto ora? Sarebbe tornata indietro dalla madre oppure avrebbe proseguito a cavallo?

Uscire da sola, oltre il bosco conosciuto, era piuttosto pericoloso, e lei aveva sempre avuto una scorta o quantomeno compagnia. Da una parte c'era la sua casa, dall'altra il suo amore.

Ah … se solo avesse ricevuto un qualche messaggio da Elrond, forse le sarebbe bastato o forse no. Lei doveva parlargli, doveva raccontargli di ciò che era successo, di ciò di cui si era resa conto in sua assenza e di cui non aveva parlato a nessuno. Era un segreto, un bel segreto che però non riusciva più a nascondere.

La sua avventatezza avrebbe potuto compromettere la situazione ma in fondo si sarebbe trattato solo di uno o due giorni di viaggio a cavallo. Sicuramente gli eserciti stavano tornando a casa.

Una lacrima scese sul viso della giovane. Cosa sarebbe accaduto se le fosse successo qualcosa? Quale angoscia avrebbe dovuto vivere Elrond? E se fosse svanito?

Celebrian era quasi decisa a tornare indietro quando sentì un gruppo di elfi a cavallo: erano la pattuglia di confine e sembrava si stessero dirigendo verso un elfling. Celebrian guardò con più attenzione, non si trattava di un elfling ma di un nano!

La giovane avanzò ancora fino a che non riuscì ad essere abbastanza vicina per sentire ciò che veniva detto.

"In nome della Signora e del Signore del Bosco Dorato vi ordino di fermarvi!".

Il nano si fermò.

"Di grazia, mi chiamo Bolin e chiedo il permesso di incontrare la Dama del Bosco Galadriel".

Gli elfi risero.

"L'ingresso al Bosco è concesso solo agli elfi, nessun altro, né umano, né nano, né altra specie può entrare. La preghiamo dunque di tornare indietro".

Bolin sbuffò. "Senta, gentilissimo elfo, io devo assolutamente incontrare la vostra Signora. Ho un messaggio per lei da parte del Re di Boscoverde".

"Ma davvero?" chiesero increduli gli elfi. "Noi sappiamo per certo che il Re di Boscoverde, Oropher, non ha grande simpatia per la tua specie. Perché mai avrebbe consegnato a te un messaggio per la nostra Signora, quando ha un esercito completo a sua disposizione".

"Oh, ma io non mi riferisco a Re Oropher, il quale in caso non lo sappiate è morto in battaglia. Io parlo di Re Thranduil di Boscoverde".

Gli elfi ebbero un sussulto nel sentire della presunta morte di Oropher, si guardarono in faccia sbigottiti. "Ciò non cambia la situazione. Se lei non è un elfo non può entrare. Ora, gentilmente, dovrebbe tornare sui suoi passi" disse sfilando una freccia dalla faretra e tenendola in mano.

Bolin non si stupì della situazione, lui e Thranduil avevano previsto questa possibilità, e comunque non c'era tempo da perdere.

"Allora vorrà dire che andrò incontro al Signore di Imladris, forse gli elfi di quel Regno sono più socievoli di voi" sbottò e girati i tacchi se ne andò.

Celebrian non poté credere a ciò che aveva sentito, questo nano andava incontro all'esercito di Imladris. Doveva seguirlo, se davvero Oropher era morto e il nano conosceva Thranduil probabilmente ci si poteva fidare.

Aspettò che la pattuglia si allontanasse, poi fischiò e poco dopo giunse Gwaew. Montò a cavallo e al trotto prese la strada già percorsa da Bolin.

Era buio ormai Celeborn riposava nel vecchio castello di Dol-Guldur. I suoi uomini stavano girovagando là attorno, la foresta sembrava soffrire. Gli alberi bisbigliavano tra loro parole che soltanto alcuni elfi Silvan e la famiglia reale di Boscoverde potevano capire.

Gil-galad si svegliò dopo aver dormito un paio d'ore. Sognò Thranduil che era fuggito ferito e Elrond che aspettava il suo ritorno.

Ma una volta sveglio aveva sempre in mente Celeborn che controllava scrupolosamente il suo bagaglio. Decise perciò di scoprire cosa nascondeva il Signore del Lothlòrien.

Silenziosamente scese dall'albero e si avviò verso i cavalli. Erano tutti tranquilli, la notte era stellata e serena, non si sentiva un solo rumore.

Gil-galad riconobbe subito il suo cavallo e lo accarezzò dolcemente, poi si avvicinò a quello di Celeborn e iniziò ad osservare ciò che portava addosso finché qualcosa attirò la sua attenzione.

Si trattava di qualcosa di lungo avvolto in una tela pesante. Gil-galad si guardò attorno, non vide nessuno e allora sciolse i laccetti e srotolò la tela. Ciò che vide lo lasciò senza fiato: la spada di Oropher brillava, anche al buio, in tutta la sua bellezza.

Gil-galad si guardò attorno ancora una volta, e ancora una volta non vide nessuno. Osservò la spada. Perché Celeborn l'aveva con sé? Lui era sicurissimo di averla deposta nel sepolcro di Oropher, di avergliela vista sistemata sul petto. Come era possibile?

Se era qui, questa era la prova che Celeborn stava complottando qualcosa. Subito cominciò a riavvolgerla quando una voce lo fece trasalire.

"Gil-galad, perché tanta fretta? Prendi pure tutto il tempo che vuoi per osservarla. Non trovi anche tu che sia bellissima?".

Gil-galad strizzò gli occhi per vedere meglio, ma non c'era bisogno di vedere per riconoscere a chi apparteneva la voce. "Celeborn," disse prendendo in mano la spada "perché hai con te la spada di Oropher? Come è possibile che sia qui, quando l'abbiamo deposta sul petto del suo proprietario?".

Celeborn fece un passo in avanti e contemporaneamente i suoi due uomini raggiunsero Gil-galad alle spalle e puntarono i loro coltelli alla gola del Signore di Imladris.

"Ah, mio caro Gil-galad, hai perso un po' della tua velocità. A forza di stare con mezzi-elfi hai finito per diventare più debole".

"Non credevo di dovermi difendere da te".

"Oh, suvvia! Non essere così falso!" sputò di rabbia Celeborn "Hai sempre saputo di doverti difendere da me, da quando hai adottato quella feccia di tuo figlio … mi fa schifo soltanto pronunciare quella parola. Secondo te, dovrei lasciare che gli umani contamino il nostro mondo?".

"Cosa c'entra questo con la spada di Oropher? Con Thranduil?".

"Ognuno di voi, ciascuno a modo proprio, ha cercato di umiliarmi. Quei due volevano un Regno più grande del mio, e se lo sono presi. Io e mia moglie abbiamo avuto una figlia femmina, e tu ti sei adottato un bastardo sì, ma un maschio".

Gil-galad era incredulo. "Ma cosa stai dicendo? Celebrian è intelligente, bellissima, dovresti essere fiero di lei".

"Lo sono, ma non è il maschio che avrei voluto" sbottò lui.

"Maschio o femmina che differenza fa?".

"Tu però ti sei scelto un maschio!".

"Io ho preso con me un elfling spaventato dagli orrori visti, piangeva sul corpo della madre, mentre quello del padre lo fissava con occhi aperti ma ormai spenti. Ho preso un piccolo elfo, un mezzo-elfo, è vero, che accettò solo la mia mano tesa, fra tutte quelle che cercarono di aiutarlo. Lo strinsi a me e per un giorno intero non si volle staccare dal mio petto, e quando lo fece fu solo per chiedermi se ero il suo nuovo Ada. Cosa avrei dovuto rispondergli? Avrei dovuto rifiutarlo? No, non potei farlo e non me ne pentì mai, e mai lo farò".

"Commovente" lo sbeffeggiò Celeborn.

I suoi uomini sfilarono la spada di Oropher dalle mani di Gil-galad e la passarono a Celeborn.

Egli la tenne in mano, la guardò con lussuria.

"Tu desideri Boscoverde, vero? E per questo che vuoi la spada?" chiese Gil-galad.

"Io," rispose freddamente l'elfo "desidero il potere" e detto ciò infilò la spada nello stomaco del Signore di Imladris.

Gil-galad gemette di dolore e cadde a terra mentre Celeborn gli sfilava la spada dallo stomaco e ne ripuliva la lama sulle vesti della sua vittima. Poi avvicinò la lama agli occhi di Gil-galad e gli disse: "Una spada non può essere nello stesso posto in due momenti".

Gil-galad boccheggiò con la bocca piena di sangue e come poté disse: "Allora ci devono essere due spade".

"Intelligente" rispose Celeborn. "Peccato che la tua scoperta non sarà di nessuna utilità, perché resterà tra te e le stelle".

Appena Celeborn si voltò, Gil-galad con le sue ultime forze cercò di mettersi a sedere e agganciargli una gamba ma uno degli elfi del Lothlòrien tentò di bloccarlo chinandosi e mettendo un ginocchio sulla mano del ferito.

Celeborn non si accorse di lui e voltandosi infilzò chi credeva fosse il suo nemico, uccidendolo sul colpo davanti a Gil-galad.

"Cosa hai fatto?" chiese allora l'altro elfo del Lothlòrien.

Celeborn non si scompose. "Adesso la parte che ti spetta è più sostanziosa. Seppelliscilo e poi andiamo".

L'elfo prese il suo compagno ormai morto e lo portò via.

Gil-galad era ancora vivo, gravemente ferito, ma vivo. "Non può bastarti".

"Che cosa?" chiese Celeborn, chinandosi e sfilando i guanti dalle mani di Gil-galad.

"Non può bastarti il potere per vivere, non può bastare a nessuno" disse e poi tutto divenne nero ai suoi occhi, le sue orecchie non sentivano più, ma la sua fae era ancora in lui, sebbene alla vista sembrava l'avesse abbandonato.

Celeborn cercò l'anello del potere di Gil-galad, ma le sue dita erano spoglie, niente le adornava. Solo il segno dell'anello mancante formava un perfetto cerchio nel suo dito indice.

L'urlo di rabbia che lanciò Celeborn fu tale che anche i Valar lo sentirono.