Capitolo 11.
Quantico, Virginia
Derek continuava a guardare fuori dalla finestra, rimanendo in salotto con tutte le luci spente. Erano già le undici di sera e di Fanny neanche l'ombra. Cominciava a preoccuparsi. Non che lui spiasse i movimenti della sua vicina, di solito non sapeva dire se fosse in casa o meno… sempre che la scatenata rossa non inciampasse in uno dei suoi "pasticci". Sorrise, non ricordando neanche più quante volte in quei due mesi era corso al piano di sopra in seguito ai tonfi e alle urla di lei. Immancabilmente la trovava seduta in terra che sghignazzava, dopo essersi tirata addosso qualcosa.
Si adagio sulla poltrona, guardando le tendine che si muovevano leggermente per via del condizionatore. Quel movimento aveva un che di ipnotico e lui sentiva le palpebre pesanti, mentre continuava a pensare a quella spumeggiante ragazzina che riusciva sempre a strappargli un sorriso. Un sorriso compiaciuto gli inarcò le labbra, mentre rifletteva sul modo di apparire di lei. Un trucco quasi impercettibile ad occhi meno esperti, solo mascara e matita, non usava neanche il rossetto o il lucidalabbra. Rimuginò sul fatto che in realtà non aveva bisogno di quegli accorgimenti tipicamente femminili.
La luce che traspariva dai suoi occhi e quel sorriso pieno di fossette che le illuminava il viso, riuscivano a catturare l'attenzione del suo interlocutore lasciando sempre l'impressione di una bellezza accennata ed intrigante… almeno era quello l'effetto che faceva a lui. Fanny era così semplice, così pulita, che al confronto tutte le ragazze vistose che aveva frequentato fino a quel momento sembravano volgari. Non aveva mai incontrato qualcuno come lei nella sua vita. Si sentiva così protettivo solo nei confronti di altre due persone: Reid e Garcia, i suoi migliori amici.
Fu destato dai suoi pensieri dai fari che illuminarono la parete di fronte. Si tirò su, mentre la macchina si fermava e veniva spenta. Aprì la porta di casa, pronto a farle qualche battutina sul fatto che a quell'ora sicuramente si era fermata a divertirsi chissà dove dimenticandosi di lui e di Clooney, quando notò la postura della ragazza. Era scesa dalla macchina con le spalle curve ed ora stava chiudendo la macchina dandogli la schiena. Anche così si rese conto che veniva scossa dai singhiozzi trattenuti e sentì la rabbia crescergli dentro. Non voleva vederla piangere, doveva consolarla in qualche modo, anche se ignorava ancora cosa avesse causato quello stato d'animo.
Si avvicinò silenziosamente alla ragazza che stava voltandosi per andare nel proprio appartamento e così poté guardarla in faccia prima che si voltasse dall'altra parte e portasse una mano furtivamente ad asciugare gli occhi. Aveva il mascara colato come se avesse pianto a lungo e gli occhi, solitamente allegri, rispecchiavano una tristezza che non aveva mai visto sul suo volto.
- Ehi biscottino, ti ho svegliato? – provò a scherzare lei dandogli le spalle – Il mio vecchio catorcio fa troppo rumore…
Il ragazzo moro non le diede spago, limitandosi a poggiarle una mano sulla spalla in un gesto che voleva essere di consolazione e conforto insieme. La ragazza si girò verso di lui, il labbro inferiore che tremava leggermente e gli occhi spauriti che ricordavano quelli di un bambino.
- Cosa c'è che non va? – le carezzò piano la testa.
- Maschio, bianco – cominciò ad elencare con tono professionale, per poi scoppiare di nuovo a piangere.
Derek l'abbracciò e continuò a carezzarle piano i capelli con una mano. Gentilmente la costrinse a camminare fino alla porta dell'appartamento al piano terra e la fece entrare, chiudendo poi la porta alle sue spalle. Non accese la luce del salotto e si incamminò verso la cucina, qualsiasi cosa le fosse successo doveva prendersi cura di lei al meglio delle sue possibilità.
- Vado a prepararti un tè caldo, credo tu ne abbia bisogno.
- Sarebbe meglio del whisky, liscio e doppio… bello forte – rispose la ragazza sedendosi sul divano.
- Fanny, rifugiarsi nell'alcool non aiuta.
- Ora come ora, niente potrebbe essere d'aiuto – si strofinava il volto con entrambe le mani – Credimi, ho bisogno di qualcosa di forte.
- D'accordo, ma poi mi spieghi cosa c'è che non va.
Andò diritto al mobile bar e tirò fuori una bottiglia di vodka con due bicchieri, fece scattare l'interruttore della luce e si mise a sedere sul tavolo basso, proprio di fronte a lei. Verso due generose dosi del liquido trasparente e le allungò il bicchiere con un sguardo severo.
- Bere da soli è da alcolizzati – precisò prendendo l'altro bicchiere.
- Giusto – ammise lei con un mezzo sorriso – Anche se stasera avrei proprio voglia di ubriacarmi da sola e poi andare a dormire per svegliarmi solo fra una decina d'anni.
- Brutto caso?
- Era un bambino… cinque anni – dopo aver mandato giù una sorsata di vodka tossì leggermente tornando a guardarlo negli occhi – Come si possono fare certe cose ad un bambino?
- Fanny… nel mio lavoro vedo spesso delle cose… - scosse la testa, non riuscendo a trovare le parole.
- Era il suo patrigno! – di nuovo calde lacrime cominciarono a scorrerle sulle guance – Come si può fare una cosa del genere a qualcuno che si fida di noi? Quale essere malato…
- Ahi detto bene, un essere malato… malato di malvagità.
- L'ha percosso fino a provocargli lesioni interne – tornò a guardare il contenuto del bicchiere e finì la vodka con una lunga sorsata – E tutto perché il ragazzino stavolta si era ribellato…
- Come scusa? – Derek pregò di aver capito male.
- Ho fatto subito l'autopsia, come mi ha chiesto il poliziotto che si occupa del caso. Il bambino mostrava segni evidenti di sodomia ripetuta… quel maledetto bastardo! – scaraventò il bicchiere contro il muro mandandolo in mille pezzi – Quel porco schifoso!
Senza dire una parola Morgan finì la sua razione di alcool e poi si alzò per prendere un altro bicchiere dal mobile. Quello era il tipo di storie che non gli piaceva sentire, perché anche lui aveva un passato di abusi alle spalle. Riusciva solo ad immaginare il terrore, il disgusto, la disperazione di quel bambino. Lui era più grande quando Buford gli aveva fatto quelle cose, eppure non aveva trovato il coraggio di ribellarsi.
Si mise di nuovo a sedere, occupando il posto del divano più vicino a lei e riempì di nuovo i bicchieri. Decisamente quella era la serata ideale per ubriacarsi, anche se il giorno dopo doveva andare in ufficio. Si disse che non gli importava, c'erano momenti nella vita in cui bisogno dimenticare in fretta senza pensare troppo alle conseguenze.
- Anche tu stai considerando l'idea di ubriacarti? – Fanny lo osservava pensierosa.
- Ubriacarsi da soli è da alcolizzati…
- E in due è più accettabile?
- Quando ci si ubriaca con gli amici, non è un vizio.
- Spero che tu ne abbia altre di bottiglie… li reggo bene i superalcolici – ironizzò la ragazza afferrando il bicchiere che le veniva porto.
Morgan allungò il braccio e fece tacere la sveglia, non aveva aperto neanche le palpebre. Quel martellare sordo alle tempie lo stava uccidendo e quel saporaccio che aveva in bocca gli diceva che la sera prima aveva bevuto troppo. Cercò di rimettere insieme frammenti di conversazione, aveva ricordi abbastanza lucidi di Fanny che gli raccontava del caso per cui era stata chiamata.
Ricordava distintamente di aver sostituito il bicchiere che la ragazza aveva rotto e poi di essersi seduto vicino a lei, con l'intenzione di bere fino a dimenticare tutto quello che lo circondava. Nonostante fosse un profiler e ne vedesse tante, il solo pensiero di bambini abusati gli provocava un insieme di sensazioni che lo laceravano dentro.
Si chiese come avesse fatto la ragazza a raggiungere il proprio appartamento, visto che sicuramente aveva bevuto quanto lui. Si disse che era ora di alzarsi e che, magari, prima di recarsi in ufficio, poteva passare a vedere come stava la ragazza. Sperò di non trovarla riversa in una pozza di vomito, non era sicuro che il suo stomaco avrebbe retto a quella vista… non nelle condizioni in cui verteva quella mattina.
Si girò supino sul letto e allungò le braccia per sgranchirsi. Spalancò gli occhi di botto e si tirò su a sedere ingoiando a vuoto un paio di volte. Si girò lentamente, sperando di essersi sbagliato. Serrò le palpebre alla vista dei capelli rossi di lei sparpagliati sul cuscino accanto. Non poteva credere di averlo fatto dopo tutto quello che si era ripetuto in quei quattro giorni su come fosse sbagliato pensare di andare a letto con lei.
Si passò una mano sullo stomaco, che sentiva in subbuglio dopo quell'ultima rivelazione e sentì la stoffa della maglia sotto le dita. Riaprì gli occhi al suono di lei che si tirava su con un brontolio e fece in tempo a vedere la smorfia di disgusto sul volto della ragazza.
La seconda cosa che notò, lo rincuorò non poco. Fanny era ancora completamente vestita, indossava gli indumenti del giorno prima. Si esaminò attentamente a sua volta e sospirò di sollievo. Anche lui era completamente vestito, quindi non avevano fatto sesso.
- Ehi biscottino… - biascicò la ragazza strofinandosi gli occhi – Che sbronza!
- Direi che concordo – ammise il ragazzo sorridendo.
- Mi sento da schifo… - la ragazza cercò di mettersi in piedi, continuando a traballare – Non so tu, ma io ora telefono in obitorio e dico che ho un principio di influenza… Non riuscirei a tenere in mano un bisturi con questa emicrania, figuriamoci fare un'autopsia.
- Credo che anche per me oggi non si parli di trascinarsi in ufficio – rispose il ragazzo moro tornando a sdraiarsi mentre la stanza non ne voleva sapere di rimanere ferma.
- Hai una pessima influenza su di me – Fanny era quasi riuscita ad arrivare alla porta – Se sopravvivo, poi passo a vedere come stai… diciamo nel pomeriggio. Non so tu, ma io sto veramente male.
- Allora siamo in due.
- A dopo, compagno di bagordi.
L'ultima cosa che vide Derek prima di addormentarsi di nuovo, furono i capelli rossi di lei mentre usciva dalla stanza.
Continua…
