Cap 16

Ci fu un tempo in cui Celeborn mai avrebbe immaginato di desiderare di essere padrone di una fortezza scavata nella pietra. Non si addiceva alla sua personalità fragile e scostante né tantomeno alla sua razza, gli elfi vivevano all'aperto non chiusi come i nani dentro la roccia.

Ma quel tempo era passato molti secoli fa, lui non era più un elfling e il Bosco Dorato aveva perso smalto ai suoi occhi. La sua lucentezza non lo abbagliava più del suo splendore. Eppure la piccola foresta era rimasta sempre la stessa, era lui a essere cambiato.

Dentro lo Specchio di Galadriel si era visto vincente, quando prima di partire per la guerra vi aveva guardato dentro, ma interrogata la moglie sull'uso dello Specchio questa gli aveva detto che il futuro lo creiamo noi con le nostre mani guidati dai Valar, ma se si cambia strada non se ne possono conoscere le conseguenze.

Galadriel però si riferiva alla guerra non certo ai progetti malvagi del marito, di cui non sapeva niente. E adesso le conseguenze imprevedibili erano chiare; forse l'uccisione di Wisterian era stata la goccia che aveva mosso i Valar a non assecondarlo più. Chissà!

Fatto sta che gli elfi silvani in un modo o nell'altro avrebbero presto imparato che con Celeborn non si scherzava. Perché con o senza l'appoggio dei Valar, lui sarebbe diventato Re di Boscoverde.

Celeborn camminava avanti e indietro nella sua stanza a passi leggeri e svelti. Doveva agire, cominciare a eliminare qualche ostacolo personalmente. Avrebbe potuto cominciare con una pedina importante ma facile da colpire: Legolas per esempio.

L'idea gli piacque subito, lo faceva sentire grande. Così prese il suo pugnale con il manico finemente decorato e si diresse verso le vecchie prigioni.

Finalmente la pioggia cominciò a farsi più leggera. Glorfindel era stanco di quest'acqua che non smetteva di cadere. Da quando aveva messo piede a Boscoverde aveva incontrato solo pioggia ma, come una volta gli aveva detto un anziano umano che aveva conosciuto a Imladris, "quando sarà ora che smetta, smetterà da sola".

Glorfindel prese la spada di Oropher e la porse a Elrond. Era inutile fare le cose di nascosto o in maniera riservata, il piccolo gruppo non aveva segreti, in compenso aveva orecchie fini e occhi attentissimi.

"Ecco a te. Questo è ciò che mi avevi chiesto".

Elrond tolse il telo verde con il quale la spada era avvolta e questa si mostrò in tutta la sua bellezza. Era bella, veramente fatta bene. La guardò con attenzione, gli era già capitato di ammirare la spada di Oropher da vicino e questa sembrava proprio essere l'originale.

Anche Haldir e Celebrian erano molto interessati alla spada, Bolin invece era timoroso. Il momento che aveva sperato non arrivasse mai, era dunque giunto.

"La spada di mio padre. Elrond, ci sei riuscito", disse Thranduil.

"Ma insomma, Thranduil. Ci fai prendere uno spavento dopo l'altro", lo riprese Bolin sussultando per lo stupore.

"Non c'eravamo accorti che fossi sveglio, Re Thranduil", disse Glorfindel.

Thranduil annuì. "Adesso, mi sono svegliato proprio adesso, giusto in tempo per vedere la spada", rispose allungando la mano per prenderla.

Elrond gliela passò. "Non è merito mio se è qua. E' stato Glorfindel a recuperarla".

Thranduil sorrise e ringrazio Glorfindel.

"Perché è tanto importante questa spada?", domandò Glorfindel.

"Perché è tanto importante da prenderla da una bara?", chiese Thranduil all'elfo. "Perché questa non è la spada di mio padre".

"Come è possibile?", domandò Haldir.

"Io l'ho presa dalle mani fredde di Oropher", affermò determinato Glorfindel.

"Non lo dubito", riprese subito Thranduil "ma sono sicuro di ciò che dico. Celeborn mi ha puntato in faccia la spada di mio padre, e questa cicatrice che ho nel collo me l'ha fatta lui".

Celebrian era imbarazzata. "Mi dispiace, sono davvero desolata".

Elrond la rassicurò: "Nessuno ti accusa di niente, amore mio. Non è colpa tua ciò che è successo".

"Assolutamente", disse Thranduil "Ci sono due spade. Una deve essere sicuramente falsa. Come fare per riconoscere l'originale non saprei neanche io".

Bolin capì che quello era il momento giusto per parlare, non ci sarebbe stata una seconda occasione e aveva rimandato già tante volte. Perciò facendosi coraggio avanzò fino a sistemarsi in posizione centrale rispetto al gruppo, che finiva sempre per sistemarsi in circolo, e disse: "Io lo so".

Thranduil si alzò e la gamba cedette facendolo finire in ginocchio. Glorfindel gli si accostò. "Posso aiutare?".

"Credevo di essere a posto", spiegò il re di Boscoverde.

"Pensavi di guarire in una notte, vero?", domandò divertito Bolin. "Ahah! Ci vorrà un po' di più, e già!".

Gli elfi sorrisero. "Mastro nano", riprese mezzo serio e mezzo divertito Thranduil "vuoi dirci dunque come fare a distinguere le due spade?".

Bolin si fece serio. "Siediti Thranduil, ora spetta a me raccontarti qualcosa della mia vita".

Thranduil si sedette, il sorriso scomparve dal suo viso e con pazienza cominciò ad ascoltare e con lui tutti gli altri. Solo Elrond conosceva già la storia, ma gli era stata raccontata in tutta fretta e riascoltarla arricchita di nuovi dettagli non gli pesava di certo.

"Bene. Da dove posso cominciare?", disse Bolin massaggiandosi la barba. "Ecco … sì … dal principio di tutto … suppongo che sia la cosa migliore da fare. Bene…

Tutto cominciò il giorno del mio quinto compleanno, e quel giorno fu anche la fine di tutto ciò che fino ad allora avevo conosciuto. Infatti fu proprio quel giorno che i miei genitori morirono. Capisco che non è un bell'inizio, ma le cose belle non sono mai arrivate nella mia vita… non che me ne voglia lamentare, spero che vengano in seguito… comunque…

I miei genitori morirono, neanche a dirlo, in seguito al crollo di una grotta. Assieme ad altri otto nani stavano scavando la roccia per ampliare una delle sale del Signore di Moria, ma ahimè non si erano resi conto che la montagna nel suo crescere aveva creato una sorta di tunnel naturale, e questo colpito in quello che ne poteva essere il pavimento crollò di colpo.

La tristezza fu tanta in quei giorni e per dieci lune Moria si fermò. Poi la sala venne sigillata e i lavori spostati in zone più sicure. Alcuni bambini rimasero orfani e vennero presi dai parenti. Io ero l'unico a non avere nessuno. Ero solo. Non sapevo che ne sarebbe stato di me e fu allora che la mia vita cambiò.

Un nano, il cui nome è Neomat mi prese a vivere a con sé. Io mi sentivo in dovere di assecondarlo e ringraziarlo, non volevo deluderlo. All'inizio temevo che prima o poi mi avrebbe abbandonato, che si sarebbe stancato di me, poi cominciai ad affezionarmi davvero.

Ero felice, anche se mi rendevo conto che il comportamento che Neomat aveva nei miei confronti non era esattamente quello che un padre avrebbe dovuto tenere nei confronti di un figlio, però mi bastava, pensavo che stavo desiderando più di quello che mi spettava…".

Mentre Bolin parlava Gil-galad raggiunse il gruppo, ascoltò il nano parlare e vide che Elrond lo ascoltava con gli occhi chinati verso il basso. Subito lo raggiunse e gli circondò le spalle con un braccio. Elrond sollevò lo sguardo e sorrise al padre, che con un dito gli fece cenno di no, lui non si sarebbe mai stancato di averlo scelto come figlio.

"… e chissà, se i Valar hanno scelto così forse… Ma comunque. I giorni passarono e così gli anni. Con il tempo Neomat mi istruì nell'arte di lavorare i metalli e quella fu una salvezza per me, perché nel lavoro trovavo un modo semplice di rendere felice mio padre, e inoltre ho sempre amato creare con il fuoco…

Iniziai con le impugnature dei coltelli, con le rifiniture delle cornici, con cotte di maglia dei guerrieri e poi arrivarono sempre lavori più impegnativi, e Neomat pretendeva sempre la perfezione in ogni cosa, e perciò mi vennero affidati compiti sempre più difficili da portare a termine.

Alcune volte erano lavori di cui non dovevo parlare con nessuno, perché erano dei segreti. E io mi sentivo lusingato che Neomat affidasse questi compiti a me. Oggi mi rendo conto che l'unico obiettivo che aveva era avere qualcuno facile da manovrare, qualcuno che facesse il lavoro sporco per lui, di modo da poter scaricare le colpe sugli altri in caso di necessità.

Un giorno venne da noi un elfo. Non ci disse il suo nome e io lo chiamai Il Male, chiese a mio padre di riprodurre un'antica spada elfica. Lui disse che le spade dei nani non potevano essere forti, robuste ed eleganti come quelli fabbricate dagli elfi, e Il Male insistette nel dire che quella riproduzione in particolare doveva essere identica all'originale.

Io cominciai a lavorare il metallo, per renderla altrettanto fine e bella dovevamo usare materiali molto più fragili rispetto a quelli che l'elfo ci indicò. Proseguivo il mio lavoro impegnandomi al massimo e felice di ciò che stavo facendo.

Poi accadde l'imprevisto. Sentì Il Male parlare con Neomat e dirgli che quella spada sarebbe stata la rovina di un grande Re degli elfi…".

Il silenzio era sceso su Boscoverde, sembrava che anche gli alberi stessero ascoltando, e in realtà era proprio così. Thranduil, che era seduto, non voleva credere a ciò che stava sentendo. Possibile che Bolin fosse in qualche modo, anche se non direttamente, responsabile della morte di suo padre? E chi era questo "Il Male"? Forse Celeborn?

Ancora una volta si fece attento e ascoltò ciò che Bolin aveva ancora da dire.

"Questo Re viveva in una grande foresta e conosceva benissimo la sua spada, non sarebbe stato facile imbrogliarlo. Allora Neomat chiese quale sarebbe stata la nostra ricompensa e Il Male gli rispose che ci avrebbe dato le gemme incastonate nella spada originale, al ché mio patrigno chiese come era sicuro che il Re avrebbe ceduto la sua spada e Il Male rise malignamente e poi rispose che il Re non avrebbe potuto opporre nessuna resistenza giacché sarebbe stato morto…".

Celebrian non riuscì a trattenersi, questo elfo malvagio sarebbe potuto essere suo padre! Subito ebbe paura dei propri dubbi, e si rese conto che cominciava a vedere suo padre in maniera del tutto nuova e negativa. "Bolin, com'era quest'elfo? Di che colore aveva i capelli? Forse un po' argentati?".

"No, no…", le rispose subito il nano "erano neri".

Celebrian tirò un sospiro di sollievo.

"Galion!", disse tristemente Thranduil.

"Temo che tu abbia indovinato, Thranduil", gli rispose Gil-galad.

Tutti lo guardarono incuriositi. "Diciamo che ho già sentito una parte di questa storia, anche se raccontata da un punto di vista diverso", spiegò Gil-galad.

Bolin prese fiato e concluse: "Quando l'elfo se ne andò via io mi rifiutai di completare il manufatto. Non volevo essere responsabile della morte di nessuno. Restai a casa ancora per un po', ma Neomat mi rinfacciò di avermi amato e di non aver avuto niente in cambio da me se non tante delusioni.

Una decina di giorni dopo decisi che me ne sarei andato via, andai a parlargli e lo vidi con Il Male, stavano discutendo. Il Male gli disse di non dover temere nessun tradimento, che avrebbe avuto la sua ricompensa e poi se ne andò.

Restato solo Neomat parlò tra sé e sé a voce alta e disse esattamente Le rune naniche che incisi nell'oro sotto le gemme della riproduzione saranno la mia garanzia".

"Perciò se questa spada è la riproduzione di cui parli, dovrebbe avere delle rune naniche incise nell'oro sotto le pietre preziose", affermò Haldir, "Dobbiamo guardare subito".

"Perché tanta fretta?", domandò Thranduil con voce amara. "Del resto, mi pare che tutti voi sappiate già abbastanza".

Glorfindel poteva vedere lo stupore negli occhi di tutti, ma in realtà simpatizzava per Thranduil. Gil-galad conosceva già la storia, a quanto poteva intuire dallo sguardo pacato che Elrond aveva mantenuto durante tutto il racconto, anche lui la conosceva già, Bolin ne era stato in qualche modo parte attiva. Insomma, sembrava che tutti sapessero già tutto e Thranduil era in una posizione di svantaggio.

"Thranduil, capisco come ti senti…", disse Glorfindel, ma il Re di Boscoverde era ancora sconvolto.

"Capisci? Ma davvero?!".

Glorfindel sembrò illuminarsi e apparve in tutta la sua magnificenza. "Per essere rimandati indietro da Mandos ci vuole molto di più che una bella faccia!".

Bolin sorrise, ma subito tornò serio, Thranduil non era stato ammorbidito dalla battuta.

"Suppongo che se Bolin avesse potuto ti avrebbe spiegato la situazione prima, giusto?", chiese Glorfindel.

"Certo, appena avrei trovato il coraggio", specificò il nano.

"Il coraggio per cosa? Non sono mai stato una minaccia per te. Anzi… sono stato nelle tue mani per la maggior parte del tempo".

Bolin si rattristì. "E credi che sia stato facile per me? Appena ho capito chi eri, e credimi l'ho capito in fretta, già sui Monti dell' Emyn Muin, ti ho curato, volevo parlarti ma tu non eri mai completamente guarito. Poi ci siamo diretti al Lothlòrien e ancora avevi bisogno di sostegno non di altri pensieri. Eri sempre gentile con me, mi hai chiesto di venire a Boscoverde e io mi sentivo un verme perché anche se non avevo fatto materialmente niente per uccidere tuo padre, non ero riuscito a fare neanche niente per salvarlo, per impedire che mio padre producesse la spada. Mi spiace Thranduil, non hai incontrato il nano meraviglioso che credevi di aver trovato…".

"Già", replicò amaramente il Re di Boscoverde "sicuramente ti credevo migliore".

Il gelo scese nella foresta e la pioggia cominciò a cadere copiosamente. Thranduil molto lentamente si allontanò dal gruppo, seguito da Gil-galad.

Elrond, che aveva sempre conosciuto Thranduil come un principe compassionevole, non poteva credere alle proprie orecchie, ma forse l'elfo aveva bisogno soltanto di un po' di tempo in più per elaborare la situazione.

I capelli di Celeborn erano bagnati fradici e anche la tunica color senape che indossava aveva assunto un colore decisamente più scuro. Appena mise piede nelle prigioni, Celeborn poté sentire un odore sgradevole.

Chiaramente i prigionieri non potevano uscire per espletare le proprie funzioni corporee e l'aria cominciava a farsi malsana. Inoltre le prigioni erano delle grotte, che probabilmente erano state la casa di alcuni animali selvatici, dei quali ora si potevano vedere le carcasse.

Arrivato alla prima cella, Celeborn riconobbe subito Legolas e poi vide un altro elfo.

"Chi sei?", gli chiese sgarbatamente.

"Sono Pelhiat, il guaritore che doveva curare il giovane Legolas", rispose egli.

"Sì, va bene. Comunque non credo che il tuo operato sia necessario".

"In realtà non ho ancora potuto fare niente per lui, perché non mi è stato concesso di portare né erbe mediche, né…".

Celeborn sorrise malignamente. "Non serviranno comunque".

Celeborn si fece avanti di qualche passo, ma il terreno bagnato lo tradì e scivolò sulle ginocchia. "Maledizione!", imprecò sollevandosi.

"Attenzione alle infiltrazioni", disse Mithrandir affacciandosi dalle sue sbarre.

Celeborn lo fulminò con lo sguardo.

"Quale sarebbe il motivo della sua visita?", domandò l'Istari.

"Penso", disse alzandosi Celeborn "che sarebbe il caso di iniziare a risolvere qualche problema o meglio ancora eliminare qualche ostacolo".

Mithrandir stava pensando se per caso non avrebbe fatto meglio a uscire dalla cella con la chiave che Galion gli aveva dato, oppure se fosse meglio restare là.

Con movimenti molto lenti Celeborn prese in mano la coppia di coltelli che aveva portato con sé.

"Cosa vuole fare con quelli?", chiese Mithrandir.

"Voglio cercare di capire quanto sono affilati", disse sghignazzando, "Dov'è il giovane principe?".

"Non vedo l'attinenza delle due cose", rispose Pelhiat spostandosi verso un angolo della cella e proteggendo in questo modo Legolas che era rimasto immobile e muto rannicchiato contro la parete umida della cella.

"La vedrai presto", sputò Celeborn quando individuò l'elfling. "Spostati", ordinò a Pelhiat "oppure sei disposto a morire per il tuo principe?".

Pelhiat prese fiato, forse Celeborn era pazzo, forse era solamente malvagio, in ogni caso non avrebbe lasciato che nessuno facesse del male a Legolas. "Non ho alcuna intenzione di spostarmi, io vivo per curare gli altri non per lasciare che qualcuno faccia loro del male".

"Non so se tu sia coraggioso, dedito alla corona o soltanto un ingrato che disprezza la vita concessagli dai Valar, ma per me comunque non sei niente!", e velocemente lanciò i due coltelli.

"No!Nana! Portami via! Nana! Portami via! Portami via!", Legolas strillò con tutto il fiato che aveva in gola quando vide Pelhiat colpito al petto. Perché? Perché stava succedendo tutto questo? Perché chi gli stava vicino veniva sempre ferito?

Come Legolas iniziò a gridare, Celeborn indietreggiò colto di sorpresa. La potenza delle urla dell'elfling lo stordì e sentì la terra tremare, era come se qualcosa si muovesse rabbiosamente sotto i suoi piedi.

Velocemente tornò sui suoi passi e a tratti scivolando, a tratti inciampando, riuscì a uscire dalle prigioni per essere sbattuto faccia in terra da un tronco che si era spezzato da un albero.

Celeborn si alzò e corse più velocemente che poté dentro la fortezza. Sentì dei cavalli nitrire in lontananza, probabilmente Nedhian e la sua squadra stavano recuperando quelli fuggiti dalle stalle.

Galion gli venne incontro con fare serio, ma si fermò vedendo l'elfo sporco in viso e negli abiti. "Cosa succede?".

"E' morto. Il guaritore è morto. Quel principino sembra essere molto caro a tutti!".

Galion si bloccò nell'udire quelle parole, pensava di aver lasciato Legolas al sicuro, non capiva il motivo per cui Celeborn era andato là. Doveva avvisare Gil-galad di muoversi. Bisognava agire in fretta.

"In ogni caso, per cosa mi cercavi?".

"Rhiaian vuole la sua ricompensa. Dice che è tempo che tu gli dia la spada. Che ormai si è già trattenuto troppo".

Celeborn era furioso, aveva spiegato al nano quanto fosse necessario aspettare. No! Se lui non fosse riuscito a salire sul trono, allora i nani non avrebbero avuto la loro ricompensa.

Con una mano si tolse un po' di fango dalla faccia. "Digli che deve aspettare, altrimenti può andarsene anche ora, ma senza ricompensa". "Celeborn!", lo riprese Galion "Non è una buona mossa mettersi contro i nani di Moria".

"Non è una buona mossa neanche mettersi contro Celeborn del Lothlòrien e di Boscoverde", disse convinto che prima o poi una corona di legno avrebbe adornato il suo capo.

Gil-galad aveva seguito Thranduil, un po' per assicurarsi che non si facesse del male inciampando, poiché era ancora piuttosto instabile, un po' per tranquillizzarlo. Thranduil era molto più calmo e saggio del padre, però era comunque un elfo ferito nei suoi sentimenti, che si ritrovava improvvisamente a essere solo.

"Cosa vuoi?", domandò Thranduil a Gil-galad "Vuoi raccontarmi di come il migliore amico di mio padre lo ha tradito? Di come ha ucciso mia moglie? Sembra che voi due siate molto vicini se ti ha raccontato della spada".

Gil-galad fece finta di non aver sentito l'acidità e il sospetto nella voce di Thranduil. "Sì, Galion mi ha raccontato tutto dal suo punto di vista, abbiamo avuto molto tempo per parlare durante la mia convalescenza. Posso solo dirti che la follia non offusca più la sua mente e che sta cercando di espiare le sue colpe".

Thranduil gli lanciò un'occhiata terribile. La pioggia gli bagnava il viso e il suo sguardo non avrebbe potuto essere più tagliente. "E come si può espiare la colpa per l'uccisione di una Elleth che aveva ancora l'eternità davanti a sé? Come si può lasciare un popolo senza una guida? Come si può pensare di uccidere un elfling?".

Gil-galad non aveva risposte, però poteva rasserenare il nuovo Re. "Thranduil, io ho visto Legolas. E' nelle prigioni. Credo che gli farebbe piacere avere una prova concreta del fatto che tu sia vivo".

Thranduil cercò di asciugarsi il viso. "Legolas è nelle prigioni, si lo so. Non si trovano lontano. Possiamo andarci".

"No. E' meglio se tu stai qui, se prima affronti Celeborn".

"Ma Legolas è da solo e io posso sentire la foresta preoccupata per il suo principe".

"Forse sono preoccupati per te", tentò Gil-galad.

"La Foresta sa che io sono il nuovo Re, che mio padre è morto, e che Legolas è il nuovo principe".

"Legolas non è solo. C'è Mithrandir con lui…, è Mithrandir è un Istari inviato dai Valar… puoi stare tranquillo".

Thranduil espirò pesantemente, voleva far uscire dal proprio corpo tutte le ansie e le preoccupazioni, inoltre non stava ancora bene del tutto. La foresta lo aveva guarito per la maggior parte, ma le gambe erano deboli e le spalle sembrava volessero staccarsi dal suo corpo da un momento all'altro.

Ma il dolore che in questo momento era più intenso era quello che Bolin aveva aperto nel suo cuore. Gil-galad poteva vederlo nei suoi occhi, era stato simile a quello che lui aveva provato quando Mithrandir gli aveva detto che avrebbe dovuto fingere la propria morte, e lui aveva capito che qualcuno che amava avrebbe sofferto molto.

Si era sentito tradito, Mithrandir gli aveva chiesto molto: gli aveva chiesto in qualche modo di tradire suo figlio. E così Bolin, nascondendogli la verità, gli aveva chiesto di pensare che la morte di suo padre era un fatto secondario.

"Bolin non ha colpe. Rifiutandosi di portare a termine il lavoro ha cercato di impedire la morte di tuo padre".

"Avrebbe dovuto assicurarsi che nessuno la producesse!", disse Thranduil.

"Non poteva controllare tutti i nani di Moria".

"Allora avrebbe dovuto denunciare Neomat al suo Re".

"Con quali prove? Sarebbe stata la parola di uno contro uno, come si può scegliere dove sta la verità in questi casi?".

"Avrebbe dovuto fare qualcosa! Bisognava fare qualcosa!", urlò. "Sarebbe andato bene qualsiasi cosa, qualsiasi cosa…".

"Ma cosa?", domandò Gil-galad "Cosa avresti potuto chiedere di più a Bolin?".

"Non lo so", si agitò confusamente Thranduil "ma se lui fosse riuscito a fermarli, forse adesso mio padre sarebbe qui".

"Bhè, nessuno può giocare alla vita con i "se". "Inoltre come fai a sapere che se tuo padre avesse avuto la sua spada adesso sarebbe qui? E se lui, se Oropher, fosse ancora qui, cosa chiederebbe a Bolin?".

Thranduil conosceva la risposta. "Se fosse qui, non chiederebbe niente a Bolin poiché avendomi salvato la vita, non potrebbe chiedergli di più". Thranduil chinò il capo. Era difficile. Lui aveva qualcosa da chiedere a Bolin, qualcosa per cui incolparlo solo perché lui non era stato in grado di proteggere suo padre. Se lui fosse stato vicino a Oropher in battaglia, il suo Re, suo padre, non sarebbe morto. O magari sì.

In ogni caso non era colpa di Bolin. Doveva tornare indietro e chiedergli scusa. Era concentrato al pensiero di ciò che gli avrebbe dovuto dire quando l'eco di un urlo si diffuse in tutta la foresta da albero ad albero.

Era una voce che ripeteva sempre le stesse parole. Gil-galad tenne Thranduil in piedi, mentre il Re di Boscoverde respirava affannosamente. Non era difficile capire il perché di questo nuovo cedimento. L'eco era chiaro: "Nana, portami via!".

"Legolas", sospirò Thranduil cercando di farsi forza ma sentendo le gambe farsi molli.

"Dobbiamo dargli una prova che tu sei vivo. Lasciami l'anello di Oropher. Glielo porterò".

"No, andrò io. Non posso andare avanti così", disse Thranduil.

Gil-galad però si oppose. "Prima devi affrontare Celeborn!".

"Perché?".

"Legolas e Mithrandir hanno bisogno di tempo".

Thranduil crollò a terra, ancora una volta non poteva correre in soccorso a suo figlio, anche se sentiva che questo ne aveva un disperato bisogno. Prese l'anello e lo porse a Gil-galad. "Eccolo, portaglielo subito. Fai in fretta, ti prego!".

Gil-galad accompagnò Thranduil dal resto del gruppo e lo affidò a Bolin, assicurando Elrond che le cure del nano sarebbero state sufficienti e li avvisò: "Tenetevi pronti perché in giornata incontrerete Celeborn. Credo che i tempi siano maturi".

Mithrandir aveva trascorso una buona mezz'ora nel tentativo calmare Legolas chiamandolo per nome, dolcemente. Era riuscito in questo modo a farlo smettere di gridare, ma era consapevole del fatto che stare nella stessa cella con un morto non lo avrebbe aiutato e inoltre sentiva Legolas ansimare e muoversi, ma non capiva cosa stesse accadendo.

Tuttavia non c'era altro da fare, non poteva correre il rischio di uscire dalla cella, quando c'era ancora il pericolo che Celeborn tornasse. Doveva essere prudente e aspettare. Perciò l'arrivo di Gil-galad gli tolse un peso dal cuore.

Il signore di Imladris rimase scioccato alla vista di Legolas. L'elfling stava scavando nella terra con le mani accanto alle sbarre, evidentemente con l'intenzione di passarci sotto. Il suo volto era rigato di lacrime e i capelli incrostati di fango. Per un attimo gli sembrò di trovarsi di fronte a Thranduil nella fortezza di Dol-guldur.

"Ehi, ragazzo. Legolas", gli disse piano Gil-galad, ma Legolas continuò a scavare senza dare alcuna attenzione all'elfo.

"Ho una cosa per te".

Legolas non era interessato a sentire le parole di nessuno. Doveva scavare e poi una volta fuggito, scappare. Pelhiat era morto. Fidelhion era morto. Sua madre era morta e anche suo nonno. Lui doveva fuggire, lontano dove la morte non lo avrebbe raggiunto.

Gil-galad prese l'anello e tenendolo nel palmo della sua mano lo avvicinò alle sbarre per mostrarlo all'elfling. Legolas continuava a scavare, i capelli cadevano sul viso impedendogli di vedere nient'altro se non la terra. Gil-galad gli toccò la spalla e Legolas alzò improvvisamente gli occhi e finalmente vide l'anello.

Come lo vide, trattenne il respiro. Poi la tensione che aveva accumulato scavando per fuggire si sciolse in nuove lacrime, allungò la mano e prese l'anello.

"Me lo ha dato tuo padre", disse Gil-galad non potendo fare a meno di notare le dita insanguinate del giovane principe. "Mi ha detto di dirti che qualsiasi cosa accade, devi essere forte. Lui è al sicuro. Non è da solo e entro oggi vi rivedrete, ma tu devi restare con Mithrandir. Hai capito?".

Legolas piangeva mentre si portava l'anello al petto e singhiozzava. Gil-galad avrebbe voluto allungare la mano e accarezzarlo, ma non era sicuro se il gesto sarebbe stato gradito, così lasciò Legolas e si avvicinò alla cella dell'Istari.

"Penso che sia arrivato il momento di usare questa chiave", disse con uno sguardo soddisfatto MIthrandir.

"Non ancora", obiettò l'elfo. "Tra non molto, manderò Galion. Una volta che lui sarà andato via, usa la chiave e ricordati: una volta che sei all'aperto con Legolas non opporti mai alla foresta".

"Celeborn è venuto qui, voleva uccidere il ragazzo".

Gil-galad trasalì. "Quando?".

"Poco fa, forse sei riuscito a sentire le urla di Legolas".

L'elfo annuì con il capo. "E' stato lui ha provocarle. Ha lanciato i suoi coltelli contro il povero guaritore e lo ha ucciso".

Gil-galad si affacciò nuovamente alla cella di Legolas e guardando meglio riuscì a vedere un corpo rannicchiato in un angolo. Forse Legolas lo aveva spostato, o forse chissà.

"Stai attento Mithrandir", gli consigliò l'elfo. "In casi estremi, ricordati che sei un Istari. Potrai pur fare qualche gioco di prestigio".

Mithrandir sorrise e dopo avere stretto la mano a Gil-galad lo lasciò andar via.

"Legolas", chiamò Gil-galad senza ottenere risposta "Sta per finire tutto. Ancora un po' e vedrai tuo padre, sii forte, ragazzo".

Legolas continuava a dondolarsi e singhiozzare, una volta che Gil-galad se ne fu andato riprese a scavare, sentiva che Mithrandir gli stava parlando, ma non riusciva a capire le parole. C'era solo una cosa da fare, ovvero continuare a scavare.

E andò avanti fino a quando la fossa non fu abbastanza profonda, poi strisciò sotto. Lo spazio non era sufficiente per riuscire a passare senza problemi, e così si graffiò la schiena in più punti, ma non si lamentò, non emise una sola parola.

"Legolas resta qua, non puoi andare da solo", gli disse Mithrandir credendo che volesse scappare e invece rimase sorpreso quando Legolas si inginocchio accanto alle sbarre della sua cella e riprese a scavare.

Legolas voleva liberarlo, non aveva chiavi e perciò l'unico modo era scavare anche per Mithrandir. Cosa avrebbe pensato il ragazzo se avesse saputo che lui aveva la chiave?

Mithrandir allungò le mani e gli tenne le sue. "Fermati, Legolas. Finirà tutto e questo non è necessario. Credimi".

Legolas chinò il capo di lato, mentre cercava di dare un senso alle parole dell'anziano. Gli aveva detto che doveva fermarsi, si guardò le mani e poi un pensiero lo colpì con violenza. E se ci fossero stati altri prigionieri da salvare? Elfi o uomini come lui che Galion e Celeborn aveva imprigionato?

Non ci pensò su due volte. Si alzò e andò alla ricerca di altre celle e di possibili prigionieri.

"Legolas! Torna indietro. Legolas!".

All'uscita dalle prigioni Gil-galad si diresse verso la fortezza. Doveva entrare nel passaggio segreto che Galion aveva costruito, ma ormai era pericoloso poiché anche Celeborn lo conosceva.

Per questo bisognava essere prudenti. Abbassatosi il cappuccio, con molta attenzione, passo dopo passo, avanzò nel più completo silenzio. Poi il suo udito elfico sentì dei passi pesanti e il suo olfatto un odore inconfondibile: nani!

"Sbrigati!", sentì dire Gil-galad.

"State sbagliando. State facendo un grosso sbaglio. Noi nani abbiamo la memoria lunga, e questo tradimento non sarà gradito".

"Non posso farci niente. Vi siete affidati all'elfo sbagliato".

Gil-galad riconobbe la voce, era quella di Galion. Perciò quando si trovò di fronte il nano e l'elfo non si spaventò più di tanto, invece Galion e Rhiaian saltarono sui loro piedi.

"Chi sei? Mostrati!", ordinò Rhiaian vedendo solo qualcuno con un cappuccio sul viso.

Galion però intervenne subito. "Chi è, non è affar tuo".

"Questo passaggio è molto frequentato per essere segreto", disse Gil-galad a bassa voce.

Rhiaian sghignazzò. "Non tutti i segreti restano tali per sempre".

Galion spinse il nano in avanti e passando accanto a Gil-galad udì le parole che aveva aspettato da giorni. "Procedi come organizzato".

"Thranduil, stai fermo. Stai guarendo, stai decisamente meglio, già, ma sei ancora debole. Forse Elrond ti potrebbe dare quell'unguento puzzolente per il ginocchio", propose Bolin.

Elrond ebbe un colpo di tosse nel sentire il nano disprezzare l'odore dell'unguento.

Bolin si lagnò. "Che c'è?! Funziona certo, ma ha una puzza incredibile".

Haldir gli porse una piccola boccetta d'olio. "Anche questa andrà bene, Bolin. Io la uso sempre e nessuno mi ha mai detto che ho un cattivo odore".

Thranduil era stato in silenzio per tutto il tempo. Aveva voglia di chiedere scusa al nano, che era suo amico, ma non sapeva come fare. E perciò l'unica cosa che riuscì a dire fu: "Non ho intenzione di abbassarmi i pantaloni di fronte a tutti".

Celebrian rise tra le braccia di Elrond. "Ti ricordo che solo ieri eri nudo sotto un lenzuolo".

Thranduil sgranò gli occhi. "E tu mi hai visto?", poi rivolgendosi a Elrond chiese: "Hai lasciato che mi vedesse?".

Elrond rise stringendosi al petto Celebrian: "Certo che no. Che senso avrebbe? Stando con me, ha già visto il meglio".

"Uh!Uh! Che i Valar ci salvino!", esclamò ridendo Glorfindel. "Il meglio, e solo il meglio è quello che i Valar rimandano indietro", disse indicando se stesso con le mani e facendo un inchino.

Haldir rise, ma non aggiunse niente. Bolin aveva la boccetta in mano e sembrava un guaritore alle sue prime armi. "Allora cosa hai deciso di fare?", chiese rivolgendosi a Thranduil.

Il Re di Boscoverde girò il viso di lato. "Allora tieniti il dolore!", lo rimproverò Bolin.

"Quando vivrai nel mio Regno, gradirei che non mi chiedessi di scendermi i pantaloni di fronte a tutti", disse Thranduil a voce alta, senza però rivolgere lo sguardo al nano.

"Quello era un invito per un amico, sei sicuro che sia sempre valido?".

"Bolin, non era tuo dovere proteggere mio padre. Non è colpa tua se io non ci sono riuscito".

Gli elfi ascoltavano Thranduil parlare e potevano sentire il senso di colpa che chiaramente portava per non essere riuscito a proteggere Oropher.

"Io sono sicuro che tu abbia fatto tutto il possibile. Non sei un super-elfo!", gli fece notare Bolin.

Thranduil abbozzò un sorriso. "Anche questo, gradirei non fosse ripetuto davanti a tutti".

Bolin ricambiò il sorriso, la burrasca tra loro era passata, ci sarebbe stato bisogno di parlare ancora per molto, ma per ora poteva bastare.

Celebrian sussultò e si tenne la pancia. "Come va?", domandò Elrond.

"Ho paura. Sto per vedere mio padre, e so che non è la persona che era prima di partire".

Bolin, che sentiva, avrebbe voluto farle notare che Celeborn aveva organizzato già tutto prima di partire, perciò lei era stata cieca per molto tempo prima.

"I bambini come stanno?", domandò Elrond.

Celebrian sorrise. "Chi? Elladan e Elrohir?".

Elrond rise: "Allora è già deciso. Per volere di un nano e per gentile traduzione elfica di un risorto, ahah!".

Glorfindel fece l'occhiolino a Bolin e quello rise compiaciuto.

"Stanno bene, ogni tanto si muovono. Dovrebbero nascere tra circa due mesi".

Elrond sollevò il sopracciglio. "Non sembri così … voglio dire… così…".

"Incinta", lo aiutò Bolin. "Si dice incinta".

Celebrian rise. "Anche mia madre non era molto grossa, la sua pancia era cresciuta a dismisura negli ultimi due mesi".

"Anche Wisterian", ricordò Thranduil, "e poi l'ultimo mese fu sorprendente. Era così bella!".

Legolas avanzava lentamente, aveva superato tre celle ma non c'era nessuno. Però gli sembrava di sentire piangere qualcuno, e perciò decise di andare avanti. La prigione era buia e scivolosa, dopo pochi passi Legolas cadeva a terra e doveva rialzarsi.

Più avanzava e più prigione era in completo sfaccelo, il soffitto in alcune parti aveva ceduto facendo entrare dei raggi di luce, ma comunque essendoci cattivo tempo, la luce era davvero esigua.

A un certo punto Legolas sentì una voce: "Non avanzare, torna indietro".

Inizialmente credette che fosse la voce di Mithrandir, ma non era la sua.

"Mio principe, il futuro è alle tue spalle. Tuo padre ti aspetta, non avanzare".

I singhiozzi aumentarono, e provenivano dalla voce che piangeva. Chi poteva essere. Improvvisamente un ramo sfondo il soffitto facendo cadere fango e pietre nella prigione e aprendo una breccia nel muro lateralmente.

Legolas si fermò spaventato, girò un paio di volte su se stesso cercando di capire se era da solo o se c'era qualcuno, perdendo in questo modo l'orientamento.

La voce continuava a parlargli: "Non avanzare". Legolas capì che stava sentendo la voce degli alberi e decise di tornare indietro, ma ormai non capiva più qual era la direzione giusta da prendere. Dove era il dietro e dove il davanti?

Avanzò verso una direzione, ma prese quella sbagliata e così si trovò davanti alla quarta cella, e non poté credere ai suoi occhi: c'era un altro prigioniero vestito di verde disteso sul pavimento. Legolas provò ad aprire la cella e si accorse che la porta era aperta. Perciò entrò e scosse il prigioniero per svegliarlo, ma quello non si mosse.

Era rigido. Lo tenne per le spalle e lo girò verso di sé. Legolas si portò le mani alla testa, voleva gridare ma la voce non gli usciva, voleva piangere ma lacrime non ne scendevano più. Cerco di sollevare il prigioniero, ma era troppo pesante e rigido. Il vestito verde era macchiato di sangue.

Legolas passò la mano sul vestito per pulirlo, ma era impossibile cancellare quelle macchie. Il corpo senza vita del prigioniero era freddo, avrebbe voluto riscaldarlo ma non aveva niente per coprirlo. Doveva portarlo fuori, forse all'aperto si sarebbe svegliato. E così, come poté lo trascinò fuori attraverso la breccia, sapendo che era morto, ma non volendo crederci.

Là, sotto la pioggia, Legolas si tenne stretto il prigioniero, e senza voce, senza lacrime, si dondolò avanti e indietro. Poteva solo pensare che doveva stare tranquillo perché presto sarebbe arrivato il suo Ada, e avrebbe riportato lui e la sua Naneth a casa.

Angolo autrice:

Si. Potete mandarmi tante maledizioni. E' un finale imprevisto. Vero? Bhè in qualche modo la storia doveva finire e ho pensato di terminarla con la scena ad effetto, come nei telefilm.

L'ultimo episodio di una serie lascia sempre un grosso punto interrogativo. Cosa succederà nella seconda serie? Riusciranno i nostri eroi a vincere?

Bhè, comunque ho già in mente il continuo perciò non preoccupatevi …

Ahahah!

No, non ce la faccio a mentirvi… mi stavo solo divertendo un po'… ahah!

Ovviamente questo NON E' IL CAPITOLO CONCLUSIVO

Però sta per arrivare… diciamo che nel prossimo si conclude quasi tutto, ma credo che per sistemare bene le cose prima di un eventuale "sequel", mi servano ancora due o tre capitoli.

Ringrazio tutti coloro che leggono, recensiscono, inseriscono la storia tra le preferite e le seguite… non siete tanti, ma siete sicuramente i migliori. Forse Mandos ha rimandato indietro qualcuno? Che ne dite?

Vi abbraccio, a presto, Alida