Capitolo 2.
Georgetown University, Washington D.C.
Era passata una settimana dal giorno in cui aveva saputo il nome dell'assistente che sorrideva in quel modo incantevole. Hope, speranza. Gli risultava difficile credere che un nome potesse essere più appropriato per la proprietaria di quel sorriso che lo aveva fatto sentire così… vivo, partecipe. Camminava a passo svelto verso la biblioteca con un foglietto stretto nel pugno chiuso, sapeva perfettamente dove si trovava il volume che doveva leggere per prepararsi all'esame di filosofia, ma era intenzionato a rivederla. Voleva scambiare almeno una manciata di parole con quella ragazza, anche se non sapeva bene perché sentisse quella necessità.
Aveva scritto il nome del volume e l'autore su quel foglietto, temendo che dovendogli rivolgere una domanda più articolata riuscisse ad impappinarsi e fare la figura dello stupido. Con le ragazze succedeva sempre così, almeno a lui, specialmente quando il motivo della domanda era cercare un qualche tipo di approccio con il gentil sesso. Non voleva correre quel rischio e così aveva optato per un piano di attacco che lo mettesse al sicuro da eventuali balbettii intellegibili.
Le avrebbe porto il foglio con un sorriso e avrebbe detto con voce sicura "mi servirebbe questo libro". Lei avrebbe sorriso educatamente e gli avrebbe detto di seguirla, avrebbe preso il libro che si trovava nel terzo scaffale da sinistra, quarta fila e glielo avrebbe dato con un sorriso. Lui avrebbe mormorato "grazie" e lei avrebbe risposto "prego", con quella voce così calda e avvolgente. Facile, veloce, indolore.
Magari avrebbe anche trovato il coraggio di guardare per una manciata di secondi quegli occhi blu, poi si sarebbe girato di scatto per nascondere il rossore e si sarebbe seduto da qualche parte lontano dal bancone. In quel modo avrebbe potuto spiarla di quando in quando, senza destare troppa attenzione e magari… se fosse successo di nuovo… se lei avesse alzato la testa all'improvviso per regalargli ancora una volta quel sorriso.
Si fermò sulla soglia della sala, trasse un respiro profondo e si avvio verso il compimento del suo piano perfetto. La sala lettura era deserta e vide quella testa mora china su un libro. Giocava distrattamente con la coda di cavallo mentre prendeva appunti su un block-notes, sembrava estremamente concentrata e lui ebbe quasi la tentazione di non disturbarla. Se avesse interrotto lo studio di quella strana creatura probabile che lei non sorridesse, ma risultasse seccata per quell'interruzione fuori programma.
Era fermo vicino al bancone da una manciata di secondi, intento a fissarla, quando lei alzò gli occhi e i loro sguardi si incontrarono. Reid sentì il cuore partire al galoppo, mentre le labbra della ragazza si stendevano in quel suo sorriso così accattivante. Ingoiò un paio di volte, rendendosi conto di non riuscire a formulare una frase coerente, nonostante avesse provato quel breve monologo per ore camminando su e giù nel suo salotto di casa. La ragazza si tolse gli occhiali e si avvicinò a lui evitando di guardarlo direttamente, anche così Spencer notò il lieve rossore che le imporporava le guance.
Decisamente se il diventare rossi dall'imbarazzo fosse stato uno sport, loro dure sarebbero stati campioni olimpici. Eppure l'aveva vista varie volte parlare con gli altri studenti, sorridente e senza nessuna traccia di imbarazzo. Perché arrossiva solo con lui? Aggrottò le sopracciglia, meditando su questo pensiero mentre fissava senza vederlo il foglietto che si rigirava fra le dita.
Nel suo campo visivo entrò la mano ben curata di lei e il giovane dottore si trovò costretto suo malgrado ad alzare la testa mentre la ragazza continuava a fissare il pezzo di carta.
- Immagino stia cercando un libro, dr Reid – disse con la voce un po' malferma – Se mi permette…
Il ragazzo annuì con foga e le allungò il foglio, così facendo le loro dita si sfiorarono e tutti e due ritrassero la mano come se avessero fatto qualcosa che non dovevano. La ragazza si schiarì la voce, tossicchiando leggermente e poi riprese gli occhi per leggere il contenuto del biglietto. Corrugò la fronte e poi prese un appunto sul suo block-notes.
Fatto questo chiuse il libro che stava leggendo fino a poco prima e lo porse con un sorriso timido a Reid, che allungò le mani per prenderlo. Lo osservò un attimo per poi rialzare gli occhi su quella straordinaria creatura.
- Ma lo stava leggendo lei – provò a protestare.
- Non importa, io posso riprenderlo più tardi. Mi sono segnata la pagina, non si preoccupi – la ragazza prese fiato e poi sputò fuori a macchinetta – Ho notato che lei legge molto velocemente, quindi immagino che non ci impiegherà molto a finire questo libro. Io nel frattempo mi posso portare avanti con il lavoro e riprendere a studiare più tardi quando lei avrà finito.
Spencer la guardò stralunato. Non aveva mai sentito nessuno sputare fuori le parole a quella velocità. La ragazza aveva un che di fenomenale in questo. Poi gli venne in mente che forse… perché no? Poteva provare, in fin dei conti cosa gli impediva di attaccare discorso? La biblioteca era deserta e dubitava che con quel bel sole qualcuno decidesse di rintanarsi in mezzo ai libri. Quindi Hope era libera dal lavoro per il momento.
- Studia filosofia? – era riuscito quasi a non balbettare.
- Vorrei prendere la seconda laurea, ma credo che vada al di là delle mia capacità – arrossì vistosamente lei.
- Eppure era così concentrata – notò Reid, cercando di trascinare avanti quella che poteva diventare una chiacchierata.
- Non è questo, ma fra il lavoro e il resto… voglio dire – la ragazza sbuffò e quindi fece spallucce – Ma in fin dei conti non mi corre dietro nessuno, la prenderò con calma.
- Se le dovesse servire una mano – e ora da dove gli usciva quella?
- E' molto gentile dr Reid. Non voglio disturbarla oltre, immagino sia venuto qui per studiare – la ragazza gli regalò un altro sorriso e lui si allontanò soddisfatto.
Certo, non era stata una conversazione lunga, ma per i suoi standard con le ragazze sconosciute era quasi un record. Avevano parlato, parlato veramente! Non del tempo o degli esami che si avvicinavano. Né tantomeno della sala deserta. No, niente di tutto questo. Era riuscito a sapere qualcosa di più su di lei. Voleva prendere una seconda laurea, quindi era anche un tipo intelligente oltre che carina. La prima sicuramente era in biblioteconomia o letteratura, altrimenti non avrebbe avuto senso lavorare in quel posto, ed ora era interessata alla filosofia. Decisamente una ragazza in gamba.
Cercò di leggere più velocemente che poteva, per permetterle di tornare a studiare. Non voleva mica che rimanesse indietro per la sua stupida fissa di poterci scambiare qualche parola. Sorrise soddisfatto mentre si immergeva nella lettura.
Quando rialzò la testa chiudendo il libro, si rese conto che Hope non era più dietro il bancone, ma al suo posto c'era la direttrice che stava cercando qualcosa in un vecchio faldone. Si avvicinò contrariato alla reception e posò il tomo sul bordo, guardando la donna e schiarendosi la voce.
- Ho finito – annunciò di malavoglia.
- Grazie, può lasciarlo lì – gli rispose la donna senza scomporsi.
Ed eccola apparire come d'incanto da dietro la parete, con una borsa a tracolla e un altro faldone fra le mani. Sembrava troppo pesante per l'esile corporatura della ragazza, che tuttavia lo portò al banco poggiandolo delicatamente.
- Ecco qui, signora Markis – annunciò la ragazza guardandola di sottecchi.
- Bene, Jones, può andare – disse la donna senza alzare lo sguardo su di lei – Oggi non c'è nessuno e mi sembra sciocco rovinarsi il fine settimana in due. Potrà recuperare lunedì.
- Certo, signora – disse la ragazza decisa, si voltò verso Spencer e gli regalò un altro sorriso mentre si dirigeva all'uscita.
Senza riflettere su quello che faceva, Reid la seguì fino al piazzale davanti alla biblioteca. Una volta uscito dall'edificio, dove non si poteva alzare la voce, provò a chiamarla.
- Hope?
Lei si voltò e fece qualche passo nella direzione del ragazzo. Erano di nuovo fermi a pochi passi l'uno dall'altra e di nuovo calò un silenzio imbarazzato fra i due. Reid non sapeva cosa fare, non sapeva neanche perché aveva sentito la necessità di seguirla. Deglutì e spiò la ragazza da sotto le ciglia socchiuse. Lei fissava il pavimento e aveva le gote rosse. Poi improvvisamente, come se avesse preso una decisione importante, alzò gli occhi blu fino ad incontrare quelli nocciola di lui.
- Io per oggi ho finito di lavorare. La direttrice mi ha dato il resto della giornata libera – tornò ad abbassare lo sguardo.
- Non ti fermi a studiare?
- No, la direttrice non sa che sto cercando di prendere un'altra laurea. Potrebbe sembrare che, invece di lavorare, io mi dedichi a cose personale duranti l'orario di lavoro.
- Capisco – sembrava non ci fosse altro da dire.
Eppure Spencer non voleva che finisse lì il loro incontro. Meditò su cosa dire per fermarla, per trattenerla ancora un poco… magari poteva offrirle un caffè! Era una soluzione che gli avrebbe permesso di trattenerla con lui ancora un poco e poi avrebbe avuto la possibilità di parlarci meglio, in un ambiente meno rigido e severo.
Alzò la testa con pigliò deciso, si infilò le mani in tasca e si preparò a fare la sua proposta. Male che fosse andata, lei avrebbe inventato una scusa patetica per non rimanere con lui. Fece per aprire bocca e lei lo spiazzò di nuovo. La vide afferrare la tracolla della borsa con tutte e due le mani, annuire convinta per poi alzare gli occhi blu su di lui, aprire la bocca e trarre un lungo respiro.
- Le andrebbe di prendere un caffè con me, dr Reid? – vide le sue gote raggiungere livelli di rossore allarmanti.
- Sì – rispose il ragazzo scostandosi i capelli dal viso – Però… chiamami Spencer.
- D'accordo – acconsentì la ragazza balbettando leggermente.
Continua…
