Con grande ritardo, ecco a voi il nuovo capitolo. Però è un bel capitolo, spero che vi appassioni. A presto, Alida
Con un balzo i due elfi furono sul re, facendolo cadere. Thranduil che si stava appena riprendendo grazie all'energia trasmessagli dalla foresta, cadendo batte la testa giusto il tanto di perdere i sensi.
Cap 9
Quanto può pesare la preoccupazione per chi si ama? E' un continuo stillicidio del cuore che niente può interrompere se non la certezza che chi si ama è al sicuro e indenne. Talvolta può essere d'aiuto aprirsi e raccontare, a qualcuno capace di ascoltare, le ansie che si vivono.
Così cantava dolcemente il giovane Legolas nel giardino privato di famiglia:
"Betulle argentate che lente ondeggiate
la brezza del vento vi culla d'amor.
L'usignolo fra i rami cinguetta contento
ma il mio cuore è in fermento. Quando si placherà?
Chi aspetto non parla, non sogna e si nega,
le porte al mio spirito ha chiuso e io prego.
Ah, Valar! Prendete i miei occhi e portateli a lui
ch'io veda che bene il suo corpo riposi,
che riprenda le forze e al mio animo acceda
e canti parole, parole d'amor.
Oh, Mandos! Mio nonno accogliesti,
lasciami il padre che tanto mi amò.
Risparmia al mio cuore un altro dolore,
tutto sopporto ma questo mai, no.
Betulle argentate che lente ondeggiate
la brezza del vento vi culla d'amor,
io sono una foglia e lento cammino
il suo dolce ricordo mi culla nel cuor".
"Legolas, non dovresti preoccuparti così tanto, sono sicuro che tuo padre sta bene. E' con gli altri elfi, e se sta male lo cureranno" disse Fidelhion sedendosi accanto al ragazzo.
"Come fai a dirlo?".
"Come fai a dire il contrario?" chiese dolcemente l'elfo che non conosceva assolutamente la capacità che Legolas e Thranduil avevano di comunicare a distanza.
Legolas sorvolò: "E' un presentimento!".
"Anche io ho un presentimento," disse Fidelhion " e cioè che se continui a buttarti giù di corda, quale che sia il tuo destino non riuscirai ad affrontarlo".
Legolas lo guardò dritto negli occhi, nei quali poteva leggere la verità delle parole appena pronunciate. Se suo padre fosse tornato ferito, avrebbe dovuto essere forte e aiutarlo come suo padre faceva con lui quando ne aveva bisogno; se si fosse trovato nella situazione di dover percorrere il passaggio segreto, addirittura senza sua madre, di forza gliene sarebbe servita molta di più.
"Vedrai che ce la farà e poi ricordati sempre che non è solo".
Legolas gli rivolse uno sguardo interrogativo. "Per esempio?".
Fidelhion rise, tale padre, tale figlio! Sempre molto concreti. "Per esempio Galion".
"Già, Galion!" esclamò il giovane elfo sentendosi improvvisamente rassicurato. Il padre gli aveva mostrato il volto di Celeborn, lui era l'uomo da temere, ma Galion sicuramente l'avrebbe protetto. Egli infatti era stato un grande amico del nonno. Era bello, pensò Legolas, potersi fidare di qualcuno.
Thranduil era a terra, con il viso che annaspava per un po' di ossigeno tra le foglie secche. Chissà mai perché gli alberi stanno perdendo le foglie… non siamo in autunno pensò Thranduil, quando venne raggiunto da un calcio alle gambe, e poi uno al petto e un altro e un altro ancora.
Cercò di proteggersi con le braccia ma si rese conto che qualcuno gliele aveva legate dietro la schiena.
"Svegliati, bel principino".
"Bel Re, bisogna dire… ormai è un Re… anche se lo sarà per poco" sghignazzò una voce che aveva un non so ché di familiare. Thranduil ci pensò su e poi capì a chi appartenesse quella voce: Celeborn.
"Assassino!" riuscì a dire Thranduil.
Celeborn gli tenne il colletto della camicia e tirò a sé il viso del re di Boscoverde. "E chi avrei ucciso? Sentiamo!".
Thranduil tossi. "Gil-galad!".
"Ah, mi è dispiaciuto moltissimo" rispose Celeborn buttando nuovamente a terra Thranduil. "Naturalmente avrei preferito che fosse Elrond, ma che vuoi farci… alla fine anche lui va benissimo".
"Che cosa vuoi, Celeborn? Possibile che … che non ti sei ancora reso conto che non riuscirai ad avere ciò che vuoi?" chiese Thranduil cercando di mettersi a sedere; parlava velocemente, perché il fiato era sempre più corto e anche se qualche parola non gli usciva proprio bene, voleva comunque dire tutto ciò che aveva da dire.
Celeborn era furente; anche se legato e ferito il cugino non si dava per vinto, cercava in tutti i modi di averla vinta. Presto però avrebbe capito chi avrebbe trionfato e allora si sarebbe dovuto arrendere. Lui non gli avrebbe lasciato niente per cui valesse la pena di vivere e così sarebbe svanito.
Senza alcun preavviso Celeborn diede un calcio ai reni del povero Thranduil che fece il possibile per trattenere un urlo, ma non poté nascondere la smorfia di dolore che gli si stampò sul viso sudato.
"E' facile prendere a calci qualcuno che è legato e ferito. Ma è sempre stato così. Ti devi accontentare di poco".
"Zitto, zitto!" strillò di rabbia Celeborn, mentre con forza gli scagliava contro ancora un altro calcio.
Thranduil prese fiato, una foglia secca gli entrò in bocca e lui la risputò fuori tossendo. "Cosa vuoi fare? Mi vuoi uccidere?".
Celeborn si chinò all'altezza del cugino, gli sorrise e cercò di sistemargli i capelli mentre lo guardava con finta compassione. "No, cuginetto, lo sai che ti voglio bene".
Thranduil spostò di scatto la testa. "Non mi toccare, mi fai schifo".
Un forte schiaffo colpì in viso Thranduil facendogli girare la testa e per un attimo non seppe più dove si trovava. Aprì la bocca per respirare e si accorse di averla piena di sangue, ne sputò un po' per terra e poi cercò con lo sguardo Celeborn.
Stava lì, in piedi e lo sovrastava ridendo. "Ah, ah.. Hai provato un po' di dolore, vero?".
Thranduil non rispose.
"Anche io lo avrei provato se fossi stato colpito da questo" disse mostrandogli l'anello infilato nel dito indice. Era un anello d'oro bianco in filigrana con piccoli diamanti che formavano una foglia le cui venature erano di smeraldi verdi.
Gli occhi di Thranduil si riempirono di lacrime, che però non lasciò cadere; il suo volto da sgomento passò in un attimo ad essere pura espressione di disprezzo verso Celeborn.
"Quell'anello è di mio padre. Del Re di Boscoverde il Grande, tu non lo meriti. Non ti appartiene!".
"Un oggetto appartiene a chi lo possiede" rispose Celeborn.
"Prendi questa foglia" continuò strappandola da un ramo "è sulla mia mano e dunque è mia".
I tre elfi posarono gli occhi sulla foglia per un attimo, ma tanto bastò per vederla raggrinzire. Thranduil, si asciugò il sangue che lentamente scendeva dal labbro al mento, un pizzico di soddisfazione apparve nel suo viso. "Come vedi neanche la Foresta ti vuole!".
Un altro colpo investì la testa di Thranduil, che non riuscì da che parte fosse provenuto il colpo, forse era stato un pugno, più probabilmente un calcio, e in un attimo tutto divenne nero.
"Non è che stavo annegando…".
"Certo che no, eri sulla sponda!".
Elrond e Haldir ascoltavano divertiti il primo incontro tra Bolin e Celebrian, il viaggio stava proseguendo con velocità. I feriti venivano curati, e i meno gravi ormai erano quasi guariti del tutto, grazie alle straordinarie capacità di autoguarigione della loro specie.
"A cosa pensi, Elrond? Sei preoccupato?" domandò Celebrian.
Elrond alzò lo sguardo verso la sua amata, la vedeva diversa, forse la guerra lo aveva cambiato, forse il nuovo Elrond non sarebbe piaciuto a Celebrian. Ma non voleva parlare di cose private davanti a tutti e perciò disse: "Penso a Glorfindel. Spero che riesca a compiere al più presto la missione che gli ho affidato e torni presto da noi".
"Lo speriamo tutti" concordò Haldir.
"Già!" concluse Bolin.
Celebrian sorrise a Elrond, doveva parlargli, spiegargli il motivo per cui aveva lasciato la sua casa e gli era andata incontro. Era stata mossa dal desiderio di vederlo, ma non era solo questo. C'era qualcos'altro, di molto importante. Si era ripromessa di confidargli tutto appena incontrato, ma con Bolin e Haldir costantemente al loro fianco non se la sentiva. Avrebbe aspettato e poi quando si sarebbero trovati da soli gli avrebbe detto tutto.
Nel frattempo il tempo passava, il sole divenne alto in cielo e il caldo afoso aumentò. L'Anduin era sereno e gli elfi godevano del canto del fiume.
"Stiamo andando piuttosto veloci. Non trovate?" domandò Bolin.
"Haldir ha impiegato meno di 24 ore per raggiungerci" disse Elrond, "Non penso che saremo altrettanto rapidi, però sarebbe l'ideale se giungessimo al punto in cui ti separasti da Thranduil entro la sera".
Il silenzio ripiombò sul gruppo per qualche ora. Elrond sentiva tutto il peso dell'anello che portava; aveva poca importanza che lo tenesse in tasca o legato al collo, il suo potere era notevole. Mentre cavalcava sentì una voce Gil-galad, stai attento! Il pericolo incombe su di te! Ho visto la scura ombra del Dol-guldur sovrastare il tuo viso. Spero di non essere in ritardo.
Elrond si voltò per individuare da dove venisse la voce, ma solo il suo esercito stava alle sue spalle. Celebrian lo guardò e poi abbassò lo sguardo alla tasca dei pantaloni di Elrond, qualcosa brillava al suo interno.
Anche lui si accorse del bagliore e senza che Haldir o Bolin se ne accorgessero, infilò la mano in tasca e estrasse appena appena l'anello, di modo che Celebrian lo vedesse e si rassicurasse che niente di grave stava accadendo.
Celebrian sussultò e a voce bassa domandò: "Sta brillando. Mia madre ti ha contattato?".
Elrond fece cenno di sì con la testa e rinfilò l'anello in tasca. Celebrian gli sorrise.
"Dobbiamo andare più veloci, è necessario raggiungere in fretta Dol-guldur!" disse Elrond, "Darò ordini su chi deve guidare l'esercito fino al Lothlòrien e poi fino a casa, e aumenterò l'andatura del mio cavallo. Chi vuole seguirmi, dovrà andare veloce. Non ho intenzione di aspettare nessuno" concluse posando il suo sguardo sul nano.
"Uffh! Certamente non sarò io a rallentare il gruppo!" rispose indignato Bolin.
"Proprio quello che volevo sentire!" rispose Elrond.
Così fecero e verso le otto di sera, Elrond, Celebrian, Haldir e Bolin giunsero a Dol-guldur.
Lùth aveva assistito impotente al pestaggio del suo padrone, aveva cercato di divincolarsi e colpire con gli zoccoli Celeborn ma l'altro elfo glielo aveva impedito. Quando poi aveva provato ad alzare le gambe anteriori e colpire Celeborn in fronte, Thranduil lo aveva dissuaso, poiché temeva, e con ragione, la reazione del cugino. "Non temere, sopporterò. Ti prego, non ribellarti!" gli aveva detto prima di svenire per l'ennesima volta.
Lùth cercò di avvicinarsi con il muso per annusarlo e scuoterlo, ma Thranduil non dava segni di essere cosciente. Allora Celeborn gli sciolse le mani che erano legate dietro la schiena, e gliele legò in avanti, poi lo legò con una fune lunga circa due metri alla sella, e dopo essere salito sopra al cavallo partirono al trotto.
Lùth nitrì di preoccupazione e angoscia, sentiva il peso del suo padrone che veniva trascinato nella foresta, cercò di evitare fossi, radici molto grosse, tronchi caduti e massi, ma in ogni caso era Celeborn che lo guidava e a lui non importava niente del nuovo Re di Boscoverde.
Celeborn sapeva che i cavalli avevano un cuore, un'anima e anche un cervello, ma sottovalutava enormemente la loro capacità di ricordare. Ignorava che la memoria di Lùth, un giorno, gli avrebbe presentato il conto.
Avanzavano senza sosta, a tratti Thranduil riprendeva i sensi e chiamava Celeborn, pregava i Valar che tutto finisse in fretta. La fune era stretta ai polsi e sfregava la pelle, ogni passo di Lùth era un sobbalzo che tirava polsi e spalle.
Thranduil aveva provato più volte a mettersi in piedi ma non aveva forze, i pantaloni erano ormai a brandelli, le ginocchia insanguinate, così come le cosce. Cercava di sollevarsi ma come le ginocchia cedevano, cadeva a peso morto e ormai anche la camicia era solo un ricordo e i capelli un pasticcio di terra, sangue e sudore.
Celeborn si fermò all'improvviso. Era ancora arrabbiato, il tempo stava diventando nuvoloso, alzò lo sguardo al cielo ma non vide altro che un mare di foglie, era come se la foresta si stesse chiudendo in sé, nascondendo anche la bellezza del cielo.
Scese da cavallo e preso Thranduil per le spalle lo sollevò e lo sbatté su Lùth, poi gli tirò i capelli facendogli dondolare la testa avanti e indietro. Thranduil non sapeva perché si erano fermati. Forse Celeborn non voleva più trascinarlo con sé, forse lo voleva abbandonare nella foresta, forse voleva eliminarlo definitivamente.
"Cosa facciamo? Ci fermiamo?" chiese l'elfo complice.
"Sì, credo che sia la cosa migliore da fare. Inoltre ho una strana sensazione. E' come se ci fosse qualcuno nelle vicinanze".
"Chi potrebbe essere? Forse qualche elfo silvano".
"No, sono tutti nel Dagorlad, e quelli rimasti nella Foresta staranno nascosti nella fortezza. Certamente non se vanno in giro… E tu sollevati!" urlò a Thranduil che lentamente scivolava verso terra.
"Non ce la fa! Ahah!".
"Vediamo se così ci riesce", sputò fuori Celeborn prendendo la spada di Oropher e puntandogliela alla gola.
Thranduil non era stupito, Gil-galad lo aveva avvisato, tuttavia gli fece impressione. Mai e poi mai aveva associato l'anello del padre o la sua spada ad una sofferenza personale, la mano di Oropher con indosso l'anello gli aveva accarezzato le guance paffute quando era stato un piccolo elfo, la spada era sempre stato il mezzo con il quale il padre lo avrebbe difeso dai mali del mondo e ora sembravano essere diventati strumenti di dolore.
Ma non sono gli oggetti che causano sofferenza, sono le persone, e Thranduil stava perfezionando la lezione che la vita aveva già avuto modo di spiegargli.
La lama della spada fece pressione alla gola. Thranduil trattenne il respiro e poco dopo Celeborn premette giusto il tanto perché una linea di sangue, l'ennesima, venisse disegnata nel corpo martoriato dell'elfo.
Poi appuntò la lama su un tronco e spinto Thranduil a terra lo trascinò fino all'albero più vicino. "Stai buono lì, e non ti legherò anche le caviglie. Dobbiamo riposare e poi ripartiremo".
Thranduil non disse una parola. Voleva riprendere le forze, dare sollievo al suo corpo, starsene a contatto con l'albero che avrebbe potuto guarirlo un po', riposare, magari contattare Legolas e anche tante cose che però non riuscì neanche a pensare, perché il sonno lo avvolse con dolcezza in brevissimo tempo.
Celeborn e il complice si poggiarono a un masso e copertisi con un mantello si addormentarono. Nessuno dei tre elfi, presi dalla loro situazione, si era reso conto che qualcuno aveva visto la scena: Thranduil legato, Celeborn che gli puntava la spada, la bellissima spada, simile ad una vista tempo prima, e anzi doveva essere proprio quella.
I nani di Rhiaian erano stati immobili, avevano trattenuto il respiro e osservato tutto. Rhiaian non era coraggioso, era certamente avido ma non imprudente, e comparire così all'improvviso non era nei suoi piani, tanto meno poteva essere utile, inoltre i suoi quattro compari dovevano restare all'oscuro di tutto. Però quella spada faceva gola anche a loro, chiunque ne sarebbe stato affascinato, quanto più un nano.
Decisero però, una volta che gli elfi si erano addormentati, di proseguire, senza indugi. Il destino aveva mostrato loro un interessante quadretto e non era detto che non si sarebbero più incontrati.
Fecero silenzio, ma non abbastanza. Thranduil, che dormiva, ma i cui sensi erano sul chi va là, aprì gli occhi per scoprire la causa del rumore, o almeno tentò di farlo. L'occhio destro infatti non volle collaborare e restò chiuso, Thranduil lo toccò con le dita e nonostante queste avessero poca sensibilità riuscì comunque a capire che era gonfio come tutto il lato destro del suo viso.
Il dolore lo invase, si dimenticò dei rumori sentiti e cercò di guardarsi attorno. Vide Celeborn e il complice addormentati. Lui aveva le mani legate ma non le gambe, provò ad alzarsi e senza chiederlo ricevette un aiuto insperato.
L'albero chinò i suoi rami e avvolgendolo lo aiutò a stare in piedi, lentamente Thranduil riuscì a fare un passo alla volta allontanandosi sempre più, quando il ramo non fu più della lunghezza sufficiente gli si sostituì un altro ramo e un altro ancora e così per diverse centinaia di metri la foresta portò in braccio il suo Re.
Lo fece con grande amore e dedizione fino a quando Thranduil non ce la fece più neanche così e, lasciandosi cadere a terra, riprese a dormire.
Finalmente poteva vederlo: l'ingresso della fortezza di Oropher, Re di Boscoverde. Finalmente, pensò Galion, il futuro è vicino.
L'elfo nascose la sua perfidia al mondo e assumendo un atteggiamento triste e desolato si spinse in avanti, scese dal cavallo e si accorse che laddove si sarebbe aspettato di vedere diverse guardie non c'era nessuno.
Se il Re lo sapesse! pensò Galion, e questo pensiero gli diede fastidio. Era lì per compiere una missione: eliminare Wisterian e Legolas, e il suo pensiero più spontaneo era rivolto al suo ex-Re, il quale era morto anche grazie a lui.
Portò il cavallo nelle stalle e poi entrò nella fortezza. Dopo pochi passi venne accolto da una guardia. "Capitano! Sono felice di vederla rientrare" disse l'elfo salutandolo, "Ma mi dica, dove sono tutti gli altri?" chiese aspettandosi di vedere qualcuno al suo seguito.
Galion gli sorrise: "Nedhian, è un piacere essere a casa. Sono da solo e purtroppo porto tristi notizie. Vorrei parlare immediatamente con la moglie del principe Thranduil e se possibile anche con il giovane Legolas".
Nedhian si rattristì, vedeva che il suo capitano portava un peso nel cuore e nello spirito e credeva sinceramente che fosse stata la guerra a renderlo triste, non sapeva che le azioni malvagie che compiamo avvelenano il nostro spirito e appassiscono i nostri cuori.
Subito il giovane fece chiamare Wisterian e Legolas, che vennero accompagnati da Fidelhion fino alla sala del trono.
Appena Legolas vide Galion avanzò verso lui e dopo avergli dato un tenero abbraccio, chiese subito del padre. Wisterian gli disse di calmarsi e dare la parola all'amico fedele del nonno.
"Porto notizie funeste. Purtroppo il Re Oropher è caduto in battaglia".
Wisterian e Legolas lo sapevano già, ma poiché nessuno sapeva della capacità che Thranduil e il figlio avevano di comunicare, dovettero manifestare una certa sorpresa. Era comunque una notizia devastante perché confermava ciò che speravano non fosse vero.
Il grande Oropher era morto. Gli occhi di Wisterian si riempirono di lacrime, Fidelhion era sconvolto. Galion aveva solo un'idea in testa: liberarsi di Wisterian, ma la presenza di Fidelhion rendeva tutto più complicato.
"Continua, Galion. Dimmi pure di mio marito" lo incitò la donna elfo.
Galion tossì. "Potrei parlarle in privato?" domandò mostrandosi a disagio davanti a Legolas.
"Io voglio sentire" si puntò Legolas. "Sono abbastanza grande, mamma. Voglio sapere di mio padre".
"Parla pure, Galion".
"Bene, mi dispiace dirvelo, ma non ho scelta. La battaglia è stata dura per tutti, molti elfi, tra cui in nostro amato Re, sono entrati nelle Sale di Mandos. Il dolore e l'orrore dilagavano nella grande piana. In quello scenario di sangue e terrore anche vostro marito" disse rivolgendosi a Wisterian e rivolgendosi a Legolas "e vostro padre è rimasto gravemente ferito".
Legolas scosse la testa. "Non è vero!".
"Vorrei che non lo fosse" tentò di convincerlo Galion.
"Stai mentendo! Mio padre non sta male!".
"Legolas, stai calmo. Probabilmente non è grave" provò a tranquillizzarlo Wisterian.
"Mamma, quello che dice non è vero! Sta mentendo!". Legolas era sicuro di ciò che diceva, suo padre forse non stava benissimo ma non era rimasto ferito gravemente in battaglia altrimenti non avrebbe mai avuto la forza di mettersi in contatto con lui.
Lo stesso pensiero lo ebbe anche Wisterian, ma del resto perché non avrebbe dovuto fidarsi di Galion, che era stato fedele amico di Oropher, suo consigliere, e guida di Thranduil durante la sua crescita quando, per ragioni di stato, Oropher non aveva potuto?
Ora l'importante era mantenere la calma e poi tutto si sarebbe chiarito. "Legolas, forse faresti meglio a lasciarmi sola con Galion. Fidelhion, prenditi cura di lui".
"Ma… mamma!" si lamentò il ragazzo.
Wisterian lo accarezzò in viso e ancora una volta gli disse di uscire. Legolas uscì dalla sala accompagnato da Fidelhion. Nel corridoio non c'era nessuno. "Andiamo, Legolas" lo invitò Fidelhion.
"Io non mi muovo da nessuna parte" rispose Legolas avvicinando l'orecchio alla porta.
Fidelhion lo riprese. "Il tuo comportamento non si addice a un membro della casa reale".
"Allora fai conto che sia un semplice elfo" disse cercando di ascoltare la conversazione dentro la stanza.
"Se fossi un semplice elfo, ti avrei già preso per la punta delle orecchie e…".
"Sh! Fidelhion, non sento!".
"Oh, Valar! Tua madre non mi perdonerà mai…".
"Fidelhion, per favore…".
L'elfo si mise le mani fra i capelli, doveva cedere, Legolas era troppo testardo.
Dentro Galion portava avanti la sua sceneggiata. "Gli orchi erano centinaia, mia Signora. Re Oropher è caduto combattendo e Thranduil assistette alla sua morte, lo vide accasciarsi al suolo e fu colpito a sua volta da un orco. La scimitarra nera si è abbattuto sul petto di Thranduil. Lui ha provato a resistere ma il dolore era troppo intenso".
Wisterian piangeva al pensiero del marito ferito; non era importante se fosse vero o meno, il solo immaginarlo sanguinante la faceva star male. Però l'idea di suo suocero che si faceva sopraffare da un orco era davvero incredibile.
"Come è caduto Oropher? Mi sembra così strano…" domandò volendo sinceramente capire.
Galion rispose immediatamente: "Lui era forte, ma era come se la spada non lo assecondasse". Fu un passo falso, e Galion se ne rese conto. "Forse il destino che i Valar hanno deciso per lui…".
"Aspetta," lo interruppe lei "cosa centra la spada? E' una spada elfica! Non avrebbe mai potuto tradirlo".
Galion infilò la mano nella tasca interna della giacca dove un pugnale era stato sistemato precedentemente. "Mia Signora, in battaglia tutto può succedere".
"Galion," domandò Wisterian "Come è stato ferito di preciso Oropher?".
Galion era infastidito, perché Wisterian chiedeva del suocero e non del marito? Non le bastava ciò che le aveva detto?
"Cosa devo dire a Legolas? Lui vorrà sapere" insistette lei.
"Ah, Wisterian! Cosa vuoi dirgli!" sbottò lui prendendo il pugnale e mostrandolo a Wisterian"Digli solo che suo nonno ha avuto ciò che si meritava" .
"Oh, Valar!" urlò lei vedendogli l'arma in mano. "Galion, cosa vuoi fare?".
Legolas sentì la madre gridare.
"E anche tu avrai quello che ti meriti!" continuò Galion agitando il pugnale in faccia a Wisterian che a quel punto chiamò aiuto.
A quel punto Fidelhion e Legolas entrarono nella Sala del trono, sfondando praticamente la porta e cadendo per terra. Legolas si alzò in un secondo spinto dal desiderio di proteggere la madre, ma Fidelhion non avrebbe lasciato che succedesse qualcosa a giovane elfo, lo aveva promesso a Wisterian dopo che lei gli aveva mostrato il passaggio segreto.
Galion prese lo slanciò e con forza pugnalò Wisterian allo stomaco.
Legolas si lanciò su Galion, ma troppo tardi; il sangue di Wisterian bagnò tutta la sua tunica verde chiaro. "No!" si disperò Legolas di fronte alla madre sanguinante.
Fidelhion gli fu addosso in un attimo e lo prese di peso allontanandolo da Galion. "Scappa! Legolas, scappa!".
Galion, con il pugnale in mano, si buttò contro Legolas, ma Fidelhion non glielo permise, frapponendosi fra l'arma e il giovane elfo.
"Sca-…ppa, Le…" la fine rimase in gola a Fidelhion dove Galion spinse il pugnale.
Legolas corse via, più velocemente che poté. Dove doveva andare? Dove poteva andare? Che strada doveva prendere? Le lacrime gli scendevano sul viso mentre correva. Senza sapere come arrivò davanti alla porta della sua stanza, stava per entrarci quando si ricordo del passaggio segreto nella stanza dei suoi genitori.
Piangendo e singhiozzando cambiò direzione e in breve si trovò nel buio passaggio segreto. Corse, corse e corse ancora fino a che non si ritrovò all'esterno con il vento freddo sul viso.
Non si accorse che Galion lo aveva seguito, e poi perso di vista prima di arrivare davanti alla porta della sua camera.
Non vide Fidelhion che si stringeva il collo nel tentativo di fermare l'emorragia mentre Wisterian con il suo ultimo respiro lo ringraziava per aver fatto tutto il possibile per proteggere il suo unico e adorato figlio.
