Mi sa che sta cosa non piace a nessuno . Pazienza... forse è il caso che smetta di pubblicare...

Capitolo 4.

Starbucks, Washington D.C.
Erano seduti all'interno della caffetteria da circa un quarto d'ora, ma non erano ancora riusciti a scambiarsi una parola. Stavano lì in silenzio a sorseggiare un caffè formato gigante e guardarsi di sottecchi per poi sorridersi e arrossire come due ragazzini. Spencer corrugò la fronte rimproverandosi mentalmente di non riuscire ad intavolare un discorso interessante.
Oramai la situazione stava assumendo contorni ridicoli e lui se ne rendeva perfettamente conto. Era insensato stare lì senza parlare, ma nonostante il suo altissimo Q.I. non trovava un argomento di conversazione valido. Sapeva troppo poco della ragazza in questione per poter fornire lo spunto per una chiacchierata, però doveva trovare qualcosa. Improvvisamente gli venne l'idea di provare a prenderla alla larga, magari interessandosi hai motivi che l'avevano spinta a scegliere proprio il lavoro di bibliotecaria.
- Ehm… tu… - prese un profondo respiro e provò di nuovo – Come mai hai scelto di lavorare lì?
Hope lo scrutò un momento, per poi regalargli uno dei suoi sorrisi luminosi ed aperti. Sembrava che come argomento fosse accettabile e non troppo impegnativo.
- La mia passione per i libri risale alla mia infanzia – gli confidò la ragazza – Dopo la morte di mio padre…
- Mi dispiace – intervenne prontamente il ragazzo – Come, se posso?
- Incidente sul lavoro. Vivevamo a Nampa e mio padre lavorava come manovale in un cantiere edile… cose che capitano. Comunque, dopo l'incidente, mia madre aveva due alternative: farmi rimanere con lei a Nampa e spendere i soldi dell'assicurazione di mio padre oppure mandarmi dai nonni. Sai i nonni hanno una fattoria e ci vive anche la famiglia di mio zio Frank. Così ha pensato che per me fosse meglio crescere in un'ambiente famigliare "normale", circondata dai miei tre cugini e all'aria aperta.
- E questo cosa centra con la tua passione per i libri? – chiese Reid scrutandola attentamente.
- Ero una bambina piuttosto tranquilla, non come i miei cugini che passavano tutto il tempo a giocare nei campi. Non c'era molto altro da fare in quel posto. Finché durava la scuola avevo la scusa dei compiti e poi aiutavo la nonna e la zia in casa. Durante le vacanze estive, invece, mi annoiavo parecchio e così mio nonno mi mise in mano "Moby Dick" – la ragazza sorrise persa nei ricordi – Scoprii che mi piaceva leggere e in un paio d'estati ho consumato tutta la sezione narrativa della biblioteca del paese. Quando è stato il momento di scegliere la facoltà universitaria ho optato per letteratura inglese, e così… eccomi qui.
Finì il racconto con un altro sorriso che le illuminò gli occhi blu e Spencer si ritrovò, suo malgrado, ad osservarla rapito. Guardò per un momento il fondo del suo bicchiere, conscio del fatto che ora toccava a lui rivelare qualcosa di se stesso. Era questo il sunto dell'abitudine sociale di conversare. Cercò qualcosa di interessante da dire sul suo conto, magari riuscendo persino a evitare di tirare fuori qualche statistica, ma ancora una volta Hope gli venne in aiuto.
- E tu? Cosa ti spinge a venire il sabato mattina in biblioteca? – chiese la ragazza distogliendo lo sguardo – Ho avuto modo di osservarti… sei sempre solo a differenza degli altri ragazzi che vengono a studiare in compagnia.
- Il mio lavoro mi occupa molto tempo e quindi durante la settimana sono impossibilitato a venire – disse il ragazzo rimanendo sul vago – Voglio laurearmi in filosofia e quindi mi rimane solo il sabato per usufruire della biblioteca. Inoltre… devo ammettere che non avrei altro posto dove andare.
- Che intendi? – Hope tornò a fissarlo.
- Beh, il sabato i miei colleghi hanno, giustamente, una loro vita privata.
- E i tuoi amici?
- Io… non ho amici – Spencer meditò su quella risposta che gli era uscita di getto – Oltre i miei colleghi, intendo. Tu, invece? Voglio dire… ti hanno dato il sabato libero. Potresti chiamare qualcuno di loro e andare a divertirti.
- Dubito che mia cugina sia libera di sabato – ammise la ragazza facendo spallucce – Non conosco molte altre persone in città. L'unica persona che conoscevo abbastanza bene era la mia compagna di stanza al college, ma lei è tornata a casa una volta presa la laurea.
- Capisco. Hai menzionato una cugina… - Spencer cercava disperatamente di tenere viva la conversazione.
- Sì. Siamo cresciute insieme, anche se lei è di due anni più vecchia. Ho deciso di iscrivermi alla Georgetown proprio per starle vicino.
- Anche lei si è laureata qui?
- Si è specializzata alla John Hopkins. Quindi eravamo vicine. Dopo la specializzazione, ha trovato lavoro a Washington e così anch'io ho deciso di rimanere, anche perché avevo deciso di prendere una seconda laurea. Inoltre, beh… nel posto da cui vengo non ci si fa molto con una laurea in lettere, è solo un piccolo paese.
- Potevi insegnare – constatò Reid.
- Avrei dovuto comunque trasferirmi. Tanto valeva rimanere qui. E poi… adoro lavorare in biblioteca, proprio perché ho sempre amato i libri.
- E' bello fare un lavoro che ci piace – ammise Spencer.
- Perché l'hai detto con quell'aria malinconica – Hope inclinò leggermente la testa – Non ti piace il tuo lavoro?
- A volte sì, a volte un po' meno – qualcosa scattò nella mente del giovane genio – Come fai a sapere che sono dottore?
- Ehm… - la ragazza era chiaramente in difficoltà e cominciò a giocherellare con la coda – Beh… come ho detto prima, avevo notato che venivi sempre da solo e esclusivamente di sabato. La cosa mi sembrava strana, tanto più che avevi un tesserino universitario. Così… io… ho chiesto in giro.
L'ammissione le fece diventare le gote di un rosso acceso. La mano abbandonò la coda per raggiungere la sua compagna e cominciare a stropicciare la lunga gonna un po' fuori moda.
- Mi dispiace – riuscì a balbettare dopo un attimo di silenzio imbarazzato.
- Di cosa? – chiese Reid arrossendo a sua volta all'idea che lei aveva fatto domande su di lui.
- Di essere stata invadente. Non sono affari miei perché viene il sabato mattina da solo.
- Non importa, non sono offeso – si affrettò a rassicurarla.
Di nuovo scese un silenzio imbarazzato. Per superare quel momento e per darsi un contegno, Spencer sbirciò l'orologio da polso rendendosi conto che il tempo era come volato.
- E' quasi ora di pranzo – constatò stupito.
- Sarà meglio che vada, visto che ho la giornata libera devo sbrigare delle commissioni – disse la ragazza tornando a guardarlo di sottecchi.
- Anch'io avrei delle faccende da sbrigare – mentì lui.
Si avviarono insieme verso il parcheggio della biblioteca, percorrendo quei metri affiancati ma nel più totale silenzio. Ormai erano arrivati sull'ampio piazzale, dove erano posteggiate solo tre macchine. Spencer sospirò, deluso di dover interrompere quell'incontro. Ingoiò un paio di volte e poi si fece coraggio.
- Sono stato molto bene… mi piacerebbe prendere di nuovo un caffè con te… se ne hai voglia, naturalmente.
- Mi farebbe piacere – ammise la ragazza sorridendo – Magari la prossima volta potremmo andare insieme a pranzo, sempre se ti va.
- Certo – si affrettò ad aggiungere lui, diventando subito rosso per l'impazienza dimostrata.
- Perché?
- Perché, cosa? – chiese lui tornando a fissarla.
- Perché arrossisci sempre quando parli con me? – chiese lei distogliendo lo sguardo.
- E tu perché arrossisci? Voglio dire… ti ho visto parlare con altri ragazzi e non… - in quel momento il suo cellulare prese a suonare e lui si scusò con un sorriso prima di rispondere.
Si allontanò di qualche passo, mentre parlava con JJ che lo richiamava a Quantico per un caso. Rispose che sarebbe andato subito in ufficio e poi si girò contrito verso la ragazza.
- Mi dispiace, devo andare.
- Capisco – disse lei senza fissarlo.
- Ci vediamo presto – Spencer spostava il peso da un piede all'altro, voleva chiederle il numero di telefono ma non trovava il coraggio.
- Sai dove trovarmi – disse la ragazza afferrando la tracolla con entrambe le mani, come se fosse un ancora di salvezza.
Reid si allontanò controvoglia, con la testa che gli rimbombava della risposta che non era riuscito a darle.
"Arrossisco perché di solito passo inosservato, nessuno si accorge mai veramente di me. Però quando tu mi sorridi e mi parli… io mi sento così vivo".
Hope rimase ferma nel parcheggio e guardò la macchina che si allontanava con a bordo Spencer. Stava meditando sulla domanda che lui le aveva fatto e su come le sarebbe piaciuto rispondergli, conscia del fatto che non avrebbe mai esternato quello che le frullava nella testa.
"Quando parlo con te arrossisco perché… perché mi sei piaciuto dal primo momento che ti ho visto. Ma io non sono il tipo di ragazza che gli altri notato. Sono solo un'assistente bibliotecaria, una a cui si chiedono informazioni e che poi ci si dimentica di lei subito dopo. Ma tu… tu sembra quasi che riesca a vedermi, vedermi veramente. Quando mi guardi… sembra che tu possa vedermi fino dentro l'anima".

Continua…