Thranduil cerco subito di stirarsi ma si ritrovò legato, non poteva alzare la testa per via della corda, non poteva muovere né le mani, né tantomeno le gambe. Il suo viso era gonfio e livido, le gambe incrostate di sangue secco e foglie.
Si chiese come avesse fatto Celeborn a trovarlo così in fretta, ma poi sentì delle voci, non appartenevano a degli elfi e non sembrava appartenessero neanche a degli amici.
Lembas = Pan di Via
Elfling = giovane elfo, fino ai 15 anni più o meno
Mellon nin = amico mio
Cap 11
Morti. Thranduil sentiva parlare attorno a sé, ma la sua attenzione, quella poca che riusciva ad avere nelle sue condizioni, era indirizzata alle immagini che Legolas gli aveva mostrato. Un giovane elfo del suo regno e la sua dolce, amata moglie morti.
Sembrava surreale, aveva sempre creduto che nel momento in cui Wisterian fosse morta lui avrebbe sentito una lama trafiggergli il cuore, invece non aveva sentito niente. Adesso che sapeva, soffriva, ma prima di sapere non aveva intuito niente.
Le voci attorno si facevano più forti, quasi prepotenti e insistenti. Il capo gli doleva, quanto dolore stava provando? E per cosa poi? Sua moglie era morta e se suo figlio era riuscito a trasmettergli un'immagine così chiara e definita significava che l'aveva vista in prima persona.
Il suo piccolo Legolas che aveva assistito all'omicidio di sua madre! Oh Elbereth! Aveva fallito in tutto. Non era riuscito a proteggere la sua famiglia.
Le gambe pulsavano, i polsi erano legati strettissimi e con la testa legata e impossibilitata a sollevarsi, i muscoli delle spalle tiravano. Aveva sete e la gola sembrava essere in fiamme. Però non poteva concentrarsi completamente sul proprio dolore, doveva avere maggior confidenza con la sua foresta che sicuramente lo avrebbe aiutato.
E perciò incurante di ciò che gli avveniva attorno, cercò di riaddormentarsi.
I cavalli proseguivano a buon passo, non erano velocissimi ma, del resto, gli alberi di Boscoverde erano troppo fitti per poter permettere una corsa sostenuta. L'Antica via Silvana era lontana e soltanto lì si poteva procedere spediti.
Celebrian cavalcava affiancata da Haldir, e Bolin stava accanto a Elrond. Per tutta la mattina avanzarono senza aprir bocca, troppe assurdità, o troppe cose vere, erano state dette. Fecero una piccola sosta di appena cinque minuti, giusto il tempo per mangiare un boccone di lembas, e poi ripreso il cammino.
Nel pomeriggio però si dovettero fermare, Celebrian non stava bene. "Forse avresti fatto bene a rimanere con tua madre. Non che la tua presenza non sia gradita, ma il nostro procedere sembra essere più pericoloso di quanto potessimo anche solo immaginare" le disse con affetto e preoccupazione Haldir.
Celebrian aveva il fiatone, e prese delle grandi boccate d'aria. Poi sentì una fitta nello stomaco e si strinse le braccia attorno alla vita. Elrond la guardava con ansia, era adirato e deluso ma l'amava.
Le si avvicinò, lei gli girò la faccia. "Sono pur sempre un guaritore" spiegò lui.
Celebrian piangeva, tutti pensavano che fosse ancora perché Elrond dubitava di Celeborn o perché si sentiva in colpa per come aveva trattato Elrond, ma lei aveva altri motivi, ben più urgenti di piangere.
"Celebrian, per favore" disse Elrond "permettimi di controllarti".
Bolin intervenne. "Celebrian, solo perché hai bisticciato con lui, non vuol dire che devi trascurare la tua salute".
"Ha ragione" lo sostenne Haldir.
"Non sto così male" rispose lei tenendosi la pancia.
Elrond cominciava a spazientirsi. "Ho visto molti malati che non ho potuto curare, non lascerò che la tua testardaggine mi impedisca di salvarne un altro".
"Allora è questo che sono per te? Solo un paziente?".
"In questo momento sì! Sei un paziente, testardo vorrei aggiungere. Guarda come ti tieni lo stomaco! Forse hai mangiato poco e sono solo avvisaglie della fame".
"Allora basterà che mangi un altro po' di lembas" disse lei.
Elrond con tono di voce che non lasciava spazio ad altri commenti rispose: "Io sono il guaritore e io deciderò cosa è bene per un mio paziente; nessun altro".
Celebrian cedette, spostò le mani lasciando la pancia libera per essere controllata. Elrond era in ansia, se si trattava di fame, allora erano nei guai perché cibo ne avevano poco e la foresta non offriva molto. Avrebbero dovuto cacciare e poi cucinare. Bolin aveva con sé lo stretto necessario per cuocere piccole prede ma difficilmente un coniglio o una lepre avrebbero sfamato tre elfi e un nano.
Il problema però non era la fame. Come Elrond posò le mani sulla pancia di Celebrian un'immagine inequivocabile gli si proiettò nella mente: due piccoli elfling giocavano su un prato, erano identici e ridevano e andavano incontro al nonno.
Elrond allontanò immediatamente la mano da Celebrian, che già sapeva della vita che portava in grembo, e che si rese conto in quel momento che anche Elrond ne era venuto a conoscenza.
"Cos'ha?" domandò preoccupato Haldir.
"Puoi chiederlo direttamente a lei" rispose Elrond "sicuramente lo sa già da un po' di tempo".
Celebrian sospirò e con voce tenue, rivolgendosi al suo amato, spiegò: "E' questo il motivo per cui sono venuta a cercarti, volevo che tu sapessi direttamente da me, che fossi felice con me, con noi. Speravo davvero che tutto sarebbe andato bene e che questo fosse l'incoronazione di un giorno perfetto, ma mi sbagliavo. E adesso mi chiedo, quale futuro ci attende".
Haldir e Bolin erano confusi, forse Celebrian stava male e aveva raggiunto Elrond per paura di non riuscire a vederlo prima di scomparire. Questi erano i loro pensieri e tanto fu lo stupore quando Celebrian spiegò: "Dentro me cresce una nuova vita, e con la benedizione dei Valar fra pochi mesi vedrà risplendere le stelle alte in cielo".
Elrond era cupo in viso, gli occhi puntati verso la nuda terra. "Non sei felice?" gli chiese Celebrian.
Lui trasalì. "Oh, Celebrian, sono molto felice. Non potrei provare una gioia più grande di questa. Ho visto non una vita, ma due piccoli elfling che ridevano felici".
"Due?" lo interruppe Bolin "Credevo che sono gli Uomini potessero farne due alla volta".
Haldir mise una mano di conforto e orgoglio sulla spalla di Elrond e amichevolmente lo provocò. "Gli Uomini, certo. Ma basta anche un Mezzuomo".
Celebrian sorrise. Elrond però rimase serio. "Quel che ho visto però mi lascia sgomento. I piccoli giocavano, ridevano e andavano incontro a … a Gil-galad".
Tutti trattennero il fiato. Per nessun motivo al mondo, Elfo o Mezzelfo che fosse Elrond, innocente o colpevole che fosse Celeborn, da qualsiasi parte si schierasse Celebrian, mai e poi mai qualcuno avrebbe desiderato che due elfling passassero alle Sale di Mandos.
"Non è stata una buona idea, per niente" disse Pimi.
Bimi concordò con il fratello portando in avanti e indietro la testa come fosse una molla. Fàrim faceva dieci passi avanti e poi tornava indietro per ammazzare il tempo che però non passava mai. "I Colli Ferrosi sono ancora lontani e forse stiamo ritardando la partenza per niente".
"Abbiate pazienza. Verranno. Altrimenti perché mai lo avrebbero tenuto in vita. Avrebbero benissimo potuto ucciderlo" disse Rhiaian.
L'idea però sconvolse gli altri tre nani. "Ma cosa stai dicendo? Ucciderlo?" gridò Bimi. La sola idea di qualcuno che compisse un gesto simile lo faceva rabbrividire, infatti non erano nani malvagi.
Rhiaian sputò per terra. "Forse non hai visto bene come lo trattavano".
"Suvvia, suvvia… nessuno ha ucciso nessuno" proruppe Fàrim tentando di alleggerire l'atmosfera.
Thranduil intanto dormiva e non sognava niente di bello. La sua mente gli mostrava Wisterian morta e coperta di sangue, la vedeva avanzare con la sua bella veste verde che a ogni passo diventava sempre più rossa. Vedeva il suo viso spegnersi e la pelle cadere, e mentre avanzava il suo corpo si decomponeva e diventava man mano parte della foresta.
Il suo sonno era agitato così come egli stesso. I nani lo videro muoversi e dimenarsi, emettere strani mugolii. Pimi e Bimi si alzarono di scatto ed ebbero lo stesso pensiero: dovevano coprirlo per non vederlo più. Così gli buttarono addosso un vecchio sacco che portavano appresso.
Passò un'altra ora e Thranduil riprese i sensi. Non solo non poteva muoversi ma gli era stato gettato qualcosa sopra, forse una coperta, forse un sacco. Sì, doveva trattarsi di un sacco perché poteva vedere qualche filo di luce passare dalle larghe maglie del tessuto.
Inoltre sentiva un fuocherello scoppiettare e il suo calore accarezzargli la schiena e le mani dopo aver trapassato la stoffa che lo copriva.
Non parlò, rimase immobile aspettando di ricevere qualche indizio circa l'identità dei suoi aguzzini. Ingoiò un po' di saliva, la gola faceva male e la lingua era impastata. Neanche in guerra aveva avuto mai tanta sete, infatti i rifornimenti non erano mai mancati.
Si sentiva le labbra asciutte e screpolate, aveva bisogno d'aiuto. Ma chi poteva aiutarlo? Era solo. Avrebbe avuto bisogno di Oropher, ogni figlio nel momento del bisogno doveva poter contare sul proprio padre. Subito l'immagine di Oropher fu sostituita da quella di Legolas.
Doveva contattarlo, spettava a lui, non poteva lasciare il suo giovane elfling nello sconforto. Perciò si concentrò ancora una volta e bussò al cuore di Legolas.
Mithrandir avanzava a passo svelto, ma non veloce come Legolas che proseguiva in avanti sugli alberi e poi si fermava per aspettare il vecchio Uomo amico degli elfi.
La luce del giorno stava scemando e gli alberi proiettavano ombre poco rassicuranti, Mithrandir aveva un presentimento infausto. Era sicuro che di lì a poco avrebbero incontrato qualcuno che li avrebbe messi nei guai.
Quando raggiunse Legolas, che lo aspettava guardandolo dalla sua posizione in alto sui rami, vide l'elfling lanciarsi dal ramo e cadere agilmente su due piedi. "Non sono sicuro che dovremmo continuare, la foresta dice cose che mi fanno paura".
"La foresta ti parla?" domandò stupito Mithrandir.
"Certo" rispose tranquillamente Legolas. "Io sono il suo nuovo principe, però mi parlava anche prima quando non lo ero".
"Questo è un bene. O almeno lo credo. E cosa dicono gli alberi al giovane Thranduilion?".
Legolas si fece pensoso. "Dicono che il suolo della foresta è calpestato da qualcuno malvagio e che i nuovi sovrani soffrono. Dicono … che dal loro sangue nascerà la salvezza di tutti gli elfi".
Mithrandir ascoltava in silenzio, queste parole avevano un significato difficile da interpretare. "Ascolta meglio, mellon nin", lo incoraggiò il vecchio, "le tue orecchie e il tuo cuore possono sentire misteri e segreti che io non potrò mai udire".
Legolas inspirò profondamente e premette i palmi delle mani sulla nuda corteccia di un albero; l'albero lo mise in guardia, un amico e un nemico si stavano avvicinando assieme, colui che parlava non avrebbe mai avuto l'appoggio della foresta e la sua presenza era causa di grande dolore e sofferenza.
Legolas si chinò per terra, le mani sulle ginocchia. Stava per parlare quando, in quello stato di assoluta concentrazione, poté sentire suo padre che cercava di contattarlo. Ancora una volta chiuse gli occhi in attesa di vedere quale avviso il padre voleva inviargli. Forse c'era un nuovo pericolo in agguato, forse aveva bisogno di aiuto.
Aprì il suo cuore e poté vedere alcune immagini a lui già note e altre nuove, che ancora non conosceva: Thranduil che gli sorrideva donandogli il suo primo arco, Thranduil che lo abbracciava mentre gli cantava una canzone e infine sua madre, Wisterian, che lo teneva in braccio appena nato.
Suo padre lo aveva contattato solo per dirgli che lo amava. Legolas si sentì sopraffare dall'emozione…
L'energia che Thranduil stava consumando per comunicare con il figlio era notevole, ormai non era più la sua, era quella che la foresta gli stava trasmettendo e che lui stava risucchiando avidamente per dar forza a Legolas.
Benché il suo corpo fosse debole la sua aurea si rafforzava e Thranduil cominciò a brillare, una forte luce argentata si espanse attorno a lui, facendo trasalire i nani.
"Cosa succede?" domandò impaurito Bimi.
"Il sacco brilla! Deve essere qualche magia elfica!" strillò Fàrim di risposta.
Rhiaian non capiva cosa accadesse ma sapeva che gli elfi non erano esseri magici, però alcuni avevano grandi poteri.
"Andiamocene! E' arrivato il momento!" disse Pimi.
Rhiaian provò a tranquillizzarli ma non ci fu verso di farli cambiare idea.
"Noi ce ne andiamo verso i Colli Ferrosi, amico mio. Tu prosegui verso Pontelagolungo e che possa trovare ciò che cerchi" disse Fàrim salutando Rhiaian.
"Sei stato un buon compagno di viaggio, ma le nostre strade si dividono qua" continuò Bimi.
"Però se vuoi venire con noi e lasciare quest'elfo qui, sei il benvenuto. Anzi ci piacerebbe continuare il viaggio con te".
Rhiaian avrebbe voluto ancora un po' di compagnia ma in realtà che fossero gli altri ad andarsene fu un colpo di fortuna, e l'occasione giusta per portare avanti il suo programma.
"Andate pure, io ho i miei affari da sbrigare e voglio aspettare ancora un paio d'ore prima di abbandonare la possibilità di guadagnare un po' di soldi da questa situazione".
"Buona fortuna!" dissero in coro i tre nani e poi se ne andarono lanciando occhiatacce al sacco che copriva Thranduil, dal quale proveniva una luce sempre più intensa.
A Legolas non era mai capitato di sentire una tale energia provenire dal padre, così vibrante e diretta, così loquace. Di solito aveva dovuto interpretare le immagini che vedeva, ma questa volta era come se avesse udito delle parole accompagnare ciò che vide, era come se la foresta avesse comunicato attraverso Thranduil.
Questo diverso modo di comunicare impensierì l'elfling. Che bisogno c'era di modificare l'abituale metodo, perché il padre lo aveva cambiato. Forse che non aveva abbastanza forza? La solo idea sconvolse Legolas; Mithrandir gli fu al fianco e passandogli la mano sulla schiena con movimenti circolari cercò di rasserenare il giovane.
Ma il toccò dell'Uomo fece rabbrividire Legolas che indietreggiò spaventato. Thranduil percepì la paura e lo spavento e gridò, agitandosi e scuotendosi senza pensare al male che faceva a se stesso.
Rhiaian vide la luce diffondersi maggiormente, dunque si avvicinò e scoprì l'elfo proprio nel momento in cui Thranduil gridava. Istintivamente prese ciò che aveva vicino, cioè un tronco d'albero e colpì violentemente la testa dell'elfo, il quale immediatamente cessò ogni movimento.
Nel suo procedere spedito verso la meta Glorfindel compì solo due brevissime soste di pochi minuti: la prima per salutare gli elfi del Lothlòrien che tornavano a casa e poi un gruppo di elfi di Boscoverde che rientrava con i feriti.
Quando giunse nel Dagorlad si rattristò profondamente. Davanti ai suoi occhi vide quanti pochi erano i sopravvissuti di Boscoverde, la battaglia gli aveva più che dimezzati e nei loro occhi erano impresse le fiamme con le quali avevano dato l'ultimo saluto ad amici e talvolta congiunti. Non solo gli elfi maschi combattevano, anche le donne elfo avevano risposto alla chiamata della guerra e tanti elflings non avrebbero più rivisto né il padre né la madre.
Chi rimaneva però doveva trovare in sé la forza di andare avanti per mantenere vivo il ricordo dell'amato e tornare dai piccoli elfi che attendevano a casa.
I corpi dei defunti erano stati bruciati, le loro ceneri sparse nel campo di battaglia che in ultimo li aveva visti vittoriosi. Ai restanti era spettata la scelta, difficile ma impossibile da rimandare, se lasciare il corpo di Oropher sepolto nella Piana o portarlo a Boscoverde.
Avevano scelto di non disturbare la sua pace, ma allontanarsi sembrava loro impossibile. Glorfindel disse loro che aveva un compito, ingrato ma necessario da compiere, per ordine di Elrond di Imladris a cui Thranduil aveva inviato un biglietto con una richiesta.
Gli elfi silvani vollero leggere il biglietto, poiché sebbene Glorfindel fosse un elfo di grande valore e indubbio onore, la richiesta del grande elfo era alquanto insolita, togliere dal sepolcro la spada di un re pareva ingiusto.
"Thranduil, il vostro nuovo Re, lo richiede. I Valar non vogliano che il vostro interferire gli costi non solo il regno ma anche la sua stessa vita".
Sentendo questo e percependo la sincerità nell'animo di Glorfindel, gli elfi non si opposero e così l'elfo dalla chioma dorata si impossessò della spada. Non la guardò neanche, la avvolse velocemente in un telo verde con rifiniture di filo d'oro che un elfo silvano volle dargli scusandosi di non avere niente di maggior valore, e risalito sul suo bel cavallo ripartì.
Gli elfi lo guardarono correre via, il suo corpo brillava e il suo elmo luccicava benché il sole stesse calando e il buio cominciasse timidamente a farsi avanti.
In men che non si dica Boscoverde abbracciò il buio, le piante e la vegetazione crescevano rigogliose e si rinvigorivano anche grazie alle ombre e all'oscurità che con chiarezza mostrava le stelle brillare in cielo.
Elrond propose di fermarsi e trascorrere la notte accampati. "Possiamo riposare anche a cavallo" disse Celebrian, "Non c'è la necessità di rallentare, io non sto così male".
Haldir scese da cavallo e sorrise alla giovane. "Riposare un po' non farà male a nessuno e certamente non staremo fermi tutta la notte. Partiremo allo spuntar del sole".
Bolin si buttò giù dal cavallo e rimessosi in piedi prese il suo sacco e vi frugò dentro alla ricerca di qualcosa da mangiare.
Elrond si sistemò su una roccia, dalla quale Celebrian stette ben lontana. Bolin trovò una mela raggrinzita in fondo al sacco e l'addentò. Elrond lo guardava torvo. "Non è così male come sembra, è molto più dolce di quelle fresche" spiegò il nano.
L'elfo gli sorrise e gli fece cenno di sedersi accanto a lui. " Allora Mastro Nano, cosa ti porta a compiere un viaggio solitario lontano da Moria?".
Bolin masticò lentamente la mela, questo era il momento buono per togliersi parte del suo peso di dosso. "Io … io sono andato via da una situazione insostenibile e che non avevo alcuna speranza di cambiare".
Elrond era incuriosito. "Ci sono molte cose che vorremo cambiare ma non possiamo".
"Ah! Scometto che la vita di un elfo è molto più tranquilla di quella di un nano! Specialmente se quel nano sono io".
"Non si dovrebbe giudicare gli altri prima di conoscerli. E anche dopo averli conosciuti bisognerebbe mostrare maggiore cautela".
"Io" iniziò Bolin "non sono stato cresciuto dai miei genitori, ma da un altro nano. Il suo nome è Neomat".
"Anche io non sono cresciuto con i miei genitori, ma da un altro elfo".
"Gil-galad" affermò Bolin.
"Esattamente" sospirò Elrond.
Bolin era triste, la tristezza dell'elfo era contagiosa. "In ogni caso ho fatto di tutto per tutta la mia vita per renderlo fiero di me. Inizialmente lo rendevo orgoglioso, lavoravo bene i metalli e lui mi lodava. Questo mi faceva sentir bene. Poi un po' alla volta le cose cambiarono. Mi chiedeva di portare a termine progetti segreti e io ingenuamente ero felice perché credevo di essere stato scelto grazie alle mie abilità… con il tempo ho capito che fui scelto perché potevo essere manovrato, e usato".
Elrond ascoltava in silenzio. Bolin riprese: "Un giorno venne da noi un elfo. Non ci disse il suo nome e io lo chiamai Il Male, chiese a mio padre di riprodurre un'antica spada elfica. Lui disse che le spade dei nani non potevano essere forti, robuste ed eleganti come quelli fabbricate dagli elfi, e Il Male insistette nel dire che quella riproduzione in particolare doveva essere identica all'originale.
Io cominciai a lavorare il metallo, per renderla altrettanto fine e bella dovevamo usare materiali molto più fragili rispetto a quelli che l'elfo ci indicò. Proseguivo il mio lavoro impegnandomi al massimo e felice di ciò che stavo facendo.
Poi accadde l'imprevisto. Sentì Il Male parlare con Neomat e dirgli che quella spada sarebbe stata la rovina di un grande Re degli elfi…".
Elrond trattenne il fiato, aveva ascoltato il discorso di Bolin ma solo ora capiva che si trattava di qualcosa che li interessava in prima persona.
"Questo Re viveva in una grande foresta e conosceva benissimo la sua spada, non sarebbe stato facile imbrogliarlo. Allora Neomat chiese quale sarebbe stata la nostra ricompensa e Il Male gli rispose che ci avrebbe dato le gemme incastonate nella spada originale, al ché mio patrigno chiese come era sicuro che il Re avrebbe ceduto la sua spada e Il Male rise malignamente e poi rispose che il Re non avrebbe potuto opporre nessuna resistenza giacché sarebbe stato morto".
"Mi stai dicendo che tu fabbricasti una spada per un Re elfico e …".
"No… io non volli farlo. Quando l'elfo se ne andò via io mi rifiutai di completare il manufatto. Restai ancora a casa ma Neomat non mi rivolgeva la parola, mi rinfacciò di avermi amato e di non aver avuto niente in cambio da me se non tante delusioni. Una decina di giorni dopo decisi che me ne sarei andato via, andai a parlargli e lo vidi con Il Male, stavano discutendo. Il Male gli disse di non dover temere nessun tradimento, che avrebbe avuto la sua ricompensa e poi se ne andò. Restato solo Neomat parlò tra sé e sé a voce alta e disse esattamente Le rune naniche che incisi nell'oro sotto le gemme della riproduzione saranno la mia garanzia" .
Elrond era stato attento e adesso cercava di tirare le somme. Forse, con molta probabilità, il patrigno di Bolin aveva duplicato la spada di Oropher, e chissà come Thranduil aveva intuito che era indispensabile recuperarla.
"Cosa disse Thranduil quando gli raccontasti la storia?" chiese Elrond.
"Non gliela raccontai. Non ne ebbi il coraggio… e tu sei molto veloce a fare due più due Messer Elfo".
Elrond sorrise. "Bolin, le tue azioni non sono state malvage, mai. Sei fuggito via, è questo non è stato molto coraggioso ma ti sei rifiutato di prendere parte ad un'azione ignobile e omicida. Non c'è colpevolezza in te. Un buon padre sarebbe orgoglioso del tuo comportamento".
Bolin sospirò, le parole di Elrond lo rassicuravano e allo stesso tempo lo agitavano. Lui aveva capito, chissà cosa avrebbe fatto Thranduil.
"Sento di aver tradito la fiducia di Thranduil, mi sento sporco!".
"Non dire così. Probabilmente soccorrendolo gli hai salvato la vita. Lui è un elfo buono, e saprà guardare nel tuo cuore".
Il viso di Bolin era bagnato di lacrime, aveva fatto bene a sfogarsi con qualcuno, sperava solo che anche il nuovo Re di Boscoverde avrebbe saputo capire.
Intanto mentre Haldir riposava Celebrian si guardava attorno, non amava particolarmente il buio, ma fu grazie all'oscurità della sera che poté vedere il lontananza una luce, un fuocherello.
"Guardate! Ci deve essere qualcuno laggiù!".
Otto occhi scrutarono in lontananza. "Io non vedo niente" disse Bolin.
"Mastro Nano, i tuoi occhi non sono allenati a dovere e i nostri vedono ben più oltre di dove Uomo, Nano o qualsiasi altra razza possa".
"Allora dobbiamo andare" fece il nano intrepido "Se lo vedete significa che è un buon segno. Ormai son passate due ore, chi era stanco si è riposato?" chiese per curiosità.
Gli elfi risero dei modi di Bolin, dunque si risistemarono sui cavalli e partirono per andare incontro al piccolo fuocherello che vedevano in lontananza.
"Speriamo sia Thranduil e che ci dia buone notizie sulla sua cara moglie e il suo giovane figliolo" disse il nano.
"Speriamo sia mio padre" disse fiduciosa Celebrian.
"L'importante è che sia qualcuno che ci dia delle risposte" concluse saggiamente Haldir lasciando a Elrond la possibilità di non esprimersi.
Passata mezzora circa incrociarono un cavallo solitario senza cavaliere. "Chi mai lascerebbe un cavallo tanto bello da solo?", domandò Bolin.
"Nessuno" gli rispose Elrond.
Celebrian guardò meglio verso l'animale. "E' il cavallo di mio padre!".
Haldir scese subito dal suo destriero e avvicinandosi all'animale lo riconobbe. "Hai ragione, Celebrian. E' il cavallo del Signore del Bosco dorato, ma … è zoppo".
"Perché è da solo? Non credo che mio padre lo avrebbe abbandonato solo perché è diventato zoppo", disse Celebrian che dentro sé cominciava a porsi domande.
Elrond controllò la zampa dell'animale, poi prese dalla sua sacca delle erbe e dopo averle masticate e ammorbidite con la saliva mise l'intruglio sulla zampa lesa. "Il succo delle erbe penetrerà nella pelle e rilasserà il muscolo. Di più non posso fare". Poi sussurrò alle orecchie del cavallo parole elfiche e questo gli strofinò il muso sulla guancia.
"Secondo voi cosa è successo?" domandò Celebrian.
Nessuno rispose e Celebrian capì cosa avrebbero voluto dire.
E' ferito.
E' legato.
Cosa possiamo fare?
Dobbiamo chiamare aiuto!
Più di quello che stiamo facendo non possiamo fare niente.
Diffondiamo la notizia cosi che tutta la foresta sappia.
Forse qualcuno potrebbe sentirci.
E qualcuno sentì.
"Legolas, dobbiamo andare verso Imladris. Così ha detto tua madre" gli ricordò Mithrandir.
Il ricordo di sua madre lo fece esplodere. "Cosa ne sai di mia madre! Come ti permetti di darmi ordini! Tu non sai niente! Mio padre è ferito e ha bisogno di aiuto! Subito! E tu non mi fermerai!".
Mithrandir tenne stretto il lungo bastone su cui si reggeva, raddrizzò al schiena e il suo volto divenne severo. Improvvisamente l'uomo sembrò diventare più alto e un'ombra scura gli si formò attorno. "Non c'è bisogno di gridare, io non sono tuo nemico".
Legolas era impressionato ma non si mosse di un passo, l'uomo non lo spaventava anche se sicuramente non era un uomo normale.
"Io ti voglio aiutare," continuò riportando luce attorno a sé, "ma non posso farlo se ci addentriamo nella foresta. Cose poco chiare avvengono sotto le foglie di questa immensa foresta".
"Mio padre … non posso abbandonarlo", disse lentamente e con le lacrime agli occhi Legolas.
"Mio giovane amico" disse con dolcezza Legolas "parli sempre di tuo padre, non sei preoccupato per tua madre?".
Legolas si coprì il viso con le mani e pianse. Mithrandir aspetto che l'elfo si calmasse e poi ascoltò con attenzione tutto ciò che Legolas gli disse. I fatti erano peggiori di quanto immaginasse. Wisterian era morta, Thranduil era ancora ferito e molto debole.
"Adesso spetta a te" disse Legolas rivolgendosi all'uomo. "Io sono stato sincero, adesso devi esserlo tu. Cosa mi nascondi?".
Mithrandir sorrise. "Sei molto sveglio per la tua età. Bene, pochi giorni fa ho incontrato tuo padre. Lui era ferito, ma l'ho aiutato a risistemarsi un pochino. Speravo che riuscisse ad arrivare alla fortezza senza incontrare ulteriori pericoli, ma mi sbagliavo. Adesso dobbiamo intervenire, tua madre ci perdonerà se deviamo dal suo itinerario, ma credo che in fin dei conti tu abbia ragione, dobbiamo raggiungere tuo padre".
"E se incontriamo Celeborn?", domandò spaventato Legolas.
"In tal caso, non dobbiamo opporci a lui. Facciamo finta di non sapere la verità, ciò ci sarà utile in seguito. Il cugino di tuo padre è fin troppo spietato, non esiterebbe a farci del male se gliene dessimo occasione".
Legolas riconobbe la verità nelle parole dell'uomo e lo appoggiò. Proprio come lui temeva, dopo una mezzora che seguivano le voci degli alberi incontrarono Celeborn.
"Legolas!" chiamò Celeborn con stupore, giacché pensava che Galion lo avesse già ucciso, "Cosa fai qua, in giro per la foresta?".
L'elfling si irrigidì, davanti a sé aveva la causa della morte di sua madre, forse anche di suo nonno, che montava Lùth, il cavallo di suo padre. Improvvisamente ebbe il desiderio di accusare Celeborn di tutto il male che aveva combinato ma non lo fece, si mantenne al piano di Mithrandir.
"Celeborn, Signore del Lothlòrien, è una gioia immensa vederla. Sono qui, perché fuggo dalla fortezza di mio nonno e di mio padre, a causa del tradimento di un fedele amico della mia famiglia che si è macchiato le mani del sangue di mia madre Wisterian e del mio tutore Fidelhion".
Dentro sé Celeborn era molto soddisfatto, Galion era riuscito almeno in parte a portare avanti il piano, Wisterian era stata elimanata! Le sue mani cercarono l'anello di Oropher nella sua tasca, già si vedeva mentre infilandosi l'anello al dito apriva e serrava il grande e possente cancello della fortezza.
"Quali parole di sventura odono le mie orecchie. Il mondo sta cambiando e gli amici assumono vesti di agnelli per mostrarsi poi lupi ferocissimi al calar della notte".
Poi Celeborn spostò lo sguardo sull'uomo. "Come mai un Uomo viaggia in questa foresta, accompagnando mio nipote?".
Mithrandir si poggiò sul bastone, usandolo appunto come appoggio. "In realtà, sire, non sono io che accompagno il giovane, bensì il contrario. Mi persi nella foresta tre giorni fa e pocanzi incontrai questo gentilissimo ragazzo".
"Gli ho promesso che mi sarei preso cura di lui e lo avrei condotto a casa mia appena possibile" disse Legolas.
Celeborn guardò l'umano, ai suoi occhi era solo un vecchio malvestito con un bastone, niente di pericoloso, perciò non si pose nessun problema.
"Bene, Legolas. Direi che è il caso di tornare alla fortezza e affrontare il traditore. Se vuoi, l'Umano potrà venire con te".
"Certamente non avrei chiesto il permesso di condurre un amico in casa mia, in quanto a te se vuoi ospiterò anche il tuo amico" sbottò Legolas indicando l'elfo che affiancava lo zio.
Celeborn ingoiò amaro, il piccolo ostentava il suo potere di discendente della casa di Oropher davanti a lui! Presto se ne sarebbe pentito.
"Non era mio volere offenderti, né assumere un ruolo che non mi compete. Spero, mio caro nipote, che non me ne voglia. Non è comune vedere un Uomo in un Regno elfico e io ero sinceramente preoccupato per te".
Bugiardo e infame, pensò Legolas. "Scusami tu, zio. Sono molto stanco".
"Vieni, torniamo alla fortezza" gli disse Celeborn e rivolgendosi a Mithrandir continuò: "Anche lei, ci segua, divideremo assieme le ansie fino alla casa di Oropher".
Lùth sbuffò e guardò velocemente verso Legolas, sembrava stare bene e per quanto riguardava l'umano che era stato chiamato Mithrandir, se lo ricordava benissimo: era lui che aveva curato il suo padrone Thranduil presso Dol-guldur. Il principe Legolas era in mani sicure.
Che fosse vivo o morto a Rhiaian non gli interessava per niente. Senza pensarci, coprì nuovamente Thranduil con il sacco e se ne andò.
La sua meta non era Pontelagolungo come aveva fatto credere ai suoi compagni ma la fortezza di Re Oropher, dove avrebbe dovuto incontrare un elfo di nome Galion, così aveva detto di chiamarsi a Neomat il giorno che andò a Moria per ritirare la spada duplicata.
La ricompensa di Neomat era vicina e così la sua. L'idea di una bellissima gemma nelle sue mani era straordinaria, lui avrebbe portato le gemme a Moria e poi, presa la sua parte, sarebbe davvero andato a Pontelagolungo per venderla agli uomini del posto o ai nani che ancora vivevano nella Montagna Solitaria.
Avrebbe voluto fare un po' di soldi anche dalla cattura, o ritrovamento, di Thranduil ma nessuno era andato a cercarlo e forse la spada che aveva visto era proprio quella da cui sarebbero state prese le sue gemme preziose.
Eccomi qua.
Un bel capitolo, che ancora una volta non racconta tutto ciò che mi ero prefissata, ma è più difficile di quanto credessi far andare avanti la storia su più piani.
Spero che tutto sia di vostro gradimento. Ringrazio chi legge, chi recensisce, chi mette la storia tra le seguite e tra le preferite.
Vi abbraccio tutti e vi lascio qualche indicazione per orientarvi:
Galion è nella Fortezza di Oropher.
Celeborn e il suo complice, assieme a Legolas e Mithrandir si dirigono verso la fortezza (sono a poche ore di distanza).
Rhiaian ha lasciato Thranduil e si dirige verso la fortezza (è a circa un giorno, poco meno, di distanza).
Thranduil è legato e impossibilitato di muoversi (si trova a un giorno di distanza dalla fortezza).
Elrond, Bolin, Haldir e Celebrian sono a un paio d'ore di distanza da Thranduil.
Glorfindel ha recuperato la spada e si dirige verso Boscoverde.
