Oggi è una bella giornata perciò ho voluto lasciarvi con un sorriso. Un abbraccio a tutti.

Spero che il capitolo vi piaccia.

Alida

Toc-toc-toc…

Il rumore richiamò l'attenzione di tutti, per un attimo ognuno cercò di capire da che parte arrivasse, ben presto si accorsero che erano delle gocce d'acqua.

Stava cominciando a piovere.

Cap 14

Erano trascorse due ore e la pioggia non aveva mai smesso di cadere. Non era molto forte però non aveva dato un attimo di tregua, rendendo difficile la permanenza degli elfi e di Bolin all'aperto.

Gil-galad come promesso era tornato con medicine, del cibo e abiti per Thranduil, il quale era stato aiutato a vestirsi per ritrovarsi con vestiti sì integri ma bagnati e ora riposava seduto spalle contro un albero. Haldir aveva preso il cibo e una volta diviso in porzioni lo aveva distribuito fra tutti i presenti.

"Cosa è questo?", chiese Bolin tenendo in mano un pezzo di pane duro.

"Lembas", rispose Haldir.

Thranduil tossì. "Non sarà buono come la tua pancetta, però ci darà più sostanza".

Gil-galad osservava il nano, tutti sembravano essere a loro agio con lui e viceversa. "Vi conoscete da molto?", domandò a Thranduil e Bolin.

"Da prima che noi due ci incontrassimo alla vecchia fortezza", gli rispose Thranduil.

"Ci vuoi raccontare?", gli domandò Gil-galad "Come sono andati i fatti dopo Dol-guldur?".

Thranduil guardò Celebrian, non voleva sconvolgerla. In primo luogo lei non era responsabile delle azioni del padre e poi, cosa più importante, aspettava due elfling e perciò doveva restare tranquilla.

Lei sembrò leggergli il pensiero. "Non preoccuparti, Thranduil. Immagino già che non sarà facile per me sentire ciò che hai da dire, ma sono pronta ad ascoltarlo ugualmente".

Elrond intervenne. "Dovrebbe parlare il meno possibile, deve riprendersi".

Thranduil era stanco, anche rigenerarsi costava fatica, i pensieri erano confusi, si ricordava soltanto dolore e preoccupazioni. "Mi ha trascinato…", iniziò Thranduil respirando piano, "mi ha trascinato legato a Lùth, i polsi e le gambe… bruciavano… tiravano… Poi sono fuggito … ma mi sono svegliato legato … c'erano diverse voci…".

"Thranduil, va bene così. Rilassati, non è necessario continuare", lo interruppe Elrond avvicinandosi all'amico e spezzando un po' di lembas per lui in modo che potesse mangiarlo da solo.

"Elrond,..Legolas è… in pericolo. E Wisterian, credo … che lui l'abbia vista morire. Mio padre… oh, Elrond. La sua spada! L'hai ritrovata?".

Elrond gli sistemò i capelli bagnati, e aiutandolo a stare seduto gli raccontò di Glorfindel. "Nelle sue mani siamo al sicuro", disse Gil-galad.

Thranduil sospirò, aveva fiducia in Glorfindel, sapeva che era un elfo d'onore e se Elrond gli aveva dato una missione, lui l'avrebbe portata a termine.

"Cosa c'entra la spada di Oropher?", chiese Celebrian a Elrond.

Elrond guardò Bolin, non se la sentiva di raccontare a tutti ciò che il nano gli aveva confidato, Gil-galad vedendolo esitare rispose al suo posto. "Ci sono due spade, me lo ha detto suo padre. Ma non so per quale motivo".

Thranduil piegò le gambe al petto, ma subito le riabbassò. "Sembrava difettosa…", disse fermandosi prima di tossire. Si piegò in avanti, ma perse l'equilibrio e cadde di lato. Elrond però lo riportò velocemente in posizione seduta.

"Basta parlare, Thranduil", gli disse con tono greve.

Il Re di Boscoverde cominciò a respirare piano, il ricordo di suo padre era doloroso; Gil-galad gli si avvicinò e presagli la mano, gli fece scivolare dentro l'anello di Oropher. "Questo era di tuo padre ma ora è tuo, giusto?".

Thranduil osservò l'anello e lo riconobbe.

"Come hai fatto ad averlo? Quando abbiamo sepolto Oropher, lui non l'aveva?", gli chiese Elrond.

"E' vero. L'ho trovato ieri. Qualcuno lo ha lanciato tra gli alberi", rispose Gil-galad.

Thranduil prese fiato: "Qualcuno!", disse sarcastico. "Qualcuno… che credeva che l'anello… potesse dargli… chissà… quali poteri …".

Thranduil chiuse la mano a pugno con dentro l'anello, sembrava un inestimabile tesoro, come quando da piccolo trovava qualche pietrolina colorata e la conservava gelosamente credendola un gioiello. "Ma il Regno di Boscoverde… non è protetto… da nessun anello…", continuò con voce tremante.

Elrond gli tenne le spalle con le sue mani, poteva vedere la tristezza e in una certa misura anche l'amarezza negli occhi dell'amico. "Thranduil, riposati…".

Thranduil lo guardò dritto in faccia e con stanchezza mista a orgoglio terminò: "Eppure è protetto… da elfi coraggiosi… dall'amore per la foresta… dalla dedizione e compassione del nostro Re..", ancora una volta si rese conto di aver parlato come se Oropher fosse ancora vivo, vide Elrond che era senza parole e non sapeva come confortarlo, ma continuò: " e anche nudo e strisciante lo proteggerò anche io, lo proteggerò… e anche tutti gli elfi… che mi seguiranno… sempre… sempre troveranno… una casa… sicura…".

Poi non ce la fece più, si portò le mani al viso e nascose quella che per lui era una debolezza, ma non lo era.

Elrond si voltò verso suo padre, gli occhi di Gil-galad erano lucidi. "Devi essere forte, Thranduil. Per il tuo regno e per tuo figlio".

Legolas! Il pensiero di suo figlio era costantemente nella testa di Thranduil; avrebbe voluto contattarlo però aveva bisogno di essere lasciato da solo, perciò decise di darsi un paio di minuti di calma che sarebbero bastati per rassicurare Elrond e gli altri e poi avrebbe aperto il suo collegamento con Legolas.

Intanto nelle vecchie prigioni in disuso era stato condotto un guaritore. Galion lo mise nella stessa cella di Legolas e poi andò via, non voleva confrontarsi ancora con il giovane principe e rimase sconvolto quando Legolas non si mosse e non disse una parola.

Chissà cosa aveva il principino? Non voleva avere sulla coscienza anche la sanità mentale del giovane. Ah! Cosa avrebbe dato per tornare indietro, ma indietro non si torna mai.

Quando uscì dalle prigioni pioveva. Galion si voltò istintivamente verso la galleria, non era stata una buona mossa lasciare lì dentro i prigionieri. Se avesse continuato a piovere c'era il problema che i muri potessero franare e il suolo aprirsi creando fossati pericolosi. Per questo motivo le prigioni erano state spostate di luogo e posizionate all'interno della fortezza nei sotterranei.

Un brivido percorse la schiena dell'elfo, la pioggia diventava sempre più forte e gli alberi sembravano diventare più scuri e ostili. Camminando i piedi gli si impigliavano in radici, cespugli, erbe spinose. La foresta non gli era più amica come un tempo, perché i tempi cambiano e con loro anche ciò che ci circonda, e quando si diventa disincantati sembra che anche le cose più pure siano corrotte.

Un fortissimo tuono rimbombò nell'aria cogliendo alla sprovvista Galion, che immediatamente si coprì le orecchie con le mani, poi una serie di fulmini caddero uno dopo l'altro fino a che non si sentì un urlo. Allora corse verso il luogo da cui proveniva la voce, non sembrava essere troppo distante e difatti dopo appena un centinaio di metri trovò un grosso ramo spezzato che copriva il corpo di un elfo.

Velocemente Galion spostò il ramo e girò verso sé l'elfo per verificare l'entità della ferita che aveva riportato, ma non servì a niente. La testa dell'elfo, il complice di Celeborn che lo aveva accompagnato dal Pian della Battaglia fino a Boscoverde, era mollemente attaccata al corpo, nella caduta il poveretto si era spezzato il collo.

Galion ebbe un sussulto, la morte non avrebbe mai dovuto far visita ai Primi nati, e confrontarsi con essa non era mai facile. Per cosa aveva superato la guerra questo poveretto? Per morire a Boscoverde stando su un albero a…

Galion esitò un attimo. Cosa stava facendo l'elfo in quella parte della foresta? Non c'era niente che potesse interessargli. Celeborn era nella fortezza, di Rhiaian non era stato informato. Che stesse controllando da lontano le prigioni? E per quale motivo? Che stesse seguendo lui?

Le gocce di pioggia scendevano con maggiore violenza sul viso di Galion e il dubbio che Celeborn non si fidasse poi così tanto di lui gli si insinuò nella mente. Certo, era consapevole di essere uno strumento nelle mani del Signore del Lothlòrien, lo aveva usato per raggiungere alcuni obiettivi comuni, ma che Celeborn non si fidasse di lui e che lo facesse pedinare, o peggio ancora che magari stesse cercando una scusa per eliminarlo non gli era mai passato per la testa. Almeno non fino ad allora.

Galion aveva compiuto alcuni errori nella sua vita, ma non per questo si sarebbe dimenticato di mostrare un po' di pietà verso chi la vita non l'aveva più. Con una mano chiuse gli occhi dell'elfo, pregò i Valar di perdonare i suoi errori e Mandos di mostrarsi pietoso nei confronti di questa giovane vita, poi prese in braccio l'elfo ormai morto e lo condusse all'interno della fortezza con l'intenzione di lavarlo, rivestirlo con abiti puliti e assicurarsi che avesse una degna sepoltura.

Il guaritore aveva cercato di avvicinarsi a Legolas,ma questo si era stretto a riccio e aveva iniziato a singhiozzare. La pioggia non aiutava di certo, anzi spaventava di più il giovane elfo che poteva sentire ogni piccola mossa del terreno sotto e sopra lui.

I suoi sensi, a stretto contatto con la natura, potevano sentire la preoccupazione degli alberi, il timore che le loro radici non riuscissero a tenersi ancorate al terreno, che i fulmini colpissero qualcuno nella foresta, qualcuno che si era mostrato molte volte loro amico.

Pioveva il giorno che nonno Oropher e suo padre erano partiti. Era stato strano, c'era stato il sole fino al giorno prima e poi all'improvviso il cielo si era oscurato. Suo nonno gli aveva sorriso e gli aveva detto di non preoccuparsi di niente che non aveva intenzione di entrare nelle Sale di Mandos, che aveva altri progetti.

Lui era giovane, ma sapeva che il nonno gli stava dicendo una mezza bugia; suo padre invece non gli aveva promesso niente, non lo aveva rassicurato, gli aveva permesso di dormire con lui e la madre la notte prima e al momento della partenza lo aveva solo stretto a sé in un abbraccio infinito.

Legolas poteva sentire ancora la mano di suo padre che gli massaggiava le spalle e formava dei centri nella schiena, era molto rilassante, però gli alberi non erano contenti, i pensieri si confusero nella mente di Legolas, l'agitazione della natura lo stordiva, era una sensazione troppo forte da poter gestire, doveva distaccarsene, suo padre glielo aveva detto: "La foresta è dotata di una forza senza misura e senza tempo, neanche un elfo adulto può sentire contemporaneamente i pensieri di tutti gli alberi, di tutti gli esseri che vivono in essa, né tantomeno assorbirne le emozioni".

Perciò decise di concentrarsi su qualcos'altro. Ma cosa? Forse poteva essere … sì, avrebbe pensato ai fiori che avevano piantato nel giardino e che sicuramente ora stavano iniziando a sbocciare. I fiori andavano bene, era un pensiero delicato, profumato e … e poi un fortissimo tuono lo fece trasalire e riprendere il contatto con la realtà.

"Pelhiat!", esclamò riconoscendo il guaritore.

"Oh, mio principino! Cominciavo a pensare che non si sarebbe più ripreso", ricambiò il guaritore avvicinandosi. "Per favore, mi permetta di controllarlo".

"Ci hanno rinchiusi qua, ho paura".

"Non si deve preoccupare, Fidelhion non potrà più farle del male. E' morto".

Legolas allargò gli occhi in preda alla disperazione, sapeva che Fidelhion era stato gravemente ferito, e da subito aveva immaginato che fosse morto, ma averne la certezza era comunque spaventoso, ancora di più però era pensare che gli altri credessero che gli aveva fatto del male. Questo non era vero e lui non avrebbe permesso che la sua memoria venisse oscurata da tali menzogne.

"Fidelhion, non mi ha fatto del male".

Pelhiat stava aprendo la borsa con le attrezzatture mediche a sua disposizione, lasciò tutto e alzò lo sguardo verso Legolas.

"Mio principino, non si ricorda? Fidelhion ha ucciso sua… voglio dire, la principessa Wisterian…".

Legolas si alzò in piedi mantenendo una postura che sicuramente aveva imparato dal nonno. Il petto in fuori, lo sguardo fiero e sicuro. "So cosa dico, Pelhiat. Fidelhion ha cercato di salvarmi e di salvare anche mia madre. E' stato Galion a uccidere prima mia madre e poi Fidelhion".

Pelhiat non sapeva cosa credere. Galion e il signore del Lothlòrien Celeborn gli avevano detto che Legolas era uscito di senno, che confondeva la realtà con l'immaginazione. Ciò che si era trovato di fronte era un ragazzo sicuramente sconvolto e stanco, ma sembrava essere molto lucido.

Non voleva contraddirlo, per ora voleva solo assicurarsi che fisicamente non avesse riportato alcun danno, poi gli sarebbe servito un po' di tempo per capire se il principe stava dicendo la verità, oppure se non era più in grado di riconoscerla.

Così visitò Legolas e non trovò alcun danno fisico. Una volta terminato per poco non gli venne un colpo, quando sentì una voce chiedere.

"Allora, come sta Legolas, signor Pelhiat? Tutto a posto?".

Il guaritore saltò su due piedi, facendo scappare una risata al principe. "Chi parla? Dove sei?".

"Si calmi, per cortesia. Sono nella cella affianco alla vostra, mi chiamo Mithrandir, o almeno così mi chiamano e sono un amico di Legolas".

"E' vero", confermò il principe.

"Ma io non ho visto nessuno quando sono entrato!", riprese ancora un po' spaventato.

"Perché mi trovo nella cella successiva".

"Certo, certo, nella cella successiva", ripeté tirando un sospiro di sollievo Pelhiat. "Il principe Legolas sta bene, almeno per quello che posso vedere fisicamente. Comunque magari domani le saprò dire di più".

"Domani?", chiese Mithrandir.

"Bhè, non credo che Galion mi lascerebbe qui, … in queste … vecchie prigioni. Io dovevo solo visitare il principe", disse pesando ogni singola parola. Poi si rese conto della situazione in cui si trovava. "Ma perché siete qui? Voglio dire … sicuramente c'erano delle stanze libere nella fortezza".

"Non ci aveva pensato, vero?".

"Come?", chiese il guaritore.

"Non credo che Galion verrà a prenderla, non siamo ospiti, siamo prigionieri, e nessuno verrà a portarla fuori di qui", gli spiegò Mithrandir.

Pelhiat si lasciò cadere a terra, affranto. Quando Galion era andato a chiamarlo e a dirgli di seguirlo che il principe Legolas aveva bisogno del suo aiuto, lui non aveva pensato a niente, aveva raccolto tutto il necessario e lo aveva seguito. Vedendolo entrare nelle prigioni aveva semplicemente pensato che forse il principe, spaventato dalla mancanza del padre e della madre era andato a nascondersi in qualche improbabile nascondiglio e aveva finito col ferirsi.

Non aveva assolutamente fatto caso al fatto che Galion lo aveva chiuso dentro la cella, perché la vista di Legolas lo aveva scosso. Galion! Pelhiat si voltò di scatto verso le grate, ovviamente Galion non c'era più.

"Che stupido! Come sono stato stupido!", disse a se stesso mettendosi le mani tra i capelli.

Legolas aveva smesso di ridere, si era fatto serio e mentre le parole di Pelhiat si facevano lontane sentì che suo padre cercava di mettersi in contatto con lui.

Thranduil riposava, o almeno così voleva far credere agli altri. Non stava ancora bene, però era riuscito a recuperare un po' di energia. Se fosse stato previdente se la sarebbe conservata per se stesso, ma lo spirito aveva bisogno di guarire quanto il corpo e forse molto di più, perciò raccolte le sue forze le incanalò nella sua mente e aprì il suo spirito a suo figlio.

"Legolas, mia piccola foglia! Sono il tuo Ada, mi senti".

E come nei giorni migliori, quando bastava una chiamata a voce per ottenere una risposta, la risposta inaspettatamente venne subito.

"Ada! Dove sei, Ada?".

"Sono a Boscoverde, figlio mio".

L'immagine della foresta si impresse nella mente di Legolas, che di ricambiò inviò al padre l'immagine delle vecchie prigioni.

"Sei solo?".

Legolas creò l'immagine di Mithrandir e di Pelhiat e poi quella di Gil-galad. Thranduil esitò, avrebbe chiesto chiarimenti.

"Tieni duro, figlio mio. Ti amo".

"Ti amo, sarò forte, Ada. Sarò forte per te".

La comunicazione si interruppe bruscamente. Thranduil si sentì scuotere fino a quando non riprese i sensi. Elrond lo fissava preoccupato. "Mi senti? Thranduil?".

"S…s…sì", riuscì a dire il Re di Boscoverde con mezzo sorriso.

"Perché ride?", domandò Bolin. "Ha preso un colpo in testa?".

Elrond gli regalò uno sguardo di sufficienza, ma non gli diede la soddisfazione di una risposta.

"Le…g..las", farfugliò Thranduil, "bene…".

"Hai comunicato con Legolas?", domandò stupito e incuriosito Elrond. "Come hai fatto?".

Thranduil sorrise, non aveva la forza di spiegare tutto a Elrond, e forse non voleva neanche farlo; era un dono speciale che i Valar avevano donato a lui e al figlio, e in cuor suo non voleva condividerlo con nessuno. E Elrond capì che la sua curiosità non sarebbe mai stata soddisfatta. "Davvero, Re di Boscoverde, sarai davvero un grande Re".

Detto ciò, prese un altro pezzo di lembas e lo diede a Thranduil. "Mangia", gli ordinò, "e non sprecare, anzi usare", si corresse immediatamente, "altre energie. Ti servono per guarire e camminare sulle tue gambe".

"Dove è … dove è Gil-g..l…d?", chiese con le poche forze che aveva.

"Ci sono stati un forte tuono, poi dei fulmini e un urlo, non ti ricordi?".

Thranduil fece cenno di no.

"E' andato per controllare. Tornerà entro stasera".

Thranduil ebbe un brivido. La giornata era lunga e la sentiva sulla sua pelle goccia dopo goccia. Bolin gli si accostò ancora di più, mentre Elrond si avvicinava a Celebrian.

Il Re di Boscoverde guardò la coppia, li conosceva da molto, si sarebbero meritati molto di più di ciò che la vita gli aveva dato, però si ritrovò a pensare con due elfling forse si potevano pareggiare i conti.

"A cosa pensi?", gli chiese Bolin.

"Mi sto chiedendo… se i figli… possono davvero… sistemare gli errori dei padri,… o le ingiustizie… da loro subite".

Bolin esitò, la questione lo coinvolgeva più di quanto Thranduil potesse immaginare. "Io spero di sì", rispose laconico.

Thranduil sentì una certa titubanza nella voce del nano. "Ti ricordi? Abbiamo in sospeso una discussione … sulla … tua famiglia…?", domandò cercando di dare un timbro imponente alla propria voce, ma la sua gola, già parecchio sollecitata lo tradì e iniziò nuovamente a tossire.

"Bolin!", chiamò stizzito Elrond.

"Non sono stato io!", si difese quello senza sapere bene quali erano le accuse.

"Ho detto che deve riposare", continuò Elrond, "significa che non deve fare niente, non deve pensare, non deve ascoltare, non deve parlare e neanche tossire".

Haldir rideva sopra un albero, osservando la scena.

Bolin puntò il dito contro Thranduil e ripetè, in realtà scimmiottando Elrond, "… e neanche tossire. Già".

Thranduil cominciò a ridere, ma ovviamente non ce la faceva, tossiva e rideva, tossiva e rideva, poi cominciò a mancargli il fiato. Elrond gli fu accanto e preso un unguento cercò di placargli la tosse spalmandoglielo nel petto.

"Spostati!", ordinò a Bolin che da canto suo dopo aver detto qualche gentile parola in nanico nei confronti di Elrond si sedette accanto a Celebrian.

Lei aveva il sorriso stampato sulle labbra, vedere Elrond agitato era sempre impagabile. "Secondo me si diverte", disse lei.

"Già", fece lui e con mezzo sorriso replicò, "anche io". Poi la pioggia cominciò a cadere ancora più copiosamente e l'atmosfera si fece seria.

Haldir scese dall'albero e si avvicinò ai due in tempo per sentire Bolin chiedere a Celebrian. "Cosa farai quando ti ritroverai faccia a faccia con tuo padre?".

Anche Elrond e Thranduil potevano sentire la conversazione grazie al loro formidabile udito. Entrambi erano curiosi di conoscere la risposta.

Celebrian iniziò a tormentarsi le dita, ci aveva pensato tante volte ma probabilmente lo avrebbe scoperto solo nel momento in cui se lo sarebbe trovato di fronte.

"Oh, Bolin! Cosa potrei dirgli? Non capisco perché tanto male, tanti inganni, però … nonostante tutto… io…".

"Se fosse … mio padre… io… non lo perdonerei" disse Thranduil all'improvviso spiazzando tutti "però, conti-nuerei… ad … amarlo".

Celebrian scoppiò in lacrime giacché tali erano anche i suoi sentimenti, ma solo lei doveva affrontarli in prima persona. "Celebrian non piangere! I tuoi piccoli potrebbero soffrirne", disse Bolin riferendosi ai gemelli.

"Elfling", lo corresse Elrond, "si dice elfling".

Haldir si fece più attento, intuiva che qualcosa di divertente stava per accadere.

"Oh, scusatemi. Dicevo, i tuoi piccoli elfling potrebbero…".

"Non piccoli! Basta elfling, elfling", ripetè Elrond

"Va bene", disse scocciato Bolin mentre Haldir si nascondeva a ridere dietro un albero, distraendo sia Celebrian che Thranduil dalle loro preoccupazioni e facendoli sorridere, "I tuoi elfling,elfling potr…".

Elrond sbuffò, mentre Haldir sempre nascosto scoppiava in una sonora risata.

"Cosa c'è adesso?", domandò disorientato Bolin non riuscendo realmente a capire la situazione.

Elrond non poteva crederci! Questo nano lo stava mettendo a dura prova però con lui non ci si poteva davvero annoiare.

"Allora, Mastro Nano", disse Elrond sorridendo sconfitto, "Come vorrebbe che chiamassimo i due piccoli-elfling?".

Bolin si sentì riempire d'orgoglio. Finalmente la questione dei nomi veniva affrontata e lui ne era partecipe.

"Pensavo", iniziò "Pensavo a uomo-elfo, che riporti alla mente la vostra origine, oppure visto che tutti andate a cavallo, in maniera formidabile intendo, anche uomo-cavaliere o elfo-cavaliere".

Tutti erano in silenzio mentre Elrond pensava, poi disse: "Che in lingua elfica sarebbero…".

"Elladan e Elrohir!" completò Glorfindel scendendo da cavallo. Tutti colti alla sprovvista rimasero a bocca aperta.

Solo Bolin riuscì a parlare. "E' tornato! E' tornato quello simpatico!", poi assumendo un'aria simpaticamente di sfida domandò:" Ma la spada l'hai trovata?".

Glorfindel guardò Elrond interrogandolo sulla questione, ma non c'era niente che potesse fare, il suo amico rideva a più non posso.