Non si accorse che Galion lo aveva seguito, e poi perso di vista prima di arrivare davanti alla porta della sua camera.

Non vide Fidelhion che si stringeva il collo nel tentativo di fermare l'emorragia mentre Wisterian con il suo ultimo respiro lo ringraziava per aver fatto tutto il possibile per proteggere il suo unico e adorato figlio.

CAPITOLO 10

Dol-guldur non era un posto piacevole. Sebbene ora fosse libera, sembrava ancora che dovesse svolgere un ruolo importante nell'eterna battaglia tra il Bene e il Male.

La prima cosa che attirò l'attenzione dei quattro viaggiatori fu l'oscurità. Là il buio era il respiro del male. Il suo alito che ancora permeava l'aria. Bolin si guardava attorno con circospezione; nelle grotte c'era buio, ma quello della notte faceva più paura.

Da quando aveva lasciato Thranduil e portato a termine la sua missione, si era sentito un nano falso, un traditore. Aveva nascosto la verità o comunque l'aveva omessa; adesso portava addosso il peso della sua vigliaccheria, e si sarebbe preso il merito per aver dato a Elrond il biglietto.

Ah! Bolin non avrebbe mai voluto questo, ma ancora una volta la vita non era andata secondo i suoi desideri.

Haldir salì su un albero per riposare qualche ora, Celebrian e Elrond si misero in disparte a parlare e Bolin si sdraiò per terra accanto a un cespuglio dove, poco dopo, si addormentò: sognò il nano che l'aveva cresciuto, una grande, grandissima spada elfica ricoperta di ogni sorta di pietre preziose, sognò Thranduil che triste piangeva e sognò un Bolin bambino che cercava di nascondersi il viso con le mani.

Era mattina quando Bolin si svegliò, guardò in alto tra gli alberi nel caso in cui gli elfi non stessero riposando là, ma non vide nessuno. Allora decise di fare un giro lì attorno alla ricerca di bacche selvatiche.

Non trovò bacche ma tre elfi inginocchiati davanti a un ammasso di pietre . Elrond, Celebrian e Haldir avevano trovato la lapide di Gil-galad. Bolin rimase lontano, in disparte, non voleva invadere il loro spazio, entrare con prepotenza in quel cerchio di sofferenza che si apriva con un cumulo di pietre e si chiudeva con le lacrime senza fine di un figlio che piangeva il padre.

Il pianto inconsolabile di Elrond sembrava volesse parlare con gli alberi tanto era il silenzio con il quale si sfogava. Celebrian lo circondò con le sue braccia e gli sussurrò parole rassicuranti. Haldir non aveva fiato per parlare, non voleva crederci.

Che cosa era potuto succedere? Come era morto Gil-galad? Dov'era la spada di Oropher che Dama Galadriel aveva visto nello Specchio e soprattutto che fine aveva fatto Celeborn? Perché non era tornato indietro ad avvisarli? Era ancora vivo o forse era morto anche lui?

Elrond pose una mano sulla lapide, con l'altra si tolse l'anello di tasca, infine se lo infilò al dito. Una forte luce lo investì, era come se la forza stesse uscendo dal suo corpo per poi rimmergersi dentro, ancora più a fondo. Poté guardare dentro se stesso fino ad una dimensione che non aveva mai immaginato, poteva sentire la sua anima staccata dal suo corpo, che viaggiava nella sua mente e ripercorrere in essa tutto il suo passato, ritrovando ambienti che erano la rappresentazione dei propri sentimenti.

Vedeva la sua anima triste e sconsolata in un sottobosco buio e senza aria, non c'erano profumi particolari e sembrava che il fiato stesse per mancargli da un momento all'altro. Poi sentì qualcuno che lo chiamava e il sottobosco divenne più luminoso; si rese contò allora di poter indirizzare la propria anima dove preferiva e perciò seguì la voce fino a che, scuotendosi, ritornò ad avere coscienza di Boscoverde il Grande e di Celebrian, a cui apparteneva la voce sentita.

"Gli anelli hanno un grande potere. Permettono di comunicare con gli altri possessori degli anelli, ma ancora più importante permettono di capire se stessi, di conoscersi a fondo e di riuscire a entrare in contatto con le altre anime" disse Celebrian al suo amato.

Elrond annuì. Evidentemente Dama Galadriel aveva spiegato alla figlia molte più cose dell'anello che possedeva rispetto a quanto Gil-galad avesse fatto con lui.

Elrond accarezzava la lapide, non riusciva a staccarsene, le lacrime scendevano libere. Non c'era vergogna nel dolore, era un sentimento puro e lui non lo avrebbe negato. Haldir intonò una canzone di cordoglio. Bolin si avvicinò e in maniera molto discreta depositò un mazzo di fiori selvatici.

Elrond lo ringraziò. Poi rivolse ancora uno sguardo alla lapide. Quanto amore gli aveva dato suo padre, quanta consolazione nelle notti in cui non si sentiva all'altezza delle aspettative del mondo, quando essere un mezzelfo aveva davvero significato essere solo metà di qualcosa che non sarebbe stato mai.

Eppure le sue paure erano sempre state dissipate da Gil-galad, e Imladris era stata davvero una casa accogliente per lui. Adesso invece come avrebbe potuto ritornare là e dichiararsi "Signore" di Imladris? Chi lo avrebbe accettato? E soprattutto come poteva far accettare al suo popolo Celebrian?

Già, perché Elrond non aveva dubbi, se Gil-galad era morto allora doveva essere stato per forza Celeborn ad averlo ucciso. Ma come dirlo alla dolce Celebrian?

Da canto suo Celebrian non sospettava niente dei dubbi di Elrond. Anzi, credeva che egli dubitasse di Thranduil e, sapendo che era un suo amico stava zitta perché non voleva causargli altro dolore.

Fu Haldir a prendere la parola per iniziare ad avere dei chiarimenti, qualche indizio che potesse indirizzare meglio verso la comprensione degli eventi. "Bolin" disse l'elfo " forse è ora che spieghi la tua reazione di ieri".

"Io? Di quale reazione parli?" domandò il nano che ben sapeva a cosa si riferisse l'elfo.

"Di quella che hai avuto quando hai sentito il nome di Celeborn. Cosa sai di lui?".

Bolin era agitato. "Perché? Che importanza vuoi che abbia?".

Elrond e Celebrian erano attentissimi. "Ha importanza per tutti noi" fece Haldir indicando anche gli altri due elfi.

Bolin si sentiva a disagio, cominciò a massaggiarsi la barba, doveva essere sincero per iniziare a pagare le sue colpe. Non era un elfo però sapeva nascondere i suoi sentimenti quando voleva, ma non aveva fatto i conti con la grande perspicacia di Elrond che seppe leggere nel suo viso un certo rimorso, del quale successivamente avrebbe certo chiesto spiegazioni.

"Thranduil mi disse che …" Bolin tentennò e guardò Celebrian. L'aveva conosciuta da poco ma le era già molto affezionato, non voleva ferirla ma non aveva altra scelta. "Thranduil mi disse che suo cugino Celeborn aveva tentato di ucciderlo e che aveva intenzione di uccidere, o far uccidere, anche sua moglie Wisterian e suo figlio Legolas".

"Non è vero!" scattò Celebrian. "Elrond, diglielo che non è vero! Che non può essere vero!".

Celebrian non riusciva a capire perché Bolin avesse detto una cattiveria del genere, sicuramente stava mentendo. Eppure Bolin le era sembrato un nano per bene, anche simpatico.

Elrond l'abbraccio. "Va tutto bene, Celebrian. Calma".

"Non va tutto bene, Elrond. Bolin sta dicendo che mio padre ha cercato di uccidere Thranduil! Che vuole uccidere un elfling!".

"E perciò che forse ha ucciso anche Gil-galad" aggiunse Haldir.

Bolin era muto. Elrond non parlava, in realtà lui era disposto a credere al nano, ma era difficile deludere Celebrian.

"Diglielo, Elrond! Diglielo che secondo te è innocente!" lo sollecitò lei. Aveva bisogno di sapere che il suo amato credeva nell'innocenza del padre, che sapeva in cuor suo che Celeborn era un elfo buono. Però Elrond non diceva niente e questo aumentava la sua ansia.

"Elrond, perché non dici niente?".

"Io… io credo che Bolin ci stia dicendo la verità" disse lui a bassa voce stringendola a sé.

Celebrian si distanziò di colpo. Il suo sguardo era confuso, come era possibile che Elrond fosse così facile da convincere circa la colpevolezza di suo padre? Questo era l'elfo che amava? Uno che non dava neanche una possibilità al suocero? Come poteva credere a Bolin così velocemente e a tutto ciò che questo implicava?

Celebrian piangeva e singhiozzava dal nervoso, dal timore di non riconoscere più Elrond, o dalla paura che lui potesse avere ragione, non voleva credere che tutto questo stava capitando a lei. Forse avrebbe fatto meglio a restare nel Lothlòrien.

"Celebrian, ti prego, ascoltami".

"Non voglio - sentire niente!".

"Aspetta…".

"Aspetta cosa? Come puoi solo pensare che mio padre sia un assassino?".

"Ci sono avvenimenti che non conosci a fondo…"

"Ma conosco mio padre! E so che lui non farebbe mai del male a una mosca".

"Tuo padre è sempre stato geloso della grandezza di Boscoverde, lo sai anche tu".

"Elrond, stiamo parlando di mio padre! Sì, è vero! E' geloso di Boscoverde, delle ricchezze che Oropher e Thranduil hanno accumulato… e forse è deluso anche dal fatto che io non sia nata maschio, ma lui mi ama e ama mia madre e non ci farebbe mai questo! Non ci darebbe mai un dolore così grande!".

Elrond tese le braccia verso Celebrian. "Vieni. Possiamo superarlo…".

"No!" affermò determinata ricacciando dentro un singhiozzo. "Stammi lontano, Elrond".

"Ma Celebrian, sii ragionevole".

"Tu non capisci quanto le tue parole mi feriscano, Elrond" disse ricomponendosi. "Se solo avessi avuto un attimo di perplessità, invece no! Sei stato subito disposto a condannare mio padre!" e poi, senza volerlo, solo spinta dal dolore irragionevole che sentiva nel cuore, disse qualcosa che mai pensava avrebbe detto: "Forse ha ragione mio padre, forse davvero i Mezzelfi non sono sensibili come gli Elfi! Siete sempre disposti a tradire chi vi ama. Forse davvero non siete al nostro pari".

Haldir, che assieme a Bolin aveva assistito a tutta la discussione, fece un cenno con la mano a Elrond di non dar peso alle parole di Celebrian, ma ormai la frase era stata detta e il cuore di Elrond era già stato colpito.

"Forse è così! Forse avete ragione tu e tuo padre! Certamente io sono un Mezzelfo, sicuramente meno intelligente di un Elfo" continuò sarcastico, ma con il groppo in gola,"e difatti sono io che ho le braccia aperte verso te, stupidamente pronto ad amarti nonostante tuo padre potrebbe aver ucciso il mio!".

"Ah!" continuò lei ancora arrabbiata "Non era neanche il tuo vero padre…".

"Basta!" urlò Elrond portandosi le mani agli occhi per coprire le lacrime. "Era comunque tutto ciò che avevo. Tutto quello che avevo, tutto quello che avevo" continuò a dire tra i singhiozzi, mentre le gambe gli cedevano e cadeva davanti alla tomba del padre.

Celebrian avanzò verso lui istintivamente, ma Haldir gli si frappose e nel modo più gentile che conosceva le disse che ci avrebbe pensato lui.

"Tu a chi credi, Haldir?" gli domandò lei, sperando in una parola di conforto.

"Io credo che gli orrori della guerra possano indurre chiunque a vedere il mondo in una prospettiva diversa, a dire e fare cose che normalmente non si farebbero. E credo che ora sia il momento di smetterla di parlare e iniziare a pensare bene a ciò che si dice".

Elrond era ancora inginocchiato, singhiozzava ma lacrime non gliene scendevano più, continuava a ripetere che Gil-galad era tutto ciò che aveva. Haldir si sedette al suo fianco aspettando che si calmasse.

Era difficile credere che Celeborn avesse tentato di uccidere Thranduil, avesse ucciso Gil-galad e avesse ancora intenti omicidi. Ma era altrettanto difficile non credere a Bolin, il cui animo seppure irrequieto sembrava essere sincero. Elrond inoltre era sempre riuscito a leggere molto bene dentro l'anima degli altri, aveva il dono della preveggenza e indossava uno degli anelli del potere, ciò significava che poteva vedere meglio degli altri, e le sue intuizioni erano senz'altro più precise.

Inoltre Dama Galadriel l'aveva messo in guardia: qualcosa di deplorevole stava accadendo, e chi inseguiva la verità presto o tardi l'avrebbe trovata e più spesso di quanto avrebbe voluto ne sarebbe rimasto deluso.

Correva veloce, senza fermarsi, senza pensare, senza ascoltare. Correva con gli occhi gonfi e rossi per il troppo piangere. Se fosse stato un uomo avrebbe dovuto districarsi tra rami d'alberi e rovi di frutta selvatica, ma Legolas era un elfo con un legame particolarmente stretto con la natura e gli alberi e i rovi si facevano da parte al suo passaggio per non ferirlo, per non farlo soffrire ulteriormente.

Correva veloce senza guardare avanti forte della complicità di Boscoverde, quando a un certo punto si scontrò contro qualcosa e cadde a terra. Stava alzandosi quando sentì due mani forti che gli tenevano le braccia.

"Lasciami, lasciami!" gridò con davanti ancora l'immagine di sua madre sanguinante e Fidelhion con il pugnale in gola.

Alzò lo sguardo e vide un vecchio con lunghi capelli grigi e un mantello logoro che gli sorrideva teneramente. "Tranquillo, giovane amico. Non voglio farti del male".

Legolas era impaurito dal vecchio, chiaramente non era un elfo, ma cosa poteva essere? Lui non aveva mai visto altro che elfi. Lo guardò bene, le sue mani erano forti però sembrava si reggesse appena sul suo bastone. Forse, se ne avesse avuto bisogno, avrebbe saputo difendersi.

Poi il consiglio della madre gli ritornò in mente! Avrebbe dovuto prendere la via sugli alberi e non percorrere la strada. Se ne era dimenticato! Chissà se era importante. "Chi- chi sei?" domandò timidamente.

"Sono tanti, ma per gli Elfi sono Mithrandir".

Legolas inclinò la testa di lato. "E che cosa è un Mithrandir?".

"Come cosa è un Mithrandir?" lo rimbeccò l'altro perplesso. "E tu chi sei? E cosa sei? Mio giovane amico".

"Io sono Legolas e sono un Elfo" spiegò con semplicità l'elfling.

Mithrandir scoppiò a ridere. "Bene, ora ho capito! Io sono un Uomo, se così vogliamo dire, o comunque gli assomiglio molto, e i miei amici elfi mi chiamano Mithrandir".

"Un Uomo! Non ne ho mai visto uno. Ma cosa ci fai nel Regno di mio nonno? E chi sono i tuoi amici elfi?".

Mithrandir corrugò la fronte; quest'elfo era davvero curioso, quasi come uno hobbit. "E tu perché stavi correndo veloce come un fulmine?".

Legolas si zittì. Se voleva sapere, doveva anche raccontare qualcosa, ma aveva paura, troppa. Mithrandir osservò l'elfling, il suo viso era rigato di lacrime, sapeva già che non avrebbe ottenuto nessuna risposta e perciò decise di darne lui.

"I miei amici elfi vivono a Imladris, al di là delle Montagne Nebbiose. Sono il signore di Imladris Gil-galad e suo figlio Elrond".

Gli occhi di Legolas si illuminarono. Lui doveva raggiungere proprio Imladris, così gli aveva detto sua madre.

L'anziano continuò. "Sono qui, perché dovevo raggiungere la fortezza e parlare con Re di Boscoverde Oropher. Non ho trovato lui, ma penso di aver davanti suo nipote Legolas Thranduilion. Giusto?".

Legolas annuì e una lacrima gli scese sul viso. "Suvvia, mio giovane amico. Cosa c'è da piangere?".

"Mio nonno, il Re, è morto in battaglia" disse tirando su con il naso.

"Sì, sono stato informato".

"Da chi?".

"Da alcuni guerrieri che ho incontrato un paio di giorni di fa".

"E di mio padre, sa qualcosa?".

"So che è stato ferito e me ne dispiace. Di più non so che dire".

"Cosa voleva da mio nonno?".

Mithrandir si tenne al bastone. "Dovevo parlargli di affari, dei quali in mancanza di tuo nonno, avrei discusso con tuo padre, e in sua mancanza probabilmente con tua madre".

Legolas ebbe un fremito, e gli occhi si riempirono di lacrime che però fece tutto il possibile per non far cadere. "Magari potresti accompagnarmi alla fortezza e portarmi da lei, cosa ne dici?".

Legolas era appena un elfling, aveva circa 40 anni, più o meno 15 secondo il conteggio degli uomini e il peso che portava nel cuore era troppo pesante da gestire. "Non posso tornare indietro, non posso. E' troppo pericoloso per me. Mia madre ha detto di andare a Imladris".

L'anziano ascoltava, Legolas nascondeva qualcosa di brutto, doveva aver assistito ad eventi terribili. "Ma tua madre, dov'è?".

Legolas si portò la mano al petto, all'altezza del cuore, e strinse la sua maglia ma non disse nulla.

"Va bene, amico mio. Se non vuoi parlarne, non fa niente. Me lo racconterai quando te la senti".

Legolas udì gli alberi parlare: "Fidati, è un amico. Non temere", ma era una risposta troppo difficile da dare.

"Dove vai? Posso venire con te?" chiese innocentemente.

Mithrandir sorrise. "Se qui non c'è nessuno, torno a Imladris. E chiaramente puoi venire con me".

"Va bene, però… io vorrei camminare sugli alberi" specificò Legolas.

"Come preferisci, per me non c'è problema".

Così Legolas salì sull'albero mentre Mithrandir camminava a piedi lungo l'Antica via Silvana poggiandosi al bastone. Sugli alberi, nascosto, qualcuno incappucciato aveva visto tutto e, soddisfatto di come si erano svolti i fatti, decise di proseguire verso la fortezza di Re Thranduil.

"Andiamo, su!".

"Stiamo andando veloci, Rhiaian. Perché tanta fretta?" domandò Pimi.

"Hai affari così urgenti a Pontelagolungo?" aggiunse Bimi.

Rhiaian non volle rispondere, i suoi affari erano per l'appunto suoi. "Sbrigatevi, camminare la mattina presto è sempre meglio che la notte. Muovetevi!".

Farìm proseguiva in silenzio, si guardava attorno perché aveva sempre l'impressione che qualcuno parlasse o bisbigliasse, aveva anche pensato che fossero gli alberi, ma non era disposto a crederci. Poi notò qualcuno disteso sul suolo.

"C'è qualcuno, Rhiaian. Là per terra, c'è qualcuno!" disse indicando un corpo accanto a un cespuglio.

I nani si avvicinarono e guardarono con attenzione. Lo riconobbero subito: si trattava dell'elfo che avevano visto maltrattare strada facendo. "Chissà perché l'hanno lasciato andare?" si domandò Pimi.

"Non credo che l'abbiano liberato, deve essere scappato" rispose Fàrim muovendo l'elfo con il piede per vedere se reagiva.

"Magari lo stanno cercando!" esclamò Pimi.

"Magari sarebbero disposti a pagarci un riscatto per averlo" riflettè Rhiaian, "magari ci darebbero la spada!".

Fàrim non ne sembrava convinto. "Mi sembra che tu stia sognando a occhi aperti".

Rhiaian rimuginò fra sé e sé. "Può darsi, ma tanto vale tentare. Che ne dite. Quella spada, anche senza le gemme ci frutterebbe un bel po' di denaro!".

Gli altri tre nani erano indecisi, la spada avrebbe fruttato denaro facile, però mettersi negli affari degli elfi non era mai una scelta intelligente. "Tentiamo, ma se diventa troppo rischioso, ti molliamo!" disse sinceramente Fàrim, anche a nome di Pimi e Bimi.

"Ci sto" accettò Rhiaian. "Adesso dobbiamo legarlo, per bene, perché se è riuscito a liberarsi ieri, certamente avrà bisogno di essere legato meglio. Se tengo un ostaggio non voglio scoprire che è sparito all'improvviso".

Perciò i quattro nani legarono Thranduil per bene: le mani le legarono assieme dietro la schiena, con un'altra corda bloccarono le caviglie e poi passarono la corda attorno al collo. Thranduil poteva stare seduto, ma non sollevare la testa. Quelle poche forze che stava riuscendo a conservare e quel poco che era riuscito a riprendersi tutta la sera a contatto con gli alberi era stato per lo più vanificato da questa nuova tortura.

Il complice di Celeborn era stupito quando, dopo essersi svegliato la mattina presto, non trovò Thranduil accanto all'albero. Si chiese come aveva fatto il nuovo Re a fuggire e perché gli alberi e i cespugli avvizzivano al loro passaggio.

Forse aveva ragione il re di Boscoverde, forse la foresta non voleva l'intruso: Celeborn. Che fosse un segno dei Valar? L'elfo si stava facendo mille domande ma non aveva nessuna risposta. Da canto suo il signore del Lothlòrien era furioso!

Avrebbe dovuto legare suo cugino, ma come poteva immaginare che sarebbe riuscito a scappare quando a mala pena si reggeva in piedi? I due elfi si misero a cercare Thranduil ma non lo trovarono, era come se fosse svanito nel nulla, perso dentro un labirinto. O magari erano loro a essere intrappolati in quella foresta che sembrava non gradire la loro presenza.

"Va bene!" disse Celeborn infastidito "riprendiamo il nostro cammino, portiamo a termine il piano originario. Dobbiamo arrivare in fretta alla fortezza e vedere a che punto è Galion".

"Cosa facciamo se Thranduil arriva prima di noi?".

"Non lo farà! Noi abbiamo i cavalli, lui è a piedi ed è ferito! Magari sta marcendo in qualche fosso di questa maledetta foresta!".

Lùth cercò di liberarsi ma Celeborn lo tirò per le briglia. "Stai buono, altrimenti perderò tutta la mia gentilezza!".

Il cavallo si calmò, ogni cosa sarebbe stata risolta a suo tempo, lui doveva essere fedele al suo padrone che gli aveva ordinato di non ribellarsi, e così avrebbe fatto. Gli alberi parlavano, non solo di un Re ferito che avrebbero dovuto guarire, ma anche di un giovane principino che si portava avanti nella foresta accompagnato da un amico degli elfi.

Lùth decise che se aveva dovuto lasciare il Re, allora sarebbe andato incontro al principe, e una volta che Celeborn gli salì in groppa, fingendo di assecondare il suo fantino, lo condusse dove voleva lui.

Passarono i minuti, il sole si alzò in alto nel cielo, le ore trascorrevano e i nani cominciavano a pensare che forse quell'elfo non era poi tanto prezioso come credevano e che forse nessuno sarebbe venuto a chiederne il riscatto.

Rhiaian aveva gli occhi puntati su Thranduil, che non aveva ancora ripreso i sensi. Lo guardava con ferocia e curiosità, si domandava se per caso era lui l'elfo che sarebbe dovuto cadere per mano di una spada e se quello che aveva visto la sera prima era quello che Bolin, figlio adottivo di Neomat, chiamava "Il Male".

Forse era quella la spada che avrebbe dovuto recuperare per conto di Neomat, una spada con dei bellissimi gioielli incastonati alla perfezione, ricompensa per la loro arte di riproduzione dei manufatti e per la loro avidità.

Povero, sciocco Bolin! pensava Rhiaian, farsi tanti scrupoli per degli elfi! Opporsi alla volontà di Neomat e non rendersi conto degli sguardi, dei sottintesi, dei piani progettati sotto il suo naso tra lui e il patrigno!

Intanto Pimi e Bimi cominciavano a cambiare idea, non erano poi tanto convinti che tenere un elfo per ottenere un riscatto fosse una buona idea.

"Se fosse venuto qualcuno a cercarlo, Rhiaian, allora sarebbe stato diverso".

"Sono già diverse ore che aspettiamo, ma non viene nessuno!".

"Allora cosa volete fare?" domandò direttamente Rhiaian ai suoi compagni di viaggio.

Fàrim si fece avanti. "Se nel pomeriggio non arriva nessuno, direi di andarcene via e lasciarlo qui".

"Arriverà!" affermò Rhiaian più per convincere se stesso che gli altri.

Thranduil era ancora immobile, ma la sua fae era in subbuglio, qualcuno stava cercando di smuoverlo, non fisicamente, ma spiritualmente; qualcuno voleva comunicare con lui…

Dopo alcune ore di cammino Mithrandir e Legolas si fermarono. L'uomo era stanco e voleva mangiare, ma il giovane elfo sembrava non avere appetito.

"Mangia pure, Mithrandir. Io riposerò un po'" aveva detto Legolas risalendo sull'albero.

Provò a chiudere gli occhi ma davanti a sé compariva sempre sua madre nel suo bel vestito verde coperto di sangue. Legolas scosse la testa per mandar via il pensiero. Sua madre era morta. Non ci sarebbe stato un domani per lei, nessun giorno avvenire per loro.

Era strano pensare che quando tutto sarebbe finito, comunque andasse, sua madre non sarebbe ricomparsa. Non era nascosta al sicuro in una stanza, non c'era nessun elfo amico a proteggerla, il povero Fidelhion aveva pagato cara la sua fedeltà, ma almeno lui, pensò Legolas, sarebbe stato con Wisterian per l'eternità.

Era diventato orfano … di madre, e suo padre chissà che fine aveva fatto.

Mithrandir stava finendo di bere una strana miscela marrone, e perciò il giovane colse l'occasione per tentare una veloce comunicazione con il padre.

Chiuse gli occhi, inalò il profumo della corteccia e lasciò che il vento lo dondolasse per un po', e poi si concentrò richiamando alla mente l'immagine del padre e inviando la sua fae alla ricerca del padre. Aveva un migliao di cose da raccontargli ma più di ogni altra cosa doveva sapere di Wisterian e di Fidelhion.

Non sperava in un successo considerati gli ultimi fallimenti, ma la forza della disperazione lo fece agire.

Si concentrò sul padre, né ricordò il profumo, le risa, i profondi occhi azzurri e finalmente lo trovò. Poteva sentire la presenza del padre, così Legolas continuò a ripetere dentro sé il nome del padre fino a quando lo spirito di Thranduil si fece sempre più forte.

Allora Legolas gli mostrò Fidelhion con il pugnale in gola e Wisterian ricoperta di sangue. Poi gli mostrò il passaggio segreto e infine Mithrandir. La sua preoccupazione e le sue paure non vennero trasmesse filtrate, infatti Legolas era troppo giovane per riuscire a gestire sentimenti così forti, perciò il dolore e la disperazione colpirono Thranduil con tutta la loro forza facendolo svegliare all'improvviso.

Thranduil cerco subito di stirarsi ma si ritrovò legato, non poteva alzare la testa per via della corda, non poteva muovere né le mani, né tantomeno le gambe. Il suo viso era gonfio e livido, le gambe incrostate di sangue secco e foglie.

Si chiese come avesse fatto Celeborn a trovarlo così in fretta, ma poi sentì delle voci, non appartenevano a degli elfi e non sembrava appartenessero neanche a degli amici.

Angolo autrice:

chiedo infinitamente scusa per il ritardo, ma ho avuto una settimana impegnatissima, e ieri ho fatto cinque ore di fila dal veterinario perché la mia Sophie non respirava bene…

spero che il capitolo vi piaccia. Doveva essere più lungo ma … pazienza… cercherò di aggiornare presto…

un abbraccio a tutti, Alida