Capitolo 16.
Quantico, Virginia
Le vide subito, seduta sulla panchina dove la settimana prima lui e Morgan si erano incontrati. Si avvicinò meditando sulle strane sensazioni che provava per quella ragazza. Non era come con JJ, non provava quel senso di affetto misto a venerazione. Con la collega bionda era sempre stato un continuo aspettare un suo sguardo di approvazione e limitarsi ad ammirarla da lontano, nella vana speranza che un giorno si accorgesse di lui.
Con Hope ere diverso. Provava una specie di tuffo al cuore ogni volta che la vedeva e una specie di attesa di quel sorriso che gli rivolgeva tutte le volte. Si sentiva vivo e partecipe della situazione, anche se spesso la sua timidezza gli impediva di guardarla direttamente negli occhi. Si morse le labbra nervoso, rendendosi conto che gli veniva naturale cercare un contatto con quella ragazza mora, anche fisico oltre che mentale ed emotivo. Non aveva avuto esitazioni a baciarla, l'ultima volta che si erano visti e si era sentito perfettamente a suo agio mentre si scambiavano quel lungo bacio della buonanotte.
La paura di rovinare tutto non si era sopita, come dimostrato dalla sua reazione di poco prima quando si era reso conto di non averle chiesto di vedersi di nuovo. Temeva che la ragazza perdesse interesse per lui, oppure di fare qualcosa che la offendesse e la facesse allontanare, privandolo di quella compagnia così piacevole. Non gli capitava spesso di poter discutere con qualcuno dei libri e dei film che gli piacevano. Anche se Morgan dichiarava di essere un fan di "Guerre Stellari", si notava benissimo che era annoiato ogni volta che lui entrava in argomento e cercava di ragionare con il collega su alcune incongruenze della saga.
Al contrario, Hope sembrava felicissima di poter parlare di quelle cose, come avevano parlato a lungo di Bradbury e di Matheson. La ragazza adorava i libri di fantascienza e le piaceva renderlo partecipe di questi suoi interessi. Unica nota stonata era la sua dichiarata passione per Harris e la saga di Hannibal Lecter. Possibile che una ragazza così dolce e "normale" potesse trovare interessante la storia di un S.I. psicopatico e sociopatico? Rabbrividiva all'idea che la sua ragazza apprezzassi i racconti su un cannibale.
Arrestò di colpo la sua falcata. L'aveva appena definita, anche solo a livello mentale, la sua ragazza, ma non sapeva cosa ne pensasse il soggetto in questione. Hope era carina, intelligente e con un sorriso bellissimo, probabile che avesse una schiera di ammiratori non indifferente. Il pensiero seguente era che, forse, lei frequentava altri ragazzi, anche se non sembrava il tipo. Ma se l'interesse che lui provava non fosse stato corrisposto con lo stesso trasporto dall'oggetto delle sue elucubrazioni?
Ingoiò e si scostò una ciocca di capelli dal viso con un gesto nervoso, mentre due occhi blu finalmente si posavano su di lui e il viso, ormai famigliare, si apriva in un sorriso dolcissimo ed incoraggiante. La vide alzarsi con grazia e andargli incontro con passo sicuro, anche se le gote erano leggermente arrossate. Forse anche la timidezza della ragazza stava facendo passi avanti.
- E' molto che aspetti? – si rimproverò da solo per la banalità di quell'uscita.
- No – rispose la ragazza scuotendo la testa – Sono arrivata da poco.
Il silenzio cadde fra di loro, come se l'imbarazzo che sembravano aver superato fosse ritornato più prepotente che mai. L'attenzione di Spencer fu catturata dalla coppia di innamorati che aveva visto la domenica precedente scambiarsi effusioni. Corrugò la fronte, chiedendosi se fosse normale lasciarsi andare a certe dimostrazioni di affetto in pubblico. I due ragazzi si baciavano senza timore, come se fossero da soli invece che circondati da tutta quella gente che invadeva il parco pubblico nel fine settimana. La ragazza era letteralmente appesa al braccio del suo accompagnatore e i due non la smettevano mai di sorridersi in modo dolce.
Hope seguì la direzione del suo sguardo e distolse gli occhi imbarazzata. Non che il vedere due ragazzi che amoreggiavano la mettesse così in agitazione, semplicemente assistere a quella scena le aveva fatto desiderare che quella cosa succedesse anche fra lei e Spencer, prima o poi. Un velo di tristezza le oscuro il viso sempre così luminoso e allegro. Forse era tutto un film che lei si era girata da sola nella sua testolina e il ragazzo non era poi così interessato a lei.
In fin dei conti, Hope Jones si vedeva solo come una comune bibliotecaria con la passione per la fantascienza, senza attrattive particolari se non la sua cultura letteraria, che comunque non poteva certo aiutarla a fare colpo sui ragazzi. Si chiese se il ragazzo la frequentasse solo quando non aveva di meglio da fare, a conferma di questa ipotesi c'era il fatto che l'aveva chiamata solo all'ultimo minuto per quella passeggiata nel parco fuori programma… forse la ragazza che doveva incontrare gli aveva dato buca e lui aveva ripiegato sulla prima che aveva risposto alla sua chiamata.
Le sembrava strano che la sera prima non le avesse chiesto di vedersi e non si fosse informato sui suoi programmi per il sabato mattina. Si era aspettata qualche tipo di accenno dopo il bacio che si erano scambiati sulla porta di casa. Le risuonava nella testa la frase di lui, dopo che lei così ingenuamente le aveva confessato quella cosa sugli uomini-libro. "Non è strano, è perfetto". Perfetto per cosa? Forse era perfetto che lei fosse così ingenua? Si chiese se non si fosse sbagliata sul bel dottorino dall'aria gentile. Possibile che fosse solo uno dei tanti cascamorti che giravano sfaccendati per il campus?
Era un agente federale, vero, però non sapeva molto altro di lui. Quello che era a sua conoscenza era relativamente poco: sapeva il suo nome, sapeva che lavoro svolgeva, sapeva che aveva un dottorato e che voleva prendere un'altra laurea in filosofia come lei. Avevano in comune la passione per la fantascienza e per i libri, ma poi? Dove li avrebbe portati tutto questo? Cosa c'era esattamente fra loro?
- Ti va di passeggiare un poco? – Spencer si girò verso di lei e la guardò attentamente.
- Sì – si rese conto che come risposta era un po' poco, ma non sapeva cosa altro aggiungere.
Camminarono in silenzio un affianco all'altra, entrambi persi nei propri pensieri, timorosi di aver frainteso il comportamento dell'altro. La giornata era particolarmente calda e l'ombra degli alberi era piacevole, come la leggera brezza che si era alzata. Erano circondati da padri e figli che giocavano sui prati, mentre le madri apparecchiavano all'ombra per il pic-nic. Si sentiva il vociare festoso dei bambini che giocavano a calcio, provenire dai campi posti alla fine del viale, accompagnati dalle grida di incitamento dei genitori.
- Credo che sia normale per le famiglie fare queste cose nel fine settimana – esordì il ragazzo con un'alzata di spalle – La mia famiglia non lo faceva mai.
- Noi non lo facevamo spesso – rispose la mora fermandosi – Mio padre però mi portava sempre a fare una passeggiata in bicicletta quando arrivava la bella stagione… mia madre era spesso di turno nel fine settimana, lavorava come cameriera in un ristorante per famiglie. I tuoi cosa fanno?
- Mio padre è avvocato, i miei hanno divorziato quando avevo dieci anni – il pensiero di suo padre gli provocava sempre una fitta dolorosa, non sapeva niente di quell'uomo – Mia madre insegnava letteratura all'università. Il fine settimana, di solito, lo passavo a leggero oppure andavo al parco per giocare a scacchi.
- E i week-end con tuo padre come li passavi? – chiese la ragazza – Anche se i tuoi hanno divorziato, immagino che…
- Non ho più visto mio padre dal giorno che ha lasciato la nostra casa.
- Mi dispiace – Hope si rimproverò per essere stata così sciocca da dare per scontato che un padre volesse passare il tempo con il proprio figlio.
- Hope – Spencer prese un respiro profondo, decidendo di togliersi quel dubbio che lo attanagliava da quando si erano incontrati quel giorno – Tu vedi altre persone? Voglio dire… frequenti altri ragazzi.
Reid divenne rosso, imbarazzato dalla propria sfacciataggine. La osservò di sottecchi, non riuscendo a trovare il coraggio di guardarla direttamente dopo quella domanda che gli era uscita così prepotentemente dalla bocca.
- No – ammise la ragazza abbassando gli occhi – Sei l'unico.
- Io… mi farebbe piacere se… - cercava le parole, ma sembrava aver perso la capacità di mettere insieme una frase sensata.
- Tu frequenti altre ragazze? – Hope girò il viso per non mostrare le lacrime che sentiva pungerle gli occhi.
- No, assolutamente – si sentì stranamente ferito da quella domanda – Non sono quel genere di ragazzo… io…
- Possiamo continuare a non vedere nessun'altro? – si morse le labbra mentre pregava di non aver fatto quella domanda, timorosa della risposta di lui.
Si girò verso di lei ed allungò una mano per prendere quella della ragazza. Aspettò finché lei non lo guardò in faccia apertamente e poi le sorrise, ora sapeva quello che voleva. Era la prima volta in vita sua che si sentiva così sicuro di cosa provava e di cosa aveva bisogno. Decise che non voleva più accontentarsi di essere una mera comparsa, voleva vivere fino in fondo, anche a costo di farsi male. Meglio sbatterci la faccia subito, invece che aspettare che la storia andasse avanti per poi soffrire ancora di più.
- Vorrei che tu fossi la mia ragazza – sentì il viso andargli in fiamme appena finito di formulare quella richiesta, ma non distolse lo sguardo.
Invece di rispondergli, Hope si fece più vicina e poi si sollevò sulle punte dei piedi per baciarlo. Era la risposta più eloquente che potesse dargli.
Continua…
