Salve a tutti! Ecco un aggiornamento… è un capitolo breve, ma non volevo lasciarvi senza niente fino a domenica. (Ok… sto fingendo di fare aggiornamenti in date stabilite… suvvia, almeno ci provo…).

Spero vi piaccia.

A presto, Alida

"Sono un nano di Moria. Rhiaian figlio di Thriaian".

"Sono Galion, e ti stavo aspettando", rispose l'altro e fattogli cenno di seguirlo, andarono verso il passaggio segreto della fortezza.

Cap 13

Rhiaian venne accompagnato in una stanza, che sicuramente era stata adibita per gli ospiti, nella quale trovò tutti i comfort che desiderava, ovvero un letto morbido, un bagno personale e del cibo.

A parte Galion e Celeborn nessuno era destinato a sapere della sua presenza, ma siccome l'odore dei nani era particolarmente forte per l'olfatto degli elfi, era stato sistemato in una zona poco frequentata della fortezza.

Per Rhiaian comunque non faceva differenza, non si trovava lì in segno di amicizia ma per motivi d'affari, e voleva concludere assolutamente al più presto l'intera faccenda ed essere lontano miglia e miglia di distanza, da Boscoverde.

Celeborn non aveva nessun interesse a condividere gli spazi con un nano adirato e perciò era andato nella sua stanza a rendergli omaggio; gli era costata non poca fatica, ma la diplomazia era d'obbligo quando si trattava dei nani scavatori, e lui era disposto ad averla con chi aveva reso possibile la realizzazione del proprio piano.

"Quando avrò la spada?", chiese senza indugio Rhiaian dopo i primi convenevoli.

Celeborn detestava essere affrontato di petto, lo fissò per un po' e posando lo sguardo altrove parlo con fare distaccato. "Quando sarò sicuro che non dovrai usarla andando via dalla foresta. Voglio che il tuo rientro sia sicuro, fintanto che risiedi qua".

"So badare a me stesso, e se il regno è tuo perché dovrei essere attaccato?".

Celeborn ingoiò amaro, il nano stava andando ben oltre i suoi diritti di ospite. "Il Regno di Boscoverde sarà mio a breve, per ora non lo è. Ma fra pochi giorni sarà tutto sistemato. Fino ad allora starai qui, in questa stanza e possibilmente cerca di non far troppo rumore. L'udito degli elfi è molto sviluppato, non vorrei che qualcuno che non mi è devoto, trovandoti all'interno della fortezza fosse brusco con te".

Rhiaian intuì la minaccia, neanche tanto nascosta, che stava dietro le parole di Celeborn e preferì lasciar cadere la questione, ma sicuramente Neomat ne sarebbe stato informato al suo rientro e se lo sarebbe legato al dito per affari futuri.

"Allora, l'elfo si chiamava come me, Ada?" chiese il piccolo Thranduil.

Oropher gli sorrise. "Sì, si chiamava Thranduil e aveva un amico…".

"Era un elfo, Ada?".

"Sì, ma era un po' diverso dagli altri elfi, anche se lo era".

"In che senso, Ada?".

"Era qualcuno che aveva scelto di essere elfo, ma che, volendo, sarebbe potuto restare umano".

Il piccolo Thranduil si fece serio e il mentre Oropher seppur non invecchiando, come si addice agli elfi, assumeva dei tratti di maturità e saggezza, il piccolo Thranduil divenne elfling e poi un elfo adulto.

"Come si chiamava questo elfo, Ada?", chiese con voce greve.

Oropher si fece da parte e dietro lui comparve Elrond.

"Thranduil, non puoi vivere nei tuoi sogni, devi svegliarti".

"Come hai fatto a essere qui? Credevo di dormire…", obiettò Thranduil incredulo e un po' spaventato dall'evento.

"Sono un guaritore, amico mio, e mio padre mi ha affidato un anello, molto potente, che a quanto pare amplifica le mie capacità".

"Vuoi dire che potrai guarirmi più velocemente?".

"Non lo so, però non credo. Io stesso sto scoprendo questo dono giorno per giorno e non ho le risposte che cerchi, né quelle che vorrei".

Oropher si fece avanti. "Thranduil, ascolta Elrond. E' un buon amico, devi svegliarti e se anche il dolore sarà forte non devi più cedere al sonno".

Thranduil abbassò lo sguardo a terra. "Io… avrei voluto… c'erano ancora tante cose da dirci e da fare…, poi … magari… se aspetto… verrà anche Wisterian. Non credi?".

"Figlio mio. Una volta entrati nelle Sale di Mandos possiamo venire a salutarvi nei sogni, ma solo per portarvi consolazione e speranza. Come ti sentiresti se vedessi la tua amata?".

Thranduil stette zitto. Come si sarebbe sentito? Inutile, sicuramente, per non averla potuta salvare. Stupido, per non averle mai detto quanto la amasse veramente e forse anche ingenuo per aver creduto che davvero, anche loro, sarebbero entrambi salpati per Valinor assieme, mentre adesso non si sarebbero più potuti rivedere o abbracciare.

"Tu l'hai vista?", chiese Thranduil "L'hai vista?".

"Sì, ma non ci siamo ancora parlati. Ha bisogno di tempo per accettare di essere qui. Io sono morto in battaglia e avevo messo in conto la possibilità di morire, per lei è diverso".

A quel punto Elrond non si trattenne. "E mio padre, Gil-galad, l'hai visto?".

Oropher guardò il Mezzelfo con costernazione. "No, Elrond. Perché mai l'avrei dovuto vedere".

"E' morto. Abbiamo trovato il suo tumulo", affermò Elrond.

"Bhè, gli elfi che muoiono vengono tutti nelle Sale di Mandos. Se lui non c'è, allora la spiegazione è solo una, mentre per quel tumulo potrebbero essercene tante".

"Adesso andate", ordinò Oropher a entrambi. "Vai figlio mio, e prenditi cura di mio nipote", disse rivolgendosi a Thranduil, poi guardò Elrond e gli rivolse queste parole: "Voi due, a modo vostro, sarete dei grandi elfi. Prenditi cura di mio figlio e di mio nipote".

"Sarò anche un guaritore, ma per Boscoverde non posso fare niente. La foresta sta morendo, si appassisce…".

"E' colpa mia", confessò Oropher, "Ho lanciato una maledizione su Celeborn e fintanto che lui attraverserà il mio regno, la foresta perirà. Adesso andate, e siate fiduciosi".

E in un attimo, mentre ancora Thranduil e Elrond lo fissavano e le loro menti erano attraversate da nuove domande, l'immagine sorridente di Oropher svanì.

Thranduil allungò le mani nel tentativo di fermarlo ma non servì. Era andato e adesso forse non lo avrebbe neanche più sognato. Era inutile dormire, suo padre aveva compiuto il suo dovere ed era andato anche più in là, ma non sarebbe più riapparso.

"Thranduil, amico mio, svegliati. Devi essere cosciente per guarire, i miglioramenti che potevi trarre dal sonno li hai già avuti. Devi riprenderti, svegliati".

E Thranduil si svegliò, assieme a lui anche Elrond. Entrambi avevano dei visi accigliati e Bolin, Haldir e Celebrian non sapevano come interpretare questo cambiamento.

"Pensavamo fossi svenuto!", disse Celebrian avvicinandosi a Elrond.

"E forse sono svenuto, non so di preciso cosa sia successo", disse tenendosi la testa fra le mani e posando lo sguardo su Thranduil che con un cenno confermò di aver condiviso il sogno, se sogno poteva essere chiamato, con il suo amico.

"Il lascito di mio padre ha un grande potere", disse a voce alta più a se stesso che ad altri.

"Sembri molto stanco. Se vuoi aiutare Thranduil, devi essere in forma. Sarà il caso che mangi qualcosa", disse Bolin prendendo un tegamino e preparandosi a cucinare qualcosa.

Haldir alzò lo sguardo al cielo, e sollevate le braccia in alto le lasciò ricadere di peso lungo i fianchi. "Questa sarà l'immagine di te che porterò per sempre nei miei ricordi. Anche fra mille o due mila anni ti vedrò sempre con un tegamino pronto a cuocere qualcosa!".

Elrond sorrise. Thranduil provò a mettersi seduto, ma non ci riuscì. Inoltre la sua nudità sotto il lenzuolo lo imbarazzava parecchio. "Troveremo una sistemazione, vedrai", lo rassicurò Elrond.

"Comunque, grazie", disse rivolgendosi a Celebrian e indicando il lenzuolo.

"Di niente", rispose lei. "Vuoi un po' di acqua?", gli domandò.

"Magari. E' da un paio di giorni che non bevo niente. Avevo dell'acqua nella borraccia, ma era sul mio cavallo". Poi si dovette fermare perché gli venne l'affanno. Dormire era molto più confortante, e chissà perché il padre non voleva.

"Ti consiglio di non dare risposte troppo lunghe, per ora sì o no basteranno", gli suggerì Elrond.

Thranduil fece cenno di aver capito.

"Dov'è Lùth?", chiese il nano a Thranduil.

"Celeborn", fu la risposta.

Celebrian sentì di avere un groppo in gola, ancora una volta sembrava che suo padre avesse avuto una parte non proprio lodevole nello svolgersi degli avvenimenti.

"Uomo-elfo! Elfuomo!", disse Bolin guardando Elrond.

"Elrond, va bene. Al massimo Mezzelfo, se proprio ci tieni", specificò Elrond.

Bolin scattò in piedi con il tegamino in mano, correndo il rischio di rovesciare tutto il contenuto a terra. "Ma cosa hai capito! Dai, Elfuomo è un possibile nome per un bambino elfico. Non sarebbe bello?".

Elrond fu lapidale. "Non spetta a te scegliere il nome di uno dei miei figli".

"Ah, ah! Allora sappiamo che non ci saranno femminucce in famiglia!", rispose Bolin.

"Ottima mossa, Mastro Nano. Ce ne vuole per cogliere in castagna mio figlio!".

Tutti si voltarono verso la voce, assolutamente unica e inaspettata.

Gil-galad con un vecchio mantello logoro e un cappuccio era in piedi su un albero. Elrond lo vide e rimase pietrificato sul posto.

Celeborn con aria di superiorità perlustrava la fortezza, gli elfi che lo incrociavano vociavano al suo passaggio. Se Oropher fosse stato presente probabilmente il Signore del Lothlòrien non avrebbe avuto tale atteggiamento, sebbene avesse sempre guardato dall'alto in basso gli elfi silvani e non avesse mai capito fino in fondo cosa ci trovasse di tanto speciale Oropher in loro.

Celeborn, che era un elfo rancoroso, fissava in mente i volti degli elfi e delle Elleth che gli lanciavano sguardi ostili e presto, in qualche modo, si promise di fargliela pagare. Quegli elfi avrebbero dovuto sentirsi lusingati che qualcuno del suo rango si aggirasse per la fortezza, se non per altro almeno per trarre esempio sul portamento che un "buon elfo" avrebbe dovuto avere.

Invece agli occhi di Celeborn erano solo elfi rozzi e senza speranza. Dopo un po' che camminava da solo, Celeborn venne avvicinato da Galion.

"Spero che ti senta a tuo agio, qui, all'interno della fortezza. Nonostante sia creata sotto la roccia, è pur sempre una bella casa. Non trovi?".

Celeborn respirò pesantemente. "Credimi, è un posto dignitoso, ma si poteva fare decisamente di meglio".

Il commento lasciò amareggiato Galion, al quale la casa che Oropher aveva fatto costruire era sempre sembrata bellissima, seppur fosse impossibile osservare il cielo aperto e le stelle al suo interno.

"Dobbiamo agire presto, amico mio", riprese Celeborn, "prima che la maggior parte degli elfi silvani torni, dobbiamo prendere il potere".

"E Thranduil? Non abbiamo la certezza che sia morto".

"Faremo in modo che i sudditi di suo padre abbiano un motivo per dubitare di lui", disse sorridendo. "Bisogna organizzare al più presto una riunione con i consiglieri del regno. Quanti sono?".

"A dire il vero, Oropher non aveva bisogno di tanti consiglieri. Io ero il suo consigliere personale e questo lo sai. Poi c'erano suo figlio e in qualche misura anche sua nuora Wisterian", e pronunciandone il nome la sua voce ebbe un calo.

"Ti senti in colpa?", domandò Celeborn che faticava a capire il motivo dell'emotività del suo amico-collaboratore.

"No, sto solo pensando come organizzare il tutto. Di solito le decisioni importanti si svolgono in presenza di una decina di elfi, che non sono consiglieri ma che comunque esprimono i loro pareri e dunque le perplessità e la posizione dei sudditi. Non è semplice avere il consenso degli altri", concluse Galion.

Celeborn non era interessato ad avere il consenso di tutti i sudditi, proprio non gli importava di loro. "Organizza come meglio credi, entro due giorni voglio questa riunione. Dobbiamo iniziare a fare qualche mossa decisa".

"Ne abbiamo già fatto molte, e non vorrei che tutta questa fretta rovinasse i nostri piani, Celeborn".

"Non metto in dubbio, che tu abbia fatto il possibile per portare a termine i nostri progetti, e due omicidi devono pesare, anche se in fondo si trattava di due elfi silvani, chiaramente un errore, un grosso errore dei Valar, però non dobbiamo cedere ora, Galion. Altrimenti per cosa li avresti uccisi?".

"Sicuramente non per niente," rispose Galion "non per niente", ripeté.

E mentre se ne andava, gli ritornò alla mente la fretta con la quale aveva cavalcato per raggiungere Boscoverde in tempo per commettere un crimine, per avere forse metà della foresta, per aver potere, e in fin dei conti niente.

Gil-galad scese dall'albero con un salto da far invidia al più giovane degli elfi, la pugnalata di Celeborn era ormai guarita e nessun problema fisico che gli impediva di camminare, ma la distanza tra lui ed Elrond sembrava essere chilometrica seppur si poteva contare in pochi passi.

Davanti a sé aveva il figlio che tanto aveva amato e che aveva ferito nel più terribile dei modi mettendo in scena la propria morte, a lui avrebbe dovuto dare tante spiegazioni, in realtà molto semplici e banali, tanto da sembrare inconsistenti, spiegazioni che poi si racchiudevano in un'unica parola: Mithrandir.

Gil-galad vide Haldir e Celebrian, quest'ultima lo guardava con sospetto e sfida, probabilmente avrebbe dovuto chiarirsi anche con lei, poi c'era un nano, che sembrava un pesce fuor d'acqua in quel contesto e che però evidentemente doveva aver avuto un ruolo importante, per terra giaceva Thranduil, il nuovo Re di Boscoverde, coperto con un lenzuolo e infine in piedi, immobile, Elrond.

Gil-galad fece quei pochi passi che lo separavano dal figlio e allungate le braccia posò le mani sulle spalle del figlio. "Mi dispiace, figlio mio, ho lasciato un grande peso sulle tue spalle, ma non l'ho fatto senza averci riflettuto bene prima. Credimi, se fosse stato possibile…".

Elrond aveva lo sguardo puntato al petto del padre, non riusciva a guardarlo in faccia. Era adirato, deluso, non riusciva proprio a capire il perché di tutto quello che era successo avrebbe voluto abbracciare il padre senza pensarci su un attimo, ma lo sgomento era tale che rimase immobile. Gil-galad vide la confusione nel viso del figlio.

"Andiamo per ordine. Vuoi sentire cosa è accaduto?".

Elrond allora fece cenno di sì, ancora senza sollevare lo sguardo.

Gil-galad sapeva che suo figlio non era l'unico ascoltatore, però voleva subito recuperare il rapporto con Elrond, sentiva infatti che fra loro, a causa sua, si era creata una frattura.

"Dopo esser partito con Celeborn alla ricerca di Thranduil, il viaggio proseguì tranquillo fino a Dol-guldur. Là Celeborn tentò di uccidermi e nel tentativo uccise anche uno dei suoi complici. Quando mi lasciò per terra, sanguinante, era sicuro che nessuno mi avrebbe trovato e che sarei morto. Invece come sappiamo nella scacchiera della vita viene sempre mossa qualche pedina in maniera inaspettata, e così venni raggiunto da Mithrandir…".

Nel sentire quel nome Elrond alzò di scatto gli occhi verso il padre, Gil-galad li osservò un momento ma con estrema attenzione, suo figlio era debole, i cerchi neri attorno agli occhi ne erano la prova, ma più grave ancora, la luce che ricordava in essi sembrava essere molto più debole.

"Sì, Elrond, Mithrandir. Lui mi ha curato e quando ancora faticavo a stare in piedi siamo stati raggiunti da Thranduil che era in pessime condizioni, ma…", si interruppe per dare un'occhiata al Re di Boscoverde, "… ma comunque in condizioni migliori di quelle in cui lo ritrovo".

"Poi cosa è accaduto? Ho trovato un tumulo a Dol-guldur, Thranduil ha detto che eri tu!".

Gil-galad abbassò ripetutamente la testa in segno di assenso. "Sì, Mithrandir gli ha fatto credere che fossi io, ma si trattava del complice che era Celeborn aveva ucciso per sbaglio…".

"Ma perché? Perché fingere? Era necessario tanto dolore?", domandò triste Elrond stringendo le braccia del padre.

Quello, sentendo il contatto fisico che il figlio aveva creato con lui, alzò gli occhi al cielo, si morse il labbro inferiore e spiegò. "Mithrandir disse che era necessario, che se tu avessi saputo che ero ferito saresti corso a cercarmi, mentre era di primaria importanza che giungeste in fretta alla fortezza, che tu avessi un motivo per raggiungerla di corsa e non fermarti".

"E quale sarebbe questo motivo tanto importante?".

Ancora prima di parlare Gil-galad sapeva che la risposta non sarebbe stata soddisfacente, perché avrebbe avuto senso solo col senno di poi, dopo diversi secoli, ma il motivo era quello.

"Il motivo è la salvezza di Arda, e che ci crediate o no…", disse a quel punto rivolgendosi a tutti i presenti e dando uno sguardo interrogativo al nano che ascoltava interessato, "senza Boscoverde, il suo re e il suo principe, non potrà avvenire".

"E mio padre?", chiese Celebrian.

"Mia dolce Celebrian", rispose lui, "tuo padre ha compiuto grandi torti in nome della propria avidità, spetterà ai Valar decidere per lui".

Le gambe di Celebrian cedettero e se accanto a lei non ci fosse stata Haldir probabilmente sarebbe caduta a terra. Elrond le corse vicino.

"Elrond, figlio mio, non volevo farti soffrire…".

All'improvviso Elrond si sentì stanco e cominciò ad annaspare per un po' d'aria. "Prendilo", disse sfilandosi l'anello dal dito, "è troppo per me, prendilo tu".

Gil-galad restò a debita distanza. "Lo diedi a te, e a te deve rimanere".

"Non posso, non posso fa-r-cela…", disse mentre la vista gli si oscurava. Poi però vide una gran luce e un volto coperto di sangue, di un elfo dai capelli neri, si formò nella sua mente. Era disteso su un pavimento di pietra e si copriva il viso con una mano. Poteva sentire piangere e gridare e il rumore incessante della pioggia.

Ciò che sentì dopo era suo padre che gli parlava, si ritrovò semi sdraiato con le braccia di Gil-galad attorno. "Elrond, mi dispiace, mi dispiace, davvero. Oh, Valar, lasciatemelo, perdonatemi. Elrond!".

Il Mezzelfo aprì gli occhi, pensò che fosse alquanto strano, non gli capitava mai di svenire durante le visioni, ma Vilya lo stava davvero mettendo alla prova.

Elrond fece leva sulle braccia del padre e si mise seduto.

"Hai avuto una visione?", domandò Celebrian.

Lui raccontò ciò che aveva visto. Bolin sembrava molto incuriosito dalla straordinaria capacità di vedere il futuro dell'elfo. "Per ciò che ho visto io, non è che ci siano molti elfi dai capelli neri".

Tutti si voltarono verso lui. "Voglio dire, o è lui oppure è suo padre".

Una risata soft di Thranduil deviò l'attenzione degli elfi. "Questa … è … la … famo-sa … sensi-bi-lità dei nani..", disse concludendo con un violento attacco di tosse.

In un attimo Gil-galad fu al fianco di Thranduil, lo aiutò a sedersi e gli tenne la testa. Il corpo dell'elfo era terribilmente debole. Il Signore di Imladris notò la nudità del Re di Boscoverde. "Provvederò a recuperarti dei vestiti dalla fortezza, così starai più comodo".

Thranduil però non diede segno di aver sentito, si stava sforzando di stare sveglio, ma non aveva ancora piena consapevolezza del mondo attorno a sé. A momenti gli sembrava di essere lucido, sentire, capire, un attimo dopo il dolore fisico e mentale si impossessavano dei suoi sensi.

"Tu, puoi entrare dentro?", chiese Elrond.

"Sì…".

"Allora dovrai procurarmi delle medicine".

"Credo sia possibile", affermò Gil-galad ricordandosi che un guaritore sarebbe stato portato nelle prigioni da Legolas.

Thranduil era pesante nelle braccia di Gil-galad, il viso tumefatto, le labbra secche e spaccate, le braccia erano scorticate, in special modo nei polsi.

"Cosa gli è successo?", domandò.

"Non lo sappiamo ancora. Lo abbiamo trovato legato, sotto un sacco", spiegò Haldir.

Toc-toc-toc…

Il rumore richiamò l'attenzione di tutti, per un attimo ognuno cercò di capire da che parte arrivasse, ben presto si accorsero che erano delle gocce d'acqua.

Stava cominciando a piovere.