Solo Bolin riuscì a parlare. "E' tornato! E' tornato quello simpatico!", poi assumendo un'aria simpaticamente di sfida domandò:" Ma la spada l'hai trovata?".
Glorfindel guardò Elrond interrogandolo sulla questione, ma non c'era niente che potesse fare, il suo amico rideva a più non posso.
Cap 15
"Buonasera, Mastro Nano", disse Glorfindel, "Sì, sono tornato. Grazie ai Valar".
L'elfo si diresse verso Elrond e lo abbraccio brevemente, gli fece un mezzo sorriso per rassicurarlo circa la riuscita della sua missione, della quale non aveva intenzione di parlare in pubblico, poi si avvicinò al fuocherello e guardò dentro il tegamino.
"Non c'è niente di pronto!", esclamò constatando che né coniglio, né minestra stavano riscaldando.
"Lei è abituato troppo bene, signor Glorfindel", disse Celebrian, "La pioggia non ci aiuta molto in faccende culinarie. Il fuoco si spegneva ogni due secondi".
Lui le sorrise e raccogliendosi i capelli biondi diede loro una strizzatina. "Ormai è da un bel po' che non incontro altro che pioggia. Comunque… "riprese, cambiando discorso "… darai alla luce due elfling, che grande meraviglia e gioia è concessa alle Elleth!".
"Che sarebbero?", chiese Bolin.
"Le donne elfo", spiego Elrond.
"Già! Sapete, giusto per non perdere il filo del discorso", disse Bolin.
Celebrian arrossì. "Due maschietti, se Elrond ha visto bene".
Glorfindel rise felice. "Quando lo sapranno i vostri padri saranno pieni di gioia!", disse rivolgendosi a Elrond e Celebrian.
Il gelo cadde come una campana di vetro su loro e sembrò isolarli dal resto del mondo conosciuto. Glorfindel non capiva e gli altri elfi non volevano dare spiegazioni. Fortunatamente c'era un nano fra loro che non aveva remore a spiegare con brevità gli eventi trascorsi.
"Dunque…", cominciò serio mentre Glorfindel ascoltava, "Il padre di Celebrian…"
"Celeborn", disse Glorfindel.
"Sì, Celeborn, ha cercato di uccidere il padre di Elrond!", continuò Bolin.
"Gil-galad!", esclamò Glorfindel.
Bolin si massaggiò la barba. "Esatto, poi ha cercato di uccidere il nuovo Re di Boscoverde".
Glorfindel si girò verso il Re che giaceva a terra chiaramente ferito. "Thr…".
"Thranduil!", disse Bolin soddisfatto di esser stato più veloce di Glorfindel, il quale inarcò le sopracciglia chiaramente irritato, ma divertito. "Ma non c'è riuscito".
Glorfindel guardò Celebrian che si accarezzava la pancia, era visibilmente provata e triste. "E' successo qualcos'altro in mia assenza?", domandò l'elfo.
Elrond intervenne. "Sappiamo che Celeborn è nella fortezza, ha imprigionato Legolas e Mithrandir. Ti ricordi di lui? Era già venuto a Imladris".
"Sì, ricordo di un vecchio uomo, o qualcosa di simile…", disse restando sul vago Glorfindel, "Che dire di Wisterian?".
Ancora una volta il silenzio scese fra la compagnia, e fu interrotto solo dall'arrivo di Gil-galad che portava con se del cibo e dell'acqua. "Eccomi!", disse facendosi avanti tra gli alberi e scuotendosi un po' d'acqua di dosso, quando, senza nessun preavviso, si trovò dinnanzi il suo più caro amico: Glorfindel.
"Mellon nin! E' fantastico rivederti. La tua presenza mi rallegra", disse Gil-galad abbracciandolo.
"Mellon nin, a quanto pare sono io che dovrei essere super felice di vederti. Sei partito per trovare Thranduil e quasi morivi. Comunque chiedevo notizie di Wisterian. Tu puoi darmene?".
"E' morta!", disse Thranduil a mezza voce, "E' stata assassinata".
"Chi l'ha uccisa?", domandò sconvolta Celebrian pensando fosse stato suo padre.
"E' stato Galion", svelò Gil-galad.
"No… non può essere", disse con voce delusa e triste Thranduil. "E' sempre stato fedele … a mio padre. Non può …". Il respiro di Thranduil si fece pesante, cercò di alzare il braccio per massaggiarsi la fronte, ma la spalla glielo impedì. Ancora una volta il dolore chiedeva il suo pedaggio.
"Ci vuole dell'acqua calda", disse Elrond a sé stesso.
Glorfindel, che era quello più vicino al tegame, lo prese e glielo porse.
"Bisogna riscaldare dell'acqua e mettere dell'Athelas in infusione", continuò Elrond.
"Dove lo tieni?", chiese Gil-galad vedendo Thranduil impallidire sempre più.
"Nella sacca, laggiù".
"Io non riesco a capire…", continuava Thranduil, "Galion … oh Valar! A lui avrei af-fidato chiunque-chiunque…".
"Elrond, qua non c'è niente", disse Gil-galad frugando nella sacca.
"Guarda bene; c'erano ancora un paio di foglie", gli rispose fremente il figlio.
Thranduil si mise in ginocchio e cercò di alzarsi facendo forza solo sulle gambe. Glorfindel lo sostenne perché chiaramente il nuovo Re di Boscoverde non poteva cammianre da solo.
"Thranduil, accidenti. Devi stare seduto", urlò Bolin con tanta forza che tutti si girarono verso lui. "Ma insomma, non ascolta proprio. E già!".
"Siediti, siediti subito!", rincarò la dose Elrond. "Glorfindel, fallo stare seduto, deve riprendersi".
"E' bagnato fradicio, non si riprenderà mai così!", disse Glorfindel.
Elrond non riusciva a trovare le erbe, vedeva che Thranduil non stava facendo progressi e del resto non poteva dar torto a Glorfindel. La pioggia non finiva e per guarire bisognava stare al caldo e all'asciutto.
"Potremmo costruire un riparo con dei rami di foglie fresche, una sorta di capanna", propose Haldir.
"La pioggia è molto forte…", fece notare Bolin.
Glorfindel estrasse la propria spada dal fodero. "Non sarà un po' di pioggia ha bloccare un elfo…".
Thranduil però, nonostante la stanchezza e la voglia di star meglio, non sembrava d'accordo. "No, lasciate stare gli alberi…".
"Non è il caso di fare il sentimentale, pochi rami in meno nella foresta non la distruggeranno di certo", lo rimproverò Elrond.
"Lasciateli sta…re, prendete i… i…i… rami ca-duti…", continuò mentre la voce gli si spegnava in gola.
"I rami caduti sono secchi e senza foglie, non si può costruire un riparo con quelli", aggiunse Gil-galad, aiutandolo a sedersi nuovamente contro un albero.
"Cosa è stato?", chiese poi guardandosi attorno con circospezione.
Tutti stavano sull'attenti, c'era un fruscio alquanto sinistro nella foresta, un bisbiglio continuo. La pioggia era passata in secondo piano, era come se una voce aleggiasse nell'aria, ma non si riusciva a capire cosa dicesse e da dove provenisse. Dei presenti, solo un elfo poteva capirla appieno: Thranduil.
"Non… spaven..ta..te..vi…", disse il nuovo Re di Boscoverde.
La voce cominciò a diventare frenetica, era una sorta di fischio prolungato, una specie di solletico che sollecitava i sensi, un messaggio inviato con il fretta di giungere a destinazione; gli elfi cercavano di individuarne la fonte ma la voce non partiva da nessun punto in particolare.
"Credo", azzardò Bolin "che si tratti di magia elfica".
"Noi elfi non abbiamo poteri magici…", disse Elrond.
"Allora se non è magia sono i Valar che parlano per mezzo della foresta…", concluse il nano.
"In principio fu la musica dei Valar, con la quale essi componevano a beneficio di Eru, poi la musica prese forma di Eä, l'Essere", disse Elrond.
"E dunque il rumore che sentiamo, questo bisbiglio è la voce della creazione? La voce della Foresta, e dei Valar?", chiese in soggezione Gil-galad, che tanto avrebbe voluto capire di Arda quanto suo figlio.
"Non lo so padre, però credo che Bolin abbia ragione quando dice che la foresta parla… cosa dica, non riesco a capirlo. Thranduil, tu puoi?", domandò Elrond.
Thranduil aveva il viso appoggiato alla corteccia dell'albero, sembrava essere in una sorta di trance, non si muoveva e non parlava, il suo sguardo era fisso in avanti, e il suo respiro lento ma non pesante.
"Cos'ha?", chiese Haldir.
"Attenti!", urlò Celebrian indicando un punto in alto tra gli alberi. Glorfindel si inginocchiò accanto a Thranduil ma venne spostato con forza di lato, cadendo di spalle sul terreno fangoso.
"Oh, Valar!", sentì dire in coro mentre si rialzava pronto a difendersi.
Ciò che videro, sul fare della sera, li lasciò meravigliati. Infatti ebbe luogo un evento che mai si sarebbe riproposto ai loro occhi e a cui mai avevano assistito prima. Non era qualcosa che si poteva comandare, né si poteva pretendere, era puro amore dei Valar alle loro creature, della Foresta al suo Re.
L'albero, l'antico albero a cui Thranduil si era poggiato, aveva piegato i suoi rami e, intrecciandoli in una fitta rete, creato una sorta di capanna semisferica entro la quale neanche una goccia d'acqua sarebbe potuta penetrare.
E là dentro Re Thranduil di Boscoverde cominciò a brillare di luce stellare e di energia che gli alberi e la foresta gli trasmettevano, e la sua aurea si fece più forte per poi indebolirsi e ancora rafforzarsi e ciò diverse volte per quasi un'ora.
E quando poi l'aurea rimase costante l'albero sciolse l'abbraccio dei suoi rami e Thranduil sebbene non del tutto guarito, poiché molte erano le lesioni che aveva subito, apparve rinvigorito e in condizioni piuttosto discrete tanto che Elrond colto da meraviglia si dovette sedere e per tutta la notte nessuno ebbe il coraggio di parlare, ma lasciarono che Thranduil riposasse ancora e che il suo stato di trance arrivasse al suo completo compimento nella luce stellare che il Re emanava.
L'aria era fredda e pungente quando la mattina Galion, senza essere visto e seguito da nessuno, raggiunse le vecchie prigioni. Entrato dentro, a passo lento, raggiunse le celle. Supero velocemente quella in cui erano rinchiusi Legolas e Pelhiat senza dare ascolto alle loro parole.
Si trattava più che altro di accuse, tutte fondate, per azioni poco pregevoli da lui compiute; e tutto ciò che dicevano era vero, ma non aveva tempo per spiegare come e perché era arrivato a quel punto, e altre cose urgevano maggiormente.
Si avvicinò perciò alla cella di Mithrandir e lo osservò con attenzione. Sembrava un uomo, niente di speciale ma Gil-galad glielo aveva indicato con particolare enfasi, dicendogli che non era una persona affrettata e che avrebbe fatto tutto al momento giusto.
Mithrandir si alzò dall'angolo in cui era seduto per guardare con maggior accuratezza l'elfo che era riuscito a incastrarlo per bene e ancora vide nei suoi occhi qualcosa che stonava, pareva insicurezza o forse timore.
La paura fa agire in modi imprevedibili.
"Venga, si avvicini", gli ordinò Galion.
Mithrandir fece qualche passo in avanti, ma rimase cauto. "Se non sbaglio hai organizzato tu tutto questo spettacolo", disse indicando la cella umida.
"Mi creda, è il posto più sicuro per voi. Tenga", disse porgendogli una chiave.
Mithrandir la guardò e perplesso chiese. "E' la chiave della cella?".
"Certo. E di cosa sennò! Ma non la usi ora. Gil-galad ha detto che lei non sarebbe stato avventato nell'usarla, né tantomeno frettoloso. La custodisca con cura, presto le servirà".
"Perché lo sta facendo?".
"Da qualche parte si deve pure cominciare", rispose Galion.
E come era entrato se ne andò, lasciando Mithrandir solo con i suoi pensieri.
Spesso la verità sta nel mezzo, o almeno così si dice, ma dove c'è l'onestà e il rispetto non può che esserci una sola verità. Galion non era stato né onesto né tantomeno rispettoso di ciò che la vita gli aveva offerto.
Non era poca cosa vivere in un regno in cui i sovrani si preoccupavano sinceramente del loro popolo, in cui si veniva trattati da pari e ascoltati, in cui tutto era di tutti e anche le ricchezze accumulate erano a vantaggio di tutti.
L'amicizia di Oropher non gli era mai mancata e così il rispetto di Thranduil, chissà come e chissà quando Galion aveva iniziato a pensare che ciò che aveva non gli bastava più, ora mentre entrava, per mezzo del passaggio segreto che aveva costruito lui stesso, dentro la fortezza non si ricordava più esattamente come si erano svolti i fatti.
Forse era stata l'idea di avere di più. Più di cosa, però?
Forse era stata l'idea di comandare. Ma comandare chi? Non lo sapeva, certo non gli elfi di Boscoverde che non si facevano comandare da nessuno, ma avevano scelto di seguire qualcuno, e non si trattava solo di una sfumatura di parole, era stato molto di più.
Gli elfi silvani avevano visto in Oropher una guida, un capitano, qualcuno che valeva la pena seguire perché non li avrebbe mai lasciati da soli, neanche di fronte al più grande e temibile nemico. E difatti Oropher era caduto come un umile elfo silvano, come tanti di loro, al fianco di chi lo aveva scelto e mai si era risparmiato.
Una mano sulla spalla fece trasalire Galion. "Che c'è? Sembra tu abbia visto un Balrog!", gli disse Celeborn.
"Oh, scusa. Ero sovrappensiero".
"L'ho notato!", sbuffò il signore del Bosco Dorato. "Allora a che punto sei con l'organizzazione della riunione?".
"Guarda, siamo davvero in pochi. Cinque dei consiglieri erano partiti in guerra. Rimangono cinque elfi ed io".
"Bene, in mattinata vorrei parlare con loro".
"Va bene", rispose Galion.
La loro attenzione venne attirata da Nedhian che si avvicinava a grandi passi.
"Signore", disse rivolgendosi a Galion, "la pioggia sta aumentando e sta facendo danni. Il tetto della scuderia è crollato e alcuni cavalli sono scappati via".
"Ah, ci mancava anche questa!", esclamò Galion. "Quanti ne mancano?".
"Una decina".
"Galion, dobbiamo organizzare al riunione!", lo riprese Celeborn.
Nedhian però insistette: "Ma i cavalli? Non possiamo lasciarli girovagare per la foresta. Potrebbero …".
Celeborn alzò la voce. "Ho detto, che dobbiamo organizzare una riunione!".
Nedhian chinò il capo. "Chiedo scusa non volevo contraddirla".
Galion fece un sospiro, i cavalli avevano la priorità rispetto alla riunione che, lui sapeva già, non avrebbe risolto niente, anzi. "Bene, bene. Allora facciamo così, io organizzo questo incontro, e tu Nedhian prendi una squadra …".
"Una squadra, signore?", domandò Nedhian ben sapendo che una squadra era solitamente formata da dieci elfi di cui almeno sette con una preparazione completa.
"No," rifletté Galion, "non abbiamo una squadra al completo. Però insomma organizza un gruppo, dovete essere non meno di quattro però, perché se qualcuno resta ferito nella foresta ci deve essere chi può aiutarlo, e recuperate questi cavalli. Tutti, dal primo all'ultimo. Tornate solo se la pioggia diventa una tempesta".
Nedhian sorrise, non sarebbero tornati senza cavalli neanche se fossero stati investiti da un ciclone e anche Galion lo sapeva. Evidentemente non lo voleva attorno, per il momento. Brevemente salutò e andò a formare la sua prima squadra di salvataggio.
E così arrivò il pomeriggio. Celeborn aveva fantasticato parecchio sulla seduta che avrebbe dovuto tenere e finiva sempre con gli elfi silvani a testa bassa che gli davano ragione, consapevoli che non sarebbero riusciti a governarsi da soli.
Ah! Quanto può essere cieco chi si crede indispensabile. Su Arda però non esiste nessuno che possa fare tutto da solo, e prima lo si riconosce meglio è.
La sala del trono era grande, non lussuosa ma in ogni caso bellissima. Galion aveva sistemato sette sedie attorno a un tavolo circolare;
Galion e i cinque elfi, che più si avvicinavano alla figura di consiglieri, si accomodarono. Celeborn entrò e vedendo il tavolo tondo non lo trovò di suo gradimento, ma pensò che era una buona mossa strategica. Doveva mostrarsi loro amico e soprattutto gestire la questione con calma.
Si aspettava che tutti si alzassero al suo ingresso ma, a parte Galion, nessuno si mosse.
Si sedette, la sedia era di legno, e nessun cuscino la rendeva più morbida. Era difficile starci comodi, alzò lo sguardo verso i consiglieri e prese subito la parola. "Bene, non credo ci sia bisogno di molte presentazioni. Tutti voi sapete chi sono".
"Certo", disse un consigliere," il Signore del Bosco Dorato".
"E anche cugino di Thranduil", specificò Celeborn.
I consiglieri annuirono. Conoscevano bene i rapporti di parentela esistenti, ma non capivano a cosa stesse parando il parente della famiglia di Oropher.
"Sono qui per portarvi delle notizie che avrei preferito risparmiarvi, ma in quanto parente diretto del vostro sovrano mi sono sentito in dovere di portare a voce queste informazioni".
"Parlate, signor Celeborn del Lothlòrien, senza troppi preamboli. La guerra è terminata da pochi giorni, come Galion ci ha riferito e molti pensieri e preoccupazioni occupano la nostra mente. Non si facciano giochi di parole e diteci chiaramente a cosa vi riferite".
Celeborn odiava le maniere rozze degli elfi silvani. Era chiedere troppo non essere interrotti mentre si parlava? E tutta questa fretta poi…
"Bene. Come chiedete", disse facendo buon viso a cattivo gioco.
"Durante la guerra il vostro Re, Oropher , è morto".
"Morto?", chiesero visibilmente scossi gli elfi, mentre Galion confermava in silenzio.
"Sì, i nemici erano tanti e …"
"E gli alleati dov'erano?", chiese stizzoso un elfo chiedendo chiaramente a Celeborn perché non lo avessero aiutato.
"Gli alleati combattevano contro altri nemici!", rispose a denti stretti Celeborn, "Non potete neanche immaginare quante forme avesse assunto il male in questa guerra. I nemici era numerosi, molte volte il nostro numero, però non ci siamo tirati indietro. Non lo ha fatto nessuno, purtroppo però", continuò insinuando il seme del dubbio, "spesso i nostri nemici peggiori assumono le vesti di amici e anche parenti".
Gli elfi ascoltavano con molta attenzione, forse c'era stato un tradimento nelle linee amiche. Era possibile?
"Ciò che dico, lo dico con tristezza, serietà e molto dolore. Il vostro Re non sarebbe caduto se qualcuno non avesse manomesso la sua spada".
"Chi è stato? Ce lo deve dire! Abbiamo il diritto di sapere e di punire il colpevole!".
Pura gioia zampillò nel cuore di Celeborn… "punire il colpevole", che parole meravigliose!
"Io", disse piano Celeborn, "Io vidi Thranduil Oropherion maneggiare con la spada di suo padre e lo sentì pronunciare parole di invidia e di desiderio".
Gli elfi si agitarono nelle loro sedie, non parlavano, stavano lì pensando a cosa dire, cercavano di elaborare la notizia.
"Ora, la situazione si fa molto difficile per voi e per tutta Boscoverde. Il vostro Re è morto, il principe vi ha traditi. Mio nipote, Legolas è uscito di senno dopo aver assistito all'uccisione della madre per mano del suo amico Fidelhion, e ora si trova sotto la cura del guaritore Pelhiat, …".
"Tutto assieme?", chiese un elfo notando la strana coincidenza degli eventi. "E' possibile che sia accaduto tutto in una volta?".
"Talvolta il destino ci concede di compiersi un po' alla volta, altre volte piomba sulle nostre teste con violenza. Ma voi non dovete preoccuparvi più del necessario. Io come cugino di Thranduil, e parente in linea di sangue dei vostri sovrani, mi farò carico di guidarvi avanti fintanto che ne avrete bisogno, e se vorrete diventerò il nuovo Re di questa splendida foresta".
Un elfo, che fino ad allora era stato in silenzio e aveva solo ascoltato, prese la parola. "Andiamoci piano, signor Celeborn del Lothlòrien. Per prima cosa come facciamo a sapere se Thranduil ha danneggiato la spada di Oropher? Dovremmo analizzarla!".
"La spada è sepolta con il suo Re. Vuole forse aprire il tumulo e impossessarsene".
Tutti fecero cenno di no con la testa, era assolutamente impensabile.
"Comunque prima di condannare il principe Thranduil dobbiamo ascoltare anche la sua voce. Dove si trova?".
"Thranduil è scappato".
"Questo no! Non posso crederlo, né ora né mai!", gridò l'elfo sbattendo la mano sul tavolo in un impeto di rabbia.
Celeborn si alzò, e puntandogli il dito contro disse: "Allora mi dica lei dov'è. Oppure vada al Pian della Battaglia e guardi ciò che resta dei vostri guerrieri e chiedete loro dove si trovi. Un Re o un principe dovrebbe stare con la sua gente".
"E lei perché non si trova con l'esercito del Lothlòrien?".
"Perché io…", disse abbassando la voce "Sono stato inviato alla ricerca disperata di mio cugino. Credevo di trovarlo qui quando sono arrivato, perché lui è partito almeno un giorno prima di me… invece qui non c'è. Allora ho pensato che Boscoverde e i suoi elfi meritassero di sapere cosa era successo ai loro sovrani, e invece di tornare dal mio popolo mi sono fermato".
C'era molto su cui pensare e molte cose ancora da dire. Galion cercò di smorzare i toni. "Io credo, che l'offerta del signor Celeborn debba quantomeno essere presa in considerazione. La linea di sangue…".
"Il sangue non conta", disse un elfo.
Celeborn si irrigidì. "Come sarebbe a dire che non conta? Thranduil ha diritto al trono perché è figlio di Oropher".
"Esatto", confermò l'elfo per poi specificare "e noi scegliemmo Oropher. Ma lei signor Celeborn non è figlio di Oropher. E quando la linea diretta di sangue sarà terminata, allora sarà tempo di nuove elezioni".
"Sì", confermò un altro elfo, "Se fosse vero che Thranduil ha causato la morte del padre, certamente non potrebbe governarci, ma potrebbe farlo il giovane Legolas, sebbene non subito a causa della sua giovane età. E nel frattempo potremmo scegliere un sostituto".
Celeborn ingoiò amaro. Il sangue non contava! Avrebbero scelto! Questo non se lo aspettava, ma a tutto c'era rimedio.
"Allora vorrei propormi", disse chinando la testa verso gli elfi silvani, e questo gesto gli costò parecchio.
L'elfo, che aveva difeso dall'inizio alla fine i suoi sovrani, chinò la testa a sua volta in direzione di Celeborn. "La ringrazio della proposta", disse alzandosi, "ne siamo onorati. Ma sono gli elfi silvani e sindarin di Boscoverde a stilare la lista di chi vorrebbero fosse la loro guida. Purtroppo non si accettano candidature".
E detto ciò andò via. Gli altri quattro elfi si alzarono subito dopo e seguirono il loro amico lanciando occhiate interrogative a Galion.
Eccomi qua! Un altro capitolo è nato! Il prossimo sarà decisivo, la storia è quasi al termine e il confronto tra Celeborn e Thranduil è imminente. Inoltre non ho dimenticato certamente Rhiaian, avrà ancora un lavoretto sporco da compiere… ma meglio non anticipare niente.
Grazie a chi legge, a chi recensisce e buona domenica a tutti.
Alida
